MODI DI MORIRE E BALSAMI DELL’IBLA

Epicuro nella sua celeberrima Lettera a Meneceo sulla felicità, sostiene che la morte non esiste, o meglio che essa “non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza […] Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi”. Se il filosofo del Giardino cerca qui di trovare argomenti volti a dissolvere quella che ritiene una paura insensata e priva di fondamento, mi sento di proporre una distinzione tra la “morte” come concetto statico e astratto, e il fenomeno del “morire” da intendersi come divenire e momento dialettico del vivere. Detto altrimenti: perché non sostituire l’opposizione astratta vita/morte con quella del vivere/morire?

Il medico inglese Iona Heath ha scritto un piccolo saggio sulla morte – Modi di morire – recentemente pubblicato da Bollati Boringhieri, che mi pare vada proprio in quella direzione. Premetto subito che il libro ha forse un difetto: troppe citazioni. D’altra parte era intenzione dichiarata dell’autore di servirsi, nel suo interrogarsi sui dilemmi che accompagnano il morire, della cospicua compagnia di scrittori, poeti, pensatori.
Veniamo invece al pregio essenziale del libro, che secondo me si può ricondurre all’uso della parola “morire”: la morte, cioè, da intendersi come processo, come fenomeno che accompagna la vita e che deve (o dovrebbe) significare qualcosa.

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