WITH OR WITHOUT YOU

Fin da bambino ho sempre inclinato verso la solitudine (o, per l’esattezza, la “solitarietà”). Ma nel contempo ho sempre amato anche la socialità e la comunanza. Non posso fare a meno dell’una come dell’altra. Non è certo una mia prerogativa, è piuttosto una caratteristica dell’essere umano quella di vivere sempre lungo crinali scivolosi e contraddittori: voler star soli, non riuscire a fare a meno degli altri; isolarsi, socializzare; bramare una selvaggia e anarchica libertà, desiderare la vita in comune. Non si tratta soltanto di una normale oscillazione esistenziale, o di un variegato temperamento dei singoli, o ancora di diverse modalità dell’organizzazione sociale (e dunque del rapporto individuo/società).
C’è tutto questo; di tutti questi elementi (e di altri ancora di natura psicologica, culturale, storico-antropologica, etico-politica, ecc.) naturalmente si deve tener conto. Eppure al fondo (o al di là), trovo ci sia qualcosa di più essenziale, e forse, proprio per questo, sottile ed impercettibile. C’è la radice costitutiva dell’essere umano, quell’essere in ultima analisi soli (in quanto corpi, individui, singolarità) di fronte ai grandi eventi dell’esistenza – nascere e morire innanzitutto, il distacco dal corpo generante, la separazione definitiva dalla comunità. Eppure proprio qui si scopre la vera natura comune, l’essenza (ammesso che di qualcosa come di un’essenza si possa parlare) degli esseri umani.
Nasciamo. Moriamo. Tutti, indistintamente. E tutti, indistintamente, carichiamo questo entrare ed uscire dal ciclo vitale, di per sé cieco e indifferente al destino dei singoli – pura volontà di vivere come ci suggerisce Schopenhauer – lo carichiamo, dicevo, di significato e, talvolta, di mistero. Ecco che allora è il conferimento di un significato al nascere e al morire quel che fa di questa specie cui apparteniamo la specie che è. L’elemento comune, la sua “qualità specifica”, appunto. Il principio individuale (principium individuationis) è il principio comune. C’è però dietro tutto questo anche l’illusione di dare risposte singolari e tutte diverse e tutte egualmente importanti e in ultima analisi solitarie, a quella stessa domanda di senso e di significato. Ma donde viene questa illusione?
La ricchezza e peculiarità (ma anche pericolosità) della nostra specie sta probabilmente nell’avere portato alle sue estreme conseguenze entrambi i lati: siamo straordinariamente sociali e comunitari, ma siamo anche straordinariamente narcisisti ed egocentrici. E in questo essere autocentrati portiamo tutta la potenza comunitaria accumulata dalla specie (linguaggio, significati, segni, produzione, ecc.), illudendoci di essere particolari ed originali. La domanda allora diventa: siamo anche capaci di restituire alla specie (e all’essere in generale) quel che abbiamo “tolto”?
Forse, chissà, è proprio paradossalmente la solitudine la condizione ideale per farlo: quel guardare a sé e agli altri col distacco necessario a capire i meccanismi che ho fin qui brevemente richiamato. Magari perché la solitudine porta con sé non solo la malinconia esistenziale (che è anche autocompiacimento narcisistico), ma l’elemento più comune e insieme singolare, più dialettico, potente, straordinario che abbiamo a nostra disposizione: quella cosa misteriosa e impalpabile che chiamiamo pensiero e che è contemporaneamente l’insondabilità dell’individuo e la perenne creatività (general intellect, diceva Marx) della specie.
Guardare qualcuno “perso” nei suoi pensieri può essere un’esperienza istruttiva, oltre che a suo modo esteticamente interessante: l’aggrottare di una fronte o lo sperduto sfavillare di un occhio rinviano di nuovo al crinale da cui siamo partiti – mai così soli, ma così abbarbicati agli altri!

(foto: la mia amaca tra gli ulivi, in Sicilia)

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5 Risposte to “WITH OR WITHOUT YOU”

  1. redbeppe Says:

    hai confermato confermarto il finale * spoller * del libro dell’eleganza del riccio , i cercare il sempre nel mai * spoller *

    peccato che non sia un utente splinder e possa condividere tale pensiero con noi di cdv.splinder.com

  2. md Says:

    Pensa che sto leggendo proprio in questi giorni L’eleganza del riccio… magari la prossima settimana scrivo qualcosa
    verrò a visitarvi presto, ciao

  3. enrico de lea Says:

    c’è un bel verso di Aldo Capitini : “la mia nascita è quando dico un “tu” / dicendo un “tu” mi apro agli universi” – ecco ci manca quella antica tensione verso il tu-tutti – la dimensione corale in cui l’individuale si esalta e si attua pienamente

    p.s. complimenti per l’amaca (io c’ho avuta una vecchia sdraio con lo Stretto di fronte – ora me la risogno la notte…)

  4. Reiniku Says:

    Mi ha sempre colpito il finale di Vita Activa, uno dei pochi testi filosofici incentrato sull’importanza del vivere plurale e in cui Arendt riporta un passo di Catone: “Numquam se plus agere quam nihil cum ageret, numquam minus solum esse quam cum solus esset” (Mai qualcuno è più attivo di quando non fa nulla, mai è meno solo di quando è solo con se stesso)
    Il problema è che “fare nulla” e “stare soli con se stessi” non è pratica così attuabile e scontata, almeno non per la maggior parte delle persone che vive, probabilmente suo malgrado, la tipica vita da tram-tram quotidiano, tra lavoro, traffico, caos, clacson e ritorno al condominio, alias formicaio.

    Quello che dici in riferimento alla mancanza di equilibrio tra singolo e plurale, alla tendenza ad estremizzare il senso dell’Io singolo da una parte e il senso dell’Io di gruppo dall’altre, mi riporta ancora alla teoria di Arendt per cui la società nasce come ibrido di privato e pubblico e, con il suo evolversi, tende ad annullare sempre più i limiti tra le due istanze, ossia tra l’intimità e lo spazio pubblico.
    E’ come se avessimo perso, nello stesso tempo, sia la forza autentica dello spazio intimo, ossia il pudore, e sia la forza di vivere lo spazio pubblico fino in fondo, ossia di agire, di essere imprevedibili, di essere degli “iniziatori”.
    Abbiamo perso questo ma abbiamo conquistato degli ottimi surrogati: abbiamo sostituito il senso del pudore con la “privacy” e l’azione con il comportamento!

    PS
    Comunque anch’io ho sempre avuto molta propensione alla soliterietà e fin da bambina, anche troppa!:)

  5. md Says:

    Un bel commento Reiniku; sono molto d’accordo su quanto dici nella seconda parte a proposito dello squilibrio tra intimità e spazio pubblico – con il risultato di avere squilibrato entrambi: il rischio è proprio quello di avere tanti narcisi omologati e incomunicanti, con pelli agghindate ed interni sottovuoto, che delegano ad altri (potenze estranee, strutture incontrollabili, caste…) il proprio destino.

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