SEMPRE NEL MAI

Non amo molto i best-sellers. Sono costretto ad occuparmene per motivi professionali – un po’ come un bravo insegnante si deve occupare suo malgrado di registri e burocrazia, infinite e pallose riunioni, ma poi torna ai suoi ragazzi e all’insegnamento e riprende a respirare. Così anch’io da bibliotecario scrupoloso, dopo essermi occupato di statistiche, ordini e fatture, con quintali di cartaccia contenente thrilleroni grondanti sangue o l’ultimo mistero sul santo graal o lo shopping delle mutande di pizzo nelle boutiques di New York… alla fine riemergo e mi prendo una boccata di ossigeno aprendo un libro e leggendo qualcosa di sensato. Sì, ogni tanto succede.
L’eleganza del riccio è indubitabilmente un best-seller (400.000 copie in Italia, 1 milione in Francia), oltretutto fa parte di quelli non annunciati o programmati, ma come si suol dire dovuti al passaparola (che comunque non è lo stesso una garanzia, visti i precedenti di Moccia o Melissa P.), eppure è un libro interessante, ben scritto e a tratti geniale. Ne parlo qui perché ha anche la caratteristica di essere a tutti gli effetti un romanzo filosofico – o, per la precisione, sociofilosofico o antropologico-filosofico, o come si preferisce.


La storia è nota e, per certi aspetti, persino banale: la protagonista Renée è una sciatta portinaia che lavora in un palazzo dell’alta borghesia parigina, e che dietro il suo aspetto stereotipato e conforme al ruolo sociale che ricopre, nasconde in realtà una mente e una cultura superiori – superiori in particolare alla generalità dei condomini riccastri e con la puzza sotto il naso. Dietro la sciatteria e la trasandatezza vi sono la raffinatezza e l’eleganza di un riccio protetto ad arte dai suoi aculei (ed ecco che il titolo-metafora riesce ad indicare l’essenza della vicenda).
La coprotagonista, che alterna alla storia narrata in prima persona da Renée una serie di monologhi, è altrettanto improbabile, visto che si tratta di una dodicenne anch’essa filosofa, colta e con tendenze suicide, che vive infelicemente in una delle famiglie del palazzo. Bene: siamo in presenza di due personaggi-limite, fortemente inverosimili, che si mettono a filosofare, inizialmente in perfetta solitudine e che poi, ma solo per un attimo e solo alla fine , entreranno in contatto. Quel che rende credibile l’incredibile e plausibile l’implausibile è proprio il filosofare: come dice Epicuro, non c’è età, condizione o stato sociale che possa essere considerato inadatto alla filosofia.
Veniamo dunque ai contenuti – l’elemento vincente del romanzo, visto il suo intreccio minimale e la conclusione un po’ precipitosa. Mi pare che i temi più rilevanti siano quelli del significato dell’esistenza e dell’ipocrisia/incomunicabilità. Nulla di originale e di nuovo si dirà: senz’altro, ma 1) sono gli umani a ripetersi e a farsi di continuo le stesse domande; 2) la grazia e il linguaggio con cui l’autrice, Muriel Barbery, li tratta valgono da soli la lettura.
Renée – e di riflesso Paloma, la ragazzina infelice e geniale – si interrogano di continuo sul senso dell’esperienza umana al di là del suo sostrato animale-biologico: c’è veramente qualcosa di ulteriore rispetto a territorio, gerarchia, guerra, a ben vedere il dato nudo e crudo della condizione umana? Tutto il resto, e in ispecie le convenzioni sociali e la stessa cultura, non sono in ultima analisi orpelli utili solo ad abbellire la nostra animalità e ghirlande di fiori sparpagliate sull’abisso? Se tutto questo è vero, non può non ingenerarsi un fraintendimento di fondo – una diffusa patina di ipocrisia – sulla sostanza dei rapporti sociali: uguaglianza e democrazia sono solo parole vuote, quel che conta è la gerarchia, l’ordine sociale, e quindi che le portinaie e le ragazzine sfigate, e soprattutto i poveracci, stiano al loro posto, inchiodati al loro ruolo, alla classe e alla “razza” sociale cui appartengono. La ragazzina-filosofa scrive in uno dei suoi monologhi “abbiamo rinunciato all’incontro”: quel che vediamo nell’altro è sempre e solo il suo ruolo sociale, che è poi il nostro ruolo sociale; l’altro è solo il nostro riflesso e mai un altro concreto e in carne e ossa da incontrare.
Non c’è tuttavia solo seriosità e profondità in questo romanzo, ma molto sano e puro divertissement intellettuale. Cito in proposito due esempi. Il primo riguarda la reazione della protagonista di fronte alla fenomenologia husserliana: “Quando l’uomo ha un prurito da qualche parte, si gratta e ha coscienza del fatto che si sta grattando. Chiedetegli: che cosa stai facendo? E lui risponderà: mi gratto […] L’uomo, sapendo che si gratta e che ne è cosciente, ha forse per questo meno pruriti?”. Il secondo esempio riguarda la riflessione a proposito della contaminazione/omologazione culturale degli intellettuali dei nostri tempi: il professore di lettere classiche duro e puro che un tempo avrebbe ascoltato Bach, letto Marx o Mauriac o Flaubert, guardato film d’essai, e così via, oggi passa tranquillamente da Haendel all’hip-hop, da Visconti a Terminator, dagli hamburger al sushi senza soluzione di continuità…
C’è poi nel romanzo una progressiva inserzione di elementi e riferimenti alla cultura giapponese (magari un po’ à la page, ma la nippomanìa sembra non tramontare mai, e poi mi pare d’aver letto che la Barbery si sia di recente trasferita laggiù).
Che cosa resta, al di là di una conclusione piuttosto drammatica quanto a suo modo sbrigativa? Che forse, seppure non c’è un significato o un senso complessivo di tutte le cose (o, per altri versi, seppure la verità sia leopardianamente insostenibile) – ebbene, in ogni singola cosa, anche nella più piccola, persino in una camelia o nell’attimo di una nota musicale o in un haiku o in una tazza di té al gelsomino o nella sorpresa di un incontro, possono nascondersi la Bellezza e l’Eternità. Una sospensione, un altrove, un’uscita possibile, quanto paradossale, dalla disperazione: il sempre nel mai.

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18 Risposte to “SEMPRE NEL MAI”

  1. lealidellafarfalla Says:

    questa estate mi sono dato a Philip Roth e ora ho tra le mani Karl Popper, ma appena ho tempo lo prendo in biblio
    ciao fabrizio

  2. md Says:

    grande Philip Roth, che cosa di Popper?

  3. lealidellafarfalla Says:

    Di Karl Popper, da non confondersi con Harry Potter ;-):
    Scienza e Filosofia, problemi e scopi della scienza, Einaudi.
    e
    Miseria dello storicismo, introduzione di Salvatore Veca. Universale Economica Feltrinelli.

    Tra le altre cose credo che da “sinistra” sia stato frainteso quando criticava il marxismo come “necessità” storico sociale. In fondo credo che volesse semplicemente affermare che senza impegno e volontà non si affermerà nulla (non è necessariamente legge storica). Il suo non voleva essere un giudizio di merito, ma una semplice analisi epistemologica derivata dai suoi lavori di filosofia della scienza. Ma tutto ciò richiede molto più di un commento.
    Un saluto, fabrizio

  4. redbeppe Says:

    dovresti insegnare filosofia . hai mai pensato di dare lezioni private ?

  5. md Says:

    @redbeppe: ho organizzato e tenuto un po’ di corsi “popolari” di filosofia, un paio di seminari, e sì, anche qualche lezione privata, ma in quest’ultimo caso non mi sono divertito granché – da un paio d’anni, però, ho fatto diversi esperimenti di filosofia con bambini (dagli 8 ai 10 anni), e devo dire che sono quelli che mi hanno dato maggiori soddisfazioni…

  6. mastrofabbro Says:

    Oh, sia ben chiaro: io sono uno che commenta poco, ma ti assicuro che ti leggo tutto, dalla prima all’ultima parola.

  7. md Says:

    grazie, mastrofabbro!

  8. Ares Says:

    Ares ^__^

    .. non credo che leggero’ questo libro..

  9. Ares Says:

    Ares ^__^

    La foto del riccio neonato e’ bellissima… e’ indifeso ma armato fino ai denti .. dopo la giraffa e l’ippopotamo e’ il mio animale preferito… anche se dopo questa foto ha riguadagnando terreno ^__^

  10. md Says:

    sì è vero, quella foto mi aveva proprio colpito; mi chiedo solo se gli aculei a quell’età siano già duri e pungenti…

  11. Ares Says:

    Ares ^__^

    Alla nascita il mantello di spine è molle e bianco. Circa 36 ore più tardi, un secondo mantello di spine più scure si è sviluppato all’interno. Dopo questo, un terzo insieme di spine si svilupperà per sostituire i primi due. Dopo 11 giorno, i giovani possono arricciarsi in una sfera difensiva e dopo 14 giorni, aprono gli occhi. Dall’età di un mese, i ricci giovani assomigliano alle versioni in miniatura dei loro genitori

  12. Umberto Says:

    Molto interessante… Ce l’ho a casa, lo tengo d’occhio (nel senso che ho messo in conto di leggerlo prima o poi), nel frattempo vorrei farti un paio di domande se non ti dispiace 🙂

    Cosa ne pensi tu di persona di questa contaminazione/omologazione dell’intellettuale cui hai accennato? Cioè è un fatto al netto positivo, negativo, o pro e contro si bilanciano perfettamente? Qual’è (se c’è) la “novità” che questa situazione ha portato?
    Altra cosa che da quando ne ho saputo l’esistenza ha cominciato a turbare i miei sonni, oltre alle teorie sul linguaggio di Wittgenstein e alla critica della ragion pura, è questa faccenda della fenomenologia di Husserl…
    Davvero secondo te leggendo il passo di questo libro che ne parla avrei la possibilità di farmi un’idea chiara di cosa sia questo oggetto per me misterioso e inafferrabile? Tieni conto che la mia cultura filosofica è piuttosto scarsa, soprattutto (credo sia questo il problema principale) molto spezzettata, e per quanto mi è dato di capire con la filosofia si fa come con la matematica, cioè non ha senso parlare di integrali se prima non hai fatto le addizioni…

    E cmq secondo me quella è un’istrice 😉

  13. md Says:

    @Umberto: sulla faccenda della contaminazione/omologazione non ho ancora riflettuto a fondo, ma a caldo mi verrebbe da dire che è bene che “alto” e “basso” comunichino, che forse la confusione e commistione dei linguaggi è inevitabile nell’epoca della rete, che dopotutto può sempre venire il sospetto che quei mitici intellettuali proprio tutti d’un pezzo magari non fossero…; certo qualcosa stiamo perdendo in profondità e in consequenzialità (logica e storica), ora è tutto simultaneo e, alla fine fine, indifferente. Ma c’è anche un altro rischio, e cioè che il sapere si concentri (di nuovo e di più) in poche menti illuminate e che per il resto ci sia una massa immensa di decerebrati sbavanti di fronte all’ultima novità tecnologica di cui non sanno assolutamente nulla e il cui senso critico è meno di zero. Ma sono pensieri buttati lì, un po’ alla rinfusa.
    Per Husserl direi che non è il caso di affidarsi alla Barbery.
    Sull’istrice… lascio la parola ad Ares, che pare più ferrato in materia.

  14. Ares Says:

    Ares ^__^

    Da un attenta analisi del soggetto animale.. mi verrebbe da dire che potrebbe effettivamente sembrare un piccolo di istrice: gli aculei particolarmente lunghi e la loro caratteristica di essere ricurvi verso l’alto puo’ effettivamente portare a pensare che sia un istrice.. io tuttavia, punterei la mia attenzione sulla distribuzione degli aculei sull’animaletto: sono ben distribuiti su tutto il dorso e anche in buona concentrazione sul capo .. questa e’ caratteristica dei ricci di terra.. che per difendersi si arricciano.. quindi anche la loro testa deve essere protetta da aculei.
    L’istrice, contrariamente al riccio di terra, anche grazie alle sue dimensioni adulte considerevoli, tende invece a mostrare il “posteriore”, zona particolarmente affollata di aculei, anche di riguardevole lunghezza… la testolina normalmente, ha una concentrazione e una lunghezza degli aculei.. inferiore.

  15. Michelangelo Says:

    Caro Mario, hai scritto una bella recensione che mi spinge ad approfondire i contenuti di questo libro. Mi sembra che sia stato possibile scovare, sotto una patina di “modernismo” (forse erroneamente chiamo così l’atteggiamento che porta giovani autori a scrivere romanzi pdeudo-culturali spizzicando e mescolando un po’ di questo e quello) una storia di spessore, un romanzo meditativo come nella migliore tradizione europea (alla faccia dei best-seller made in USA) con tanto di morale ed epilogo.

  16. md Says:

    grazie Michelangelo!

  17. Martina Says:

    Anche a me è piaciuta la recensione, sarà il prossimo libro che prenoterò in biblioteca 😉

  18. md Says:

    Grazie anche a te Martina!

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