Narcisismi 2 – L’anima, la maschera e i demiurghi della rete

Sommario

1. Caduta del pudore e “trivellazione delle anime”
2. Pornografia, idoli, immagini
3. La maschera di Rousseau
4. Essere o apparire?
5. Il palcoscenico digitale
6. L’occhio dilatato del potere
7. Una proposta oscena: ritrarsi e meditare
8. Veli e riflessi: una nota sulle fotografie di Ruggio [Ruggero Palazzo]) utilizzate

1. C’è un capitolo del libro di Galimberti, L’ospite inquietante di cui abbiamo già ampiamente discusso, che vorrei riprendere per allargare lo spettro della riflessione. Si tratta del capitolo 5, intitolato “La pubblicizzazione dell’intimo”, dove il filosofo sostiene che nella nostra epoca sia praticamente caduta l’antica barriera che separava l’interiorità dall’esteriorità, legittimando a tutti gli effetti la spudoratezza, da intendersi ora come messa in mostra dell’anima più che del corpo, con una perfetta corrispondenza tra esposizione di sé e voyeurismo. La continua “trivellazione delle vite private”, diventata ormai l’essenza del mondo televisivo, è l’emblema di questa neopornografia diffusa, più grave dell’antica pornografia per almeno due ragioni: prima di tutto perché denudare l’anima è un atto ben più osceno del denudare il corpo; in secondo luogo perché – aggiungo io – anche la distinzione tra vendita e indisponibilità di se stessi (corpo o anima che sia) è venuta ormai a cadere, cedendo all’omologazione mercificata imperante. Tutto è di tutti – ma ancor peggio tutto può essere venduto, persino l’ultimo neurone o frammento d’anima. Se poi qualcosa viene nascosto vuol dire che si ha qualcosa da nascondere, qualcosa di cui vergognarsi – e ciò è male. La caduta del pudore porta così con sé il più becero conformismo, se è vero che l’intimità e l’interiorità sono i nuclei profondi dell’essere individuale, ciò che lo fanno essere unico e irripetibile, e che la continua esposizione di sé, il concedersi a tutti indiscriminatamente – senza alcuna scelta e distinzione – non può che produrre un appiattimento generalizzato e un’omologazione dei modi di essere, i cui risultati sono già sotto gli occhi di tutti. A furia di trivellazioni l’anima finisce per dissolversi, proprio perché seppure il pudore sia un confine mobile socialmente determinato, quando i veli cadono tutti uno dopo l’altro, c’è il rischio che venga a mostrarsi infine il nulla che ci stava dietro. Succede un po’ come a Narciso, che alla fine, dopo essere stato fagocitato dalla sua stessa immagine e insensibilità, si lascia morire; o come a Eco, che si consuma fino a dissolversi nel filo di una voce. Oltretutto, corpi e anime denudati sono un po’ tutti uguali, e per ciò stesso poco desiderabili.
Detto questo, vorrei approfondire alcuni punti ed allargare il territorio di questa riflessione che nel testo di Galimberti mi pare troppo confinata all’ambito sociologico.

2. Partiamo dal concetto di pornografia. La pornèia greca era l’esercizio della prostituzione, ma, cosa molto interessante, il verbo porneuo che regge il sostantivo, veniva traslato anche nel significato di pratica dell’idolatria. Il termine ha dunque a che fare fin dall’origine con la produzione/falsificazione di immagini: l’eidolon, traducibile con “figura” o “simulacro” (senza dimenticare che eidon prima ancora che “idea” significa “aspetto”, “forma”), indica a sua volta una trasposizione: adorare l’oggetto in luogo del suo significato più profondo, l’immagine in luogo del dio, ecc. Ecco perché i monoteismi più rigidi (ebraismo e islamismo) sono così iconoclasti (“Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra”, Esodo 20, 3-4).
“Pornografia” ha proprio a che fare con la rappresentazione iconica dell’attività sessuale (collegata a quella del meretricio, forse per la sua estrema “pubblicità”). Anche qui, l’immagine in luogo dell’oggetto – ma, anche, l’immagine che conduce all’oggetto e lo sollecita. Eccitare – scopo principe della pornografia – viene da ex-citare, “muover fuori”. Di nuovo si tratta di traslazioni e di trasposizioni: tutto ciò che ruota attorno alla rappresentazione pornografica ha a che fare fin dal suo significato originario con l’ambiguità dell’immagine – un oggetto che non è un oggetto, un fantasma che però ha un’immane potenza. Francis Bacon (il filosofo, non il pittore) utilizza nel Novum organum il termine idola per criticare tutte quelle strutture pregresse che impediscono la vera conoscenza – e tra i quattro tipi che individua vi sono gli idola specus, gli idoli della caverna, quelli cioè che hanno a che fare con la visione distorta della verità, la sua deformazione/traslazione nei luoghi oscuri della nostra mente. Bacone sapeva bene che gli idoli, ovvero i simulacri, sono dispositivi potenti, che è difficile spazzar via.
Questi nessi dei significati che sembrano apparentemente portarci lontano, ci conducono in realtà alla vera questione che sta dietro al concetto di pudore, e cioè a quella del rapporto tra esterno ed interno, apparire e interiorità, corpo e anima – il vero dramma di Narciso. E naturalmente qui le cose si complicano parecchio.

3. Un aspetto del pensiero di Rousseau che non sempre viene sottolineato, è proprio quello del rapporto tra maschera e nucleo profondo dell’Io. Jean Starobinski lo ha fatto in un testo memorabile intitolato proprio Rousseau: la trasparenza e l’ostacolo, che non posso qui che citare di sfuggita. Va detto innanzitutto che già il termine “persona” designa questo rapporto con la maschera fin nel suo significato etimologico: il latino persona viene dall’etrusco phersu, che vuol dire appunto “maschera”. Ma tornando a Rousseau, uno degli aspetti più drammatici, se così si può dire, del suo pensiero riguarda proprio la distorsione che il segno e la convenzione operano all’interno della comunicazione umana: il “ritorno alle origini” o alla dimensione “naturale”, indica nella mitologia roussoiana la trasparenza comunicativa, la comprensione immediata dell’altro. Ma non è questa paradossalmente una dimensione “pornografica”? Se il segno e la convenzione – cioè le maschere sociali – sono ciò che ostacolano la comunicazione e la comprensione tra gli individui, nello stesso tempo sono anche ciò che li “vestono” (o “travestono”, a seconda dei punti di vista): come dire che una “nuda persona” non è mai data, essendo la nudità alla fine la scomparsa di ogni identità sociale e culturale. Ciò vuol dire che, come vado da tempo ripetendo, l’essenza degli individui si sostanzia nel loro essere sociale, culturale, linguistico, solo qui essendo possibile una reale differenziazione dei singoli, al di là della invariante monotonia del dato biologico. C’è però da dire che gli ambiti in cui tali portati culturali e antropologici si rendono visibili, sono nello stesso tempo la superficie (l’apparire del corpo, la gestualità, il modo di costruire la propria immagine – l’idolo e il simulacro che noi siamo) e l’interno (il linguaggio, il pensiero, la sfera emozionale e passionale, ecc. – quel che è definibile come “spirito”). Non si tratta in verità nemmeno di un luogo bipartito, come un Giano bifronte, la scorza dietro cui c’è il nocciolo, se è vero che le parole sono anche pietre e che i gesti sono essenzialmente linguaggio. Io sono sempre e niente di più di quello che appaio, e appare sempre quel che io sono – certo posso anche decidere di mostrare ora più ora meno, di dissimulare, ma a ben vedere l’interruttore che apre o chiude il mio stesso apparire non è tutto in mio potere – anzi sempre più le leve del comando stanno altrove.

4. Il punto allora non è l’essere o l’apparire, l’interno o l’esterno, l’intimità o la superficie, l’interiorità o l’esteriorità – che sono solo stratagemmi convenzionali (e riduttivi, secondo i classici schemi binario-oppositivo-dialettico-duali). E’ semmai la riduzione della complessità dei singoli, la loro omologazione/riduzione: se io sono tante cose, posso (se voglio) sfaccettare parecchio il mio apparire, fino all’estremità pericolosa della schizofrenia; ma se io sono sempre la stessa cosa, la stessa minestra, il trucco dell’apparire si esaurisce ben presto, la varietà di belletti non essendo poi così infinita. Detto in altro modo: solo l’articolazione del mio essere nella direzione dell’onnilateralità (cioè dello sviluppo delle mie potenzialità) farà di me un essere-molteplice-che-appare in tutta la sua ricchezza e tensione. Laddove viceversa il marchio di fabbrica dell’omologazione – con tutte le firme annesse e connesse, che sono solo farina del sacco altrui, senza nulla di veramente originale firmato da me – mi renderà una maschera magari luccicante e desiderabile, ma immobile e noiosa. A questo punto la questione si sposta, semmai, sul fronte del palco. L’illusione di essere eternamente in scena e guardati da mille occhi (alcuni dei quali piuttosto corposi e polizieschi) sta senz’altro producendo in noi modifiche antropologiche importanti.

5. La “scena” sociale si è allargata e complicata. Premesso che una delle componenti essenziali della sfera umana è proprio quella della mimesi, cioè della duplicazione/riproduzione, del riflettersi in altro – oggi che la tecnica è essenzialmente tecnica dell’infinita riproduzione (delle immagini e, alcuni sperano, anche della durata dei corpi), non poteva che darsi una scena che fa di tutti, insieme, la platea e il palcoscenico, lo spettatore e il protagonista. Da questo punto di vista la vecchia televisione – per quanto sia la quintessenza della neopornografia e lo strumento essenziale della fine del pudore – è in realtà un ferro vecchio, qualcosa che ben presto scomparirà o verrà relegato in aree sociali degradate e periferiche. Perché è in realtà uno strumento troppo passivo e poco interattivo. Dunque, sarà la rete la vera protagonista della nuova scena sociale? E’ ancora presto per dirlo, ma certo gli ingredienti ci sono: comunità virtuale, interazione, gioco, dissimulazione, esposizione, ecc. ecc. – con tutti i pro e i contro… E’ certo però che la rete è il proliferare dei segni e della comunicazione, dei linguaggi, delle immagini – della scrittura e della lettura come non mai – a fronte di un’atrofizzazione dei corpi. Un conto è esporre in una community la propria icona o le proprie idee, altro è praticarle in una comunità territorialmente determinata.
Ma a pensarci bene non è che ci sia poi tutta questa differenza… Non è che nei luoghi di lavoro o nelle palestre o nei centri commerciali o nelle piazze ci si mostra poi in tutta la propria complessità e totalità (ammesso che si abbia qualcosa da mostrare). Sono sempre vedute parziali, angoli e frammenti identitari, porzioni di sé – che l’altro deve a sua volta interpretare e decodificare al fine di costruire un’immagine dell’individuo emittente – e viceversa. Ma già tutta questa dinamica era stata indagata, ancor meglio della psicologia, da Luigi Pirandello, che di maschere se ne intendeva. Ora, anche in rete si fa lo stesso: si mostrano lati e spicchi di sé. Il problema, dunque, è daccapo quello della produzione del proprio essere e della propria (molteplice) identità, molto più che del mostrarne pubblicamente l’aspetto.

6. Un altro capitolo andrebbe poi dedicato al rapporto tra rete e controllo sociale. La rete si mostra da questo punto di vista quanto mai bifida (lei sì, un Giano bifronte!): splendida occasione di democrazia e costruzione orizzontale delle relazioni – nonché di condivisione del sapere – e però, nello stesso tempo, proprio la sovraesposizione necessaria dei suoi attori la fanno diventare anche un pericoloso strumento per nuove forme di controllo sociale. Ogni mio dato, immagine, opinione, “confessione” riversato in rete potrà, domani, essere usato contro di me. Qualsiasi datore di lavoro, banca, giudice, struttura di potere – ma anche il mio vicino di casa – potrà cercare con un semplice clic su google il mio “profilo” (interessante l’uso di questo termine!), e scoprire parecchie cose di me, per poi simularle, interpretarle o deformarle. La pubblicizzazione dell’intimo può così rivelarsi una pericolosissima arma a doppio taglio.

7. Ci siamo forse spinti un po’ troppo lontano col ragionamento, spesso divagando e complicando. Ma non c’è nulla di più complicato, credo, dei temi qui appena accennati. Eravamo partiti col dire che è caduto l’antico pudore e che si va producendo una diffusa e perniciosa neopornografia dell’anima, con il risultato di uno svuotamento: a furia di scavare e di mostrare agli altri quel che si è si rischia di non trovarvi più nulla – presi come si è dal mostrare più che dal formarsi, o reciprocamente dal guardare più che dall’interrogarsi (o in alcun i casi dal ritrarsi). Ecco, vorrei spendere una parola in favore del gesto del “ritrarsi” – che non vuol dire nascondersi o diventare degli asociali, ma semplicemente ritagliarsi e rivendicare degli spazi per sé finalizzati alla crescita e alla formazione (e all’autoformazione). Spegnere ogni tanto i riflettori e dedicarsi alla meditazione (pratica quantomai oscena, secondo la logica corrente). Lo ripeto ancora: non ci sarà mai nulla da mostrare e da socializzare se non si è, nel frattempo, diventati qualcosa, se non si è costruito un sé che, per quanto provvisorio, sia originale, unico e irripetibile. I materiali sono sempre quelli, ma la “costruzione” sarà ogni volta diversa, dipenderà dalla scelta – industriale o artigianale, catena o cesello – che si è fatta. Lo slogan potrebbe allora essere: diventa il demiurgo di te stesso!

8. Nota conclusiva. Le fotografie che illustrano questo post fanno parte dell’album su Flickr di Ruggero Palazzo (Ruggio), che ringrazio calorosamente per la collaborazione (cliccandoci sopra si può vedere di ciascuna la fonte originale, il contesto e i commenti). A parte l’intensità che le contraddistingue, mi ha colpito di alcune di esse il loro perfetto collocarsi lungo il crinale della dicotomia che ho sopra rilevato: l’interno e l’esterno, il mostrare e il nascondere, il velare e lo svelare, l’apparire di ciò che (forse) è, ma che forse non è.
Ho trovato in particolare molto interessanti le tecniche e le prospettive utilizzate dal suo autore, che fanno ancor più risaltare quei temi: lo specchio, il vetro, l’acqua, l’occhio – tutte superfici riflettenti che rinviano alla trasparenza, ma anche al tema del doppio. E poi i veli:

“Nascondersi dietro un velo di paure e di segreti.
Vergogna di farsi vedere, di emergere ed esporsi…”

“E’ come avere 2 lati, 2 personalità ma non più contrastanti come una volta.
Essere il buono e il cattivo allo stesso tempo. Due persone che pur essendo diverse tra loro convivono e pensano univocamente; e la cosa fa paura.
Paura di se stessi, paura di quel che si può essere, dire o anche solo pensare”.

Il termine greco per dire “verità” è alétheia, letteralmente il togliersi (a-) dalla zona nascosta e dimenticata, il sottrarsi all’oblio, l’uscire dall’ombra per venire alla luce, lo svelarsi appunto. Ma la verità non è immediatamente per tutti, così come non è a tutti che ci si apre, offrendo il proprio tesoro: le profondità dell’essere, e ancor più dell’essere umano, vanno faticosamente attinte e conquistate, sia dall’io che si offre che dall’altro cui ci si offre. Le apparenze, i segni e i simulacri – le immagini e le maschere – di cui i soggetti si circondano, sono le mappe più o meno criptiche che portano al tesoro. Ma che cosa conterrà lo scrigno?

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19 Risposte to “Narcisismi 2 – L’anima, la maschera e i demiurghi della rete”

  1. lealidellafarfalla Says:

    bellissimo post, Mario.
    Per quanto riguarda la rete sono molti, forse troppi, coloro che interpretano il blog come un diario personale da rendere pubblico. Ricordo che ai miei tempi, non troppo lontani, vendevano anche dei piccoli lucchetti per i diari personali (quelli cartacei).

  2. md Says:

    grazie Fabrizio;
    in effetti è strano l’effetto che fa, talvolta, capitare nel blog di qualcuno che lo tiene un po’ come un diario intimo e personale, a metà tra l’autoreferenziale e il confidenziale rivolto agli amici; è un po’ come entrare in una stanza nella quale si sta svolgendo una conversazione privata senza essere stati invitati: solo che la stanza è praticamente trasparente al mondo…

  3. Ares Says:

    Ares

    mha…

  4. md Says:

    un po’ laconico, Ares! attendo qualcosa di più articolato…

  5. Ares Says:

    Ares

    Non ho capito il legame tra spudoratezza e pornografia..

  6. md Says:

    i termini che li legano potrebbero essere due: immagine ed esibizione – l’esibizione pubblica di sé, senza veli (legata però al meretricio, dunque alla vendita del corpo) – che oggi però è molto più praticata con i sentimenti e l’interiorità.
    Mettere tutto in piazza, pubblicare tutto, esibire tutto di sé, senza più veli: questa la nuova spudoratezza, che è letteralmente una pornografia dell’anima – su questo aspetto sono d’accordo con Galimberti

  7. Daniele Verzetti, Rockpoeta Says:

    Concordo con Fabrizio. Credo che poi molto dipenda dalla qualità del blog personale. Se è alta ti sentirai cmq a tuo agio e come se ti avesse invitato ad entrare in caso contrario….

    Nel mio caso il problema non si pone non avendo un blog-diario, anzi….

  8. Ares Says:

    Ares

    Ma una persona nel proprio blog diario non vende niente.. esibisce il proprio sentire.. sapendo di poter essere attaccato, contraddetto, deriso..e sapendo di poter attrarre verso di se anche altre anime.. credo che un diario pubblico.. e’ un modo come un altro per farsi amare… la pornografia che c’entra?

  9. Milena Says:

    Qualcosa da aggiungere? No, forse qualcosa da levare. Come non c’è solfeggio con soli movimenti di “battere”, senza il “levare”, e non ci sarebbe musica.
    Più che una minestra riscaldata, questo post ha il sapore di un sugo cotto per ore, indigesto e pesante. Peperoni melenzane carne di maiale strutto spezie di tutti i tipi. Dopodomani saremo ancora qui a digerirlo, se proprio volessimo ingerirlo.
    La verità è che talvolta le parole (le troppe parole) mascherano la verità. Complicano, stravolgono, generalizzano, come nella notte in cui tutte le vacche sono nere. O spalmano sulla realtà dei giudizi impietosi. Con le più parole si possono impostare e dimostrare teoremi, rigorosamente razionali ma avulsi dalla vita, depredati dai sentimenti e dalle emozioni, e lontani mille miglia dalla poesia e dalla bellezza. Sì, anche questo si può fare. Si può fare tutto. Si può dire tutto. Anche questo si può dire.

  10. md Says:

    @Milena: hai in parte ragione, è un pezzo indigesto, alcune cose non le ho comprese bene nemmeno io dopo averle rilette. Ma non è colpa mia se la realtà è complicata, e di solito non tendo a semplificare.
    Su parole e verità: non vedo come altro possa essere evocata la verità se non con parole, ma solo Dio possiede il Logos, la Parola definitiva che illumina anziché mettere in ombra, noi dobbiamo accontentarci di descrivere, simulare, dissimulare, stravolgere, ecc. – insomma, tentativi ed errori.
    Le vacche, tra l’altro, sono nere nella notte in cui c’è una sola verità, quella colta con l’intuizione del colpo di pistola (anche questa è farina del sacco hegeliano).
    Infine: ho cercato di astenermi il più possibile dal dare giudizi di carattere moralistico – cosa che non mi fa comunque perdere di vista l’aspetto etico. Aspiro anch’io, come Rousseau, a una società in cui prevalgano la trasparenza comunicativa, la purezza del sentimento, la bellezza e la poesia, ma non mi faccio tante illusioni, il lato oscuro (l’ostacolo) c’è e ce lo dobbiamo tenere.

  11. Ares Says:

    Ares

    A me questo post non sembra “affatto” indigesto e pesante.. come non lo sono mai di post che compone md.. e’ invece ricco di spunti di riflessione e di discussione.. oltre che pieno di nozionismi.. che invitano all’approfondimento.. e la cosa che piu’ mi piace dei post di md (compreso questo) e’ che non cotemplano mai l’assoluto e sono sempre interrogativi..ropositivi
    ..sono accoglienti e… “rivolti all’esterno”

    Milena che brutta similitudine che hai prodotto, non e’ da te!

  12. Ares Says:

    Ares

    Comunque Galimberti continua a non piacermi….e mi sto’ affezionando a Severino..^-^ spero non sia grave!!

  13. Milena Says:

    … tra l’altro … direttamente dalla “mia” esperienza personale …
    in gioventù ho avuto occasione di trascorrere dei incantevoli periodi di vacanza in una specie di paradiso dove si stava per la maggior parte del tempo nudi e crudi. Esperienza che si è protratta per anni di seguito, con figli e giardiniere al seguito. Finché il luogo non è stato scoperto da persone che vi venivano appositamente per guardare, anziché per vivere. Lì mi sono accorta che l’impudicizia (o l’innocenza) non è tanto in chi si mostra, quanto negli occhi di chi guarda. Che la malizia è la trave che oscura lo sguardo, che la realtà malevola (o benevola) è creata dalla mente. Fu da quel momento che iniziai a sentire la cosa fastidiosa, a sentirmi nuda, a sentire bisogno di coprirmi e nascondermi. Anche per non essere di alimento allo sguardo maligno altrui.
    Fra tutte le sfumature possibili e toni, esistono perlomeno due modi di guardare, uno amorevole, l’altro odioso. Uno sguardo che cerca il bello – e lo trova – e uno sguardo che cerca il brutto – e lo è. Ma ci sono anche sguardi dolci o salati, teneri o piccanti. Benevoli o malevoli.
    Se ci identificassimo però coi contenuti della mente, saremmo in eterno errore. La mente è soltanto lo strumento del Sé. Solo il Sé può dirigere l’orchestra.

  14. Ares Says:

    Ares

    @Milena ..mmmmm quando fai cosi’ ti adoro!!!.. GRANDE, GRANDE Milena .. smakk@t@

  15. emmeesse Says:

    c’e’ un assunto nel tuo discorso:

    “se è vero che l’intimità e l’interiorità sono i nuclei profondi dell’essere individuale, ciò che lo fanno essere unico e irripetibile, e che la continua esposizione di sé, il concedersi a tutti indiscriminatamente – senza alcuna scelta e distinzione – non può che produrre un appiattimento generalizzato e un’omologazione dei modi di essere”

    E se non e’ vero? Voglio dire che devi dimostrarmi che e’ vero tale assunto e la dimostrazione non e’ la supposta evidenza (sotto gli occhi di tutti)…

    Per il resto ti leggo da poco e non ho ancora -forse- capito alcune tue affermazioni. Cmq e’ un blog intelligente e colto il tuo. Questo va riconosciuto.

  16. md Says:

    @emmeesse: in effetti non c’è molto di dimostrabile in un campo come questo – così come in generale nelle cosiddette “scienze” umane; forse quel “se è vero” dovrebbe essere letto come un “auspico che”, vorrei che…; ma forse la tua obiezione riguardava la seconda parte del ragionamento, quella sul concedersi indiscriminatamente: anche di questo non sono certo, ma l’impressione che un eccesso di relazione/pubblicizzazione dia poco tempo alla costruzione (originale) del sé rimane. Esporsi continuamente vuole anche dire imitare continuamente. Ma, ripeto, di tutto ciò non c’è scienza, ci può solo essere una sorta di descrizione fenomenologica, e talvolta nulla più di semplici impressioni.
    Grazie per i complimenti e a presto

  17. petrov Says:

    Colui che trasmette il grande fratello e il presidente del consiglio sono la stessa persona…No comment.

  18. Narcisismi 4 – Autàrkeia multitasking « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] linee di confine, peraltro sempre più sottili (se ne era parlato a più riprese in questo blog, specie sull’onda di alcune riflessioni di Umberto Galimberti in merito). Entrambi questi […]

  19. Rousseau è su Facebook (e ci guarda)! | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] ne mina le radici, mettendo in discussione la sua stessa possibilità ontologica (ne avevo parlato qui e qui). Han cita poi Rousseau (71 e sgg.) che sia nelle Confessioni che nella sua mitologia […]

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