BISOGNA SDRAIARSI PER TERRA TRA GLI ANIMALI

Nel dicembre 1917, la rivoluzionaria e pensatrice comunista e antimilitarista Rosa Luxemburg si trovava rinchiusa nella prigione di Breslavia, in Polonia. Di lì a un anno sarebbe stata massacrata con il compagno di militanza Karl Liebknecht, a colpi di calcio di fucile, dai soldati dei Freikorps agli ordini del governo del social-democratico Ebert. In quel mese di dicembre ebbe a scrivere una lettera a Sonja Liebknecht, moglie di Karl, dalla quale traspaiono, a onta del luogo in cui si trova, una serenità e una felicità sorprendenti: “Intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito”. Senonché questa “letizia interiore” viene profondamente turbata da un episodio cui la donna ha assistito, e che ci viene minuziosamente riportato: un soldato aveva frustato a sangue, usando la parte del manico, un bufalo utilizzato come bestia da soma. Alla guardiana che redarguisce il tipo brutale, costui risponde che “neanche per noi uomini c’è compassione” e riprende a battere con maggiore violenza. Scrive una Rosa sconvolta da quel che va accadendo di fronte a lei: “…gli stavo davanti e l’animale mi guardava, mi scesero le lacrime – erano le sue lacrime; per il fratello più amato non si potrebbe fremere più dolorosamente di quanto non fremessi io, inerme davanti a quella silenziosa sofferenza”.

Credo che questo piccolo episodio ci dica, senza tanti fronzoli teorici, come non sia pensabile alcuna “liberazione” o alcun riscatto dell’umanità (da guerre, sofferenze, ingiustizie) senza la comprensione e partecipazione dei non-umani, in primis di quei viventi prossimi e del tutto simili a noi che sono gli animali; che senza il superamento della “grandiosa guerra” che passa davanti agli occhi di Rosa Luxemburg, senza l’estirpazione di quella violenza originaria non ci sarà pace possibile in nessun luogo del pianeta; che senza l’esercizio costante di quello che Rousseau e Levi-Strauss considerano un istinto primario che ci accomuna con tutto il vivente – e cioè la pietas – non ci potrà mai essere salvezza.

La lettera è stata pubblicata nel 2007 da Adelphi con il titolo Un po’ di compassione, in un libretto rosso della collana “Biblioteca minima”, insieme ad alcune note di commento di Karl Kraus, e con l’aggiunta di alcuni brevi scritti di Franz Kafka, Elias Canetti e Joseph Roth. Angosciantissimo il racconto di Kafka (“Una vecchia pagina” dalla raccolta Il messaggio dell’imperatore, dove con visionaria lungimiranza viene evocato uno scenario nel quale i “barbari” minano la “civile” capitale dell’impero), del quale riporto un brano:

“Ultimamente il macellaio pensò di potersi risparmiare almeno la fatica di macellare, e al mattino portò un bue vivo. Non deve assolutamente rifarlo. Per un’ora io rimasi disteso sul pavimento in un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva. Il silenzio regnava da tempo quando mi arrischiai a uscire; i nomadi giacevano stanchi intorno ai resti del bue come bevitori intorno a una botte”.

Segnalo infine un brano straordinario di Elias Canetti, a commento dell’espressione kafkiana “angoscia della posizione eretta”, che ritengo una buona base di partenza, per lo meno in termini di principio, per reimpostare la questione del rapporto umano-animale e rivedere radicalmente la produzione del dispositivo antropologico che su quella dicotomia si fonda:

“Bisogna sdraiarsi per terra fra gli animali per essere salvati. La posizione eretta rappresenta il potere dell’uomo sugli animali, ma proprio in questa chiara posizione di potere egli è più esposto, più visibile, più attaccabile. Giacché questo potere è anche la sua colpa, e solo se ci sdraiamo per terra tra gli animali possiamo vedere le stelle che ci salvano dall’angosciante potere dell’uomo”.

Ecco, mi pare che Canetti metta il dito sulla piaga: è di nuovo la questione del potere – e dunque della responsabilità che necessità di una profonda revisione, e che quindi mette in discussione il nostro modo di relazionarci all’altro (e per altro s’intenda: l’altro umano, l’animale, compreso quello che è in noi, gli esseri viventi, la natura e l’essere in generale). Se la potenza e la logica del dominio che derivano dall’esercizio della ragione (il guardare dall’alto) non vengono temperate dall’impulso primario del com-patire (il guardare orizzontale), della sym-patheya, non si uscirà mai dalla logica distruttiva (e autodistruttiva) della guerra. Pietà e ragione insieme possono congiurare per una nuova epoca in cui il com-patire sia insieme un con-agire consapevole. Tanto per parafrasare Kant, la pietà senza la ragione sarebbe un impulso cieco, ma la ragione impietosa sarebbe una letale marcia verso il nulla. Che poi la “direzione” di questo nuovo corso sia daccapo una modalità dell’antropocentrismo – cioè, tanto per cambiare, farina del sacco umano – è una contraddizione dalla quale non credo sia possibile uscire.

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3 Risposte to “BISOGNA SDRAIARSI PER TERRA TRA GLI ANIMALI”

  1. umbelize Says:

    Ciao! Sono stato un po’ lontano dai blog in questi giorni, ce ne sono parecchie di novità vedo 🙂

    Ho scritto un commento pachidermico a questo tuo post, ma credo sia decente evitare di pubblicarlo. Ne faccio un taglio netto e mi soffermo solo sul fatto che mi sembra più importante, il resto magari se ti sembrerà il caso poi: in sostanza ho spesso l’impressione che quando si affronta il tema della violenza lo si faccia sempre in maniera un po’ come dire unilaterale, e così facendo resti spesso trascurata una parola che forse meriterebbe più attenzione, mi riferisco a “aggressività”.
    Quindi mi chiedo se c’è equivalenza fra “violenza” e “aggressività” oppure se qualche cosa in mezzo ci passa. E ammesso che siano diverse, e che la violenza sia estirpabile e da estirparsi, lo stesso si deve fare anche per l’aggressività? E se sono diverse, quando l’aggressività diventa violenza, e quando, se possibile, può diventare qualcos’altro? E questo qualcos’altro, che nome ha?
    A presto,
    umbe

  2. md Says:

    Accidenti, Umberto, poni delle questioni da far tremare i polsi. Io non ho molte conoscenze di carattere “psicologico” o “sociologico” sull’argomento, ma certo, credo che una distinzione tra violenza ed aggressività possa essere fatta. Mi verrebbe da dire, di primo acchito, che l’aggressività è un dato naturale, biologico e, come tale, ce lo troviamo cucito addosso – mentre la violenza è decisamente più legata alle strutture sociali. Quanto la prima generi o alimenti la seconda non saprei dire, certo credo che come umani abbiamo tutti gli strumenti per mettere sotto controllo e “gestire” il nostro lato passionale (compreso quello “oscuro”), che non vuol dire reprimere ma, semmai, comprimere, o meglio controllare. Da questo punto di visto sono fermamente convinto che “la biologia non è destino”.
    Vedo nei bambini anche molto piccoli aggressività (e come tale va incanalata e gestita nell’ambito relazionale – del resto il movimento, lo sport, la competizione, ecc. servono anche a questo). Come però questa aggressività possa poi diventare prassi violenta, quale processo vi stia in mezzo, quali cause, ecc., mi pare difficile da dire in due parole.
    Lo stato e il potere, poi, nascono in gran parte per gestire tali impulsi aggressivi e/o violenti, ma nello stesso tempo sono stati da sempre anche gli organi della guerra, massima espressione della violenza umana.
    Si tratta di riflessioni scritte di getto, magari anche un po’ ovvie e banali.

    A proposito, scrivi pure liberamente, questo blog è avvezzo ai commenti chilometrici… (se no che blog filosofico sarebbe?)

  3. Hermes Says:

    … sono di passaggio, mi dirigevo verso l’ALTRA STANZA e ho buttato l’occhio (in senso meta-forico) …
    … leggo: “Vedo nei bambini anche molto piccoli aggressività (e come tale va incanalata e gestita nell’ambito relazionale – del resto il movimento, lo sport, la competizione, ecc. servono anche a questo). Come però questa aggressività possa poi diventare prassi violenta, quale processo vi stia in mezzo, quali cause, ecc., mi pare difficile da dire in due parole …
    … azzardo un’ipotesi (in due parole) : mancanza d’Amore …. scusate il disturbo, io non sono Nessuno (cioè sono qualcuno)… ora devo proseguire il mio viaggio … Itaca (L’Altra Stanza) mi aspetta ….

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