APOPTOSI I – Conversazione con un vecchio migrante pastore

Mi scuseranno i miei lettori se per una settimana circa “sequestrerò” il blog per parlare di cose “private”. Non che sia la prima volta (e non sarà l’ultima). Dopo tutto il privato è pur sempre pubblico (anche se credo ancora in quella linea invalicabile che denota la sfera intima e il concetto di pudore – per quanto flessibile essa sia diventata).
In questo caso, però, l’occasione di parlare di alcuni fatti “di famiglia” generata dall’arco temporale di due anniversari – per l’appunto oggi 29 ottobre e il prossimo 4 novembre – mi permette di tornare a parlare di alcuni temi trattati a più riprese nel blog: il lavoro, i migranti, l’invecchiamento, l’avvicinarsi della morte…

Il 4 novembre saranno 30 anni che è morto il mio nonno materno, un contadino dell’epoca pre-industriale che adoravo.
Comincio tuttavia con un evento lieto, dato che oggi mio padre compie 80 anni.
Ne approfitto allora per pubblicare un’intervista risalente a un paio di anni fa, in cui gli chiedevo – registratore in mano – di raccontare la sua esperienza lavorativa e di migrante, prima in Sicilia poi quassù al nord. Si va grosso modo dagli anni quaranta agli anni ottanta. E’ un frammento di storia sociale – minuscolo come tutti i frammenti individuali, cose da povera gente, “banale” e quotidiana lotta per la sopravvivenza. Ed è la narrazione (per quanto breve ed ellittica) di una vita. La vita di qualcuno che ha fatto sì che io ci fossi, che fossi così come sono e che, pur lontano da me per cultura, letture, conoscenze, scolarizzazione, stile di vita e quant’altro, amo profondamente. Un filo teso tra un’epoca lontana, arcaica e pre-industriale e il caos della post-modernità. Un attraversamento durato oltre mezzo secolo. Legami misteriosi e resistenti ai marosi del tempo.
E allora “pubblico” volentieri questa piccola storia “privata”.

Da dove cominciamo?
Nel 1961 sono partito dalla Sicilia, per lavoro. Sono emigrato al Nord.

Ma prima cosa facevi?
Da ragazzo ho cominciato a fare tutti i mestieri; prima degli otto anni pascolavo già le vacche; dopo, crescendo, sono passato alle capre. Dopo sono andato nei boschi a fare il carbonaio. Tutti i lavori ho fatto. Verso i 13 anni sono andato a fare le strade con una ditta palermitana: carriavamo pietre sulle spalle e le portavamo ai mastri, ogni 20 metri c’era un mastro. Dopo Mistretta. Abbiamo lavorato un po’ di mesi, con qualche piccolo acconto. E poi non ci hanno pagato, dicevano che la ditta era fallita. Niente contributi. Ci hanno fregato.
Dopo sono tornato a guardare gli animali. Ma anche qui senza niente dichiarato. C’era un padrone che aveva 70 vacche e 200 pecore. 300 mila lire all’anno ci pagavano, io avevo 15 anni (era il 1943…).
Ho avuto una lite con questi di Castel di Lucio, perché non mi volevano aumentare la paga. Allora sono andato a lavorare nella raccolta del sughero. Un’altra fregatura!
Ci ammazzavamo con le accette. I datori di lavoro erano calabresi e portavano il sughero in qualche fabbrica… Gli abbiamo dato un tot di quintali e poi sono spariti…
Avevamo i soldi giusto per il pane, qualche sarda, quattro olive.

Con chi vivevi?
Si passavano anche settimane senza tornare a casa, scuravamo sul posto di lavoro.
Dopo me ne sono andato a fare il taglialegna. Facevamo il carbone. Impignavamo la legna: prima quella piccola, poi quella più grossa, in cima ancora quella piccola. Coprivamo il tutto con resina e terra e poi davamo fuoco: 8-10 giorni fumava, facevamo qualche buco, e poi alla fine il carbone era pronto. Questo era un lavoro che rendeva bene. E i soldi arrivavano. C’era un’organizzazione centrale, compravano i boschi, ecc. dalle parti di Mistretta. Si raccoglieva anche la ramaglia.
Il lavoro durava per 2-3 mesi, ad intervalli.

Ma perché sempre senza contributi?
Certe volte dicevano che ti dichiaravano e poi non era vero; oppure non volevano.
C’erano i pagliai dove si stava a dormire.

Quando non lavoravi che facevi? Di sera, per esempio?
Solo quando andavamo in paese… Lì nei pagliai c’era un focolare, si chiacchierava prima di andare a dormire. Ero sempre in giro.

Altri lavori?
Ho comprato un po’ di capre e vendevo il latte…
O meglio: si chiedeva ai proprietari la cessione di una femmina e piano piano ci facevamo un piccolo gregge.
Io e mio fratello avevamo una ventina di capre che abbiamo dato a nostro padre, che non lavorava, aveva i figli piccoli (della seconda moglie)… ogni tanto ne mancava qualcuna… a picca a picca se le vendeva e… se le beveva…
Vendevamo il latte e in primavera facevamo anche il formaggio, la toma fresca.
Era il ’46-’47. Avevo messo da parte circa 70 mila lire, avevo aperto un conto in banca – prima di partire per il servizio militare.
Con quei soldi volevo comprarmi una vacca e una giumenta: con 50 mila lire ho comprato una cavalla, l’ho tenuta per 2 anni ma non è riuscita a restare incinta – un fallimento!
Le capre dopo le abbiamo tolte a nostro padre!
A 20 anni sono partito per militare, a Orvieto.

Era la prima volta che uscivi dalla Sicilia?
Sì. In treno: siamo partiti da Messina alle 11 di sera e a Orvieto siamo arrivati 25 ore dopo. Quando siamo arrivati c’era una… come si dice?… una funivia! Io non ne avevo mai viste! Dove ci stanno portando? Stupore e meraviglia… si moriva di freddo! Ci hanno dato del caffè… acqua calda… c’erano 8000 soldati! Ci hanno smistato e poi assegnato alla caserma centrale; magazzino, divise, ecc. – avevamo la nostra valigia di cartone con le nostre cose, io l’avevo messa sotto la branda – ma non si potevano tenere li’ le robe civili.
Il militare durava 1 anno. Dopo è aumentato a 15 mesi, ma io ho fatto 1 anno. 40 giorni a Orvieto e poi a Roma. Dopo ho scoperto durante le marce perché c’era la funivia!

Com’era Roma?
Roma era bella! La mia caserma stava vicino alla stazione centrale. Io ero in fanteria.
La sera uscivamo. La prima sera mi sono perso. Ho conosciuto gente che veniva da tutte le parti. Un Un tale di nome Felice, e altri, gente che poi ho rincontrato su a Legnano… Li ho rivisti più di dieci anni dopo…incredibile! C’erano sardignoli, calabresi, lombardi… parlavamo in dialetto, ma piano piano ci capivamo.
Io già sapevo sparare, e vincevo anche delle licenze premio, ma rifiutai, perché il viaggio durava giorni… e poi chi dovevo andare a trovare? Mio padre?
Dopo 9 mesi ho fatto la licenza ordinaria – l’unica volta che sono tornato in 1 anno.
Dopo il militare ho ripreso il lavoro di prima, con 4-5 capre in meno, disperse, morte o vendute…
Ma a Roma me la sono passata bene… Se potessi tornare indietro… Io avevo anche trovato un posto di fornaio… ma, cretino che sono stato…
Misera, schifosa, solita vita ho ripreso negli anni ’50…

***

Nel 1958, subito dopo il matrimonio con tua madre, siamo stati per un po’ di mesi a Mistretta. E poi a Messina, presso un fiorista. Piantavamo fiori. E poi governavo 3 vitelli (sempre di questo fiorista), facevo l’erba, ecc. Era un tipo tosto, in contatto con Sanremo. Ci aveva dato un piccolo appartamento, fuori Messina (verso i Ganzirri) poi ce la siamo affittata in città. Poi però è morta la matrigna di mia moglie. E ho lasciato un lavoro che mi fruttava 6000 lire la settimana, si poteva campare benissimo, e siamo stati costretti a tornare a Sant’Angelo. C’era quella maledetta cava, che non fruttava niente. Dall’ottobre del 1959 fino al 1961. Spaccavamo pietra, cuocevamo la calce, c’erano debiti da sanare…
L’unica prospettiva era emigrare: era già partito Nino, il fratello di mia moglie.
Sono partito con lui che era in ferie qui verso la fine di agosto 1961 – lui aveva già 2 figlie, che stavano a Sinagra.
Siamo arrivati a Rescaldina, in provincia di Milano, presso questa tizia che stava in una villetta, già ci abitava mio cognato, e dove avevano ricavato due piccole stanze, umide, due specie di garage, a 5000 lire al mese, non riscaldate, poi ci siamo comprati una stufa a carbone, portavamo un po’ di carbone dalla fonderia, e poi nei boschi lì in giro raccoglievamo legna… Eravamo in tre. Altri tre nell’altra stanza. Noi tre facevamo il turno di notte. Lavoravamo alla fonderia Carroccio di Legnano. Mi hanno messo subito in regola. Ho lavorato lì un paio d’anni.

Come ci andavi al lavoro?
I primi tempi a piedi. Stavo dalle parti della Bassetti a Rescaldina, e per arrivare a Legnano scendevo dalla costa e in un attimo arrivavo – ci mettevo 20 minuti.
Non c’era il semaforo (ora c’è la rotonda); mi ricordo che una mattina, c’era una nebbia incredibile, abbiamo trovato un tizio morto all’incrocio – ogni tanto capitava…
Gli operai si muovevano con il motorino e la bicicletta, le auto erano rare, roba da industriali e da signori, c’erano file di biciclette e di motorini che andavano verso le fabbriche
Era la mia prima fabbrica… non è stato tanto bello, era una fonderia, tutto era nero, la faccia alla fine del turno era nera come il carbone, non mi piaceva, dopo piano piano, quando abbiamo cominciato a prendere i soldi… 2000 lire al giorno (a mangiare si pagava 250 o 300 lire); non c’erano le mense, ma i circoli; i primi tempi ci facevamo da mangiare noi; la fonderia faceva pezzi per i motori… di giorno si facevano le staffe e di sera si colava; di notte si guadagnava di più: da 60 (di giorno) a 80-86 mila lire di notte – riuscivo a mandare giù circa 50 mila lire, con la posta.
Dopo mi sono un po’ stufato, di giorno non riuscivo a dormire bene, c’erano i ragazzi, andavano a scuola, giocavano… e ho cambiato turno, mi hanno messo di giorno alle mole, qualche soldo di più l’ho preso perché con altri facevamo lavoro a cottimo; venivamo da tutte le regioni, veneti, meridionali, lombardi…

Andavate d’accordo?
Insomma… c’era qualche disgraziato, qualche caposquadra fetente: quello che prima facevamo in 10 ora dovevamo farlo in 5, e lui ci teneva sotto pressione per qualche soldo in più che prendeva dal padrone; c’erano dei ruffiani e degli spioni che ci controllavano.

Com’era il rapporto con i lombardi?
Buono. C’erano anche quelli che ci guardavano male. A me personalmente nessuno mi ha mai detto niente… a Rescaldina c’erano state delle risse tra calabresi e lombardi… sono arrivati i carabinieri e ci volevano mandar via tutti (“rimpatriare”, eravamo senza residenza). C’era di mezzo una donna lombarda sposata… Un brigadiere siciliano si è intromesso e ha fatto da paciere e ha evitato il peggio. Quelli che tornavano dall’estero ti “compativano” di più, perché sapevano cosa voleva dire. Poi c’erano quelli che ti chiamavano “sporchi terroni”. Ma c’erano anche i meridionali che cercavano di attaccare briga…
Dopo la fonderia ho cominciato a lavorare nei cantieri come manovale e intanto cercavo una casuzza, ma è stato difficile. Non affittavano ai meridionali…
Un geometra ha fatto per me da garante e ha cercato di convincere una donna anziana ad affittare, ma non c’è stato verso.
Poi un muratore con cui lavoravo mi ha fatto trovare due locali, senza abitabilità, casa di ringhiera con il bagno all’esterno, e pur avendoli sistemati un po’ di domenica, ho tappato dei buchi, ho imbiancato… non ci hanno dato la residenza, ma alla fine ci siamo stati 18 mesi.

Tanti dormivano presso i cantieri nei quali lavoravano. Poi qualcuno ha cominciato a comprare terreni, vecchi cortili, ecc. Come manovale qualcosa in più guadagnavo, c’era la possibilità di fare qualche ora di straordinario in più. Era il 1964. Tu eri nato in Sicilia due anni prima e sei arrivato con tua madre nella primavera di quell’anno.
Dopo siamo andati a vivere in un altro cortile, due locali umidi ma decenti. 30.000 ogni 6 mesi nella prima casa; 17.000 al mese nella seconda. La busta paga era di 80-90 mila lire al mese.
3 anni con una piccola impresa veneta; e poi 7 anni con l’Impresa Terreni, 120/150 tra muratori e carpentieri, ma poi subappaltava per certi lavori, specie ai bergamaschi a cottimo – in tutto una decina di anni di manovale. Bisognava stare attenti perché ci fregavano, specialmente con i contributi: su 200 ore, 130 in regola e magari il resto in nero… In fonderia era stato pesante, ma tutto in regola. Però era troppo pesante.

Perché non hai provato in altre fabbriche?
Preferivo fare un lavoro all’aperto, più “pulito”. Abbiamo costruito diverse palazzine in giro a Legnano, poi anche a Milano, dove ci portavano con un pulmino. Nebbia, gelo… una volta siamo finiti in un prato.
Però mi sono beccato anche un po’ di polmoniti… una volta sono stato a casa 3 mesi, forse era il 1969. Poi un tizio che conoscevo, che aveva il figlio alla Franco Tosi, mi ha consigliato di fare domanda lì, che all’epoca assumeva. Mi pare che era il 1972.
Mi hanno messo ai forni, a riparare le caldaie. Era pesantissimo. Ho chiesto di cambiare reparto, e mi hanno spostato a fare l’animista. Un sacco di polvere, ma un po’ meglio.
Eravamo in tanti, nel mio reparto di acciaieria eravamo almeno 600, e 6-7000 in tutto.
Anni di lotte dure, di scioperi.
Poi per motivi di salute mi hanno spostato negli uffici della sede centrale, a tagliare e piegare disegni; lì eravamo in 13, poi hanno portato due macchine tedesche e noi non servivamo più. Ne bastavano 2. E dopo hanno cominciato a licenziare…
La paga? Era un po’ meno del muratore, ma c’erano molti più diritti: scarpe, divise, mense, colonie per i figli, assistenza (il dentista, ecc.).
Poi ho fatto l’operazione al cuore e sono andato in pensione nel 1986, con circa 25 anni di contributi (dall’agosto 1961) e quindi con una miseria di pensione: 525 mila la prima pensione (900 mila l’ultimo stipendio). Oggi arrivo a prendere 600 euro al mese.

Ma se tornassi indietro? Partiresti ancora?
Sì, ma avrei girato di più, avrei cercato all’estero: in Germania per esempio.

Ma non sarebbe stato più duro?
Perché, qui non ho fatto una vita dura e schifosa?

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10 Risposte to “APOPTOSI I – Conversazione con un vecchio migrante pastore”

  1. Ares Says:

    Ares ^__^

    Buon compleanno!

  2. enrico de lea Says:

    non ho parole – è la vita vera dei nostri maggiori che ha tanto da dirci (da darci): sono commosso (ed auguri a tuo padre!), ciao, e.

  3. Ares Says:

    Ares ^__^

    La storia di tuo padre mi ha riportato alla mente alcui episodi di vita di mia madre; sono stati anni duri quelli, per gli emigrati dal sud italia forse sono stati piu’ duri che per altri..

  4. md Says:

    grazie Ares, grazie Enrico!
    bisogna trovare il modo di non disperdere questo patrimonio di memorie, sono i giacimenti del nostro futuro…

  5. Hermes Says:

    @Md
    … solo la memoria consente di conservare un’identità …. senza identità esiste solo l’attimo fuggente …. un mordi-e-fuggi che che non ha fondamenti ne etici ne ontologici … è il nulla dietro l’angolo … il trionfo dell’attuale sofistica da operetta …

    … un augurio sentito alla quercia che ti ha generato: aveva ottime radici e ha dato, mi sembra, frutti eccellenti …

  6. lealidellafarfalla Says:

    Auguri!!

  7. md Says:

    grazie a tutti!!!

  8. fabio Says:

    be, che dire, innanzitutto tanti auguri a tuo padre che è da qualche anno che non vedo più. la sua storia mi ha colpito notevolmente, adesso capisco da chi avete preso tu e tuo fratello. a presto………..

  9. md Says:

    ciao Fabio e grazie…

  10. maria pia lippolis Says:

    dal nulla non nasce nulla (risposta ad Hermes) ovvero non esiste il nulla…..esiste solo l’ontologico e l’a priori filosofico : dinanzi a un forte dolore …..delle stesse persone hanno una reazione uguale e contraria alla forza data ma diversa……..perchè cambia la personalità di base. Sì è vero, l’educazione (non paideia come era per gli antichi)….. l’esperienza ci condiziona ma se le reazioni sono diverse è perchè questo motore che abbiamo dentro chiamato cuore batte alla velocità della luce se veramente è vivo ed è in grado di proiezioni astrali e ancestrali………..mototre immobile in Aristotele infatti Dio pensa se stesso…..d’io in io perso in un oblio……la dimenticanza……..il fiume lete…..Aletheia…..attingere acqua……..per ricordare……Con i bambini a scuola abbiamo scoperto che rea silvia gettata nelle acque del fuime Aniene…..poco dopo…..rinasce lupa proprio su quelle acque vicino il tevere……e le viene così data la possibilità di ritrovare e allattare i suoi gemelli…………i gemelli diversi

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