METEOPATIA: apologia semifilosofica della nebbia

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Il termine meteoropatia (con le varianti meteopatia, metereopatia) è costruito sulle parole greche meteoros (che sta in alto, nel cielo, elevato) e pathos/pathe. Queste ultime rivestono un significato fondamentale sia in filosofia che in psicologia: hanno a che fare col patire, col subire, con l’essere passivi, con la sofferenza. Cliccando a caso nella rete ho visto che meteopatia (e simili) è diventato un termine spesso utilizzato dalla medicina, che afferisce quindi la sfera delle malattie e delle relative cure. Io mi ritengo piuttosto meteopatico, senza per questo sentirmi ammalato – e del resto chi non lo è? A meno che non si viva chiusi in un ambiente sottovuoto e sterilizzato, si è inevitabilmente sottoposti all’effetto del “tempo”, del clima, dell’ambiente esterno. Trovo tuttavia disdicevole e fastidiosa quella che potremmo nominare con un neologismo come meteofobia corrente, che definisce “maltempo” praticamente tutto: sia che piova, sia che nevichi, se fa caldo, se fa freddo, qualsiasi cosa succede in cielo non va mai bene. O meglio, l’ideale sarebbe che ci fosse un clima asettico, senza intemperanze né sbalzi, piuttosto piatto e omologato, che consenta alla megamacchina di funzionare senza intoppi. Bastano infatti pochi centimetri di acqua o di ghiaccio, una temperatura un po’ sopra o un po’ sotto la media, che le città, le auto, il traffico, gli umani, tutto va in tilt.
Senza mettere in mezzo qui le trasformazioni climatiche in corso, trovo tutto ciò disdicevole per una ragione molto semplice, immediata, se si vuole banale, e cioè che in questo modo ci perdiamo alcuni lati meravigliosi della natura, che dovremmo invece conservare proprio in vista della sua possibile scomparsa e dissoluzione (o integrale sussunzione sotto il tallone industrial-culturale).
Tra queste sparizioni in corso ce n’è una di cui vorrei qui parlare, e della quale molto mi rammarico: la nebbia.

Proprio qualche settimana fa ho partecipato ad un reading di poesie ad essa dedicato, e il sentimento comune ricorrente era quello mesto e un po’ amarcord di una perdita irreparabile: quell’affascinante fenomeno meteorologico è pressoché estinto, in queste zone oltretutto dove un tempo furoreggiava, ed ormai sono rimaste solo le poesie ad evocarlo. Ecco perché ieri sera quando ho visto magicamente scendere la nebbia, ne ho subito approfittato per uscire a farne esperienza. Mica che poi non torni più fino all’anno prossimo…

Ho lasciato dietro di me le ultime case e gli ultimi lampioni, e mi sono inoltrato nel bosco. Ho percorso un sentiero che già conosco, anche se i profili hanno cominciato ad oscillare. Poi, ad un bivio, ho deciso di prendere una direzione che mai avevo preso. La nebbia non era fitta, però non si trattava di foschia, era qualcosa di intermedio, forse era bruma, non saprei, e poi si intravvedeva in cielo uno spicchio di luna, dunque non rischiavo di perdermi. E tuttavia ad un certo punto ho avuto la sensazione di sprofondare in un’altra dimensione. Tutto ha cominciato a ondeggiare, i contorni si sono sfumati, i rumori ovattati, ma soprattutto ero io che stavo ondeggiando e sfumando. Ad un certo punto ho davvero avuto paura, e sono tornato indietro. Accelerando lievemente il passo.

Non so se qualche filosofo abbia mai parlato seriamente della nebbia. Non ne ho memoria, anche se sicuramente qualcuno lo avrà fatto. Ma non è poi così importante saperlo. Certo, a pensarci bene, si tratta di un fenomeno che con la filosofia ha molto a che fare. Direi anzi che è una metafora perfetta di quella che io considero la ricerca filosofica (e insieme la ricerca del significato e del senso della vita, delle cose, dell’essere, che io non considero scisse): le cose ad un tratto si ingarbugliano, i loro contorni si confondono, emergono dubbi in continuazione, quel che prima sembrava chiaro e distinto ora si fa fumoso, lo spazio si allarga e si restringe, la cronologia temporale salta, quel che era consueto ora è inusuale, ciò che era familiare diventa estraneo e perturbante, qualcosa di mai visto e inaudito sorge all’improvviso e prende una forma inaspettata; al di là dei confini della certezza fa capolino l’incertezza, il noto è ora ignoto e dall’ignoto può sorgere qualsiasi nuova forma; l’oggetto si fa oscuro e il soggetto procede a tentoni, su passi malfermi, come in un labirinto; ad un certo punto comincia non solo a dubitare di quel che ha di fronte, ma anche di se stesso, non solo il mondo, anche l’io viene afflitto da un prolungato spaesamento, tutto sembra come sospeso, trattenuto, sul punto di scomparire ed essere risucchiato, si ha la sensazione della perdita e dello smarrimento, non ci si raccapezza più, la deformazione delle cose e la loro dissimulazione genera angosce sottili; poi all’improvviso succede qualcosa, si avverte un rumore laggiù… là dove sembra ci sia una radura… qualcosa che si muove… una sagoma, una figura che si allarga; eccola! sembra… forse è… no, non credo sia… un apparire che è subito uno scomparire, un tornare nel nulla… eppure mi era sembrato… cosa sarà stato? La parola mistero fa capolino. E lascia uno strano sapore in bocca.

Qualche volta la nebbia si alza all’improvviso, e allora tutto torna chiaro e distinto. Ma non come prima, qualcosa nel frattempo è cambiato, qualche particolare che prima ci sfuggiva ora è qui davanti a noi, forse una nuova configurazione del mondo si fa innanzi.
Un’altra volta, invece, la nebbia si fa ancora più fitta. Avvolge ogni cosa in una morsa definitiva e implacabile. E si finisce per brancolare nel suo bagliore bianco. Una forma di oscurità diversa da quella della notte e del buio. Come se fosse una tenebra bianca e soffice, quasi palpabile, al di là della quale non sai mai cosa ti attende. Il mistero può anche essere paralizzante, enigma insopportabile, sfinge ineffabile. Forse, allora, è meglio fermarsi. Rannicchiarsi presso il tronco di un albero e stringersi tra le braccia – le proprie, visto che in giro non c’è nessuno, nessun dio nessun vivente nessuna voce – pregando di non congelare. E aspettare che si alzi.
Che passi.

foto di teo_ladodicivideo

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7 Risposte to “METEOPATIA: apologia semifilosofica della nebbia”

  1. luther Says:

    Vabbuo’, dalle nebbie di questa valle di lacrime forse e’ meglio rifarsi al Toto’-pensiero: ” Ma dico, se i milanesi a Milano, quando c’e’ la nebbia,non vedono, chi la vede?”.
    Saluti

  2. Ares Says:

    Ares ^__^

    Ahahhahaha.. grande Totò!!

  3. sandro Says:

    chissà forse delle volte è piacevole quel senso d’incertezza quella paura….
    che non provoca subito adrenalina, ma è li pronta a scattare ma poi passa……….. come, quel mantello di fumo bagnato, quella riflettente romantica opacità………..

  4. md Says:

    uauh, poeticissimo sandro!

    è vero, quella battuta di Totò è davvero fulminante…;
    e a proposito di Milano e Totò, indimenticabile quella scena con Peppino De Filippo (nello stesso film?) del loro arrivo in stazione centrale in piena estate tutti impellicciati e infagottati

  5. nebbia Says:

    “Il mistero può anche essere paralizzante, enigma insopportabile, sfinge ineffabile. Forse, allora, è meglio fermarsi.”

    Perché?
    Se il mistero può essere paralizzante, allora quella paralisi può essere estremamente IMPORTANTE dal momento che parla del mistero.

    Alla luce di quello che racconti, ti consiglio un paio di letture:
    “Che cos’è metafisica?” e in “Sentieri interrotti” il saggio “L’origine dell’opera d’arte” di Martin Heidegger. Il linguaggio potrebbe sembrare ostico, ma alla luce della tua “nebbia” forse no…

  6. md Says:

    @nebbia
    Grazie per i consigli, anche se su Heidegger ho già ampiamente dato (conosco bene i testi che citi, cpecie “Che cos’è metafisica” e tutto il discorso sulla radura, sul nascondersi/svelarsi della verità, ecc.ecc. – il linguaggio di Heidegger non è ostico, o per lo meno non più di altri filosofi, è solo troppo ieratico per i miei gusti).
    Comunque, visto che sono passati parecchi anni da che li ho letti, tornerò a dare un’occhiata, magari oggi mi suggeriranno cose diverse…

  7. Anna Salis Says:

    ohhhhhh! è una bellissima metafora e profonda analogia…
    concordo…

    p,s
    riguardo ad inizio post, capita spesso che la scienza medica faccia propri alcuni termini adattandoli a comode esigenze : questo perchè si è troppo distaccata dalla filosofia, l’errore non solo delle scienze mediche però.

    un saluto
    Anna
    http://feeria-asophia.blogspot.it/

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