100 LEVI-STRAUSS!

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Ho “incontrato” Claude Lévi-Strauss durante la stesura della mia tesi, inevitabilmente visto che l’argomento era la figura del selvaggio in Jean-Jacques Rousseau. E’ stato un incontro esaltante, illuminante, per me decisivo: quello che si dice un “grande maestro”. Confesso di essermi dedicato poco alla “prosa” delle sue teorie (in particolare  quelle relative al metodo e alla pratica strutturalista) e molto di più alla “poesia” (la sua lettura entusiasta e contagiosa di alcuni testi di Rousseau, ad esempio). Dopo aver terminato la tesi non me ne sono più occupato granché, ed anzi pensavo fosse nel frattempo morto (era già vecchissimo allora). Solo qualche anno fa ho scoperto con grande piacere che era vivo, vegeto e attivo, e proprio oggi 28 novembre Lévi-Strauss ha la fortuna (che è anche nostra) di compiere cento anni esatti. Naturalmente in Francia i festeggiamenti si sprecano (molto meno in Italia: se si eccettuano alcune pagine celebrative sui quotidiani e qualche rara conferenza in ambito accademico, non mi pare se ne stia parlando granché, ma si sa, l’Italia è un paese provinciale).

Mi unisco modestamente alle celebrazioni, e riporto di seguito, brevemente ed ellitticamente, quelle tesi che più mi hanno colpito ed affascinato dell’opera del grande antropologo: Continua a leggere “100 LEVI-STRAUSS!”

LA COSMOLOGIA CRUDELE DI ANASSIMANDRO

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«Principio degli esseri è l’infinito (àpeiron)… da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo».

L’unico frammento compiuto rimastoci del successore di Talete ha tutta l’aria di essere una sentenza o la cifra un po’ criptica di una legge universale. Non v’è dubbio tuttavia che si tratti di una concezione squisitamente cosmologica.
Apeiron, il senzaconfine, l’indeterminato, il caos primordiale, ciò che è in potenza tutte le cose, che ha in sé la possibilità inespressa dell’ordine, di tutte le cose è l’arché, il principio ordinatore. Lo studioso di filosofia antica Renato Laurenti ne dà la seguente etimologia: “quel che non può essere attraversato da una parte all’altra fino alla fine, non attraversabile, inesauribile”. Non solo: Anassimandro marca con questo concetto la differenza tra chrònos, tempo della generazione e della distruzione, e aiòn, il senza tempo, l’eterno che è proprio dell’àpeiron. Il ritorno al luogo di origine da parte di tutti gli esseri è vincolato da una necessità poderosa, la medesima necessità che è propria del negativo, cioè che non può non darsi, e che non a caso è associata ad un atto distruttivo. L’arco che si stende su questo percorso, sull’uscire dall’indeterminato e sul tornarvi, è la vera legge che domina l’universo, ed è propriamente il conflitto per la vita e per la morte che oppone gli enti, che li fa essere quel che sono, identità in opposizione l’una all’altra, e che solo in quanto si oppongono consistono.

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DOSE QUOTIDIANA MODICA

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Checché ne dicano ontologi, parmenidei, eleati e severiniani; mistici, trascendenti e trascendentali; persone pie, devote ed escatologiche – io sento e so di essere esposto alla rovina del divenire; sento e so di essere temporalmente determinato, finito; sento e so di essere transeunte, caduco; sento e so di essere di passaggio su questa terra.
Tra un minuto potrei essere morto, potrei non essere più quell’ente che sono, e allora quell’insieme che mi delimita e che convenzionalmente chiamiamo “io” si dissolverebbe in un attimo. Oppure un morbo maligno potrebbe insinuarsi nelle mie cellule, e cominciare a fare il vuoto dentro di me, e lentamente distruggermi. Piano piano, in silenzio, fino a farmi precipitare nel nulla.
(Ad alcuni miei cari amici e amiche è successo o sta succedendo).
Ecco perché, conscio di questa mia condizione, ogni giorno mi sparo in vena la mia dose quotidiana di bellezza.
Innanzitutto passeggiando. Una camminata, anche breve, non deve mancare mai; la vista degli alberi, delle loro forme e colori cangianti; pochi attimi di sole, quando c’è, un sole generoso che dispensa i suoi raggi obliqui anche dalle curvature invernali, sempre più corte; talvolta la fortuna di un tramonto, spezzato dalla linea frastagliata dell’orizzonte e intarsiato dall’intrico dei rami; uno sguardo, una stretta di mano, un bacio, un abbraccio, un soffio sul collo; la musica di Allevi o di Einaudi o di chiunque altro calcata bene dentro le orecchie; un pensiero, a volte sfarzoso a volte striminzito… è sufficiente una dose modica di una qualunque di queste cose. Ma ogni giorno ci deve essere, non deve mancare mai. Prima che si compia, breve o lungo che sia, perché potrebbe non tornare.
Il poeta austriaco Georg Trakl diceva in una sua poesia che amo spesso citare “è preparato un bene e un male“. Ogni giorno è così. Non posso granché prevenire il male, posso solo sperare di non incapparvi o sforzarmi di non commetterlo. Ma certo è nel mio potere inocularmi un frammento di bene, farlo diventare bellezza e provare a renderne qualcun altro partecipe. Prima che tutto precipiti nel nulla.

foto da Album di jalalspages

BIOETICA: 4 PUNTI IRRINUNCIABILI

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Avevo già scritto in alcuni precedenti post quel che pensavo a proposito di:
eutanasia
testamento biologico
autodeterminazione
tentando così di tracciare alcune coordinate del dibattito bioetico in corso.
Se c’è un campo filosofico nel quale le domande e i dubbi superano di gran lunga le risposte e le certezze è proprio questo. Pur tuttavia devo ribadire alcuni punti fermi, affermazioni e pezzi di ragionamento che nella mia mente sono chiari e distinti e che, almeno per me, rappresentano delle ancore nel mare di incertezze (e di stoltezze). Li sintetizzo brevemente in 4 proposizioni:

1. Principio di autodeterminazione. Ogni individuo deve essere rigorosamente tutelato nel poter decidere autonomamente e in piena coscienza su se stesso e di se stesso, del proprio corpo, della propria salute (fisica e psichica), della vita e, conseguentemente, della morte. Non potrà mai essere un altro a decidere per lui o per lei, perché non si comprende a quale titolo questo altro potrà farlo meglio. Continua a leggere “BIOETICA: 4 PUNTI IRRINUNCIABILI”

SCORIE

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Scoria [vc. dotta, dal lat. scoria(m) ‘scoria’, dal gr. skorìa, da skòr ‘escremento’, di origine indoeur.] 4 fig. Residuo privo di valore, parte deteriore: si vuole… gittar via le scorie e le male erbe (DE SANCTIS).
Così lo Zingarelli.
E il Dizionario dei sinonimi e contrari Garzanti, alla voce rifiuto: residuato, residuo, resto, scarto, avanzo, rimasuglio, scoria, scarico (p.e. acque di rifiuto); immondizia, spazzatura, pattume; (di persona) reietto, emarginato.

Lunedì, al ritorno da Pesaro, sono incappato nello sciopero dei trasporti e per oltre mezza giornata sono rimasto bloccato a Rimini. Ho allora pensato di andare a passeggiare sulla spiaggia – il mare in novembre ha sempre un certo fascino. Tornando verso la stazione sono passato accanto a una panchina dove un “barbone” (come si dice a Milano, ma se preferite: senzatetto, homeless, clochard, straccione, vagabondo…) aveva preso domicilio. Stava dormendo circondato dalle sue carabattole (curiosa questa parola), ignaro che di lì a poche ore qualcuno nella sua stessa condizione in quella stessa città avrebbe preso fuoco “per mano di ignoti”.

Ignoti un cazzo! – mi vien da dire. Avevo già accusato il precedente governo di essere il mandante dei primi pogrom contro i nomadi; a maggior ragione non posso non ritenere corresponsabile questo governo (che, per sua natura, vocazione e composizione, è dichiaratamente razzista, fascista e xenofobo), di quella miriade di atti quotidiani volti a rendere le nostre città più pulite e “rispettabili”, sgombre da ogni feccia (umana e non) in circolazione. Guarda caso ci sono sempre delle amorose (e inquietanti) corrispondenze tra quel che accade in basso e quel che viene deciso in alto – proprio in questi giorni è stato approvato un emendamento della Lega che istituisce la schedatura delle persone senza fissa dimora.
D’altra parte il primo atto urgente di questo governo non era stato quello dello sgombero dei rifiuti nella città di Napoli? Occuparsi di residui e di scorie è diventato evidentemente un suo pallino programmatico…

E se queste non sono forme sociali, politiche e antropologiche di neonazismo – non più strisciante ma operante – come altrimenti le vogliamo definire?

UBERMENSCH A FUMETTI

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Può sembrare bizzarro o fuori luogo parlare di un fumetto – anzi di un singolo albo di un fumetto – all’interno di un blog filosofico. Ma chi è aduso a leggere queste pagine di certo non si stupirà. Del resto la filosofia si annida ovunque, e poi ho smesso da molto tempo di contrapporre “alto” e “basso” in ambito culturale. Un mio amico superfilosofico sosteneva invece che il fumetto, per sua natura, non può essere filosofico, perché troppo invischiato col mondo delle immagini. Sarà…
L’ultimo numero di Julia (una serie della casa editrice Bonelli, quella di Tex e Dylan Dog) si intitola I superuomini e racconta di un trio di adolescenti il cui leader, Robin, ha fatto di alcuni passi di Nietzsche malamente intesi il proprio “credo”: “l’uomo è un cavo teso tra la bestia e l’oltreuomo, un cavo al di sopra di un abisso“; “il futuro influenza il presente tanto quanto il passato“; “cos’è male? tutto ciò che deriva dalla debolezza“; “bisogna avere in sé il caos... (questa la conoscono tutti ed è scritta dappertutto) – e così via.

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L’UNO E I MOLTI

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Non sono così cinico e ostinatamente bastian contrario da pensare che… Non sono però nemmeno così ingenuo ed esposto alle retoriche del potere da farmi illudere che…

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Quella di moltitudine è una categoria politico-filosofica intorno a cui molti pensatori della “sinistra filosofica” si sono appassionati. Toni Negri e Paolo Virno, solo per citare due noti pensatori politici italiani, l’hanno abbondantemente utilizzata. Il concetto di moltitudine è rinvenibile, nella sua opposizione originaria a quello di popolo, alle origini della costituzione politica della modernità occidentale: è Hobbes ad utilizzarlo in negativo, quando sostiene che senza l’unificazione ottenuta attraverso le invenzioni giuridico-politiche dello Stato, della sovranità e del popolo (l’uno non può esistere senza gli altri) si avrebbe il caos anarchico della moltitudine. Spinoza vede al contrario nella moltitudine una modalità di espressione della libertà umana. Virno ritiene che alla radice della differenza tra popolo e moltitudine vi è il loro rapporto con l’universale: il popolo tende all’uno, volto com’è alla realizzazione di un universale (un ghénos) che è dunque una promessa, laddove la moltitudine ha l’universale alle spalle, che dunque ne costituisce la pre-messa. Negri e Hardt in Impero scrivono:

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APOPTOSI III – Le intermittenze del cuore

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Venni informato della morte di mio nonno una domenica mattina. Ho dei ricordi vividi di quel momento, nonostante siano passati trent’anni. Fu una mia cugina a riferirmelo di persona (non avevamo il telefono in casa). Rammento bene la sua espressione, esitante e con un accenno di sorriso, convinta forse così di sdrammatizzare (sapeva quanto fossi affezionato a mio nonno, mentre lei al contrario non aveva mai avuto un gran rapporto con lui). Ma soprattutto ricordo la mia reazione: quasi indifferente, come solo un adolescente sa essere, senza tradire un’emozione, non un ansimo, non una lacrima. Fu quello il mio primo vero “tradimento”, il mio primo delitto affettivo.
Tutto ciò era amplificato dal fatto che la sera prima, mentre mio nonno moriva, io stavo a una festa, ballavo e mi divertivo con tutta la spensieratezza dei miei sedici anni. Una persona che mi aveva amato fino allo spasimo (e che io fino all’anno prima avevo ricambiato con altrettanta passione) stava morendo e io, in quello stesso momento a 1500 chilometri di distanza, saltellavo come un idiota sulle note della disco music. Era il 4 novembre 1978.

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APOPTOSI II – Riflessioni su vecchiaia e dintorni

(Queste note sparse compariranno sul blog proprio mentre sarò in viaggio per la Sicilia – magia tecnologica! Mi recherò laggiù ad onorare i miei vecchi – i vivi e i morti. Innanzitutto mio padre, che ancora non lo sa, e cui conto di fare una sorpresa per il suo ottantesimo. E poi mio nonno, che riposa in un suggestivo cimitero tra i Nebrodi, all’ombra di una torre mezza saracena e mezza normanna).

“Non c’è nulla di bello nell’invecchiare: la saggezza? che cos’è? forse soltanto il sapere che ci si sta inesorabilmente staccando dalla vita” – così qualche tempo fa mi disse una mia utente in biblioteca, una signora distinta che legge molto e bene, in risposta ad una mia osservazione sulle virtù della vecchiaia.

Tutt’altra opinione quella di Eugenio Scalfari a conclusione del suo recente libro autobiografico: “Sono dolcissimi quei frutti, perciò io sostengo che la vecchiata è una bella stagione e vale la pena di viverla in una quiete senza ignavia”.

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