CAOS DIGITALE

Così appariva qualche giorno fa il ripiano delle attività elettroniche di Digital-man. Caos e alienazione digitale. Ora sono intervenute le megapulizie generali che hanno riportato un minimo di ordine. Ma: l’alienazione digitale resta, e – soprattutto – si pone a Digital-man un problema etico ed ecosofico scottante, quello cioè della cosiddetta “spazzatura elettronica” o e-waste. A tal proposito, nel numero di gennaio 2008 del National geographic, è comparso un articolo inquietante sulla situazione mondiale del riciclaggio/smaltimento dei rifiuti elettronici. Tanto per cambiare: traffico illegale (prima Cina, Thailandia, Pakistan; ora Ghana, Nigeria, Costa d’Avorio), sversamenti altamente inquinanti, livelli di diossina paurosi, cancro e quant’altro. Del resto il totale mondiale di rifuti elettronici pare si aggiri intorno ai 45 milioni di tonnellate annue – 850 mila tonnellate solo in Italia, 14 kg a testa. Così anche Digital-man contribuisce alla circolazione pericolosa di piombo, mercurio, arsenico, cadmio, berillio, argento, oro e quant’altro – sostanze ben più tangibili della eterea sostanza spinoziana… E caos e alienazione abbandonano la pura dimensione intellettuale, per presentare anche il loro salato conto fisico…

TOPI E BUON SENSO

Stamattina alla radio ho ascoltato alcuni commenti sulle proposte avanzate dal razzista ministro dell’Interno, del razzista governo italiano, sostenuto da molti onesti e razzisti cittadini, circa la necessità di schedare e prendere le impronte dei bambini rom, ed è venuta fuori l’espressione “buon senso”. Solo a quel punto ho fatto un salto sulla sedia, perché mi sono ricordato che il primo paragrafo delle Origini del totalitarismo di Hanna Arendt si intitola proprio “L’antisemitismo e il buon senso”: l’autrice vi sottolinea come niente nella storia contemporanea urti il buon senso più del fatto che tra gli immani problemi del secolo, uno dei più insignificanti, la “questione ebraica”, abbia messo in moto un’intera e infernale macchina totalitaria come il nazismo.
Certo, in Italia non siamo ancora in presenza di fenomeni “totalitari”, ma: 1) alcuni ingredienti e pessimi segnali ci sono: razzismo crescente, massificazione, paura (che è l’anticamera del terrore), ideologia – su quest’ultimo concetto tornerò; 2) nessun fenomeno storico-politico si ripresenta mai nello stesso modo, ma preferisco urlare inutilmente mille volte “al lupo! al lupo!” prima di ritrovarmi in un inedito regime autoritario, repressivo e poliziesco, le cui varianti leggere o pesanti dipendono sempre da crisi poco prevedibili (economia, guerra, disastri ambientali, ecc.); 3) va poi sottolineato il corto circuito proprio intorno all’espressione “buon senso”, con l’incredibile sproporzione (l’urto rilevato dalla Harendt) tra fatti, numeri, problemi e azione (ideologica) di governo.

Un aspetto sopra tutti però mi inquieta: la disponibilità generalizzata a biopoliticizzare la società, naturalmente in una direzione a senso unico: immunitas verso il basso, impunitas ai piani alti. I topi cui faceva riferimento il ministro, nella testa di tanti cari concittadini, non sono gli animali ma gli umani che abitano in quei campi, e tali emergenze, si sa, vanno affrontate con la biometria, con misure igienico-sanitarie radicali, e infine con l’estirpazione del male. E il male, si sa anche questo, può essere piuttosto banale…

(Nella foto: una mano senza impronte.
Giù le mani dal popolo rom!)

VEGETARIANI DI TUTTO IL MONDO…

Bene! Leggo sull’inserto R2 della Repubblica di oggi che il numero dei vegetariani nel mondo è in crescita. Non sono un idolatra delle quantità (sempre meglio la qualità), ma esiste pur sempre la dialettica legge di engelsiana memoria di conversione della quantità in qualità – e quindi talvolta è bene partire dai numeri: India 180 milioni, Stati Uniti 7 milioni, Germania 6 milioni, Gran Bretagna 5 milioni, Italia 2,9 milioni (non male per un paese così culturalmente arretrato), Francia e Spagna 1,3 milioni (in questo i nostri cugini europei sono decisamente meno “avanzati” di noi…).
Poi: l’acqua consumata per produrre un chilo di carne è qualcosa come 20.000 litri contro i 200 per fare un kg di insalata; il 18% delle emissioni di diossido di carbonio sono prodotte dall’allevamento; il 40% dei cereali coltivati nel mondo vengono assorbiti dall’allevamento (percentuale che negli USA sale all’incredibile cifra del 70%); 1 ettaro di terra ha una resa proteica 12 volte superiore rispetto alla stessa superficie coltivata per nutrizione animale; all’effetto serra contribuiscono per il 18% i latticini, per il 10% polli e pesci, per l’11% la frutta, per l’11% i cereali, per il 20% oli, bevande, dolci e altro – e per il rimanente 30% la carne rossa!!!! Eccetera eccetera.
Sono d’accordo con Franco Battiato, intervistato per l’occasione, che non lancerebbe mai anatemi contro i carnivori, e che non è convinto della campagna promossa da Paul McCartney, che invita i suoi connazionali a non mangiare carne di lunedì per aiutare l’ambiente… (perché poi proprio di lunedì? non sarebbe meglio di sabato o di domenica, quando si consumano infiniti banchetti sacrificali, causa prima e diretta di immani stragi di animali, ben più di quelle del sabato sera sulle strade di mezzo mondo?). Ma, appunto, Battiato pensa che sia meglio non dare consigli agli altri e partire da sé – che è esattamente quello che penso anch’io, che però, come lui, “non posso più nutrirmi di qualcosa che è così vicino alla sensibilità umana”. Proprio non ce la faccio, ed anzi non mi capacito di come abbia potuto essere cannibale per così tanta parte della mia vita…

(Umberto Veronesi scrive: “Sono vegetariano da quando ho iniziato a scegliere, e la mia è una scelta d’amore, di filosofia e di scienza. Di amore per gli animali e per la vita in tutte le sue forme, specialmente quando è inerme e non può far valere il suo bisogno disperato di sopravvivere. Nessuna esistenza è piccola, nessuna è insignificante. Mangiare è una forma di celebrazione della vita, e non negazione della vita stessa ad altri esseri viventi, perché “inferiori”. […] La filosofia del vegetarianesimo è la non-violenza e la violenza a cui gli animali da macello sono sottoposti è efferata e crudele. […] Rinunciare alla carne inoltre è per me anche una forma di solidarietà e responsabilità sociale. […] Una dieta priva di carne non ci indebolirebbe certamente, e ci rimetterebbe in armonia con gli equilibri naturali perfetti del nostro pianeta”.)

LE STELLE VISTE DA GATTACA

(clicca sull’elica↑)

“Non solo credo che arriveremo a manipolare la natura,
ma credo anche che sia proprio questo
che Madre natura vuole da noi”.

Ci sono film che sono veri e propri saggi filosofici. Già ne avevo parlato a proposito di Rashomon; torno a parlarne dopo aver rivisto per l’ennesima volta Gattaca, uno dei più bei film di “fantascienza” mai girati. Metto le virgolette perché, con tutto il rispetto per il genere (che adoro), potrebbe risultare un’attribuzione riduttiva. Quel film non è solo la prefigurazione di uno scenario possibile – l’anticipazione di una distopia – ma un’ampia riflessione sul concetto di determinismo genetico. Così come Mondo nuovo di Huxley era stato, con sorprendente anticipo, il libro della Bioepoca imminente, Gattaca è il film della Bioepoca incombente e anzi in fase di attualizzazione. Al di là degli elementi “tecnici” e strutturali del film – perfetto per ambientazione, retroversione temporale (con quel sapore anni ’50 pur in un futuro non troppo lontano), cast stellare di attori (compreso Gore Vidal), musica, momenti poetici e metafisici che riescono a contenere anche quelle sbavature retoriche che pure ci sono – è proprio la sua profondità riflessiva, molto pacata ma al contempo devastante, ciò che mi ha sempre colpito. E che lo fa essere, appunto, un film filosofico.
Al centro della scena, l’opposizione irriducibile tra determinismo e possibilità: il curriculum iscritto nelle cellule o la libera costruzione di sé, la validità predeterminata del profilo genetico o l’invalidità del caso e delle circostanze.

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FASCISTISSIMI POETI (ma la poesia può esserlo?)

Chiarac tempo fa, nel suo blog Mezzanottefonda, aveva pubblicato la traduzione di una splendida poesia di Gottfried Benn, poeta espressionista, nichilista e antirazionalista tedesco – tanto per etichettare – del quale avevo ricevuto tempo prima in regalo un Romanzo del fenotipo, completamente rimosso, e che ho già provveduto ad aggiungere alla pila dei libri per le vacanze. A regalarmelo era stato un mio caro amico filosofo esperto di pensatori e poeti e cose tedesche, in particolare di filosofi del calibro di Heidegger, Spengler, Junger. Inevitabilmente, in questi casi, salta fuori che ci si deve misurare con un’intera temperie novecentesca a dir poco reazionaria quando non espressamente filonazista. Non voglio qui nemmeno cominciare ad affrontare un tema così complesso, ma non posso evitare di chiedermi se l’adesione di questi personaggi ad ideologie nichiliste, reazionarie e talvolta razziste debba o meno influenzare il mio giudizio etico/estetico quando li leggo – questo vale in particolare nel caso dei poeti. Il discorso potrebbe poi essere esteso ad altri grandi del Novecento, gente del calibro di Celine o di Karajan tanto per fare qualche esempio.

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CONTRONARRAZIONI

Prima parte – la teoria

Che cos’è un fatto?
La parola evoca il verbo “fare”, l’attività del fare, ma si tratta in realtà di qualcosa di meno generico e di più definito: il fatto è un “già fatto”. Come dire, qualcosa di definitivamente dato, accaduto, che non può più essere revocato in dubbio. “Cosa fatta capo ha”, è un’espressione della lingua toscana attribuita a Mosca Lamberti, che indica inequivocabilmente il significato che qui si vuole sottolineare: fatta una cosa è impossibile disfarla. Che io stia scrivendo su questa tastiera è un “fare” qualcosa; il post che avrò presumibilmente scritto alla fine della mia attività costituirà un “fatto”. Ma: quel che a noi interessa di più di un fatto non è la sua mera datità o effettualità, quanto piuttosto l’intenzione che gli sta dietro, ciò che lo spiega, ne dà ragione – e che può al limite prescindere dalla sua stessa fattualità.
Questo complesso di motivi che stanno alle spalle o alla base di un fatto, e che ne complicano la natura, è ciò che definiamo interpretazione. Un fatto non significa nulla senza la sua intenzione/interpretazione. Ma qui nascono i problemi, dato che per ogni fatto possono esserci molteplici interpretazioni, sia da parte degli attori che degli osservatori. Il pezzo che sto scrivendo può essere retto da intenzioni inconsce, a me ignote, e, ancor più, potrà essere interpretato in mille modi diversi da chi lo leggerà. Non solo: ci sono miriadi di fatti, ma
-solo una parte di essi viene rilevata
-solo alcuni di questi ultimi vengono giudicati importanti
-determinati fatti semplicemente non esistono, o è come se non esistessero
-fatti importanti spariscono, mentre fatti irrilevanti vengono amplificati a dismisura
-catene di fatti impercettibili possono generare sul lungo periodo improvvisi smottamenti e fatti di grande portata
e così via…
Questo vuol dire che non esistono nudi fatti, ma solo fatti – formati o de-formati ad arte – di cui viene data una interpretazione.

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3 ROBAIYYAT DI KHAYYAM

Era una goccia d’acqua e si confuse col mare.
Era un granello di polvere, si mescolò con la terra.
Che cosa più fu mai il tuo passaggio nel mondo?
Un moscerino comparve, e sparve poi di nuovo.

***

Errano i miei nemici quando “filosofo” voglion chiamarmi,
Iddio sa bene che quel ch’essi dicon non sono.
Ma poi che in questo nido di dolore sono venuto
voglio almeno sapere, sapere chi sono.

***

Sorge ogni tanto qualcuno, che dice “Eccomi, son Io!”
Pien di fortuna si leva, e d’oro e d’argento.
E quando tutte bene ordinate ha ormai le sue cose
“Eccomi, son Io”, sussurra da segreto agguato la Morte.

da Omar Khayyam, Quartine, Einaudi