CLAM DIES TINUS

Da alcuni giorni meditavo di scrivere qualcosa a proposito della parola “clandestino” e delle categorie attinenti. La filosofia è, tra le altre cose, la chiarificazione radicale dei concetti, cioè il tentativo di andare alla radice dei fenomeni, delle cose e del linguaggio che li rappresenta. Un bell’articolo di Francesco Merlo comparso su La Repubblica di ieri mi ha risparmiato la fatica. Di meglio non si poteva scrivere. Ne riporto qui l’incipit:

“Solo in Italia li chiamiamo clandestini perché il nostro lessico è povero e spaventato come noi. Ma il suono marcio della parola clandestini denomina (e non domina) più il disagio di noi clandestinatori che la condizione umana dei clandestini, che in Inghilterra sono illegal immigrants, in Francia ormai da venti anni sono les sans-papiers, in Spagna los sin papeles e in Germania illegale Einwanderer (violatori di confine). Alla fine solo noi ancora ci illudiamo che basta guastare una parola per trasformare l’immigrato, che alla luce del sole è senza documenti, nel male vivente che “si nasconde al giorno”, nel “clam dies tinus” dei latini, nel clandestino che traffica nel buio come le mammane degli aborti “clandestini” o come i terroristi che in “clandestinità” confezionano bombe e agguati. Per non sentirci sopraffatti dalla prepotenza della loro miseria li clandestinizziamo di prepotenza.
Dunque, già friggendo una parola, e ben prima che i razzisti della Lega conquistassero il ministero degli Interni, avevamo cominciato a trasformare in aggravante quel che nel Diritto è sempre stato attenuante del delinquere, la povertà per esempio, ma anche la paura, il naufragio, e persino la rabbia etnica quando c’è: da attenuanti generiche ad aggravanti attraverso un imbroglio lessicale che rimanda a interessi squallidi e sordidi e dunque clandestini. In questo modo l’intruso inopportuno è subito un parassita, l’emarginato è una minaccia, chi non è invitato scrocca, la dannazione diventa una condizione attiva e non subìta: il clandestino è penalmente responsabile della sua miseria…”

Qui il link all’intero articolo.