LE STELLE VISTE DA GATTACA

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“Non solo credo che arriveremo a manipolare la natura,
ma credo anche che sia proprio questo
che Madre natura vuole da noi”.

Ci sono film che sono veri e propri saggi filosofici. Già ne avevo parlato a proposito di Rashomon; torno a parlarne dopo aver rivisto per l’ennesima volta Gattaca, uno dei più bei film di “fantascienza” mai girati. Metto le virgolette perché, con tutto il rispetto per il genere (che adoro), potrebbe risultare un’attribuzione riduttiva. Quel film non è solo la prefigurazione di uno scenario possibile – l’anticipazione di una distopia – ma un’ampia riflessione sul concetto di determinismo genetico. Così come Mondo nuovo di Huxley era stato, con sorprendente anticipo, il libro della Bioepoca imminente, Gattaca è il film della Bioepoca incombente e anzi in fase di attualizzazione. Al di là degli elementi “tecnici” e strutturali del film – perfetto per ambientazione, retroversione temporale (con quel sapore anni ’50 pur in un futuro non troppo lontano), cast stellare di attori (compreso Gore Vidal), musica, momenti poetici e metafisici che riescono a contenere anche quelle sbavature retoriche che pure ci sono – è proprio la sua profondità riflessiva, molto pacata ma al contempo devastante, ciò che mi ha sempre colpito. E che lo fa essere, appunto, un film filosofico.
Al centro della scena, l’opposizione irriducibile tra determinismo e possibilità: il curriculum iscritto nelle cellule o la libera costruzione di sé, la validità predeterminata del profilo genetico o l’invalidità del caso e delle circostanze.

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