COSMICA CASSERUOLA

bruegel.la parabola dei ciechi

Meraviglioso racconto questo Nel paese dei ciechi (titolo originale The country of the blind) di H.G. Wells, ripubblicato di recente da Adelphi. Racconto quantomai filosofico, filato dalla fervida e anticipatrice mente dell’inventore, insieme a Jules Verne, della science fiction, e molto vicino a noi proprio per la sua sensibilità per i temi biopolitici e tecnologici, etici, esistenziali che affliggono (e però rendono paradossalmente intrigante) la nostra epoca. Con tutte le connesse paure: basti pensare all’incubo alieno, alle mutazioni genetiche, alla guerra batteriologica – L’isola del dottor Moreau è del 1896 e La guerra dei mondi è del 1898!
L’esperimento condotto Nel paese dei ciechi è riconducibile, per certi aspetti, al tema della statua di Condillac, secondo cui i sensi (ciascuno dei quali ha una sua logica specifica, con un ruolo forse prioritario del tatto) costituiscono dinamicamente la nostra esperienza e le nostre facoltà. Si provi allora ad immaginare che cosa succederebbe se qualcuno, dotato dei canonici cinque sensi, piombasse in un villaggio isolato dal mondo, dove da generazioni i suoi abitanti hanno perso l’uso della vista. La prima impressione che, secondo quanto immagina Wells, ricaverebbe questo visitatore “normodotato” sarebbe quella di ritrovarsi in una sorta di “cosmica casseruola”, un luogo sigillato e asfittico oppresso da un “tetto orribile sotto il quale si curva la vostra immaginazione”, il limite oltre il quale non è dato andare.

copertinaEd è appunto attraversando casualmente quel confine che arriva Nunez, lo Straniero. Comincerà allora una partita sensoriale, esistenziale, psicologica ed anche metafisica che manifesta tutta l’inconciliabilità dei due mondi. Ancora di mondi alieni e di guerra si tratta (come nel libro più famoso di Wells), ma qui tutto è più sfumato e surreale, più impalpabile e sottile, forse persino più inquietante. Nunez (ribattezzato dai ciechi a causa del misterioso luogo da cui proviene “Bogotà”) crede di poter mettere in pratica facilmente il proverbio “in terra di ciechi il guercio è re”, ma si scontrerà con difficoltà insormontabili, con una vera e propria frattura ontologica e antropologica.
a) Ontologica, perché ciò che è per i ciechi non è per lui e viceversa. Le configurazioni del mondo sono diverse, le verità si rovesciano, il contrasto luce/buio diventa quello caldo/freddo, sensi e intelletto organizzano diversamente la rappresentazione e le relazioni tra le cose (secondo quanto pensava Condillac);
b) Antropologica, perché Nunez, che vorrebbe “addomesticare i ciechi”, renderli partecipi (come poi?) del suo punto di vista (anche il linguaggio tradisce la differenza), “ridurli a ragione”, viene in realtà considerato dagli indigeni un “selvaggio”, un essere inferiore e involuto, i cui sensi (ad esempio il tatto o l’olfatto o l’udito) sono tutt’altro che sviluppati.
Il prezzo che dovrà pagare per essere ammesso nella comunità (i cui confini e il cui ordine non devono essere sconvolti) e per sposare la donna di cui si è innamorato, è quello di farsi asportare chirurgicamente gli occhi – escrescenze inutili – che turbano il suo equilibrio mentale e, di riflesso, l’armonia sociale. Omologarsi, questa l’unica possibilità di convivenza. Del resto lui avrebbe altrettanto preteso la loro omologazione a una presunta verità/visione del mondo (e “cieca” obbedienza), contemplante a sua volta l’ammissione di una menomazione.

Nunez-Bogotà, oscillante e in piena crisi identitaria, si spingerà ancora ai confini di quel mondo, oltre quel “tetto orribile”, quella “casseruola” sigillata tra impervie montagne, e dovrà riflettere bene su cosette come libertà, rinuncia, amore, destino (a dimostrazione del fatto che l’ontologia ha sempre a che fare con la prassi e con l’etica); per poi dover scegliere tra l’uscire “a riveder le stelle” e il tornare all’amor cieco, e prendere così una decisione comunque dolorosa. Quale sarà?

immagine: Bruegel il vecchio, La parabola dei ciechi, 1568

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20 Risposte to “COSMICA CASSERUOLA”

  1. Camu Says:

    Leggendo il tuo riassunto ho avuto una sensazione di soffocamento, non oso pensare quali sensazioni possa suscitare in me la lettura di tutto il racconto.
    Si è materializzato un groppo alla gola al solo tentativo di immedesimarsi nel personaggio per tentare di capire cosa si prova nel ritrovarsi in un mondo di ciechi, dove le tue verità viste con gli occhi sono completamente diverse da quelle di coloro che ascoltano o toccano.

  2. Ares Says:

    Ares ^__^

    Me lo regalero’ per Natale ^__^

  3. md Says:

    Cara Camu, se vuoi “soffrire” ancora di più (nel senso di fare esperienza di immedesimazione per lo meno a livello immaginario) ti consiglio la lettura di “Cecità” di José Saramago.
    Una esperienza straniante ma piacevole è poi quella della “cena al buio” (ed esperienze simili, organizzate dall’Unione ciechi o associazioni del genere).

  4. Luciano Says:

    Salve.
    Ricordi caro MD le diatribe con Hermes, mi pare, sul legame tra percezione e linguaggio? Allora rilancio atutti la domanda, siamo in grado di rappresentare un concetto non legato alle nostre percezioni?
    Vi attendo numerosi.
    A presto.

    Luciano

  5. Ares Says:

    Ares ^__^

    be’, allora mi regalero’ 2 libri ^__^ per questo Natale.

    … io ho fatto il percorso “Dialogo Nel Buio” organizzata dall’Unione Ciechi.. e’ stata un’esperienza piacevolissima, mi sono divertito come un matto, anche se ho saputo di manifestazioni di isterismo e panico ..

    @Luciano.. No!

  6. md Says:

    Luciano, certo che la base di partenza è sempre quella percettiva, resta il fatto che ci sono meccanismi della creatività linguistica (del pensiero, dell’immaginazione, ecc.) che eccedono quella base e sono persino in grado di potenziarla e trasformarla.
    Cioè: se ad ogni percezione corrispondesse un concetto (o ad ogni tipologia percettiva un’idea) tutto sarebbe molto più semplice e lineare, ma non è così. Non possiamo fare a meno delle percezioni, ma se non le ordinassimo/sintetizzassimo saremmo se non “ciechi” (per usare un termine kantiano) piuttosto limitati.
    Soprattutto non potremmo immaginare un mondo esterno e un mondo interno, un soggetto e un oggetto, e dunque la possibilità di interagire e trasformare (sia l’interno che l’esterno).
    Insomma, alla statua di Condillac, mancherebbe pur sempre l'”anima”.

  7. md Says:

    Cioè, affinché si possa interagire col mondo (senza limitarsi a riprodurre la pura base biologica) si deve costruire una qualche forma di “ontologia” (un modo di concepire l’essere, le “cose”, ecc.), e i sensi non bastano. Occorrono il linguaggio, l’astrazione (che è astrazione “dal” livello sensibile), l’immaginazione, la creatività del pensiero.
    Ma a ben vedere, e senza voler scomodare le neuroscienze (che non ho ancora bazzicato a sufficienza), mi pare sia oltremodo inutile concepire il processo cognitivo in maniera scissa (i sensi da un parte, i concetti dall’altra). Leggevo tempo fa di una “memoria tattile” – ora che cosa vuol dire “memoria tattile” se non che il mio percepire qui e ora questa tastiera o questo monitor non sono atti scissi dall’intelligenza complessiva che mi fa compiere una certa attività?
    Preferirei parlare di esperienza senso-intellettiva, o di qualcosa del genere.
    Ma ora sto proprio buttando lì…

  8. md Says:

    Dopo di che è chiaro che l’organizzazione complessiva del mondo (la sua “intelligenza”) per un non vedente sarà diversa da quella di un vedente. Ma costui potrebbe avere un’intelligenza tattile e olfattiva molto più povera…

  9. Luciano Says:

    Salve.
    @MD
    “se ad ogni percezione corrispondesse un concetto (o ad ogni tipologia percettiva un’idea) tutto sarebbe molto più semplice e lineare,”

    Io sto sostenendo proprio il contrario: non è possibile associare ad ogni concetto una corrispondenza percettiva. Questo implica che per alcuni concetti, non legati ad eventi percettivi, non esiste una rappresentazione mentale. Ad esempio l’anima che tu citavi. Come la potresti descrivere? Ma prendiamo un esempio più concreto:il vento. La rappresentazione che ne hai è tattile (per es. i brividi di freddo o la sensazione di caldo sulla pelle), visiva in modo indiretto (oggetti che si muovono), uditiva. L’aria non si vede, per cui quello che è veramente il vento e cioé lo spostamento di masse d’aria lo abbiamo inferito solo indirettamente e attraverso i nostri sensi, altrimenti non avresti potuto neanche defire la parola vento. Ma questo è facile perché riconducibile alle nostre attività sensoriali. Ma un concetto astratto? Non sei in grado. Qualunque tentativo di rappresentazione mentale cerca di far ricorso ai sensi e quando non trova nulla inventa. Per l’anima che so, una fiammella o cose simili. Supponi ora che nascesse un essere umano completamente privo di ogni apparato sensoriale. Sarebbe in grado di pensare? E penserebbe cosa? Avrebbe un linguaggio? E se sì, basato su che cosa?

    Quando parlo di legame con le percezioni intendo che la rappresentazione che ci costruiamo nella mente è basata sulle percezioni. Il pensiero, ad esempio. Quando pensi, ti sembra o no di parlare con te stesso, cioé di udire una voce con la quale dialoghi?
    A presto.

    Luciano

  10. md Says:

    Non mi pare Luciano che alla fine stiamo dicendo cose molto diverse.
    Certo, non ci può essere un “mondo” senza (una qualche) percezione; e i concetti che, come giustamente dici, non sono riconducibili ad esperienze sensoriali sono, appunto, costruzioni mentali nella forma del “prescindere dalla” percezione – che però ci deve essere stata, sennò da che cosa prescindiamo?
    Direi che i concetti hanno più a che fare con la dimensione linguistica e interattiva (e dunque collettiva) rispetto ai sensi che hanno una dimensione più soggettiva.
    Immaginiamo un neonato in una foresta (del resto è capitato, ci sono casi documentati): sopravviverà grazie ai sensi, avrà una qualche forma di esperienza e di intelligenza sensoriale che gli farà organizzare il mondo quanto gli basta per sopravvivere.
    Ma potrà avere un’arte, una filosofia, una religione – cose cioè che richiedono capacità di astrarre, di rappresentare e di proiettarsi in una dimensione meta-fisica?

  11. Luciano Says:

    Salve.
    Ma infatti io credo che ci sia stato un piccolo fraintendimento. Semplicemente io non volevo affatto escludere l’astrazione, ma mettere in luce il fatto che siamo in grado di descrivere alcuni concetti mentre altri no. Rimangono parole che hanno per noi un significato ma non una rappresentazione mentale. Voglio dire in ultima analisi che mentre le parole che derivano da esperienze percettive sei in grado di comunicarle ad un altro in modo tale che egli ne abbia una immagine mentale altre (i concetti astratti) no. Ne trasmetti il riferimento linguistico ma non una rappresentazione, cioé non glielo sai spiegare se non con metafore che lo riconducano a percezioni sensoriali.

    A presto.

    Luciano

  12. luther Says:

    Ho letto Cecita’ di Saramago e devo dire che e’ stato sconvolgente…spesso ho dovuto interromperne la lettura tanto era vero. E’ un libro che ti scava lo stomaco… un incubo! Nello stesso tempo ero talmente preso da non poter fare a meno di continuarne la lettura. Un’ umanita’ improvvisamente regredita allo stato belluino che perde la ragione.
    Vabbe’ caro Md, questo per dirti che del “Nel paese dei ciechi” mi accontento di quello che ha scritto tu…meglio non rivivere certe sensazioni.
    Grazie cmq per quello che scrivi. Platone prediligeva l’oralita’ tuttavia riteneva la scrittura “un gioco serio”…per cui anche un blog come il tuo puo’ essere utile.
    Saluti

  13. Camu Says:

    Ho letto Cecità di Saramago ma non so perchè non mi ha dato la sensazione di soffocamento;sgomento sicuramente ma il groppo in gola no.Forse perchè la sua descrizione del “bianco latte” faceva un po’ da filtro alle sensazioni-

  14. Luciano Says:

    Salve.
    Io non ho letto né l’uno né l’altro dei libri citati in questo post, ma credo che la domanda sottesa (neanche più di tanto in verità) sia la differenza epistemica di due strutture cognitive quali quella (in questo caso) del vedente e quella del non vedente. Il concetto di colore ovviamente non avrebbe significato, in un mondo in cui al concetto luce/buio si sostituisse caldo/freddo. E per inciso sarebbe per forza fallace perché caldo/freddo non corrisponde univocamente a luce/buio. Basri pensare al ghiaccio la cui temperatura è freddissima ma non manca di luminosità. La vista è il nostro senso principale e questo è testimoniato dallo sviluppo delle tecniche grafiche sia rappresentative che decorative nel corso della nostra evoluzione. Probabilmente ciò è dovuto alla minore fugacità di ciò che alla vista attiene rispetto agli altri sensi. Basti pensare alla differenza tra leggere un libro e sentirlo leggere (tralasciamo poi l’invenzione della scrittura) per capire come per esempio l’udito non abbia per l’uomo la stessa importanza della vista. E’ peraltro vero che le percezioni dell’uomo sono integrate le une con le altre. La vista per quanto importante fornisce una percezione superficiale, esterna delle cose, mentre l’udito ci permette di valutare la strura interna degli oggetti. Il sapore del cibo che mangiamo è influenzato anche dall’odore del cibo stesso, e così via.

    A risentirvi presto.

    Luciano

  15. Ares Says:

    Ares ^__^

    Come viene descritto il “bianco latte” ?

  16. Ares Says:

    Ares ^__^

    @Luciano io non dialogo con la mia voce quando penso… ma quando penso di pensare o quando penso a quel che scrivo si.

    Comunque in tutta serenita’ possiamo dire che tutto l’esistente.. quindi tutto.. e’ riconducibile a percezioni sensoriali gia’ provate.

  17. Luciano Says:

    Salve.
    @Ares.
    Beh Ares come fai a dire che pensi? Se pensi a quale strada fare per andare in un posto, il flusso dei tuoi pensieri, le ipotesi che fai quale altra forma possono avere se nonquella di un dialogo? Anche se in effetti potresti avere l’immagine visuale del percorso. In ogni caso, sei legato alle tue percezioni.
    Quel che io dico è che non tutte le parole che usiamo hanno una rappresentazione legata ai sensi. Alcune sono per l’appunto astratte, rappresentano concetti non descrivibili dalle nostre attività percettive. Quel tipo di parole non nsiamo in grado di descriverle. Alcune di esse che sono relative al comportamento possono essere descritte in modo operativo, intendendo in questo modo che si da della parola non che cosa è ma che cosa fa. Altre invece sono impossibili (per noi) da rappresentare.

    A presto.

    Luciano

  18. md Says:

    Due spunti ulteriori:
    -a proposito dell’antica questione sul senso prioritario, anch’io ho sempre pensato che la vista sia quello cruciale (oltretutto la nostra è una civiltà della visione, e la filosofia stessa è, da Platone in poi, essenzialmente “eidetica”, per l’appunto “visiva”). Ma qualche giorno fa ho letto alcune pagine di Deleuze che faceva tutto un discorso molto interessante sulla spazializzazione e sui contorni delle cose, dove sosteneva la priorità del tatto (un po’ come già Condillac nell’esempio della statua): cioè, in sostanza, se ho capito bene, affinché noi si concepisca il mondo come costituito di cose, oggetti, ecc. dobbiamo innanzitutto percepirlo in termini di linee di confine, e dunque di sensazione tattile del cominciare e del finire… Dopo di che ha certo ragione Luciano quando dice che le nostre percezioni sono un complesso sistema integrato;
    -seconda cosa, un po’ più “generale”: stavo pensando poco fa passeggiando che il nostro livello sensibile è fondamentalmente comune a quello delle specie animali (certo, con le dovute differenze evolutive o organizzative), e che quindi possiamo considerarlo la “base biologica dell’esistenza”. La rottura (e dunque l’invenzione di quello che definiamo “cultura” e della conseguente opposizione natura/cultura) avviene grazie al “superamento” della nostra totale dipendenza da questo livello, dalla “base animale”. Una rottura avvenuta attraverso alcune mosse evolutive cruciali (quali: la posizione eretta, l’encefalizzazione, i pollici opponibili – che permettono un’enorme capacità di interazione/manipolazione del mondo circostante), che è poi giunta all’invenzione del linguaggio e, conseguentemente, di tutti gli altri strumenti “astratti” – il pensiero, la matematica, la logica, ecc.
    Quest’ultima fase ha fondamentalmente a che fare con la “rappresentazione” del mondo (la sua duplicazione per certi aspetti) e un clamoroso ampliamento delle nostre capacità creative (e insieme distruttive).
    Detto all’ingrosso, ma conto di tornarci.

  19. Ares Says:

    Ares ^___^

    ..ma..bo.. pero’ secondo me quando penso non comunico con il mio pensiero.. penso e basta; la stada da raggiungere la localizzo attraverso una serie di immagini… non dico al mio pensiero: ” ok ragazzo , ora gira a destra e poi a sinistra, dritto per 100 metri e poi.. “..

    ..e poi se riesco a creare un immagine in astratto, lo posso fare se faccio un astrazione di qualcosa che pero’ ho potuto concepire e trasformare grazie ai sensi..l’astrazione e’ una sorta di riformulazione del percepito a livello sensoriale, anche la cultura e il linguaggio sono nati solo perche’ esistonoi sensi..i pensieri e’ le emozioni sono frutto di un astrazione e rielaborazione sensoriale conscia e inconscia.. no?

  20. Luciano Says:

    Salve.
    .
    Non sono sicuro che quanto sostiene Deluze coincida con quello che è lo sviluppo della percezione dello spazio. Voglio controllare su un testo (meravigioso) di Max Delbruck, “La materia e la mente” in cui viene affrontato lo sviluppo delle percezioni (in particolar modo della vista) che avviene nel bambino in quattro fasi secondo una teoria introdotta da Piaget. Su questo ci risentiamo.
    Secondariamente, sul secondo punto vorrei segnalare un bellissimo libro di Merlin Donald “l’evoluzione della mente” in cui viene descritta una evoluzione in quattro fasi: mente episodica (quella che tu hai definito base biologica), mente mimica (prelinguistica), mente mitica (sviluppo del linguaggio) e mente teoretica (pensiero astratto). Corrispondentemente procede la nascita e l’evoluzione del Sistema immagazzinamento simbolico esterno» (SISE) che prende in modo sempre più marcato il posto delle strutture biologiche di immagazinamento (memoria).
    Ma anche su questo ritorneremo…

    A presto.

    Luciano

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