L’APPUNTAMENTO

Leggevo qualche giorno fa in una di quelle saccentissime (e un po’ stucchevoli) rubriche scientifiche di non so più quale quotidiano, che i dolori e i lutti, per quanto gravi, vengono sempre superati e metabolizzati dagli umani entro un certo periodo. Seguivano esempi, tabelle e diagrammi con tanto di variabili e proiezioni temporali. Sarà, ma in qualche caso il tempo non fa bene il suo mestiere, visto che la ferita – di nuovo il vulnus – può anche non smettere di sanguinare. Si tratterà forse di casi-limite non rilevabili dagli strumenti e dagli istogrammi delle scienze statistiche del dolore…

E’ quanto mai inconsueto ed eccezionale che io pubblichi in questo spazio un racconto, ma ho voluto farlo lo stesso per almeno due ragioni: ha a che fare con la data odierna, il 20 luglio, che per me è una data insieme atroce e densa di simboli, nella quale hanno finito per sovrapporsi due eventi lontani nel tempo, che mi hanno lacerato l’anima; e poi, oltre a questo, mi sono reso conto che di racconto filosofico dopotutto si tratta, dove i temi della morte, della bellezza e della memoria convergono in un abbraccio soffocante, ma anche liberatorio come solo la scrittura sa fare. Spero che qualcuno lo apprezzerà…

E’ il venti luglio e il signor Lete, che di nome fa Giuseppe, si è alzato più presto del solito. Subito spia tra le imposte, e le fessure sottili e regolari di azzurro rivelano ai suoi occhi assonnati quel che non si sarebbe proprio aspettato, e cioè che una radiosa giornata di luglio sta sbocciando dalla tempesta notturna. Erano infatti le tre di notte quando, poche ore prima, il fragore di uno spaventoso temporale accompagnato da una grandinata devastante, lo aveva svegliato, causandogli una grande agitazione.
Ed ecco, ora che tuffa il viso nell’aria fresca e la prima cosa che colpisce il suo sguardo è lo splendore deciso e vigoroso dei gerani, come se solo dalle loro forme e dai loro colori dipendessero in questo preciso momento le sorti dell’universo – ebbene adesso la paura notturna, l’ansia, la tensione, tutto è svanito come d’incanto, lasciandogli solo l’impressione sottile di un pericolo scampato, come un velo di vapore in rapido dissolvimento.
A piedi nudi sul parqué si dirige verso il bagno, molto lentamente, gustando a ogni passo la sensazione recente di benessere che per fortuna ancora sta durando. Con più convinzione, dopo avere meccanicamente assolto i primi atti fisiologici della giornata (andare in bagno, bere un bicchier d’acqua, fresco non freddo, assaporare un caffè), si guarda, anche se di sottecchi, allo specchio e dice a voce alta:
-Chissà se il ragazzo con la virgola mi riconoscerà ancora?
E poi, accarezzandosi la barba incolta di qualche giorno:
-Bisognerà che me la tagli e che mi presenti all’appuntamento ordinato e ripulito come si deve.
Appuntamento? Quale appuntamento? Solo adesso si rende conto della stranezza di quel che è avvenuto. Soltanto un minuto fa, mentre sorseggiava il caffè, gli è passata per la testa questa faccenda dell’appuntamento. Ecco, l’ha segnato persino sul calendario: il giorno odierno del mese di luglio è marcato con un promemoria: sono riportati con un’abbreviazione inconfondibile, tipica del suo modo di annotare, un luogo e una ricorrenza. Ma quando aveva fissato quell’incontro? In che circostanza e perché? Non ricorda nemmeno il gesto con cui l’ha appuntato, scrivendo quel breve promemoria accanto alla data (che peraltro sembra non dirgli nulla) sul calendario appeso in cucina, là sopra il forno a microonde. Non è strano? Si accorge anzi di avere del tutto smarrito la traccia logica, il percorso fattuale e mentale che lo ha condotto a quello che ora gli appare come un sorprendente enigma. In sostanza è successo questo: il nostro signor Lete, di cui ancora non sappiamo nulla se non che si è appena svegliato, e di cui probabilmente non diremo un granché nel prosieguo di questo racconto, la mattina del 20 luglio dell’anno tal dei tali, seguendo in modo automatico un ordine che gli è stato impartito in tutta segretezza, come se si trattasse di una cospirazione, un certo tempo prima, si ritrova a dover far fronte ad un rendez-vous organizzato a sua insaputa (o meglio, ad insaputa del suo livello cosciente), un appuntamento a cui si dovrebbe recare, per incontrare una persona che non vede da ben venticinque anni, una persona che è stata classificata nei reparti più polverosi della sua memoria sotto la voce di “ragazzo con la virgola”. Non è pazzesco?
Intendiamo dire: uno si sveglia, sente nella sua testa una voce che gli suggerisce “fai questo e quest’altro”, ne trova conferma scritta (da lui stesso, non c’è dubbio) mentre sta facendo colazione, e poi, colto da smarrimento, alla fine si chiede: ma come è potuto avvenire? perché? quando? Il sospetto di essere affetto da un’improvvisa amnesia gli si affaccia alla mente, e allora comincia a preoccuparsi, cerca l’agenda telefonica per chiamare il suo medico, sta per sollevare la cornetta e comporre il numero, ma poi ci ripensa e si dice: va bene, tutto questo è strano, non me ne so dare una spiegazione plausibile, ma perché non andarci? Ed è esattamente quello che il signor Lete sta facendo: ha preso la decisione di assumere coscientemente quel che era stato organizzato senza la sua partecipazione attiva da qualcun altro (il suo inconscio, gli verrebbe subito da dire, ma in questo momento non se la sente di escludere cose come il destino, il caso o la fatalità, od anche Dio, se non addirittura l’aldilà).
Certo, il signor Lete si sta chiedendo che senso ha incontrare una persona dopo tutto quel tempo. Senza contare che, deve ammetterlo, anche se a malincuore, lo ha praticamente cancellato dalla sua memoria, era stato così preso dalle sue faccende negli ultimi tempi che non aveva più minimamente pensato a lui. A voler ben guardare, tale dimenticanza o, per essere più precisi, tale oblio (dato che non si vuole qui usare il termine “rimozione”, concetto alquanto più ingombrante ed impegnativo), deve essere esteso ad un periodo di almeno venticinque anni. Un quarto di secolo! Eppure lui era risaltato fuori senza alcun preavviso, così di colpo! Ma come non sentirsi incuriositi, se non addirittura affascinati e sedotti, per quanto con l’impressione di un leggero brivido sul collo, da quella che si sarebbe potuta definire una “chiamata misteriosa”?
Dopo una buona mezz’ora di panico Giuseppe Lete riprende i preparativi. Con cura si fa la barba, lasciando un sottile pizzetto, quello che ormai da anni lo fa stare bene oltre che à la page, pensando che sì, gli dona proprio, e che certo piacerebbe anche alla persona che deve incontrare. Non si rende nemmeno conto della forma di automatismo da cui viene ormai mosso – forse tale termine, “automatismo”, richiede una breve spiegazione, che è pressappoco la seguente: i movimenti vitali, i flussi di pensiero, la fibra esistenziale di cui il nostro personaggio è costituito, procedono a pieno ritmo come se nulla fosse; senza indagare oltre, ci vien da dire che ormai si sta arrendendo alla ferrea logica dell’appuntamento. Intanto la movenza meccanica del rasoio (un gesto che talvolta, sarà per lo specchio che lo riflette o per la sua ripetitività, induce qualcosa di simile all’ipnosi), ha fatto sì che un bel po’ di ricordi cominciassero a riaffiorare, in ordine sparso e alla rinfusa, sulla superficie placida della sua memoria, come se si trattasse di reperti incagliati per lungo tempo sul fondo del mare e che per un rimescolamento dovuto alle correnti riemergono improvvisamente alla vista di pescatori indispettiti, presi come sono in quel momento dalle loro quotidiane fatiche. Noi possiamo leggere nei ricordi del signor Lete, abbiamo questo privilegio, anche se solo per oggi  deve proprio essere una giornata speciale questo venti luglio  e naturalmente ne approfittiamo. Seguiamo con attenzione il filo dei suoi pensieri…
In realtà non ha mai capito se quando si erano conosciuti lui piacesse o no al ragazzo con la virgola, mentre viceversa ricorda bene che nel momento in cui quello era emerso dalla folla di ragazzini del corso inferiore al suo, lo aveva notato subito, e subito gli era andato a genio. Certo era troppo giovane per dare un senso e un contenuto preciso a quella che ben presto si sarebbe rivelata una sconveniente attrazione: non ne aveva avuto orrore, da quel che si poteva ricordare, né lo aveva reso felice, semplicemente si era presentata e l’aveva vissuta. Come tutti i suoi coetanei del resto cui stavano succedendo cose del genere, e che però hanno la memoria corta, oppure, se anche ricordano, se ne vergognano. Ma non lui. E chissà, forse il ragazzo con la virgola lo aveva chiamato con il preciso intento di riportare in luce l’intero contesto di quella dimenticata stagione della sua gioventù. Anche se il signor Lete fatica a comprendere dove tutto questo spirito rievocativo voglia andare a parare.
Dopo un attimo di esitazione sceglie come vestirsi: tutto di bianco, una camicia leggerissima di cotone, un cappello a tese larghe per ripararsi dal sole, una giacca ampia con i bottoni dorati, estivi pantaloni larghi e vaporosi, un poco lisi e che però trova comodi e non si decide mai a buttar via – come sua moglie ogni estate pretenderebbe che lui facesse (a proposito, la moglie del signor Lete oggi non c’è, è partita per il mare con la figlia, lui le raggiungerà la prossima settimana); solo i sandali marron scuro pagati cari, carissimi (ma si è stancato di scollamenti, rotture, e disfacimenti precoci nel bel mezzo dell’estate) spezzano il lindo candore e l’eleganza del suo “abito di cerimonia”, risultato dunque di un compromesso tra l’importanza che ha deciso di attribuire all’occasione e le esigenze climatiche: la giornata, del resto, si annuncia caldissima, anche se per fortuna non afosa.

Forse era una giornata altrettanto calda e luminosa quella che gli sta tornando in mente: vede un ragazzo con una strana frangia a forma di virgola sulla fronte, più magro di lui, non saprebbe dire se più alto, certo più grazioso e, all’apparenza, più sveglio, un ragazzo dalla pelle scura, nonostante il cognome tradisse i suoi natali nordici, con il viso rotondo scavato da due minuscole fossette che parevano accentuarne la solarità, le orecchie stranamente a punta, gli occhi vispi e le ciglia accentuate, e lo vede venire verso di lui, scompostamente allegro, schizzando su una bicicletta cross di colore rosso fiammante, dopo avere cambiato più volte direzione, finché non gli rivolge una domanda a bruciapelo, tanto da lasciarlo di stucco:
– Ma tu credi in Dio?
E Giuseppe che farfuglia qualcosa:
-Io? Stai dicendo a me? Cioè… mi stai chiedendo… se io… beh sì, credo di sì. Credo che gli si debba credere.
-Credi di dovergli credere o ci credi davvero?  non sapeva se sorridere di fronte alla proposta di un argomento così improprio per un primo approccio oppure se preoccuparsi e scansare con un gesto cortese, ma deciso, l’invadenza di una domanda tanto inconsueta.
-Ma perché ti interessa?  aveva replicato deviando lo sguardo verso i raggi scintillanti della ruota della bicicletta su cui il ragazzo era semisdraiato, attratto dai colori vivaci degli ammennicoli in plastica che vi si usavano applicare, figurine e ritagli vari destinati a produrre un caratteristico frullìo durante l’andatura.
-E’ un discorso un po’ lungo, forse tu vai di fretta  gli rispose lui sornione  magari è meglio rimandare. Anche se credo che ti annoierebbe stare con me a parlare un intero pomeriggio. Dovremmo discutere di certe cose di cui i ragazzi di solito discutono poco, di religione, di scienza, del senso della vita, di domande come da dove veniamo, dove andiamo a finire dopo la morte… e non so se a te la cosa interessa veramente.
-E allora perché me lo hai chiesto? E poi, chi ti dice che a me non interessi?
-Boh, era una domanda come un’altra. Sai, gli amici di mio fratello ogni tanto ne parlano fra loro. Si riuniscono a fumare di nascosto, usano parole un po’ difficili ma io li sto a sentire lo stesso. E poi, l’altro giorno ti ho ascoltato mentre discutevi con una ragazza, parlavi del senso dell’esistenza, cose del genere. A proposito, lei chi era?
-Fammici pensare… ma sei sicuro? non è che mi scambi per qualcun altro?
Forse il loro primo incontro non si era svolto esattamente così, magari Giuseppe sta rivedendo la scena come se… come dire, come se fosse un po’ romanzata, ecco, “ritoccata” è il termine giusto, qualche lieve ritocco qua e là per renderla più accattivante, eppure è sicuro che il dialogo che sta ricordando è al di sotto, è anche meno realistico di quel che doveva essere effettivamente avvenuto allora. Su una cosa, però, è certo di non sbagliare, e cioè quel che aveva sentito dopo avere osservato meglio quel ragazzo un po’ strano e particolare che aveva di fronte: la faccia del ragazzo con la virgola si era fatta improvvisamente più seria, quasi più scura, la bocca atteggiata a un’ammiccante espressione di mistero, mentre Giuseppe era rimasto basito a contemplare il suo corpo sottile e aveva sentito uno strano calore venir su dalle gambe e avvolgergli il torace e poi un affanno serrargli la gola, come un conato di desiderio di cui subito doversi vergognare e che però sarebbe stato impossibile ricacciare indietro, non del tutto almeno. Una cosa era certa: in quell’istante aveva desiderato segretamente mettergli le braccia al collo e forse perfino sfiorargli le guance con la bocca, o accarezzargli la testa, magari abbracciarlo e stringerlo forte, anche se mai e poi mai l’avrebbe ammesso. Perché non l’aveva fatto? E con quale coraggio avrebbe potuto? E poi sarebbe stato goffo e impacciato, anzi in verità paralizzato al solo pensiero, forse si stava di nuovo immaginando tutto, di sicuro però era rimasto profondamente turbato, senza contare che era la prima volta che una cosa del genere gli succedeva. Così aveva distolto lo sguardo per non farsi sorprendere – ma il ragazzo con la virgola non era certo stupido, qualcosa aveva dovuto intercettare, si soffiò sulla fronte e lo salutò. Dandogli appuntamento di fronte alla chiesa dopo la funzione, naturalmente.
Sì, perché lo sfondo di quella loro abbozzata relazione erano gli incensi di messe vespertine e la calca sudaticcia di raduni oratoriani estivi. Era impossibile per tutti i ragazzi della sua generazione, specie se abitanti in provincia, sfuggirvi. Di cattolicesimo era impregnata perfino l’aria. Giuseppe e il ragazzo con la virgola, per quanto poco convinti e propensi a farsi condizionare dalla religione e dalle sue credenze, si trovarono comunque, volenti o nolenti, presi nelle sue umide e calde spire. E ad onor del vero, forse a loro non dispiaceva respirare quell’aria, sentirsi avvolti dalla sua guaina protettiva. Non che desse loro particolari sicurezze o che prendessero sul serio i precetti o i valori propagandati dagli altari o nelle stanze del catechismo, il loro era semmai un interesse di ordine superiore, come dire, “intellettuale”, a loro piaceva farsi domande fondamentali (e cercare, in perfetta autonomia, le eventuali risposte). In ciò tendevano ad imitare i ragazzi un po’ più grandi, magari un fratello o un amico di età maggiore, quelli di cui il ragazzo con la virgola aveva parlato a Giuseppe, gente che, appassionatasi a certi discorsi, alle grandi questioni della vita, finiva magari per bazzicare le sacrestie, anche se poi loro due avrebbero cercato di distinguersi, da una parte aggiungendo un pizzico di snobismo, dall’altra accentuando ed esibendo con la precocità tipica di certi adolescenti il lato dell’inquietudine e del cosiddetto tormento interiore. Risultato: tutti gli altri sarebbero rimasti lì, mentre per loro sarebbe stato un semplice luogo di passaggio.

Il signor Lete è tornato a concentrarsi sulla sua toeletta: ormai non gli rimane che palparsi piacevolmente passandosi il dopobarba sul viso, cosa che sta facendo ripetutamente con studiati e ridondanti gesti. Segue qualche boccaccia allo specchio, dopo di che si massaggia il collo – la cervicale ogni tanto si fa sentire. Ecco, è pronto. Spera intensamente di piacere ancora al ragazzo con la virgola, nonostante sia passato tutto quel tempo.
Vuole andare all’appuntamento in taxi, anche se ciò lo priverà del godimento pieno di un mattino così radioso qual è quello che sta caratterizzando l’odierno venti luglio: sarà infatti più difficile catturarne gli effluvi, la luce intensa, la varietà dei profumi, e trasformarli nel più assoluto piacere di esistere. Peccato, perché i giardini sono ancora in festa e lui vorrebbe spiarli da vicino, magari ficcare il naso in un portone aperto, perlustrare qualche angolo fresco e odoroso, per riposare all’ombra di un cedro del Libano, sbucare di colpo, dopo una breve corsa, in uno spazio erboso e soleggiato, e lì stendersi, e sognare – sempre che un nugolo di insetti non si premuri di fargli bruscamente notare che quello è pur sempre territorio loro.

Sognare quella volta, per esempio, che si era illuso di avere visto il ragazzo con la virgola nella segreteria della scuola superiore, in fila per l’iscrizione col padre. Era passato un anno dacché si erano conosciuti. Stava in una orribile stanza con i muri scrostati e ammuffiti, i pavimenti consunti e un colore ocra dominante che avvolgeva cose e persone e che ancora, a distanza di anni, poteva sentire soffocarlo. Ma la vista di lui, o almeno di quel che pensava fosse il suo profilo scorto con la coda dell’occhio, aveva portato un po’ di luce in quell’ambiente triste e sconsolato. Felice di averlo rincontrato dopo settimane che si erano persi di vista, già stava pregustando tutte le infinite possibilità di frequentazione che da quella nuova situazione sarebbero senz’altro scaturite. Possibilità di capitare nella stessa sezione (anche se in classi diverse, data la differenza di età), Giuseppe che avrebbe potuto fargli da guida, si sarebbe potuto venire a scuola insieme, si sarebbero visti all’intervallo, e poi all’uscita, magari avrebbero avuto gli stessi orari e sarebbero rincasati insieme. Certo niente compiti o interrogazioni da preparare in comune, sarebbe stato un po’ più difficile incontrarsi a casa dell’uno o dell’altro – ma che importava? Non era già quello che gli stava capitando un gran colpo di fortuna, o, per dirlo con maggiore eleganza, un insperato stato di grazia?
Che delusione quando rigirandosi di scatto dopo un solo secondo, tanto gli era bastato per immaginare il lieto quadretto, aveva scoperto che la fronte ricoperta dalla virgola che gli era sembrato di riconoscere non apparteneva alla figura che tanto aveva desiderato rivedere! Un intero castello di immagini si stava afflosciando. Un cuore di nuovo spezzato, sanguinante. E il respiro che per poco non gli era venuto a mancare.
Quel luglio di tanti anni fa se lo ricorda ancora bene. Arrostiva al mare, quell’estate pensava proprio di spassarsela, aveva conosciuto così tanti ragazzi e ragazze, cominciava a coltivare le sue prime amicizie femminili, a combinare persino qualcosa, un bacio fugace dietro le barche verdi e azzurre rovesciate sulla spiaggia, e poi la fila di falò di mezzagosto, una notte di fine estate passata sotto lampi e stelle, su scogli freddi e scivolosi, il mondo era nuovo e bellissimo e tutto da scoprire, eppure, nonostante la sua incontenibile felicità, un oscuro presentimento, qualcosa che non sapeva da dove provenisse lo faceva esitare, e nei primi pomeriggi di settembre, sulla rena ormai tiepida e svuotata delle torme di ragazzini ululanti, la gola gli si tornava a serrare pensando al ragazzo con la virgola, il respiro era mozzato ed avvertiva una sensazione come di ghiaccio sulla schiena, non certo per il primo debole affacciarsi del vento di tramontana… e così non vedeva l’ora di tornare, di riprendere il filo dei discorsi lasciati a metà… tutta quell’estate l’aveva trascorsa in bilico, estasiato e riconoscente per le nuove esperienze e i tanti incontri fatti, ma in fondo invaso da un’impercettibile, e per lui ancora incomprensibile, sensazione, la prima comparsa di sentimenti come la malinconia del distacco, o la paralisi dovuta all’assenza di qualcuno, gioiva e soffriva ad un tempo, e come giudicare, di nuovo, l’innocente presentarsi di emozioni così contrastanti, ma anche così belle e pure a quell’età? E tutta questa tempesta di passioni accadeva e subiva, mentre il ragazzo con la virgola…

“Mio Dio, che tristezza!” – la zona occipitale della faccia del signor Lete a questo punto si è leggermente scomposta, forse finirà per scappargli persino una fuggevole lacrima.
Non potrà di fatti far finta di niente: mano a mano che si avvicina al luogo dell’appuntamento, e che i frammenti tornano a ricomporsi in immagini più nitide, l’ondata di malessere viene crescendo e rischia di farsi incontenibile. Si tratta di una sensazione dapprima sorda e indistinta, che poi, con il progressivo riaffiorare dei ricordi, si fa sempre più aguzza e pungente, tanto che sta pensando di bloccare il conducente, e di chiedergli di riportarlo indietro.
Per distrarsi, abbassa il finestrino della vettura, e si affaccia a prendere un po’ d’aria, così da distogliere per un istante il pensiero dalle immagini di venticinque anni prima, puntando l’attenzione verso le ortensie, i suoi fiori preferiti dell’anno (ogni anno il signor Lete elegge un fiore o un albero che ammira in tutte le fasi del suo ciclo, curandolo e spiandolo per carpirne il più piccolo segreto: c’era stato l’anno dell’oleandro, quello della palma, poi del fico d’India, del nespolo, del geranio, e così via, facendo con ciò tesoro delle romantiche e un po’ fuori moda lezioni contemplative di un suo caro amico botanico, un illustre professore di cui però qui non ci occuperemo). Le ridondanti ortensie trionfano in questo periodo dell’estate con le loro enormi corone, eppure tra qualche giorno quelle stesse corone ora così azzurre, rosee, violacee, saranno sfiorite e il loro splendore declinerà verso un indifferenziato colore verdastro con venature di ruggine, fino a diventare pallide e quasi spettrali nella loro inarrestabile decadenza (lo sa perché le ha osservate con estrema attenzione). Quella percezione anziché distrarlo dai pensieri tristi di poco prima, ha però l’effetto di accelerare la precipitazione d’umore: il corso irrevocabile (e mortifero) dei fiori che ha davanti agli occhi gli suggerisce piuttosto riflessioni ulteriori sulla caducità delle cose, sul passare del tempo, sulla morte, perché se è vero che la natura è ciclica e le sue manifestazioni ritornano, che l’avvicendarsi delle stagioni e lo splendore alterno che ne deriva può essere bello e vitale  così il primo tepore di febbraio, le prime gemme sugli alberi, il primo bagno in mare, e poi settembre, l’arrivo dell’autunno, con l’incredibile tavolozza di colori che lo contraddistingue, la vendemmia, le prime timide nebbie, la lunghezza dell’inverno e il piacere di chiudersi in casa, sprofondati in poltrona a leggere un libro…  insomma, così si sta domandando il signor Lete, se questo può essere vero ed avere un senso, perché poi alla fine si ha la netta sensazione che tutto, ma proprio tutto, finirà un giorno per assottigliarsi tanto da lasciare nient’altro che sfibrate tele vuote, là dove giornate luminose ricolme del profumo inebriante del gelsomino si erano elevate a promesse imperiture ed incandescenti di felicità?
Nonostante che la mesta folla di pensieri e di ricordi continui ad assalirlo, Giuseppe Lete è infine riuscito a scrollarsela di dosso, e a rivolgere di nuovo il volto appena rabbuiato al sole di luglio. E mentre si avvicina sempre di più alla meta, per evitare che i brutti pensieri riprendano il sopravvento, gioca a fissare solo i contorni degli oggetti, i loro profili e le loro figure: è una cosa che dà molto piacere questo genere di contemplazione, svuotata com’è di ogni contenuto, colore, sapore, concentrata solo sulla nettezza delle forme, sulla loro apparenza geometrica e, in ultima analisi, sulla loro continuità e insignificanza  tutto questo mentre fa ogni sforzo per evitare le chiacchiere del conducente, che infatti alla fine rinuncia e accende la radio, con un brusco gesto di malcelata stizza.
Gli dice di accostare, per favore, davanti ad un negozio di fiori – ed ecco, mentre scende dall’auto asciugandosi il sudore dalla fronte, il largo che attraversa per raggiungere il negozio gli fa sovvenire un’altra cosa a proposito del ragazzo con la virgola, una cosa di cui si è fino a questo momento completamente scordato…

Assurdo che lui fosse geloso di quel suo amico, Marco o Mauro, non ne ricorda bene il nome – i nomi sono come le forme, dopo averne colti o amati un’infinità cadono anch’essi nell’indistinzione dell’oblio, e per fortuna  quello che sosteneva di essere il migliore amico del ragazzo con la virgola: ma proprio lì, a pochi metri dalla vetrina del fioraio, avevano avuto, non ricordava affatto se d’inverno o d’estate, di sera o di giorno, una discussione piuttosto irritante. Giuseppe cercava di ingraziarsi il ragazzo con la virgola cattivandosi la benevolenza del suo amichetto, ma era tutto inutile, sembrava la loro una piccola fortezza impenetrabile.
-Lui sarebbe credente? Ma sei matto? – gracchiava con voce stridula quel Marco o Mauro.
-Secondo me sei tu a sbagliarti – gli aveva ribattuto incredulo Giuseppe.
-E’ ateo, ne sono sicuro – aveva risposto l’altro stentoreo, e con quella erre strascicata di cui ora si ricordava bene.
-Ma te lo ha detto lui? – cercava di indagare dissimulando la rabbia per non essere a parte di un tale segreto e verde di invidia nei confronti di quel ragazzotto insignificante, che pure si vantava di avere già letto l’Ulisse di Joyce! Figuriamoci cosa poteva averne tratto o capito! Eppure era riuscito ugualmente a sovrastarlo – lui che aveva un anno in meno e che già leggeva quei libri, di cui appena Giuseppe aveva avvertito il titolo o l’autore, magari storpiati o fusi e confusi con altri, come la volta, poco tempo dopo quell’episodio, che sarebbe stato enormemente sorpreso nello scoprire che Hegel ed Engels sono in realtà due persone distinte…
-Certo. Non facciamo altro che discutere tutti i pomeriggi di Dio, di Marx, di che cosa faremo all’università, di cose piuttosto serie. Noi non siamo come gli altri, noi siamo diversi – sottolineava con antipatica deferenza quella parola magica, “diversi”, mentre allungava sulle cosce il maglione larghissimo e dal colore triste, marroncino o verde scuro, già irreparabilmente acconcio a quell’aria da intellettuale che tendeva a darsi. Il dispetto di Giuseppe si era ben presto tramutato in un odio sordo e in un’altrettanto inespressa e lacerante gelosia.
Perché poi avesse rilevanza per lui sapere se il ragazzo con la virgola era ateo o credente nemmeno se lo ricordava, né lo stupiva il fatto che lo potesse essere, (come si è già detto la loro frequentazione degli ambienti ecclesiastici era molto sui generis e, comunque, destinata ben presto ad esaurirsi), forse cercava territori comuni, interessi da condividere, complicità esclusive tipiche dei ragazzini di quell’età. Forse la difficoltà stava nelle loro diversissime inclinazioni, lui e il suo amico così presi da questioni spirituali, “umanistiche”, profonde, Giuseppe invece curioso solo di cose scientifiche e a loro giudizio triviali, amante di letture macabre e di storie fantastiche, certo giudicate inferiori dal loro piccolo club di intellettuali precoci. D’altro canto entrare in un circolo esclusivo, fosse l’intelligenza o la voglia di far banda o qualunque altra cosa a contrassegnarlo, era un suo desiderio innato, e il ragazzo con la virgola non aveva fatto altro che ingrandirne la fiamma. Avrebbe comunque volentieri ucciso quel Marco-Mauro, lui che faceva parte della civiltà dei superiori, preso il suo posto e, presentatosi alla porta del ragazzo con la virgola, avrebbe fatto di tutto per convincerlo che viceversa era lui l’amico destinato a sorreggerlo e a farsi sorreggere per il resto delle loro vite.

-Quanto vengono le rose?
(Meglio rosse o gialle? Chi lo sa?). Capisce che la commessa, una donna che mostra di avere più o meno la sua età, e di cui nota le unghie curatissime e affilate, al punto da sembrare artigli, smaltate di un accecante verde smeraldo, sta cercando di indovinare dove può avere visto la sua faccia che, evidentemente, le risulta familiare. Ma lui taglia corto:
-Me ne dia venti, grazie.
Non vuole essere riconosciuto dalle persone del luogo, dopo tutto ha abitato in quel quartiere per molti anni, spera che gli occhiali scuri e il taglio diverso dei capelli siano sufficienti a nascondere la sua identità. Tentenna per un minuto buono dopo essere uscito dal negozio, e si chiede per l’ultima volta se ha fatto bene o no a venire all’appuntamento, se non sarebbe stato meglio dare buca e deviare verso un luogo più adatto a godersi il calore della giornata, che so, una piscina o la riva di un fiume, o anche solo un bosco in cui passeggiare.
Alla fine il signor Lete attraversa il cancello deciso, senza guardarsi attorno. “Perché poi ho preso delle rose?” si chiede. Fa il gesto di gettarle quando… oddìo, eccolo! Finalmente, dopo tutto questo tempo, lo rivede!
Resta immobile, come paralizzato da un violento quanto inaspettato ictus, trattiene il respiro per un lungo interminabile minuto e chiude gli occhi prima che la vista gli si annebbi del tutto.
Non si aspettava una reazione così cruenta, credeva di avere perduto del tutto la sua ormai erosa e compromessa sensibilità – quella che fin da ragazzo gli provocava l’accelerazione del battito cardiaco di fronte ad ogni nuovo incontro o esperienza; e invece eccola risorgere di nuovo, e attanagliare la sua gola fino a stroncargli il fiato. Poi i polmoni si rimettono in movimento, il flusso del respiro torna regolare, mentre i nervi ottici riprendono finalmente a gestire con efficienza il meccanismo della messa a fuoco: ora lo può vedere, è proprio lui, non è cambiato per nulla!
La fotografia è sempre quella: il ragazzo con la virgola indossa i jeans sdruciti che ricordava bene e che tanto avrebbe voluto avere, dello stesso pallido colore, un azzurrino ormai quasi bianco – il signor Lete ha sempre avuto invidia da ragazzo dei jeans degli altri, più stretti e aderenti dei suoi, scoloriti al punto giusto e seducenti più che mai, così sta pensando (chissà poi perché vengono in mente simili sciocchezze del tutto incongrue proprio nei momenti più solenni, anche questo pensa). Dietro il ragazzo si staglia il giardino, meno lussureggiante di quanto rammentasse, dove si possono scorgere alcuni rododendri e una betulla, un esemplare enorme che d’autunno rovesciava verso terra immense cascate di dobloni. Anche la bicicletta cross è sempre la stessa. Purtroppo le figurine appese ai raggi non si notano, la pellicola è un po’ rovinata, oppure semplicemente nell’occasione di quello scatto erano state tolte e riposte in chissà quale angolo buio e dimenticato della cantina.
Il signor Lete sta ora dicendo a voce alta alcune parole un po’ sconnesse, da cui sono deducibili frasi come “caro amico, da quanto tempo”, oppure “come potrai perdonarmi per tutto il tempo passato senza cercarti”, e simili, così che un paio di vecchie infagottate di nero nonostante il sole a picco, distolgono l’attenzione dalle loro quotidiane cure per rivolgergli uno sguardo interrogativo. Ma lui scrolla la testa senza dire altro e torna a concentrarsi sull’oggetto dell’appuntamento. Fissa di nuovo la fotografia e trova che il viso dell’amico non ha affatto perso smalto, è luminoso come allora, e anzi s’intona alla perfezione con la luce crescente del mattino. Tuttavia la bellezza della giornata non contribuisce a farlo sentire tranquillo e sereno come avrebbe voluto, anzi se possibile acuisce la sua sensibilità, al punto che non riesce più a trattenersi e a tenere gli occhi asciutti, ora la sua supposta imperturbabilità viene messa a dura prova. Per non parlare poi di quel morso al petto di poco fa… punge ancora… qui, proprio qui – e fa per massaggiarsi le costole indolenzite.
Il signor Lete bacia ora appassionatamente il viso sulla foto, a lungo, senza alcuna vergogna o pudore, e mette a bagno le rose nel portafiori in peltro, dopo aver deciso di non gettarle a causa dell’incomprensibile motivazione che sarebbe meglio portarle ai vivi. Gli sembra che la virgola sia più pronunciata di come se la ricordava. Vede la data scolpita sulla lapide di marmo grigio, accanto alla croce stilizzata e sotto il nome privo del cognome: il mese e il giorno corrispondono, e così non ha più dubbi. Né ha altri pensieri, gesti o parole per il fantasma dell’amico della sua prima adolescenza, che in questo momento ondeggia di fronte a lui, se non forse l’inconfessabile sensazione che, al contrario di quanto aveva pensato solo un minuto prima, era il ragazzo ad essere lì per lui, e non viceversa.
Ora ha capito, solo ora!
Lui gli aveva dato appuntamento! In modo misterioso, con un sotterfugio, lo aveva circuito per attirarlo lì e per sbattergli in faccia la realtà. E per farlo si era servito della sua parte di coscienza (o se si preferisce, della sua anima, mente o cervello  il termine dopotutto ci è indifferente), della zona interna e impalpabile, “spirituale”, di quella zona normalmente sottotraccia che non lo aveva dimenticato, il lato nascosto, sotterraneo, notturno, che però non era mai riuscito a venire allo scoperto e a far sentire l’altro in colpa: l’altro lato, il lato diurno e razionale del signor Lete, così quadrato e pieno di sé, sempre occupato a pensare alle cose importanti della vita, come se invece non fossero le più triviali, lui con le sue certezze, la sua spavalderia, il suo starsene sul piedistallo a pavoneggiarsi e a fare progetti, lui si era svegliato una mattina ricordandosi non si sa come di un certo appuntamento e quando c’era andato aveva scoperto di non essere nient’altro che un uomo comune, uno come tanti altri, persino un po’ mediocre se non banale, e che mai e poi mai sarebbe stato in grado di raggiungere le vette che certo il ragazzo con la virgola avrebbe raggiunto, quel ragazzo minuscolo, che dalla foto sembra quasi insignificante, quel ragazzo ucciso a soli quattordici anni da un morbo maligno e infame, stroncato sul più bello, quando si è ancora come bruchi nella crisalide, in attesa di spiccare il volo e di decidere quale direzione prendere, quando si è sul punto di immaginare quali colori variopinti sfolgoreranno sulle ali che conducono la farfalla nascente da una parte o dall’altra, un ragazzo colpito a morte dall’infinita ingiustizia di dèi invidiosi, di un destino assurdo e di una natura ben più che matrigna che sempre insieme tramano ciechi contro la vita e la bellezza. Ecco, c’è ora una parola che gli viene in mente, e questa parola è “bellezza”, ed è forse questa la parola che può riassumere tutto: il ragazzo con la virgola rappresenta in sommo grado la bellezza, quel che lui, un goffo e distratto signore di mezza età, ha ormai irrevocabilmente perduto e dimenticato, e il ragazzo con la virgola è la bellezza perché… non sa più nemmeno perché gli sia venuto in mente, eppure lo sente, ne è convinto, non ha dubbi in proposito. Il signor Lete vorrebbe, tanto che c’è, calcare la mano e maltrattarsi un po’ di più, darsi del verme, per la precisione “verme schifoso” è l’espressione che sta per affacciarsi sulla soglia del suo pensiero, ma gli pare che ciò potrebbe fornirgli il pretesto per una sorta di autoflagellazione, preludio pur sempre di una forma sottile di indulgenza, e di un possibile perdono, cosa che pensa di non meritarsi. E poi chi potrebbe perdonarlo, e per che cosa?
Giuseppe Lete, ora, ha la testa confusa. I pensieri gli si aggrovigliano come in una matassa senza più né capo né coda, e anche a noi riesce ormai difficile seguirne l’ulteriore corso. Lo lasciamo mentre si gira di scatto, cercando con uno sguardo da ebete l’uscita, e un brivido ghiacciato gli corre lungo la schiena.

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15 Risposte to “L’APPUNTAMENTO”

  1. Alberto Says:

    Mi ricorda Patroni Griffi. Lo stesso lancinante dolore che – come l’età – non passa.
    Un dolore e un rimpianto che – inutile fingere – io e te conosciamo troppo bene.

    Il mio venti luglio è fatto di sole, vestiti a fiori, cugine con cappelli improbabili. mio fratello e mia cognata che – vent’anni fa – dicono di si in chiesa.
    Il venti luglio. Vedi come la vita sia bizzarra.

  2. enrico de lea Says:

    càspita, davvero bravo, complimenti
    (è una vera prosa “di pensiero”, cioè “di vita”) –

  3. md Says:

    @Alberto: sì…
    @Enrico: grazie!!

  4. Ares Says:

    Ares -__°

    No,no.. no bello eh!… non voglio dire di no.. anzi..ci sono dei punti sublimi.. di vera poesia.. hem..ma cose’ un uomo in crisi di mezza età? :-O..

    tic..tic..tic(pena rossa che batte sulla scrivania) ..il testo avrebbe bisogno di qualche sistematina di qua’ e di la…pero’ dovrei rileggerlo per dire dove(ma non.. come).. in alcuni punti mi sono arenato, anche se per un attimo.. altri mi e’ sembrato che vi fosse del compiacimento ..in altri no(nelle parti piu’ poetiche).. bello si..si…. molto!

    Pero’ ci sono delle cose che mi confondono e non mi fanno comprendere fino in fondo il racconto..anche la sua utilità..

    hem.. era necessario parlare di “morbo maligno e infame” ?..

    .. i numeri sono simboli..14 anni… perche’ essere cosi’ precisi?.. perche’ non 15.. perche’ 39 e non 40.. o 42..43…. va be puo’ essere una scelta(la soglia dei 40.. prima di varcarla..39 ci stà).. perche’ essere cosi’ precisi ? .. per mantenere il 39(14+25).. si perdono i 2 o 3 anni veramente fondamentali..va be’ io sono stato un po’ lentino..

    E’ quindi una grande metafora?..In alcuni punti non sembrerebbe.. in altri si…

    … se e’ tutt’e due… be qui e’ un bel casino perche’la metafora.. non e’ sufficientemente celata..anzi e’ quasi maldestramente isibita..

    Il fatto che lui voglia “fustigarsi”(mi pare fosse questo il verbo) e’ rivelatore.. forse lui dovrebbe avere un reale motivo per fustigarsi(fuor di metafora)…. cosi’ il racconto fuor di metafora e la metafora coesisterebbero..distinti ma uniti

    .. ma forse il motivo c’e'(vero?), devo solo rileggere meglio il testo.. ammetto di averlo letto infretta.. e forse ho saltato anche qualche mezzo rigo ..qua e la.. :-p

    ..hem ..Ma il protagonista ..e il ragazzo con il ciuffo perche’ hanno questo rapporto un po’ frifri’di shakesperiana memoria?.. e’ funzionale alla metafora?.. nel racconto fuor di metarfora puo’ starci.. ma nella metafora,si anche, ma dovrebbero essere coetanei(no?).. non e’ vincolante che “fuor di metafora” siano non coetanei… sbaglio?

    Invio senza rileggere, spero di non aver detto troppe cazstronerie. Mè

  5. md Says:

    sì Ares, il testo risale a qualche anno fa, è stato rimaneggiato più volte (in una di queste passando dalla prima alla terza persona) e poi “abbandonato” al suo destino; nell’ultima versione ho cercato di metterci un pizzico di ironia, giusto per sdrammatizzare, ma l’operazione non è riuscita come avrei voluto; in alcuni momenti è il dettaglio autobiografico a prevalere (ecco il perché dei numeri), in altri la libera rievocazione; ma il ragazzo con la virgola non è una metafora, si chiamava Stefano ed è morto il 20 luglio 1977 poco dopo aver compiuto i 14 anni, ucciso da un “morbo maligno e infame” appunto, di cui non ho mai saputo il nome

  6. Ares Says:

    Ares ^__^

    Il ragazzo con la virgola non e’ una metafora ?… nel racconto fuori metafora mi auguro !?!…

    .. no perke’ nella metafora che ho individuato io e’ il cuore della metafora !! ^__\…mmmmm.. vuoi dire che la metafora e’ un’altra?.. o addirittura che il racconto non ha metafora…

    ..se e’ cosi’ allora preparati perke’ partono una serie di critiche e domande demolitive …hihihiihh

  7. Ares Says:

    Ares ^__^

    Lo dico sempre: “I grandi autori sono tali, perché si pestano a ad essere sopravvalutati.”

    ..cappero ho creato inconsapevolmente un aforisma ^__^

  8. md Says:

    Ares, due settimane senza commenti = vacanze?
    e se la mia deduzione è corretta, non è che intendi recuperare in quattro e quattr’otto il tempo perduto, vero? applicherò la seguente regola, risponderò a 1 commento sì e 3 no… eh eh

  9. Ares Says:

    Ares ^__^

    Si,si ho fatto 2 settimane di vacanza al mare..

    .. non intendo recuperare.. e’ che i post nati durante le mie vacanze sono proprio belli e invitano al commento.. che ci posso fare?!.. cerco di contenermi ma ho i perdé ^O^

  10. md Says:

    uauh, grazie Ares!!!
    bene, adesso puoi riprendere a criticare/commentare…

  11. Ares Says:

    Ares

    APPUNTI:

    -protagonista(uomo alla soglia dei quaran’anni..39enne,sposato)
    -ragazzo con la virgola(14enne… del passato… nel presente narrativo ne avrebbe 37/38)
    -Cognome del protagonista –> Lete (nella mitologia greca e romana e’ il fiume dell’oblio)
    -Carattere del protagonista: meditabondo e obliante(appunto!)
    -Frasi utili(da integrare):
    “[..]forse il ragazzo con la virgola lo aveva chiamato con il preciso intento di riportare
    in luce l’intero contesto di quella dimenticata stagione della sua gioventù.”

    -Esordi forzati: prima conocenza tra i due–> domanda “ma tu credi in Dio”(fretta non giusificata: perché un 14enne dovrebbe fare questa domanda ad uno altro ragazzo sconoscioto?( x l’effetto narrativo?.. troppo poco!.. la domanda va preparata.. i due devono aver avuto prima un’occasione d’incontro)

    @md.. non cancellare e non fare commenti.. sto’ riordinando le idee! ^__^

  12. Ares Says:

    Ares °__°

    APPUNTI I

    -protagonista(uomo di..40/41 anni,sposato)
    -ragazzo con la virgola(14enne… del passato… nel presente narrativo ne avrebbe 39)
    -Cognome del protagonista –> Lete (nella mitologia greca e romana e’ il fiume dell’oblio)
    -Carattere del protagonista: meditabondo e obliante(appunto!)
    -Frasi utili(da integrare):

    “[..]forse il ragazzo con la virgola lo aveva chiamato con il preciso intento di riportare
    in luce l’intero contesto di quella dimenticata stagione della sua gioventù.”

    “[..]lo aveva notato subito, e subito gli era andato a genio. Certo era troppo giovane per dare un senso e un contenuto preciso a quella che ben presto si sarebbe rivelata una sconveniente attrazione: non ne aveva avuto orrore, da quel che si poteva ricordare, né lo aveva reso felice, semplicemente si era presentata e l’aveva vissuta. Come tutti i suoi coetanei del resto cui stavano succedendo cose del genere, e che però hanno la memoria corta, oppure, se anche ricordano, se ne vergognano.”

    -Esordi forzati:
    ~ prima conocenza tra i due–> domanda “Ma tu credi in Dio?”
    (fretta non giusificata: perché un 14enne dovrebbe fare questa domanda ad uno altro ragazzo
    sconoscioto?( x l’effetto narrativo?.. troppo poco!.. la domanda va preparata.. i due devono aver
    avuto prima un’occasione d’incontro.. non una semplice occasione d’incontro visivo che sembrerebbe
    unilaterale)).

    ~ “In realtà non ha mai capito se quando si erano conosciuti lui piacesse o no al ragazzo con la
    virgola, mentre viceversa ricorda bene che nel momento in cui quello era emerso dalla folla di
    ragazzini[..]” Anche questa frase e’ precipitosa… ci vuoi dire cosa accadde tra i due in
    quell’incontro ?.. cosa fece il ragazzo con la virgola(tra la folla di ragazzi).. lo gardò? …
    ma diccelo!….non possiamo fare noi tutto un lavoro di immaginazione!.. poi a me puo’ atrarre
    uno sguardo.. a te un atteggiamento fisico(il modo di muovere le mani, di sorridere)… poi ,
    ripeto, manca la reciprocità il riscontro comune.. che giustificherebbe la ricerca dell’altro da
    parte del ragazzo con la virgola.. e la domanda precipitosa del punto precedente.

    @md.. puoi cancellare gi APPUNTI precedenti.. erano confusi! ^__^

  13. Ares Says:

    Ares °__°

    Bè.. in prima lettura io avevo indentificato una certa metafora nel racconto: il ragazzo con la virgola era l'”io” piu’ acerbo del protagonista che veniva richiamato, da quest’io ormai SEPPELLITO nei meandri del pensiero, atraverso un percorso, una presa di coscenza che metteva in discussione l’esistente e le scelte esistenziali dell’uomo..

    .insomma DICIAMOLO le speculazioni piu’ profonde e genuine , alcuni soggetti le fanno proprio a quella eta’.. tra i 14 e i 17 anni… poi il 18° anno sembra essere la linea di demarcazione che conduce al rincoglionimento dell’eta’ adulta: quando la vita ti strappa via anche il tempo per poter pensare, e se ancora pensi lo fai in modo tecnico e parascentifico.. o nel migliore dei casi con scopi salvifici, che non sempre volano così alto..perche’ l’emergenza con fini salvifici, e’ cosa quotidiana e concreta.

    Percui mi funzionava male che i due protagonisti non fossero coetanei

  14. Ares Says:

    Ares ^__^

    Che i due siano un po’ frìfrì(di shakesperiana memoria)invece mi funziona, e’ una sorta meta-metafora del “amor proprio”..di quel che si e’ stati.

  15. maria pia lippolis Says:

    Alla prima parte:” in qualche caso il tempo non fa bene il suo mestiere, visto che la ferita – di nuovo il vulnus – può anche non smettere di sanguinare. Si tratterà forse di casi-limite non rilevabili dagli strumenti e dagli istogrammi delle scienze statistiche del dolore” rispondo “per fortuna” poiché sfuggire alle scienze statistiche è una caratteristica ma anche una missione dell’essere umano, del tutto irriducibile alla scienza…..La parte “Si accorge anzi di avere del tutto smarrito la traccia logica, il percorso fattuale e mentale” mi fa pensare all’essenza del Tempo e dello Spazio. Come un elastico il Tempo è in grado di allungarsi, allargarsi, accorciarsi…in relazione allo Spazio a Lui accessibile, a cui Gli è permesso accedere. Ciò mi fa pensare che nulla è perduto nell’ essenza del tempo vissuto e sentito, un po’ come in Marcel Proust. “Ora il Tempo è un signore distratto che ormai ha il tuo nome” canterebbe ancora De Andrè. Se nell’animo profondo catturiamo e siamo catturati e conquistati dal tempo Kairologico, nulla l’uomo ha da temere…poiché è preferibile il rimorso al rimpianto e la capacità di superare la paura di amare che spesso blocca gli umani.Tutto ciò che non abbiamo più sottomano o direttamente sotto i nostri occhi non smette mai di vivere o di essere. Lo cessa solo se lo penso col “logos” ma se penso col cuore della mente e con ogni fibra del mio essere corpo, quel che è stato lascia solo una parte di spazio ma ha libero accesso all’altra parte di spazio, magari da noi non accessibile, o accessibile solo in parte e in determinati momenti. Quegli atomi, quegli effluvii, quelle microparticelle di essere ci danzano sempre attorno con energia quasi impalpabile, eppure sono lì, scritti nell’inchiostro del tempo, divengono parole danzanti, divengono il soffio stesso della nostra ispirazione….e allora dov’è la nostra convinzione più ferma che in alcuni momenti ci fa sentire invincibili e in grado di cambiare il destino, il finale? Perché smettiamo di crederci se anche solo cambiare il destino di una persona può spingere l’altro a cambiare quello di un’ altro ancora e così via ..? So soltanto che quando di notte mi affaccio a guardare le stelle, esse brillan sempre e sempre più forte. Son sempre lì come i sogni….dall’alto mi proteggono e mi ispirano come questi monti sorgenti dall’acque di cui un tempo il Manzoni mi parlava….e sento le stesse identiche energie….forse perchè una è quell’energia che tutto avvolge e tutto sottace dando seppur luogo a nuove ispirazioni.

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