LA TANA

Ho letto qualche giorno fa un piccolo saggio di Pier Aldo Rovatti intitolato Possiamo addomesticare l’altro? La condizione globale, un testo di sole cinquanta pagine ma densissimo, forse troppo. I pensatori e i concetti di riferimento: Deleuze, Derrida, Foucault, Sloterdijk (quest’ultimo non lo conoscevo) – decostruzione, fenomenologia, soglia, abitare, ospite, alterità, ecc., temi ricorrenti in Rovatti. Tutto il discorso ruota attorno alla destrutturazione delle coppie tradizionali: soggetto/oggetto, io/altri, realtà/illusione… Nell’epoca globale tutte queste distinzioni – specie quella tra interno ed esterno – vengono a cadere. L’altro non è addomesticabile eppure deve essere addomesticato – questo il paradosso nel quale siamo caduti e da cui non c’è uscita se non tramite il tentativo di relativizzare/decostruire, attraverso il gioco e la metafora della porta aperta, le vecchie opposizioni, specie quella tra centro e periferia, impero e barbari, secondo la rappresentazione che ad esempio ce ne ha dato Coetzee nel romanzo Aspettando i barbari. E proprio riferendosi a questo straordinario e anticipatore romanzo dello scrittore sudafricano, Rovatti apre il suo saggio. E lo chiude con un’altra citazione letteraria: La tana di Kafka. Non conoscevo questo racconto, che mi sono subito precipitato a leggere scoprendo un vero e proprio gioiello. Così un testo rimanda all’altro, un testo è pre-testo per un altro, e la recensione di un testo diventa l’occasione per parlare di un altro testo.

Non me ne vorrà Rovatti, ma alla fine ho trovato più ricco e suggestivo il racconto di Kafka rispetto al suo piccolo saggio. La forza visionaria (e di nuovo anticipatrice) di certa letteratura si conferma con grande nettezza: credo che difficilmente si possa scrivere una metafora più potente e precisa della nostra epoca di questo racconto di Kafka. L’animale che costruisce la tana, investendovi immani energie, e che vive gran parte del tempo attanagliato dall’ansia per ciò che gli può capitare, che può rompere la tranquillità e la pace che la fortezza dovrebbero garantire; che pensa “troppo” alla sua tana, che vorrebbe uscirne per immaginare come da fuori apparirebbe il suo trovarsi in un solido riparo – “a volte mi venne addirittura il desiderio puerile di non più farvi ritorno affatto, e di stabilirmi qui presso l’entrata, trascorrere la mia vita a sorvegliarla e trovare la felicità nel tener sempre presente quale solido riparo mi assicurerebbe la tana se fossi all’interno” -; che arriva talvolta a pensare a se stesso come al “nemico”; e così la sua mente proiettante e impaurita si torce, ritorce e contorce in se stessa finché… ad un certo punto succede qualcosa… ecco, comincia ad avvertire quel rumore continuo, non meglio identificato… quel sibilo, giorno e notte… che cosa sarà? la solita attività controllabile delle mille bestiole brulicanti sottoterra o la “grande bestia”?
“Qualcuno s’approssima”: chi sarà? Dov’è ora l’interno e dove l’esterno? E dove sarà nascosto il nemico?

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5 Risposte to “LA TANA”

  1. Ares Says:

    Ares ^__^

    Ssu “La Tana” ho fatto la mia tesina di maturità.. nel lontano 1990… e credo di aver evitato il 36 proprio per quella tesina …ihihihiihihi

  2. martina Says:

    Credo proprio che Rovatti non te ne vorrà!

  3. Umberto Says:

    Il tuo blog sembra una miniera a cielo aperto per Giove.

  4. maria pia lippolis Says:

    Sono l’uno dentro l’altro…racchiusi in una logica paradossale e simbiotica dove non esiste l’uno senza l’altro. Qualcosa di simile alla metafora della colomba usata da Kant per descrivere l’anelito umano verso la metafisica, tensione umana perenne, e, dall’altro, il suo essere nel mondo fenomenico e perciò delle cose conoscibili. La colomba vorrebbe che l’aria non esistesse perché intralcia l’estasi del suo volo…..tuttavia ne costituisce la condizione stessa necessaria al suo volo. Se non avessi una tana, non potrei uscire allo scoperto. Se uscissi allo scoperto non potrei non avere una tana. E’ la stessa contraddizione o meglio lo stesso paradosso del linguaggio stesso, che talvolta fa “essere le cose in divenire” mentre altre “fa cessare le cose nel momento stesso in cui afferma”. Grande Potere del Linguaggio che al tempo stesso ne denota la sua alta inutilità.

  5. Il volto e il corpo dell’altro – 1. Introduzione | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] -molto interesse ha poi suscitato il racconto di Kafka “La tana” (ne avevo parlato qui) […]

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