L’UNO E I MOLTI

barakobama

Non sono così cinico e ostinatamente bastian contrario da pensare che… Non sono però nemmeno così ingenuo ed esposto alle retoriche del potere da farmi illudere che…

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Quella di moltitudine è una categoria politico-filosofica intorno a cui molti pensatori della “sinistra filosofica” si sono appassionati. Toni Negri e Paolo Virno, solo per citare due noti pensatori politici italiani, l’hanno abbondantemente utilizzata. Il concetto di moltitudine è rinvenibile, nella sua opposizione originaria a quello di popolo, alle origini della costituzione politica della modernità occidentale: è Hobbes ad utilizzarlo in negativo, quando sostiene che senza l’unificazione ottenuta attraverso le invenzioni giuridico-politiche dello Stato, della sovranità e del popolo (l’uno non può esistere senza gli altri) si avrebbe il caos anarchico della moltitudine. Spinoza vede al contrario nella moltitudine una modalità di espressione della libertà umana. Virno ritiene che alla radice della differenza tra popolo e moltitudine vi è il loro rapporto con l’universale: il popolo tende all’uno, volto com’è alla realizzazione di un universale (un ghénos) che è dunque una promessa, laddove la moltitudine ha l’universale alle spalle, che dunque ne costituisce la pre-messa. Negri e Hardt in Impero scrivono:

“La moltitudine è una molteplicità, un piano di singolarità, un insieme aperto, né omogeneo né identico a se stesso, che genera una relazione indeterminata e inclusiva con coloro che stanno al di fuori. Il popolo tende invece all’identità e all’omogeneità interna e fissa la sua differenza per escludere ciò che rimane al di fuori”. E poco oltre attribuiscono proprio alla rivoluzione americana alcuni originali tratti moltitudinari: immanentismo, machiavellismo repubblicano, conflitto sociale, costituzionalismo dei contropoteri. Il fondamento della nazione americana non vedrebbe opposizione tra sfera politica e sfera sociale: “nella Costituzione americana la sovranità è attribuita a un potere che è interamente nel sociale”.

Ora io non saprei dire se tutto questo discorso teorico-politico sia applicabile a quel che è accaduto in questi giorni negli Stati Uniti d’America, e se l’elezione di Barack Obama rappresenti davvero una novità o un ritorno allo spirito originario della costituzione americana. Anche perché tra quello spirito e la sua odierna rievocazione c’è la carne del potere, delle multinazionali, delle guerre coloniali (uno degli atti fondativi della big America, non va mai dimenticato, è il genocidio dei popoli indiani – un’altra moltitudine); e poi ancora le ferite aperte dello schiavismo, dell’imperialismo con le recenti guerre neoimperiali (imperialismo ed impero, a sentir Toni Negri, sarebbero cose diverse). E tuttavia da questo intrico di contraddizioni è saltato fuori un presidente afroamericano che insieme nega e afferma quella storia: la contraddice con la sua stessa fisicità, assurgendo a simbolo della politica moltitudinaria volta a superare esclusioni e ossessioni identitarie (in primis la razza); ma l’afferma perché dovrà comunque scontare il prezzo del potere, che non potrà non essere innanzitutto economico e militare.
Lo dicono le stesse parole del suo discorso di investitura: “Tonight we proved once more that the true strength of our nation comes not from the might of our arms or the scale of our wealth, but from the enduring power of our ideals: democracy, liberty, opportunity and unyielding hope.” (“La vera forza della nostra nazione non nasce dalla potenza delle nostre armi o dal cumulo delle nostre ricchezze, bensì dalla vitalità dei nostri ideali: democrazia, libertà, opportunità e tenace speranza”). Barack Obama indica addirittura il nodo gordiano essenziale – potremmo dire la contraddizione ontologica da lui stesso rappresentata – quando dice: “To reclaim the American dream and reaffirm that fundamental truth, that, out of many, we are one” – siamo molti ma siamo un solo popolo!
Non sono così cinico e ostinatamente bastian contrario da pensare che nulla è cambiato o cambierà, e che l’uno o l’altro sia indifferente (l’era Bush è stata veramente una catastrofe globale). Nella vita politica e sociale conta anche, e parecchio, la dimensione simbolica e immaginifica, e Obama le ha indubitabilmente stimolate ed eccitate (il nuovo, la speranza, i giovani, i sogni, il futuro, l’uguaglianza ecc.): “It’s the answer spoken by young and old, rich and poor, Democrat and Republican, black, white, Hispanic, Asian, Native American, gay, straight, disabled and not disabled” (È la risposta che viene dai giovani e dai vecchi, dai ricchi e dai poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, indigeni americani, gay, eterosessuali, disabili e no”).
Non sono però nemmeno così ingenuo ed esposto alle retoriche del potere da farmi illudere che qualcosa cambierà davvero, a meno che quella moltitudine, quei soggetti plurali, non decidano di non smettere di mobilitarsi (o meglio, di cominciare a farlo) prendendo in mano le loro sorti e quelle del pianeta. Si può anche affidare a qualcuno il livello simbolico (d’altra parte il symbolon è il riconoscimento reciproco di due parti spezzate, il cui combaciare mostra l’origine di un accordo), ma non gli si può delegare anche la propria condizione esistenziale. Di sicuro non con una delega in bianco…

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6 Risposte to “L’UNO E I MOLTI”

  1. titus Says:

    è davvero una riflessione condivisibile.
    come sempre ben scritta e con citazioni azzeccate.
    vedremo come si evolverà la situazione.
    io di fiducia a un presidente u.s.a. tendo a darne pochissima.
    mi auguro di essere smentito.
    ma più di tutto mi preoccupa la situazione italiana.

    un saluto

  2. liberto Says:

    http://www.iononmilamento.wordpress.com

  3. Hermes Says:

    Concordo sulla delega in bianco …
    La democrazia ha un senso compiuto quando si basa sull’adesione convinta di un popolo (I Molti) ai principi del bene comune (l’Uno) …

  4. nic Says:

    Da giorni mi frullano in testa i ‘polloi’ di Eraclito e la lettura che ne faceva Parinetto, su cui sarebbe interessante tornare.

    Intanto ti inoltro un intervento che trovo interessante.

    ciao ciao

    ***

    Obama e il disincanto

    1.

    Agli inizi del secolo scorso, la celebre prognosi di Weber sulla demagicizzazione del mondo definiva la comprensione di un processo secolare di crescita del disincanto nelle società occidentali quanto delle serie incomprensioni del fenomeno. Weber fissava, con delle categorie legate alla comprensione dei lunghi processi storici, il processo dello sgretolamento della presa del potere del magico e del sacro di tipo religioso sulla significazione dei fenomeni, sull’interazione sociale e sulla concezione del futuro. L’analisi weberiana sul quel processo di secolarizzazione, che riguardava non solo lo stato ma le radici stesse della società, è rimasta in questo senso un classico ineludibile. Ma, proprio a partire dall’analisi weberiana si sono registrate significative incomprensioni dei fenomeni politici non solo del ‘900 ma anche dell’epoca che stiamo attraversando. Infatti la crisi, definita irreparabile, della trascendenza nelle società contemporanee non solo ha di fatto semplicemente spostato i confini del trascendentale (dall’aldilà religioso all’aldiquà storico) ma ha anche ridefinito i poteri del sacro e del magico ricollocati entro questo nuovo spazio trascendentale ristrutturando i riti attraverso i quali questi poteri si riproducono. La capacità di attrazione del sacro e del magico, che ridefiniscono i tratti di ciò che è straordinario in una società oggi a prescindere dall’esistenza del divino, non rinvia quindi la fonte del proprio potere all’aldilà ma la colloca come un’ombra appena sopra un aldiquà che nel ‘900 fino ai nostri giorni è stato spesso marcato dalla politica che ha prodotto così una nuova dimensione trascendentale.
    La stessa politica ha però mutato le forme di produzione di questo trascendentale: sacro, magico e rituali, ovvero la produzione oggi rielaborata di straordinario che porta consenso anche impetuoso a chi la governa, hanno a lungo soggiornato sia in quelle che oggi vengono chiamate le ideologie (nel linguaggio corrente le teorie politiche che tentano di applicarsi nella società, e qui oggi ci si distanzia dall’ideologia in senso marxiano più di quanto si pensi) che nella dimensione che il lessico politico oggi chiama post-ideologica (ovvero la prassi improntata a un puro pragmatismo).
    Fin qui niente di cui stupirsi: la produzione di straordinario genera valore socialmente richiesto perché legato al desiderio e attira grandi masse attraverso una complessa serie di rituali (oggi tecnologicamente mediati). Fornisce quindi anima, vitalità e consenso ad ogni dimensione ideologica e post-ideologica. Del resto un classico come Mannheim aveva colto un importante tratto storico della politica moderna che nasce proprio dalla spiritualizzazione insita nelle aspirazioni di importanti strati delle società a noi precedenti. Tanto più le culture religiose tendono a realizzare le proprie aspirazioni spirituali e salvifiche nell’aldiquà tanto più cresce e si sviluppa la politica come “concorso dei gruppi sociali alla realizzazione degli scopi terreni” (Ideologia e Utopia ed. 1970). Dal novecento ad oggi il magico e il sacro ristrutturato sono quindi fenomeni permanenti di proliferazione del desiderio sociale della realizzazione dello straordinario nell’aldiquà ma mutevoli nelle forme, nelle tattiche di riproduzione di se stessi e negli obiettivi. La politica intesa come concorso collettivo alla realizzazione degli scopi è anch’essa rimasta ma profondamente mutata, non solo nelle forme ma anche nella ristrutturazione dei propri obiettivi storici. Ma straordinario e politica si tengono sempre assieme: senza la produzione di straordinario che anima l’atto spontaneo dell’erogazione di consenso alle istituzioni nelle nostre società nessun tecnocrate della politica può muoversi perché delegittimato. C’è un atto magico, sacro, quasi neoreligioso nell’agitarsi di una società verso uno scopo che deve essere compreso da un materialista perché genera potere, verticalizzazione dei rapporti tra ceti sociali e legittimazione delle forme del politico e dell’amministrativo intese come simulacro del concorso collettivo alla realizzazione degli scopi.
    Quindi altro che demagicizzazione del mondo per far posto ad una civiltà ammistrativamente normata, come prefigurato da Weber e messo in atto da tutta la politica istituzionale dal dopoguerra a oggi (vero tratto unitario da Schumpeter fino a Michael Walzer che, non a caso, si dice “nervoso” per la vittoria di Obama, temendo che il populismo spiritualista evocato dal nuovo presidente metta in crisi il totem del dispositivo razionale e normativo della regolazione sociale). La politica per legittimare ogni proprio tratto, e con lei i dispositivi della governance che dalla politica ricevono legittimazione di riflesso, deve saper suscitare quel consenso che nasce dallo straordinario e quindi da una dimensione sia magica che sacra ma quanto prodotta da un nuovo trascendentale, quello dell’aldiquà definito da forme mediali di rito collettivo quando non globale.

    2

    In questo senso la vittoria di Obama alle elezioni Usa non ha niente di stupefacente: nella cultura politica dei comitati elettorali americani il marketing, come tecnica di estrazione di legittimazione politica nei bacini di produzione dello straordinario presenti nella società Usa, è una disciplina consapevole di sé e del rapporto tra straordinario e politica almeno da qualche decennio. E’ una scienza della produzione del consenso mediale matura quindi consapevole di sé, dei propri dispositivi di produzione non lineari, dei propri punti di crisi come di potenza.
    Chi guarda alle dinamiche di produzione dell’utopia dal basso sollevate dall’elezione di Obama di solito ha presente solo quest’aspetto del fenomeno: quando è così è come pensare che la birra che viene bevuta con soddisfazione sia stata prodotta dallo stesso bevitore soddisfatto. Non funziona ovviamente così nelle società contemporanee anche se il bevitore partecipa, anche consapevolmente, alla valorizzazione del marchio e con i propri gusti orientando la composizione della formula della birra. E qui va detto che in Italia, tanta retorica dell’autovalorizzazione dei processi di soggettivazione ha costruito enormi ostacoli epistemologici per la comprensione di questi fenomeni. Lo stesso giudizio vale per una certa cultura di sinistra ferma ancora al terrore orwelliano verso i media con il risultato di vedere solo fenomeni di eterodirezione quando le dinamiche sono invece estremamente più complesse. Ostacoli epistemologici che testimoniano il fallimento di culture politiche che già alla prima metà di questo decennio non riuscivano più a orientarsi e che si candidano al disorientamento anche per i prossimi anni.
    Va infine detto che lo scatenamento della scossa collettiva che produce quello straordinario che si concretizza in consenso elettorale con Obama è avvenuta in forme differenti dal passato. Sul piano mediale e quindi su quello politico. E qui c’è un aspetto antropologico che non va affatto trascurato: il processo di rimagicizzazione del mondo in atto da quando la comunicazione globale ha fatto la presa sul pianeta. Già negli anni ’80 Marc Augè si era accorto di un fenomeno apparentemente inspiegabile: le soap opera americane venivano accolte con entusiasmo in ogni angolo del globo. Sembrava l’apparente conferma del primato planetario dei valori americani nella significazione dei modi di vita di tutto il mondo. Eppure era l’esatto contrario: le soap penetravano nel pianeta grazie al fatto che tutte le culture, nessuna esclusa, hanno a disposizione degli universali di spiegazione dei fenomeni, e di magicizzazione dell’immaginario, in grado di decodificare ed assorbere qualsiasi messaggio venga dall’esterno. L’egemonia dell’immaginario americano stava “solo” nel fatto che la fonte della produzione dei messaggi era tutta americana. Allo stesso tempo tutti i dispositivi di immaginario mitologico delle culture non occidentali assorbivano figure e racconti provenienti da occidente. E questo perché, come commentava Augè, è proprio della televisione imporre l’egemonia dei propri contenuti attraverso un uso mitologico dell’immagine che fa immediata presa sulle popolazioni. Un processo di rimagicizzazione del mondo veniva quindi a coincidere con la nascita di un patrimonio globale di immagini e con la successiva, altamente complessa, interconnessione tecnologica. Weber non poteva certo prevedere l’esplosione globali della comunicazione via immagine emozionale, noi lo sappiamo e dobbiamo tenerne conto.
    Per la sua natura, si tratta quindi di una rimagizzazione in grado di mettere in connessione opzioni culturali differenti. Proprio come è accaduto negli Stati Uniti dove, scossi dall’entusiasmo per lo straordinario evocato dal messianismo di Obama, si sono attivati differenti archetipi culturali che hanno trovato un mediatore comune: il linguaggio mediale in grado di attivare universalmente l’intero spettro della diversità culturale presente in un paese.
    In questo senso lo staff elettorale di Obama ha saputo elaborare questo bacino spontaneo di produzione di mitologie, secondo i nuovi canoni della rimagicizzazione del mondo, in quanto staff strutturato secondo un’organizzazione del lavoro post-moderna del tutto simile a quella che si forma quando si produce un film a Hollywood (organizzazione a rete ma con gerarchie, mutevole ma con delle policies, contratti di professionisti a tempo ma con dei fiduciari storici del committente, forte coesione interna ma immediata solubilità dell’organizzazione una volta raggiunto lo scopo). Le modalità di attivazione dello straordinario, il fenomeno sociale che se saputo governare crea legittimazione politica, da parte dello staff di Obama sono quelle della capacità di distinguere e di mettere a produzione mito e propaganda. Il mito è quel bacino spontaneo di immaginario sociale in grado, se attivato o se dotato di attivazione propria, di scatenare quel sentimento sociale dello straordinario che unisce una società e produce potere politico. La propaganda, in questo caso quella dell’organizzazione cognitiva postmoderna non quella strutturata secondo criteri fordisti risalenti all’esperienza delle guerre, è invece la capacità di un dispositivo politico-elettorale strutturato di saper far emergere il bacino grezzo dello straordinario presente nella società indirizzandolo nell’investimento emotivo di massa verso un candidato. Il Financial Times non a caso ha commentato la campagna elettorale di Obama definendola sia fortemente emotiva che rassicurante: vuol dire che entrambi gli obiettivi, mobilitare il consenso di massa tramite un messaggio straordinario ma incanalandolo verso un membro dell’establishment, erano stati raggiunti.
    Si crea così l’effetto partecipazione: come nelle funzioni religiose, in questo caso sia dal vivo che su una pluralità di piattaforme tecnologiche, c’è una emotività profonda e diffusa a cui tutti partecipano anche attivamente e un funzionariato del clero che gestisce e amministra il rito partecipativo, scegliendo il tono emozionale delle retoriche. E’ comunione e distinzione allo stesso tempo: la comunione trova qui la propria acme rituale nelle elezioni, la distinzione permette che il ceto politico una volta esaurita la funzione, e fatto il pieno di legittimazione e di investimento, agisca separatamente dalla società e in piena discrezione.
    E qui per creare un effetto partecipazione così dirompente lo staff di Obama ha utilizzato al meglio, nel contesto favorevole di una nuova cultura magico-mediale, almeno due killer application tipiche del bagaglio concettuale di Internet: la cultura convergente e la Long Tail. La cultura convergente nasce dalla consapevolezza che il messaggio mediale dominante non è più quello strettamente televisivo ma quello che nasce dall’ibridazione di più media (giornali, radio, internet, con la televisione che deve lottare per guadagnarsi un ruolo egemone) con una produzione dei messaggi egemoni che è condizionata dall’elaborazione e dalla ricezione che avvengono in Internet. Non a caso infatti lo staff di McCain, vistosi perduto, a pochi giorni dalle elezioni ha accusato i blogger di orientare faziosamente la campagna elettorale. Non le televisioni, le radio o i columnist della stampa ma i blogger di Internet: è un riconoscimento diretto del fatto che il messaggio dominante nella campagna elettorale lo produrrà anche uno staff, spendendo cifre impressionanti in spot televisivi, ma se questo non sa incontrare le correnti che si agitano in rete (e quindi nella società) la battaglia è persa. In materia di Long Tail la campagna elettorale di Obama funzionerà come un classico della storia del finanziamento. I rivoli di piccoli cifre che si sono riversati nel fondo elettorale di Obama, attivati dalla rete internet dalle catene create via cellulare, hanno creato un immenso fiume di denaro come nei classici della teoria Long Tail che sostengono proprio l’importanza di saper attirare miriadi di piccole somme economiche entro un bacino più grande. E adesso?
    Discorso di Chicago di Obama subito dopo l’elezione appare un inizio ma in verità è un congedo. Il dispositivo intelligente della propaganda creato per essere capace di suscitare lo straordinario nella società Usa si distaccherà dalle miriadi di reti di comunicazione spontanea che hanno veicolato e rielaborato, potenza di Internet, i messaggi guida della campagna elettorale fin negli interstizi della società americana. La verticalizzazione della società americana può riprendere il proprio corso dopo il necessario rito catartico che ha l’apparenza dell’orizzontalità come in ogni rito partecipativo, non importa a quale scala.
    Oggi il governo dell’utopia ha cambiato sovrano: questa forma potente dell’immaginario viene evocata dai presidenti tramite le credenze sullo straordinario per salire al governo attirando consenso mentre ai movimenti, per essere credibili, spetta il peso del doversi dimostrare realisti. Non a caso un giornale come Repubblica fa lavoro militante verso gli studenti ammomendoli a non scoprire il sessantotto: un “non aprite quella porta” come da titolo di film dell’orrore. Perché non deve essere rielaborata dal basso la potenza sociale dell’utopia che invece oggi, paradossalmente, è elaborata dal dispositivo integrato media-politica perché fonte di legittimazione sociale in ultima istanza.
    Dovranno passare ancora diversi terremoti prima che l’asse della politica sposti di nuovo di direzione l’utopia, le pulsioni, l’animalità creando nuove culture alternative e autonome dall’abbraccio con i poteri strutturati. Si tratta delle sole in grado di portarci al di fuori di questo mondo dove l’alternativa invece riposa tra declino di una civiltà e rigenerarsi dell’ideologia e delle pratiche di assoggettamento del mercato, dell’efficienza e del merito. Evidentemente, si deve lavorare più a fondo. Sulle strutture antropologiche del potere sulle quali oggi si esercita, tecnologicamente mediata, l’egemonia dei dispositivi di governo che estraggono consenso dalle nuove forme del sacro e del magico e che producono quello straordinario che è la linfa vitale per il nuovo piano di legittimazione del dominio. Anche se, e questo va considerato, la profondità della crisi capitalistica può dare una mano a chi vuol presentare il conto ad una forma di governo che ha fallito quanto il socialismo reale, impropriamente definito comunismo dall’ignoranza di quella e di quest’epoca, nei giorni dello sgretolamento del muro di Berlino.

    mcsilvan

  5. md Says:

    @titus: concordo
    @nic: spunti molto interessanti!

  6. POLITICA SKEPSIS (con venature più o meno sottili di pessimismo) « La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] ho già argomentato in un precedente post, non nego che l’elezione di Barack Obama possa costituire una novità di rilievo nello […]

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