SAUVAGERIE (con alcune divagazioni su Spinoza, Plotino e l’assoluto)

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“Happiness is real only when shared”

Non capita spesso di uscire dalla visione di un film intimamente scossi e, nel contempo, eccitati dal punto di vista intellettuale. Mi è capitato l’altra sera con Into the wild, film di Sean Penn tratto dal libro Nelle terre estreme di Jon Kracauer (per chi non l’avesse visto, c’è una scheda esaustiva su Wikipedia, ma naturalmente sarebbe preferibile vederlo). Il rito del cineforum, che, almeno in provincia, non passa di moda, può indurre esperienze del genere (visione unita alla discussione), oltre al fatto che, a prezzi molto modici, consente di recuperare film persi nella stagione precedente (talvolta perché poco o punto distribuiti), godendoseli in compagnia di persone di solito piacevoli e intelligenti, e non sui cuscini solitari e soporiferi del proprio divano di casa.

Fatta questa (quasi inutile) premessa, torno all’oggetto. E l’oggetto è un film profondamente filosofico, che verte nientemeno su temi quali l’opposizione (di nuovo i contrari!) tra libertà e necessità, natura e cultura, vita e morte, e così via. Parto però dalla fine, e (giusto per non smentire la premessa) dall’intelligente considerazione di Celeste, l’acuto e cinefilo commentatore che imperversa nelle nostre piacevoli serate al cineforum, il quale ha osservato giustamente come la scena-chiave del film sia forse quella in cui il protagonista, poco prima di morire schiantato dalla necessità naturale, incontra l’orso: Christopher ha attraversato molte tappe del suo percorso di iniziazione, crescita e liberazione, fino a raggiungere il limite estremo (reso metaforicamente dalle terre selvagge dell’Alaska); si è liberato della “cultura” (in termini di cose, società, relazioni), ma forse anche della “natura”. L’orso che gli passa accanto, nota Celeste, lo annusa e se ne va, non riconoscendo in lui né qualcosa di “sociale” (che avrebbe potuto aggredire) né qualcosa di “naturale”, con cui interagire. Estraneità totale, dunque. Ma dove si trova allora Chris? In che luogo del cosmo si è andato a collocare? Sarà che in questo periodo mi sento un po’ “spinozista”, ma a me sono venuti in mente due concetti: assoluto, intuizione intellettuale.

Partiamo, ora, dall’inizio: da che cosa fugge il ragazzo? Naturalmente, in primo luogo, dalle costrizioni sociali: negli Stati Uniti (ma in Europa non è diverso) queste sono innanzitutto le “cose”: “voi mi ricoprite di cose, cose, cose e io ve le ributto addosso”. Chris, in maniera un po’ francescana, dona ai poveri il suo fondo per il college, straccia la carta di credito, si libera di ogni legame con una società che ha reificato e mercificato tutto e tutti. E poi, nonostante il rapporto di complicità con la sorella, vuole soprattutto farla finita con la sua famiglia (forma compiuta dell’ipocrisia). Ma anche tutti gli altri legami gli stanno stretti, e le relazioni, anche quelle positive, finiscono sempre per diventare gabbie da cui Chris è istintivamente portato a fuoriuscire. Nel suo cammino – classicamente on the road – incontra individui d’ogni genere, hippies, vecchi, ragazze, lavoratori, tutte persone a loro modo meravigliose, che gli insegnano qualcosa e gli aprono grandi mondi emozionali, ma dal cui incanto lui finisce sempre per sottrarsi.
E veniamo all’altro fronte, quello “naturale”. Il primo impatto è violento: Chris dorme nel deserto e viene sorpreso da una piena. L’ultimo impatto, due anni dopo, gli darà la morte: le bacche lo avveleneranno. L’entrata nel circolo naturale, per quanto magnetico e meraviglioso, con quell’illusione di libertà assoluta, non sarà propriamente una passeggiata, e la natura non è affatto detto che renda liberi (qualcuno, infatti, pensava che solo la città può rendere liberi). Chris scopre inoltre che della “cultura” non ci si libera mai, e di fatti i libri, la lettura (London, Thoreau, Tolstoj, Pasternak), la scrittura, saranno la sua compagnia fino alla fine (il lasciar tracce, incisioni, segni del suo passaggio). Ma tutto questo rappresenta per lui ancora solo un attraversamento, un voler andare oltre, un continuo trascendere… già, di nuovo la domanda: per andare dove? Nella sua testa frulla spesso la parola verità: “io cerco la verità, e questa non possono darmela né l’amore, né le persone, ma nemmeno i luoghi, la bellezza, il viaggio…”. Chris è alla ricerca della saggezza (nientemeno!) e di un modo radicalmente alternativo di considerare il mondo, pensa cioè che si debbano vedere le cose da un altro punto di vista. Ma quale? Io ipotizzo che sia quello dell’assoluto – anche se mai questa parola viene nominata nel corso della storia (per lo meno nel film, del libro non so).

E men che meno l’altra, intuizione intellettuale. Il “terzo genere di conoscenza” di cui parla Spinoza nell‘Etica – la scientia intuitiva che viene dopo la imaginatio e la ratio – ha a che fare con l’assoluto ed è proprio la modalità di conoscere le cose sub specie aeternitatis, cioè da un punto di vista che non è più quello sensibile e nemmeno quello razionale. Si tratta del raggiungimento e della contemplazione di una verità ulteriore, che conduce all’amor Dei intellectualis, vertice assoluto della gioia, vera felicità e vera libertà. Spinoza non sta a lesinare qui sulle parole, e anzi non si perita di utilizzare il linguaggio teologico: salvezza, beatitudine, eternità, gloria – ma pensa che ciò sia nelle possibilità delle corde umane, in maniera del tutto immanente e “naturale”, e che sia la sola modalità conoscitiva in grado di dissolvere davvero la paura della morte. E, avverte, “anche se la via che ora ho mostrato condurre a questa meta sembra oltremodo ardua, si può tuttavia trovarla”. E deve essere davvero arduo quello che si trova raramente”.

Retrocedendo di un millennio abbondante lungo la cronologia filosofica, troviamo un’espressione simile di vertice conoscitivo non disgiunto dalla ricerca etica e pratica relativa al senso della vita e della autorealizzazione, nell’opera di Plotino: la henosis di cui si parla nel sesto libro delle Enneadi, è proprio l’identificazione con l’Uno, il processo di ascesa e di unificazione, che implica il lasciarsi alle spalle le forme e le differenze per raggiungere l’estasi, in modo da “non lasciare più in noi alcuna alterità”. Tutto ciò non è descrivibile con le parole e con la ragione, si tratta proprio di un salto mistico nella sfera dell’assoluto.

Ma chissà, magari mi sono spinto troppo oltre, e ho caricato la vicenda di Christopher McCandless di significati estranei o poco pertinenti. Eppure quando ci si spinge nelle “terre estreme”, ai confini delle nostre possibilità, quando si perseguono con determinazione lo sradicamento e l’abbandono di ogni cosa, quando si tenta di andare oltre la natura e la cultura, quando si decide che ogni punto di vista dato è insoddisfacente, e se tutto ciò non è riconducibile a nessuna forma corrente di nichilismo o di autodistruzione o di fascino per la morte (come è il caso del nostro vitalissimo ragazzo), non è che resti molto altro da incontrare e sperimentare se non l’estasi, l’assoluto, la gloria. Ma, annota Christopher nel diario poco prima di morire, “la felicità è autentica solo se condivisa“. Ecco il paradosso: per raggiungerla ci si deve elevare fino all’assoluto, abbandonando tutto e tutti, ma poi con chi la si condividerà?

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15 Risposte to “SAUVAGERIE (con alcune divagazioni su Spinoza, Plotino e l’assoluto)”

  1. Ares Says:

    Ares ^__^

    Bel post…

  2. md Says:

    grazie Ares!
    (almeno per una volta mi riposo, e la risposta non implica fatica intellettuale…)

  3. titus Says:

    ho letto l’intro e poi ho skippato. devo ancora vederlo il film…
    magari ritornerò a commentare.

  4. Luther Says:

    E no caro md, come ti riposi!
    Ho trovato il film un po’…angosciante!
    Secondo te e’ quella la felicita’?
    Senza scomodare Epicuro & co. credo che la felicita’ vada soprattutto condivisa. Troppo facile abbandonare tutto e scappare.
    Saluti

  5. md Says:

    beh Luther, però non è stata una scelta facile; Chris correva dei rischi (e di fatti è incappato nella morte, anche se casualmente, poteva anche morire in un incidente stradale o sul lavoro…);
    Davvero ti ha comunicato angoscia? a me non dico abbia comunicato serenità (sarebbe eccessivo), ma qualcosa di simile, una sorta di quieta accettazione (sempre vigile e intelligente) dello scorrere inevitabile delle cose, del fluire della vita, compresa la propria: che non significa rassegnazione, ma coscienza radicale della nostra eterna insoddisfazione, del nostro continuo bisogno di trascendimento.
    Certo, come detto nel post, ci ho anche sovrapposto parecchio.
    Trovo comunque che si tratti di una vicenda piuttosto “eccitante” dal punto di vista intellettuale, per lo meno nel modo in cui è stata raccontata (non è certo la prima volta che qualcuno fugge…).

  6. Ares Says:

    Ares ^__^

    .. ma alora non l’ho capito… ma Chris era alla ricerca della felicità ?.. avevo capito che era alla ricerca di sè stesso e non e’ detto che una volta che hai trovato te stesso questo corrisponda ad aver trovato la felicità.. al limite un certo grado di serenità.. che poi e’ la serenità di cui parla md, che anch’io ho provato.

  7. md Says:

    sì Ares, anche secondo me Chris non cercava la felicità (anche perché ammette di non poter fare a meno di condividerla una volta che la si sia “trovata”), ma “se stesso”, quell’interno che è anche l’esterno e che è anzi l’indifferenza di esterno ed interno (tanto per scimmiottare un certo filosofo)

  8. luther Says:

    Il “conosci te stesso”, non e’ la fonte della felicita’? A me sembra piu’ un “folle”…la sua ricerca implica anche conoscenza dei propri limiti, cosa che nel personaggio non ho colto. Certo e’ un film interessante ma a mio parere non e’ un capolavoro.Ripeto credo si tratti di una fuga… di un capriccio estremo.
    saluti

  9. Ares Says:

    Ares ^__^

    No,”conoscere se stesso” non e’ la fonte della felicità.

    Certo, Chris e’ un folle, ma fossimo tutti cosi’ folli.

    Con i propri limiti Chris ci si e’ scontrato e li ha riconosciuti.

    Il film non e’ un capolavoro, ma rispetto al cinema che si vede in giro, sopratutto in questi giorni, direi che lo e’.

  10. Camu Says:

    A parte il fatto che ho notato che abbiamo inserito la stessa frase di Agostino sul blog…..vista la tua attenta “analisi” del film mi è venuta voglia di vederlo!!!!

  11. Camu Says:

    dimenticavo….e ti ho scovato…in una pausa di cazzeggio dallo studio della Critica della Ragion Pratica di Kant…..!!!!!!

  12. md Says:

    ciao Camu, benvenuto e buono studio (credo che la lettura di Kant richieda frequenti pause di cazzeggio, eh eh!)
    però non riesco a raggiungere il link del tuo blog…

  13. enricodelea Says:

    ciao mario, sempre assai corposi e ricchi (ed assai graditi) i tuoi post di filosofia – ti faccio tanti auguri di buone feste (parto il 21 per la sicilia) . ciao, enrico

  14. md Says:

    grazie Enrico, gentilissimo; ricambio gli auguri e ti prego di dire all’isola che mi manca da morire…

  15. maria pia lippolis Says:

    Spinoza ha detto tutto

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