APOPTOSI III – Le intermittenze del cuore

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Venni informato della morte di mio nonno una domenica mattina. Ho dei ricordi vividi di quel momento, nonostante siano passati trent’anni. Fu una mia cugina a riferirmelo di persona (non avevamo il telefono in casa). Rammento bene la sua espressione, esitante e con un accenno di sorriso, convinta forse così di sdrammatizzare (sapeva quanto fossi affezionato a mio nonno, mentre lei al contrario non aveva mai avuto un gran rapporto con lui). Ma soprattutto ricordo la mia reazione: quasi indifferente, come solo un adolescente sa essere, senza tradire un’emozione, non un ansimo, non una lacrima. Fu quello il mio primo vero “tradimento”, il mio primo delitto affettivo.
Tutto ciò era amplificato dal fatto che la sera prima, mentre mio nonno moriva, io stavo a una festa, ballavo e mi divertivo con tutta la spensieratezza dei miei sedici anni. Una persona che mi aveva amato fino allo spasimo (e che io fino all’anno prima avevo ricambiato con altrettanta passione) stava morendo e io, in quello stesso momento a 1500 chilometri di distanza, saltellavo come un idiota sulle note della disco music. Era il 4 novembre 1978.

Solo diversi anni dopo avrei capito la gravità di quel delitto, e avrei pianto di fronte alla tomba di mio nonno lacrime amare. Ma ormai era tardi. Non si poteva più riparare. Il tradimento si era consumato, e sarebbe entrato a pieno titolo nella categoria delle “azioni imperdonabili e irredimibili” della mia vita: mai, infatti, potrò perdonarmi quella totale caduta di sensibilità finché vivrò.
Nell’estate del 1978 avevo 15 anni e data l’età ero naturalmente portato a rompere con le abitudini delle mie estati siciliane. L’esclusività del rapporto con mio nonno aveva di colpo ceduto il posto alle inevitabili esperienze dell’età: feste, amici, innamoramenti, sigarette di nascosto, trasgressioni, indifferenza per tutta la costellazione precedente e bisogno impellente di “libertà” e di nuove esperienze. Si è uno schiacciasassi a quell’età, e sotto il rullo finisce tutto. L’ultima estate di vita di mio nonno – con lui che cominciava ad andare fuori di testa, a dire e a fare cose strane, e che nonostante questo mi cercava in continuazione – coincise per me con la rottura del mondo dell’infanzia, il mio improvviso scivolarne fuori e lasciarmelo alle spalle. Lui ne fu la prima inconsapevole vittima.
C’è una fotografia di quell’estate che ci ritrae insieme, vicino a un muretto, all’ombra di una palma: io abbraccio mio nonno, ma si vede che i miei pensieri e il mio sguardo sono rivolti da tutt’altra parte. Ora quel muro è vuoto in maniera desolante.
E’ Proust a descrivere nella Recherche, in alcune pagine altissime nel capitolo intitolato Le intermittenze del cuore, questi cortocircuiti della sensibilità e della memoria. Anche lì il narratore sta parlando di un ritorno nel luogo delle vacanze e della morte della nonna. E affronta in modo doloroso “quella strana contraddizione tra la sopravvivenza e il nulla” che affligge l’interiorità quando viene a mancare una persona cara.
La scrittura lenisce il dolore, e un po’ lo innalza persino; la distanza, il “così fu” della narrazione, una certa forma neutrale e oggettiva, tendono a pacificare i drammi, a renderli tollerabili, persino esteticamente godibili, edificanti. Però quel muro della mia adolescenza resta vuoto: il nulla che simbolizza si è insinuato una volta per tutte dentro di me, e la ferita non smette di sanguinare.

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8 Risposte to “APOPTOSI III – Le intermittenze del cuore”

  1. lealidellafarfalla Says:

    Anch’io non piansi quando morì mia nonna, avevo 14 anni, forse è anche una forma di difesa personale a quell’età

  2. Valerio Says:

    Che bello questo intervento, appena ho 10 minuti entro nella botte, e leggo interventi e commenti davvero spettacolari, cmq nn è detto che si debba per forza piangere davanti a tutti…il dolore si può anche nascondere e vivere da soli all’incredulità di tutti…nulla da recriminare dunque a mio modestissimo parere

  3. luther Says:

    Anch’io ho pianto lacrime amare, anche da adulto. Per i miei cari, per le cose che potevo dire loro e non ho detto, per tutti i momenti che non gli sono stato vicino perche’ ero altrove. Leggendo ho ancora pianto, non me ne vergogno affatto, anzi ti dico grazie!

  4. md Says:

    @Valerio e luther: grazie!

  5. Ares Says:

    Ares ^__^

    Io ho sempre pianto i miei cari, ed ero sempre presente quando era necessario esserlo, non ho rimpianti, sono stato uno dei pochi nipoti che e’ stato sempre al capezzale dei propri cari, nonni, zii, cugini, ho asciugato loro la fronte febbricitante ho dato loro da bere, li ho lavati, li ho sorretti e per quel che mi e’ stato possibile li ho consolati(non sto’ qui a raccontarvi i dettagli).
    Mi e’ capitato di dover rinunciare a soddisfare desideri personali e di entrare in esaurimento fisico per poterci essere..quando era necessario esserci; questo e’ il piu’ grande insegnamento che mi ha dato mia madra ..che e’ stata sempre l’unica di 8 fratelli a prendersi cura dei sui cari anche negli ultimi istati, cercando di superare ogni ostacolo, impedimento o rancore.. e io ero sempre con lei; considero gli attimi prima del trapasso un momento cruciale dell’esistenza.. e ho imparato da lei questo grande insegnamento. Quel che mi fa rabbia e’ l’idea , un giorno, di essere nell’impossibilità di esserci.. il mondo “civile” sembra remare contro e gli impedimenti possibili sono diventati multiformi: impedimenti economici.. la mancata o presapochista assistenza sociale e medica al morente…non ultima tutta una legislazione del lavoro che impedisce di fatto a un lavoratore di occuparsi adeguatamente dei propri familiari, i congedi parentali per malattia ad esempio sono praticamente inutilizzabili .. sono previste delle ore di assenza retribuita, ma e’ troppo poco.. e pergiunta ottenere quei permessi e’ un esperienza sconfortante: e’ necessario seguire un iter burocratico incoerente e pieno di ostacoli, entrare e rientrare in uffici pubblici male organizzati, molto spesso le agoniate certificazioni rilasciate non sono riconosciute da uno dei distretti dallo stesso istituto che le ha prodotte.. e l’iter deve ripetersi.

    Io non ho rimpianti, ma ho paura di averne.

  6. Plaoindlkkkkk Says:

    Carissimo Ares, io ho perso i miei genitori nel 2006, e li ho seguiti molto, pur avendo tre sorelle e un fratello che non sempre..ma lasciamo perdere..Devo però dire una cosa: ho avuto paura a vederli morti, non li ho voluti vedere molri..Non credo che sia una colpa, ma è un mio problema..Un cordiale saluto.

  7. Plaoindlkkkkk Says:

    Vorrei precisare che ho steso le righe di cui sopra subito prima di vedere la replica nell’altra stanza: a mio avviso questa volta la precisazione è importante per chiunque, altrimenti il discorso fatto sarebbe strumentalmente meschino nei confronti del miei genitori. Un cordiale saluto (mi sono già un po’ raffreddato).

  8. Ares Says:

    Ares ^__^

    Plaoindlkkkkk.. non stavo cercando di vantarmi di saper guardare in faccia la morte di un mio caro o di aver dedicato con dedizione il mio tempo alla sua morte.. quel che contava in tutto il discorso era.. che io ho, per fortuna, questa forza.. (non avere questa forza non e’ un demerito o una colpa.. sia chiaro), ma ho paura di non avere la possibilita – non essere messo nelle condizioni di- di guardare infaccia la morte di un mio caro, per ragioni altre.. causato da un asetto sociale ed assistenziale inesistente che si fonda su principi economico, produttivi, culturali che tendono a negare, la malattia e la morte.

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