FAMIGGHIA, ORO E RADICI

Sono sempre stato piuttosto critico nei confronti dell’istituto familiare. Di solito evoca in me idee e sentimenti estranei: matrimonio, cattolicesimo, pannolini (e poi panni sporchi), parenti (e serpenti), piccinerie borghesi e carrelli del supermercato, orticelli da coltivare e conti in banca da preservare – insomma, tutto tranne l’amore tra due persone. Se poi si traspone tutto ciò nella mia amata terra siciliana, beh, si corre veramente il rischio del parossismo; che cos’è la mafia nella sua essenza se non familismo allo stato puro, condito di cannoli e piombo?

Ma veniamo al motivo di questo post di fine luglio, che in realtà non vuole parlare (né criticare o infangare il nome) di famiglia, bensì limitarsi a rievocare un piccolo fatto privato, avvenuto in Sicilia esattamente mezzo secolo fa. Come ci si possa sposare il 31 luglio da quelle parti senza morire soffocati, per di più con abiti non proprio leggeri, rimane per me un mistero. E solo Dio sa come si possa poi stare insieme per 50 anni, dopo un matrimonio combinato. Guardando le poche fotografie rimaste, cerco di immaginare l’atmosfera, i pensieri, le parole, i desideri, le paure e le speranze, il suono della fisarmonica, gli auguri di rito, le grida dei bambini, i vecchi con la coppola, l’odore di cannella dei bocconetti appena sfornati… le trame possibili da cui, forse, sarei nato. E ho come la sensazione che l’isola voglia tenersi ben stretti i suoi segreti.

Comunque, in quel giorno radioso di luglio di cinquant’anni fa, quelli che poi sarebbero diventati mio padre e mia madre, erano bellissimi!

IDEOLOGIE DELL’EMERGENZA

Karl Marx considerava l’ideologia una sorta di deformazione ottica, una vera e propria costruzione teorica volta a distorcere e falsificare i rapporti e la realtà sociale. La “verità” della classe al potere che naturalizza ciò che è socialmente determinato, eternizza ciò che è in divenire, universalizza ciò che è particolare: una straordinaria macchina retorico-filosofica volta a giustificare il potere e le ingiustizie sociali. Molti trovano che Karl Marx sia ormai passato di moda, ma io penso che la sua concezione dell’ideologia sia più valida oggi di quanto non lo fosse ai suoi tempi (un mio amico disse una volta che in Marx ci sono verità che saranno vere soltanto dopodomani, altre che lo erano già ieri, alcune che non lo saranno mai…).
Si provi, ad esempio, ad applicare il suo concetto di ideologia a quanto va accadendo oggi nelle società occidentali, e nella italiana in particolare: il rovesciamento interpretativo che ne verrebbe fuori è impressionante. Lascio per ora da parte il tema (scottantissimo) della bioetica/biopolitica e della relativa ideologia della vita, per concentrarmi sulla questione più generale dell’emergenza. Da alcuni anni il potere (locale, nazionale, globale), con la complicità dei media da esso controllati, si manifesta in prima istanza nella prassi emergenziale del suo esercizio: emergenza clandestini/immigrati, emergenza terrorismo, emergenza ambiente, emergenza inflazione, emergenza petrolio, emergenza rifiuti, fino alle emergenze spicciole o stagionali (caldo, maltempo, inquinamento delle città, bullismo, zanzare, guidatori ubriachi, ecc. ecc.).

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CUPE VAMPE

Naturalmente le responsabilità per la macelleria bosniaca (e jugoslava in generale) non possono essere attribuite solo a singole persone. Ma nemmeno possono sciogliersi e annullarsi col pretesto della storia e del suo incedere oggettivo. Ecco perché l’arresto di Radovan Karadzic, uno dei maggiori responsabili di quell’atroce guerra, dell’assedio di Sarajevo, del genocidio di Srebrenica, della pulizia etnica, è comunque una buona notizia. In quella guerra si bruciarono anche le biblioteche – non solo i corpi ma anche la memoria, non solo gli alberi ma anche le radici, non solo la vita ma anche i segni e i simboli, affinché non rimanesse nulla, nemmeno l’ombra, delle culture e dei popoli nemici.

Ce lo ricordano i CSI con una canzone scritta nel 1996, subito dopo la terrificante pace che seguì alla terrificante guerra:

Di colpo si fa notte
s’incunea crudo il freddo
la città trema
livida trema
brucia la biblioteca i libri scritti e ricopiati a mano
che gli Ebrei Sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna
s’alzano i roghi al cielo
s’alzano i roghi in cupe vampe
brucia la biblioteca degli Slavi del sud, europei del Balcani
bruciano i libri
possibili percorsi, le mappe, le memorie, l’aiuto degli altri
s’alzano gli occhi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe
s’alzano i roghi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe
di colpo si fa notte
s’incunea crudo il freddo
la città trema
come creatura.

Cupe vampe livide stanze
occhio cecchino etnico assassino
alto il sole: sete e sudore
piena la luna: nessuna fortuna
ci fotte la guerra che armi non ha
ci fotte la pace che ammazza qua e là
ci fottono i preti i pope i mullah
l’ONU, la NATO, la civiltà
bella la vita dentro un catino
bersaglio mobile d’ogni cecchino
bella la vita a Sarajevo città
questa è la favola della viltà.

La canzone è anche visibile e ascoltabile su youtube
Nella foto, l’incendio della biblioteca nazionale di Sarajevo.

L’APPUNTAMENTO

Leggevo qualche giorno fa in una di quelle saccentissime (e un po’ stucchevoli) rubriche scientifiche di non so più quale quotidiano, che i dolori e i lutti, per quanto gravi, vengono sempre superati e metabolizzati dagli umani entro un certo periodo. Seguivano esempi, tabelle e diagrammi con tanto di variabili e proiezioni temporali. Sarà, ma in qualche caso il tempo non fa bene il suo mestiere, visto che la ferita – di nuovo il vulnus – può anche non smettere di sanguinare. Si tratterà forse di casi-limite non rilevabili dagli strumenti e dagli istogrammi delle scienze statistiche del dolore…

E’ quanto mai inconsueto ed eccezionale che io pubblichi in questo spazio un racconto, ma ho voluto farlo lo stesso per almeno due ragioni: ha a che fare con la data odierna, il 20 luglio, che per me è una data insieme atroce e densa di simboli, nella quale hanno finito per sovrapporsi due eventi lontani nel tempo, che mi hanno lacerato l’anima; e poi, oltre a questo, mi sono reso conto che di racconto filosofico dopotutto si tratta, dove i temi della morte, della bellezza e della memoria convergono in un abbraccio soffocante, ma anche liberatorio come solo la scrittura sa fare. Spero che qualcuno lo apprezzerà…

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VULNUS (ovvero del filo spinato nei corpi e nelle menti)

Vulnus è termine latino che significa ferita, e su cui è costruito il termine vulnerabilità: vulnerabile è tutto ciò che è esposto alla possibilità di essere ferito, violato, leso, colpito, percosso, offeso, tagliato, danneggiato, ecc. In questo modo vulnus sembra rinviare tanto all’azione del ferire (la causa, il colpo inferto da chi ha il potere e la possibilità di of-fendere), quanto allo stato del soggetto che subisce (l’effetto, la violazione del corpo, dell’anima, degli affetti, ecc., poiché il significato si estende anche agli aspetti psicologici ed emotivi). Avevamo già ragionato di questo (si veda il post Orrorismo), stabilendo che la vulnerabilità è un tratto caratteristico e permanente dell’umano in quanto tale, anche quando non è più inerme come lo sono i bambini. Proprio in questi giorni vado ragionando su fatti, diversissimi tra loro per contesto, tempi e luoghi, che però vedo “naturalmente” confluire sotto il cono d’ombra del concetto di vulnus. Li elenco brevemente e poi, come rocambolescamente sanno fare i filosofi secondo la definizione che ne dà Adam Smith, proverò a connetterli tra di loro in una parvenza di ragionamento.

-Parto da alcuni episodi cui ho personalmente assistito e che riguardano il comportamento della polizia italiana. Non ho l’abitudine di generalizzare, ma ho avuto a che fare diverse volte con dei poliziotti, non solo durante presidi o cortei (dove chi si ha davanti di solito è poco più di una marionetta luccicante e radiocomandata), ma anche (e persino) in situazioni conviviali, non certo per mia scelta, e in tutte le occasioni ho sentito uscire dalle loro bocche (o dal battere ritmico dei loro manganelli) solo parole d’ordine che definire fasciste è un eufemismo. Mi sono anche sorbito esibizioni di pistole che Freud avrebbe trovato segni lampanti di una qualche “perversione” sessuale. Recentemente ho poi assistito a una scena disgustosa durante un concerto a Milano: un ragazzo che aveva tentato di scavalcare una recinzione è stato inseguito da un energumeno in tenuta da guerra, ululante ed eccitato, con tanto di elmetto, manganello e denti digrignanti, e solo perché il pubblico presente ha cominciato a protestare si è evitato un pestaggio in piena regola. Qualcuno obietterà: sì, ma se vieni offeso, ferito, percosso, minacciato, violato – secondo la logica del vulnus – finirai per rivolgerti alla polizia, no? Certo, d’accordo, ma non posso non registrare la bizzarrìa per cui chi dovrebbe ripararti dai colpi finisce poi per inferirteli. E di fatti… veniamo al secondo punto.

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Aforisma 6

Gli umani si scervellano e si arrabattano alla ricerca di una definizione formale e stabile di “bellezza”, ma non si accorgono che ce l’hanno sotto gli occhi. Basterebbe osservare la varietà, al limite dell’impazzimento, delle forme naturali. Una morfologia ebbra della natura: questa è la chiave di volta del concetto di bellezza.

VIVA LA VIDA Y LA REVOLUCION

And I discovered that my castles stand
Upon pillars of sand, pillars of sand

Anche se oggi è un po’ passato di moda parlare di rivoluzione, il 14 luglio rimane pur sempre una data importante che amo celebrare, e cui vorrei dedicare un brindisi. Ricordo che da bimbo il 1789 fu forse la prima data storica che memorizzai, e ricordo anche di averla immagazzinata una volta per tutte col trucco della numerazione progressiva. Fu forse da allora che subisco il fascino della parola “rivoluzione” con le idee e i termini connessi.
Crescendo, ho poi imparato che nelle rivoluzioni non è tutto rosa e fiori – anche perché scorre molto sangue (ma dove non scorre, sia nella storia che nel quotidiano?). Ma ancor più mi ha amareggiato il dover constatare che quasi (se non tutte) le rivoluzioni del passato sono state delle magnifiche promesse, degli inizi prodigiosi che (quasi) sempre finiscono per tradire le idee e i principi da cui sono sorte, e inevitabilmente sembrano destinate a degenerare. Letteralmente: a snaturare il senso della loro genesi. Dalla rivoluzione all’involuzione col blocco di ogni possibile evoluzione – sembra quasi una legge storica. Da un grande movimento orizzontale di popolo alla china di una qualche feroce dittatura o di un qualche ingessamento se non tradimento degli ideali. Questo non significa certo che non sia contento che le rivoluzioni siano accadute o che (speriamo) accadano ancora in futuro, è solo che sarebbe auspicabile che la loro forma venisse a sua volta trasformata e rivoluzionata. Una sorta di rivoluzione della rivoluzione! Gli è che le rivoluzioni, per loro natura, non sono certo programmabili, prevedibili o gestibili – se non in minima parte.

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HAIKU D’ESTATE

Mezzodì di piena estate;
la morte ci spia,
gli occhi socchiusi

Erba estiva:
dei sogni di gloria dei grandi guerrieri,
ora,
rovine,
e null’altro

Lucciole,
dalla gabbia
una ad una
trasmutano
in stelle

Minuscolo, un fazzoletto di giardino:
malata, vi cade,
immensa,
una foglia

Nel sopore della siesta, odo
battere e ribattere
un chiodo

(da Cento haiku, Guanda 2004; foto di ro_buk)

LA TANA

Ho letto qualche giorno fa un piccolo saggio di Pier Aldo Rovatti intitolato Possiamo addomesticare l’altro? La condizione globale, un testo di sole cinquanta pagine ma densissimo, forse troppo. I pensatori e i concetti di riferimento: Deleuze, Derrida, Foucault, Sloterdijk (quest’ultimo non lo conoscevo) – decostruzione, fenomenologia, soglia, abitare, ospite, alterità, ecc., temi ricorrenti in Rovatti. Tutto il discorso ruota attorno alla destrutturazione delle coppie tradizionali: soggetto/oggetto, io/altri, realtà/illusione… Nell’epoca globale tutte queste distinzioni – specie quella tra interno ed esterno – vengono a cadere. L’altro non è addomesticabile eppure deve essere addomesticato – questo il paradosso nel quale siamo caduti e da cui non c’è uscita se non tramite il tentativo di relativizzare/decostruire, attraverso il gioco e la metafora della porta aperta, le vecchie opposizioni, specie quella tra centro e periferia, impero e barbari, secondo la rappresentazione che ad esempio ce ne ha dato Coetzee nel romanzo Aspettando i barbari. E proprio riferendosi a questo straordinario e anticipatore romanzo dello scrittore sudafricano, Rovatti apre il suo saggio. E lo chiude con un’altra citazione letteraria: La tana di Kafka. Non conoscevo questo racconto, che mi sono subito precipitato a leggere scoprendo un vero e proprio gioiello. Così un testo rimanda all’altro, un testo è pre-testo per un altro, e la recensione di un testo diventa l’occasione per parlare di un altro testo.

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FOTTUTO COMUNISTA

Se per comunismo s’intende che gli umani sono uguali (tra loro, non davanti a Dio);
se per comunismo s’intende che devono sforzarsi di vivere in pace non solo tra loro, ma anche con gli animali, i vegetali, i minerali, i fiumi, le montagne, i marziani, i venusiani, le macchine e tutti gli altri enti, essenti e non essenti;
se per comunismo s’intende che il denaro conta meno di me e di te e di quell’altro che non è né me né te;
se per comunismo s’intende che io e te siamo uguali ma anche diversi – come quell’altro, e che né io né te né quell’altro stiamo sopra o sotto;
se per comunismo s’intende che faccio il poeta appena sveglio, il minatore o il saldatore solo per un’ora scarsa e solo a patto che tutti ma proprio tutti – tranne vecchi, bambini e asmatici – lo facciano a turno, l’agricoltore un po’ più spesso, il pittore solo quando c’è un tramonto che mi trafigge e il rompicoglioni a sera, ma solo per pochi minuti e dopo qualche bicchiere di Chianti;
se per comunismo s’intende che prima di me vieni sempre tu, ma che la cosa è reciproca;
se per comunismo s’intende che non esiste il paradiso ma solo una sottile linea dorata che conduce alla sua idea – e che preferisco immaginare sempre un po’ più in là;
se per comunismo s’intende che tutti i dannati bambini di questo dannato mondo abbiano l’assoluta possibilità (che è un ossimoro ma non importa) di essere prima di tutto dei bambini e poi gli adulti che (e se) vorranno essere;
se per comunismo s’intende che il corpo dovrebbe essere un po’ più animato e l’anima un po’ più corporea, la natura un po’ più umana e l’umano un po’ più naturale, l’individuo un po’ più comune e ciò che è comune un po’ meno anonimo, il sesso un po’ più onnilaterale e l’amore pure;
se per comunismo s’intende la pietà che è dovuta a tutte le creature fragili ed erranti, ai derelitti, agli sconfitti, ai vinti, e persino alle teste vuote e ai fascisti, ma anche la briciola di speranza che a tutti costoro è concessa (sempre che le teste vuote mettano un po’ di sale in zucca e che i fascisti si ravvedano);
se per comunismo s’intende qualcosa che non c’è mai stato, che non c’è ancora stato, che non c’è, né ci sarà mai, né potrà mai esserci;
se per comunismo s’intende che la bottiglia di vino che ho bevuto questa sera è ormai finita e che nell’ultima goccia rosso sangue c’è anche l’ultimo frammento di verità

beh, allora devo ammetterlo, io-sono-un-fottuto-comunista!