LE ANSE DELLA REAZIONE

Com’è uso e costume (e vizio) dei filosofi, sto cercando in questi giorni di connettere fatti diversi e tra loro lontani, di darne una sintesi e, quindi, di attribuir loro un certo grado di comprensibilità e di significato. Dopo tutto è quello che facciamo quotidianamente, sia rivolgendo questa attività all’esterno, nei confronti dei fatti e delle cose, sia verso le nostre soggettività, costituite da mille pulsioni e lati spesso tra loro contraddittori: membra disjecta che ci sforziamo di unificare, pena l’insensatezza e l’assurdità dell’esistenza.
Ma a parte questo piccolo cappello-orpello teorico introduttivo, era su alcuni accadimenti specifici che volevo puntare l’attenzione. Che cosa potrà mai legare, tra loro, fatti come la vicenda Alitalia; le recenti bestialità politico-governative (riesumazione del fascismo, “giri di vite” vari su fannulloni, prostitute, rom o il ritorno alle maestrine-mamme stile anni ’50…); il ventilato ricorso della “guerra fredda” e della logica di potenza (che in verità non era mai venuta meno)?
La prima impressione che se ne ricava è che in ogni fronte sul quale si posa lo sguardo (economico, sociale, etico-politico, educativo, geopolitico, giuridico) c’è un visibile “arretramento”, una sorta di involuzione e di restaurazione per quanto concerne diritti, conquiste sociali, benessere, sicurezza (già, la tanto sbandierata sicurezza…).

Non entro qui nei dettagli delle singole questioni, sulle quali naturalmente andrebbero sviluppati analisi e ragionamenti più approfonditi, al di là di facili formule ideologiche – anche se in questo momento, come ho più volte sottolineato, mi pare che l’ideologizzazione delle questioni sia appannaggio pressoché esclusivo delle varie destre in campo. Rimane comunque la netta impressione del regresso generalizzato cui stavo accennando. L’immagine che mi è subito saltata in mente è quella utilizzata nelle sue famose lezioni dallo storico inglese Edward Carr: la storia è come un fiume che scorre, ora impetuoso ora placido, ma che, soprattutto, è fatto di molte anse, tant’è che talvolta si ha l’impressione di tornare indietro (cito a memoria). E – mi permetto di arricchire e di ritoccare un po’ la metafora – si tratta di un fiume del cui percorso non solo si ha poca certezza, ma nemmeno la sicurezza dello sbocco: potrebbe persino impantanarsi, o finire sottoterra all’improvviso, come accade per i fiumi carsici, o prosciugarsi sul limitare di un deserto. Di certo si tratta di un fiume che non sa bene se e dove approderà.
Questo per dire che l’intera costruzione occidentale basata sui concetti di progresso o di evoluzione, che pure sono cose molto diverse tra loro, va (e viene) perennemente messa in discussione. Che cosa significa “progredire” per i lavoratori Alitalia che si troveranno tagliati stipendi, posti di lavoro e condizione professionale? O per le donne, i/le transessuali, i minori (e i loro “clienti” più o meno frustrati – tra cui tanti figli di madre chiesa e dell’iperconsumo televisivo) cacciati ipocritamente dalle strade? E la scuola italiana che fine farà in mano a una banda di reazionari incompetenti? Ma ancor più c’è da preoccuparsi del corso storico globale, se è vero che né l’unilateralismo americano (la pax imperiale a suon di bombe) né l’ovvio e crescente “multilateralismo” sapranno arginare e contenere la logica di potenza che rischia di devastare il pianeta (e di cui le varie superpotenze o potenze regionali o stati nazionali restano comunque i principali fautori).
Di fonte a queste “potenze estranee” che sembrano ricondurre l’ansa del fiume molto a monte, e che confermano la tesi del grande filosofo della storia Giambattista Vico sui “corsi” e “ricorsi” storici, che cosa possono fare i popoli o i singoli? E’ facile dire “autodeterminazione”, “libertà”, “democrazia” (un tempo si diceva anche “uguaglianza”), quando tutto pare congiurare contro. E’ vero però che i fiumi hanno una geomorfologia piuttosto variabile: possono sempre stupirci con un meandro improvviso, o una cascata, o l’arrivo a sorpresa di qualche nuovo affluente…

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11 Risposte to “LE ANSE DELLA REAZIONE”

  1. lealidellafarfalla Says:

    Sono d’accordo pienamente sul fatto che il progresso non è assolutamente progressivo se mi si perdona il gioco di parole. Speriamo bene…
    Ma se si può fare qualcosa, in futuro, forse è quello di cercare degli strumenti culturali, giuridici e normativi che in caso di involuzioni impediscano a politici incompetenti di fare troppi danni. Per esempio se un assessore comunale dimostrasse di non conoscere la gerarchia delle fonti del diritto, credendo che un regolamento possa inficiare una legge o addirittura la costituzione, la stessa legge dovrebbe prevedere la sua immediata rimozione, in quanto se ne dedurrebbe la sua inadeguatezza a tutelare il bene comune. Poi c’è la scuola e la cultura i cui comparti dovrebbero prevedere l’impossibilità di modifiche drastiche e semplificanti dell’insegnamento. Speriamo che qualcosa riesca a stupirci, ma forse io sono più pessimista e ritengo che una volta che si è presa un direzione più scorre il tempo e più sia difficile cambiarla. Ognuno dovrebbe imparare a essere più scrupoloso e più attento in ogni cosa che fa sia nel suo lavoro che nella sua vita, perché regredire è più facile che progredire.

  2. chiarac Says:

    @leali
    temo che le leggi che suggerisci diventerebbero facilmente pericolose o dannose, e non solo perchè ho molta poca fiducia nella saggezza di chi dovrebbe scriverle. Soprattutto, se – come sono convinta – il progresso non esiste, e la storia si svolge più su un piano (dove sono possibili infinite direzioni) che su una retta, allora diventa molto difficile identificare quali sono i movimenti “indietro” da evitare. Anche se li identificassimo, poi, l’idea di cosa costituisce un progresso e cosa un arretramento cambierebbe nel tempo.
    la restaurazione è diventata possibile perchè si è diffusa un’immagine terrorista del mondo attuale, in cui ogni cambiamento è pericoloso e fonte di infiniti danni e punizioni divine, quello che possiamo fare forse è cercare di diffondere un’immagine diversa, da cui possano partire idee di azione diverse.

  3. Umberto Says:

    Bentornato dalla Sicilia 🙂

    Sul che fare, per quanto mi riguarda attualmente la penso così: essere piccoli e umili. E la cosa più divertente è che la società sembra quasi volertelo impedire: t’ingrossa (t’ingrassa), ti gonfia a dismisura.
    Ma insisterei su questa strada con una ostinazione rocciosa. Per esempio, cercare piccoli spazi di cui prendersi cura e da custodire gelosamente, e non intendo solo spazi nel “privato” – sennò si rischia di cadere nel vizioso circolo che tutto ciò che sta nelle mie (e solo MIE) quattro mura è benevolo, mentre ovunque fuori è notte fonda e tempesta e ululano i lupi.
    Sempre sul tema “corsi” e “ricorsi”, e aldilà di ogni considerazione di fede, m’è venuta in mente credo fortunata l’immagine dei paleo-cristiani con le loro catacombe. Quelli non erano luoghi privati, erano luoghi per persone con un “sentire comune”, o “comune sentimento”: se si riconosce anche oggi l’esistenza di un comune sentimento, allora non resta che costruire mattone su mattone l’edificio che meglio lo esprima e custodisca.

    Non mi entusiasmano affatto due commenti precedenti: ambedue esordiscono nelle primissime righe negando frettolosamente il progresso, e in generale emanano sfiducia serpeggiante e soprattutto, mi rivolgo a Alidifarfalla, se si è pessimisti come scrive lei, ebbene la prima cosa da fare è -assolutamente- TACERLO. Non sei Cassandra perchè queste cose non sono tue personali visioni ma sono ben note a un sacco di gente, dunque non c’è affatto bisogno di una voce in più che s’aggiunga al coro lugubre. Dici giusto semmai con le ultime righe, con quell’invito volto a ciascuno ad essere più attento; da parte mia ci aggiungerei anche l’invito a mettersi alla ricerca di qualcosa, da qualche parte.
    Chiarac non è da meno con quella “poca sfiducia di chi dovrebbe scriver(l)e” (e se per i casi della sorte dovesse capitare a te?).
    La storia che si svolge sul piano poi, con le sue infinite direzioni, ha un fastidioso retrogusto di relativismo.

  4. md Says:

    Naturalmente il discorso sul concetto di “progresso” è piuttosto complicato (magari ci tornerò). Soprattutto l’immagine della sua linearità/univocità è discutibile: chi progredisce? il pianeta o solo alcune sue parti/classi/corporazioni? e quali facoltà umane progrediscono, magari a danno di altre? meglio la qualità o la quantità? e chi (e perché) si deve immolare sull’altare del progresso? quale sarà alla fine il bilancio guadagni/perdite? ne sarà valsa la pena?
    Nehru tuttavia non stava molto a sottilizzare, come solevano fare gli intellettuali europei, i francofortesi e compagnia bella – e diceva che il progresso, dal suo punto di vista, era riuscire a sfamare centinaia di milioni di indiani, debellare le malattie, ecc.
    Eppure la Rivoluzione verde, che doveva far progredire grandi masse di poveri e risolvere il problema alimentare, non è che sia stata un gran successo.
    Eccetera eccetera

  5. Umberto Says:

    Per me il progresso è soprattutto “possibilità”. E credo che con le inevitabili degenerazioni sia proprio così che la maggior parte delle persone considera il progresso: per esempio, avere un cellulare che faccia anche da televisione e si colleghi a internet, questa è una possibilità.
    Evidente a chiunque che non a tutti sono concesse queste possibilità, così all’indiano che muore di fame non è concesso di fare un weekend lastminute a Parigi, e all’italiano che fatica a sbarcare il lunario non è permessa una crociera con un proprio yacth al largo di Capri.

    Mi sembra che anche questo Nehru, che non conosco, si basasse su un fondamento simile: per lui il progresso era avere la possibilità di sfamare e guarire milioni di indiani.
    Sulla rivoluzione verde mi sono documentato e ho visto che tuttosommato è stata un successo dal punto di vista alimentare, ma ha avuto delle ripercussioni negative su altri fronti, come del resto avvenne a suo tempo nel settecento in Inghilterra e poi altrove. Ossia: l’aumento di produzione si rende possibile solo con grandi investimenti che consentono di costruire infrastrutture e acquistare macchinari, di conseguenza pochi se la possono permettere e gli altri se la pigliano in saccoccia, mollano baracca e burattini e vanno a vivere in città dando vita al proletariato.
    E’ successo in Inghilterra dove nacquero dal nulla belle città in mattoni nere fumose e lercie, è successo in Italia e in Europa, è successo nel Terzo Mondo dove si sono create le baraccopoli.
    Corsi e ricorsi, ma il “progresso” rimane, perchè fenomeni circoscritti a piccole porzioni del globo diventano sempre più estesi (per non tirar fuori il solito aggettivo da compiaciuti).
    Può calzare come concetto di progresso?

  6. md Says:

    @Umberto, direi di sì, sul concetto di “possibilità” mi trovi d’accordissimo (sono un roussoiano convinto e libertà e perfettibilità erano per Rousseau le facoltà umane per eccellenza);
    sulla rivoluzione verde, credo che il problema sia poi diventato quello delle monocolture e della gestione delle acque (problema enorme quest’ultimo del XXI secolo) – come sempre la possibilità è, appunto, una possibilità, può diventare qualcosa ma anche il suo contrario…

  7. chiarac Says:

    la sola presenza o creazione di possiblità non può essere progresso, perchè un punto fermo – per quanto abbia migliaia di possibilità di movimento – resta fermo, finche non si muove. al limite il progresso sarbbe la realizzazione di una possibilità.
    ma non fingiamo che le possibilità siano tutte uguali, ugualmente buone solo in quanto possibilità: il progress ha in se l’idea di muoversi verso qualcosa di “migliore”, e quindi un giudizio di valore che non possiamo esimerci dal dare alle possibilità che si aprono, ed alla possibilità di realizzarle.
    infine mi dispiace, ma fatico a vedere il relativismo come un “fastidioso retrogusto”, trattandosi piuttosto per me di un punto di partenza. Ma indubbiamente sarà questione di gusti. E quanto alle capacità di chi deve scrivere le leggi, mi riferivo al mondo e all’italia allo stato attuale, non voleva certo essere un assunto universale.

  8. Umberto Says:

    @chiarac
    Tra presenza e realizzazione di possibilità c’è ben poca differenza, forse nessuna. Diversamente sarebbe come dire che per esempio c’è per la prima volta nella storia la possibilità di mangiarsi un panino da McDonald (quindi creazione?) ma che non c’è progresso per me finchè non sono io a mangiarmi questo panino da McDonald (realizzazione?).

    Cmq non avevo nessuna intenzione di dare al progresso una connotazione esclusivamente positiva. La “possibilità” è proprio questo: possibilità di fare -secondo la tua responsabilità- del bene, tanto bene, oppure fare del male, tanto male.
    L’esempio più eclatante del progresso come possibilità è la fissione nucleare:
    la puoi usare per produrre energia a scopi pacifici in quantità mai immaginate prima d’ora (benchè ci sia il problema delle scorie, lo ammetto), oppure puoi sfruttarla per realizzare armi di distruzione di massa e cancellare la vita dalla faccia del pianeta.
    Una cosa è certa: checchè lo si voglia o no, non si torna mai indietro, e se pensare che si vada sempre per il meglio è esageratamente ottimistico (lungi da me), allo stesso modo credere che ogni volta sia sempre peggio conduce a rischiosi vagheggiamenti di una mitica lontana età dell’oro in cui si era più felici.
    Se ne esce per me solo tenendo un atteggiamento neutro, da cui la definizione di progresso come possibilità.
    Col relativismo poi si sfonda una porta aperta: per quanto mi riguarda è un capitolo chiuso. Aveva un senso il “relativismo” dei sofisti greci, perchè per quanto ne so io allargava l’orizzonte del pensiero e sottoponeva a critica le precedenti conoscenze, questo relativismo moderno invece non sottopone a critica un bel niente, anzi è del tutto acritico nel senso che non prende nessun genere di posizione su nessuna questione importante, rifiuta tutto e accetta tutto, è paralitico e paralizzante. La più colossale antinomia mai concepita dal genere umano.
    Potrei anche azzardare a considerare l’ultima frase del tuo commento come uno fra gli esempi di sintesi del senso di paralisi e della generale mancanza di entusiasmo, che sono secondo me unici esiti possibili di questo genere di relativismo. Non è così campato per aria come sembra.

  9. Ares Says:

    Ares °__°

    Un inciso, solo per essere inopportuno:
    il nucleare usato per produrre energia non e’ progresso, le scorie non smaltibili non sono un’insignificante contro indicazione, sono il non progresso.. voler percorrere quella strada significa non avere buon senso ed essere ottusi e scentificamente pericolosi.

    L’alternativa?.. be’ dovevano pensarci prima i vecchi professori.. che ora ci dicono che non c’e’ alternativa.

    Tornare indietro?… no!, cambiare proprio strada!!!.

  10. chiarac Says:

    @umberto
    1-allora se c’è la possibilità di sfamare l’intera popolazione africana va bene così, possiamo dire che c’è stato progresso senza bisogno di sfamarla davvero?
    2-credo che dal tuo discorso si capisca che non vuoi dare al progresso una connotazione positiva. il problema è che cel’ha, perciò se non la accetti non accetti il concetto di progresso per come è nella nostra lingua e cultura, perciò è di qualcos’altro che stiamo parlando, non del progresso.
    3-non è mancanza di entusiasmo, ma un pochino di realismo. non posso prevedere tutti i casi possibili, non posso conoscere l’universo, la cosa più onesta che posso fare è identificare e dichiarare i limiti del mio discorso. tanto dei limiti li ha comunque, se non li esprimo o è malafede o è ignoranza.

  11. Rèi (metafore fluviali) « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] in sé. Le anse dei fiumi possono essere, a tal proposito, piuttosto ingannevoli (ne avevo parlato qui). In ogni caso il flusso della storia, come quello dei popoli che manifestano – con buona […]

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