APOPTOSI II – Riflessioni su vecchiaia e dintorni

(Queste note sparse compariranno sul blog proprio mentre sarò in viaggio per la Sicilia – magia tecnologica! Mi recherò laggiù ad onorare i miei vecchi – i vivi e i morti. Innanzitutto mio padre, che ancora non lo sa, e cui conto di fare una sorpresa per il suo ottantesimo. E poi mio nonno, che riposa in un suggestivo cimitero tra i Nebrodi, all’ombra di una torre mezza saracena e mezza normanna).

“Non c’è nulla di bello nell’invecchiare: la saggezza? che cos’è? forse soltanto il sapere che ci si sta inesorabilmente staccando dalla vita” – così qualche tempo fa mi disse una mia utente in biblioteca, una signora distinta che legge molto e bene, in risposta ad una mia osservazione sulle virtù della vecchiaia.

Tutt’altra opinione quella di Eugenio Scalfari a conclusione del suo recente libro autobiografico: “Sono dolcissimi quei frutti, perciò io sostengo che la vecchiata è una bella stagione e vale la pena di viverla in una quiete senza ignavia”.

Qualche giorno fa le pagine di divulgazione scientifica dei giornali riportavano la notizia di una ricerca sull’attività cerebrale, stabilendo a 39 l’anno fatidico, quello dell’acme neurobiologico: oltre quella soglia l’efficienza cerebrale decade lentamente: “Il rallentamento cerebrale dopo i 40 anni si verificherebbe a causa della perdita di mielina, la sostanza che forma una guaina intorno alle fibre nervose e che, oltre che isolarle e proteggerle, rende molto più rapido il passaggio dei segnali elettrici da un neurone all’altro. Quando questa guaina si deteriora, vengono di conseguenza rallentati i segnali che passano lungo i neuroni“.

Il mio interesse scientifico-filosofico per questi temi risale alla lettura di un libro pubblicato alcuni anni fa, intitolato Al cuore della vita, scritto dall’immunologo, medico e ricercatore francese Jean Claude Ameisen e dedicato allo studio del suicidio cellulare (e dunque dei fenomeni legati all’apoptosi). A parte il fascino del meccanismo che governa il “condominio” cellulare, e dunque la vita organica, la bellezza straordinaria della storia della vita e del lungo viaggio che ha condotto dagli organismi unicellulari a quelli multicellulari, mi avevano colpito in quel testo le pagine dedicate al processo dell’invecchiamento: questo sarebbe geneticamente determinato fin dalla nascita, ma altrettanto pre-determinati sono i meccanismi protettori che lo potrebbero ritardare (il gene denominato klotho scoperto nei topi, ad esempio). Senza entrare nel dettaglio della ricerca, il quadro prospettato dall’autore era quello di un intervento sul meccanismo di generazione/rigenerazione/morte delle cellule che favorendo un “eterno ricominciamento” aprisse la possibilità di superare l’ineluttabilità del decadimento. Ma, si chiede Ameisen, “è auspicabile avviare una simile traversata?”.

Mi rendo conto che si tratta di un argomento intricatissimo che richiederebbe molto tempo e molto spazio anche solo per avviare una riflessione degna di questo nome. Posso qui solo brevemente schizzare alcune delle facce del poliedro, fatta salva la considerazione di base che anche la “vecchiaia”, come tutto ciò che attiene alla sfera umana, sconta il processo di denaturalizzazione e debiologizzazione tipici dell’evoluzione della specie: certo che s’invecchia e si decade, si perdono le cellule come gli alberi le foglie, e poi si muore, ma è sempre più la tecnica a governare tali processi. Anzi, a volerne non solo rallentare ma addirittura invertire il corso.

Partiamo proprio da questo aspetto, quello “quantitativo”. L’allungamento della vita umana procede inesorabile, per lo meno nelle società ricche d’Occidente, ma ormai anche in altre aree e segmenti sociali del pianeta. Si calcola che chi nasce oggi, ad esempio in Italia, ha una speranza di vita di oltre un secolo. Magari chi nascerà tra venti o trent’anni potrà sperare di raggiungere i 2 o i 3 secoli di età. La domanda diventa: per fare che? Quale tipo di vita? Che rapporto è bene che corra tra qualità e quantità? E in che termini la quantità è in grado di modificare la qualità?
C’è poi l’aspetto etico-sociale della questione: senza scomodare le scienze statistiche o demografiche, dato l’attuale assetto economico globale, intuitivamente ogni pezzetto di vita in più da una parte è un pezzetto in meno da qualche altra parte – Ameisen intitola non a caso uno dei suoi paragrafi finali “La plasticità del vivente: sulla ricostruzione di Sé nel rispetto dell’Altro“. Ecco, il nodo da sciogliere non può non essere etico.
Per non parlare poi di aspetti più soggettivi, psicologici od esistenziali: come si sente un vecchio in una società che mette al primo posto il mito dell’eterna giovinezza? (ma ciò vale anche per le coppie oppositive e socialmente determinate di abile/disabile, sano/malato, normale/anormale, ecc.).
E infine: una comunità che vuole eternare i suoi individui sceglie necessariamente la longevità a discapito della riproduzione e della progenie – scelta che può anche essere legittima, ma che deve essere consapevole. D’altra parte stiamo assistendo nella nostra epoca ad una sorta di inceppamento del tempo, un’assolutizzazione del presente – appunto un non volere che il tempo passi, un restare eternamente sospesi – a discapito del futuro.
Ma come dicevo all’inizio, è solo l’apertura di una riflessione che mi piacerebbe approfondire. Quel che di sicuro non ci possiamo permettere è di lasciare che le cose accadano sulle nostre teste, che la sociobiologia o il determinismo genetico o la tecnoscienza o come le si voglia chiamare, non diventino delle potenze estranee che ci sovradeterminano: altrimenti perché mai avremmo costruito una dimensione “culturale” oltre quella “naturale”? Se la biologia non è destino, come sosteneva Simone De Beauvoir, non può esserlo nemmeno la scienza (sono in parte gli stessi scienziati a dirlo), e gli strumenti che ci permetteranno di definirci ancora esseri umani liberi saranno pur sempre quelli della politica e dell’etica. Rifondati finché si vuole, ma quelli sono…

(Le fotografie sono di Sputo bravissimo ritrattista)

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9 Risposte to “APOPTOSI II – Riflessioni su vecchiaia e dintorni”

  1. Umberto Says:

    Mi pare che anche Schopenhauer non fosse così pessimista riguardo alla vecchiaia. Anzi, le maggiori soddisfazioni se l’è prese qnd’era ormai avanti con gli anni. Detto questo, io la penso come Scalfari: la gioventù è bella senza dubbio, e deve essere vissuta pienamente, ma credere che sia l’unico momento felice della vita è quantomeno ingenuo. Si sa (e lo si vive in diretta..) che la gioventù è l’epoca delle passioni, quando il sangue caldo che scorre nelle vene non ci fa capire appieno quello che siamo e dove andiamo. Poi viene la (presunta) maturità e si tende a rileggere sotto una nuova luce quanto s’era fatto nel passato. Forse con un po’ di amarezza. Mah.
    A mio parere elogi della vita incentrati sull’attaccamento nevrotico ad essa o critiche della morte in quanto fine della vita etc etc, costituiscono vane e decisamente troppo semplicistiche considerazioni; che si sia vicini o lontani non conta nulla, conta solo il qui e l’ora in termini di come sto vivendo, e ogni età ha i suoi pregi e i difetti: l’importante, come fa Scalfari, è saper cogliere i pregi in ogni momento. Sennò sei fregato.
    Chi pensa alla quantità degli anni da vivere, pensa alla quantità come pregio e si dimentica della qualità, bene ben più difficile da valutare e misurare, e assai complicato da ottenere: d’altronde per vivere “tanto” basta solo lasciare che il tempo passi, e sperare nella buona sorte, nella salute e nella buona predisposizione dei miei caratteri ereditari!
    Sta tutto nell’antico adagio “i soldi non fanno la felicità”: non si possono stabilire in maniera univoca equivalenze quantitative fra beni e livello di felicità. Eppure certe idiote indagini contemporanee si pavoneggiano in tal senso.

    Quando dico che conta solo il qui e l’ora, ovviamente non mi riduco alla concezione dell’esistenza tanto in voga oggi di cui parli in termini molto precisi nel post, cioè di un’esistenza costruita unicamente sul presente.
    Quel modo di concepire la vita è un obbrobrio senza memoria, un totale fallimento dell’uomo nell’essere uomo. La vita longeva, eterna forse, è senz’altro una tentazione moolto allettante, ma la morte, a mio parere e ricollegandomi probabilmente (a meno di errata interpretazione) a quanto dici riguardo alla scelta della longevità a scapito della progenie, è essenzialmente un fatto di altruismo.

    p.s.: posso chiederti un piccolo favore? siccome ti dimostri ampiamente competente in proposito, avrei da sottoporti un documento che ho scritto riguardo a un’idea di associazione culturale (non permanente; forse sarebbe più preciso chiamarla “esperimento culturale”) che ho intenzione (se trovo la materia prima, cioè, ahimè, le persone) di proporre nel comune in cui vivo ed eventualmente nei comuni limitrofi.
    Posso mandarti tramite pvt mail o simili il testo in cui motivo e presento l’iniziativa?

    ciao ciao
    umbe

  2. Daniele Verzetti, Rockpoeta Says:

    Sul fatto che dopo i 39 si ha un declino cerebrale avrei da dissentire…. basta guardaarsi in giro, spesso ci sono persone molto in gmaba e sopra i 40….

    Detto queto, questa dicotomia longevità vs. qualità della vita la avverto pure io.

    Credo che nasca dall’errata concezione che vivere sempre e cmq sia il massimo. Nient’affatto. Non è così.

    Chi vorrebbe vivere come Eluana Englaro? O come un bimbo in Congo adesso? O chi ama davvero vivere quando guadagna neanche 800 euro al mese e non sa come arrivare alla fine del mese stesso?

    Insomma, direi che si tratta di un equivoco esistenziale se mi passi questa espressione “atipica” e che non ha pretese di aprire alcun filone filosifico.

    Ciao!
    Daniele

  3. Hermes Says:

    per Umberto
    Dici: si sa (e lo si vive in diretta..) che la gioventù è l’epoca delle passioni, quando il sangue caldo che scorre nelle vene non ci fa capire appieno quello che siamo e dove andiamo …
    Viviamo una divaricazione (biologia – pensiero astratto) che ci tormenta fino alla vecchiaia …. dobbiamo trovare un punto di riconciliazione che solo la Conoscenza può offrirci …
    Esiste un’abissale carenza di informazioni quando si parcheggia nella scuola tradizionale e quindi il giovane non viene traghettato dentro il suo corpo per capirne i meccanismi (veri) e neppure nella sua mente per cogliere le opportunità che questa gli offre …
    …. la formazione (forma mentis) è il perno attorno a cui ruota ogni senso della vita per tutti …

  4. Ares Says:

    Ares ^__^

    Ma no, no .. che orrore vivere eternamente….bisogna rifondare tutto per potersi permettere di essere eteni… ma no!!…non ne siamo capaci… ahahahahah figurati!!

    .. poi quando dovremmo avere il diritto di andare in pensione a a 198 anni ?… no, no grazie..

    .. la sovrapopolazione dove la mettiamo poi?.. saremo costretti a metteremo in piedi un processo ciclico eutanasico…..metteremo si una sorta di morale del suicida.. o una sorta di consenso culturale al suicidio…

    .. prima dobbiamo scoprire altri 3 o 4 pianeti simili alla terra… e ogni 100 anni scoprire un nuovo pianeta vivibile…

    .. mi viene il mal di testa…

  5. Ares Says:

    Ares ^__^

    Aiuto.. quindi tra un po’ non avro’ piu’ margini di miglioramento.. devo studiare il piu’ possibile ora..

  6. Ares Says:

    Ares ^__^

    A me i vecchetti piacciono, sara’ che mia madre mi ha sempre mitizzato le figure di sua madre e di suo padre, i cari nonni!!.. ogni tanto li cita, e tira fuori frasi solenni e proverbiali… io onestamente non ho ne’ paura di invecchiare ne’ di morire.

    Spero di diventare un bel vecchietto di queli incazzosi… che quando camminano per strada con il loro bastone rompono i fanali delle macchine poste malamente sul marciapiede o sugli scivoli dei disabili. ^__^

  7. md Says:

    @Umberto: certo che puoi, invia pure!
    @Daniele: già, il Congo…

  8. Obama vince le elazioni 2008: il mondo va avanti e l’Italia resta al palo « Le ali della farfalla Says:

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