ANTROPODICEA

palazzata-barocca-di-messina1

Cade oggi il centenario del terremoto di Messina. Alle 5.20 del 28 dicembre 1908 bastarono trenta secondi per distruggere la vita di almeno 100.000 persone, cui va aggiunto un numero imprecisato di altri esseri viventi più o meno senzienti, a Messina, Reggio Calabria e dintorni; bastò un attimo per inghiottire le case, i palazzi (tra cui la meravigliosa palazzata neoclassica reppresentata nella stampa qui sopra), gli oggetti, tutto e tutti nel gorgo muto della morte. In un diario di quei terribili giorni, tenuto da un medico reggino, si legge: “La notte dal 28 al 29 specialmente è stata spaventevolmente tragica, notte angosciosa, infinita, in mezzo agli infermi che domandavano soccorso, mentre una pioggia gelata ci rendeva intirizziti e da Messina si levava estesamente il fioco chiarore degli incendi e il crepitio delle fiamme distruggitrici”. Il cronista registra poi con sconcerto come allignasse tra i sopravvissuti “una forma di dolorosa apatia”, un’angosciosa rassegnazione. Alcune mie vecchie zie avevano ascoltato i racconti che all’epoca si tramandavano e che sono giunte fino all’orecchio della mia infanzia: si narrava di campanili che oscillavano, di fughe miracolose ma, soprattutto, di un fato crudele che inchioda tutti al loro inesorabile destino.

Molte sono state le cosiddette “catastrofi” nella storia umana, antica e recente (non più tardi di quattro anni fa lo tsunami devastava gran parte del Sud-Est asiatico), e sarebbe un po’ stupido e inutile stilare classifiche o gerarchie della loro distruttiva misura. Ce n’è tuttavia una che mi preme ricordare proprio oggi, in occasione di questo anniversario, per il suo impatto filosofico e intellettuale oltre che “mediatico”: il terremoto di Lisbona del 1° novembre 1755. Quel disastro fu una vera e propria “cesura” per almeno due motivi: liquidò piuttosto drasticamente l’argomentazione ottimistica alla Leibniz o alla Pope (quest’ultimo cantava “Whatever is, is right“); allontanò dalle scene e pose in secondo piano l’argomento della teodicea, per lo meno nei termini con cui fino ad allora era stato trattato (teodicea era il termine coniato da quello stesso Leibinz del “migliore dei mondi possibili”,  con il quale  il filosofo e scienziato tedesco  intendeva  indagare il problema del rapporto tra Dio e il male: come giustificarlo?). Ma quasi mezzo secolo dopo, a ridosso del disastro di Lisbona, con l’intervento di calibri grossi come Voltaire, Rousseau (che però diede torto al primo) e Kant (più “neutrale” e scientifico), si posero le basi per una visione decisamente antropologica (piuttosto che teologica) della questione del male, fisico-naturale o morale che fosse.
Cioè, da quel momento in poi sarebbe stato poco interessante sapere se il male derivi o meno da Dio e come mai l’armonia del tutto (più o meno prestabilita) venga così spesso messa in discussione, o se quello che noi chiamiamo “male” sia in realtà indifferente dal punto di vista extraumano; mentre molto più urgente diventerà rispondere alla domanda: che cosa possiamo fare noi umani di fronte al male (o a quello che consideriamo tale)?
Il punto sarà allora capire come la conoscenza, la tecnica, la scienza, l’organizzazione sociale e politica possono, almeno in parte, venire in soccorso della nostra fragilità, evitando così di farci trovare impreparati di fronte all’imprevedibile – che diventa quindi prevedibile. Alleggerire o addirittura annullare l’impatto delle catastrofi e delle malattie sulle nostre vite, sarebbe dovuto così diventare una sorta di imperativo etico e sociale (la speranza invocata da Voltaire, la rivoluzione immaginata da Rousseau, ecc.).

Eppure 250 anni sono passati (100 dal terremoto di Messina) e il grumo di incertezze e domande sulla questione del “male” è ancora tutto lì. Di “male” fisico e naturale ce n’è ancora in giro un bel po’; di male “morale” è pieno il pianeta. Certo, la tecnoscienza può risolvere una parte del problema (non farci inghiottire da un evento naturale, avvisandoci in tempo, utilizzando meglio il territorio, ecc.), ma rimangono sempre due domande brucianti: che ne è del male “morale” (quel male tutto interno agli esseri umani, una sorta di lato oscuro che all’improvviso sorge e fa fare loro cose terrificanti, come Auschwitz, la guerra – anche in questi giorni a Gaza – o il piccolo e banale esercizio quotidiano della crudeltà ci insegnano)?
E poi, da ultimo, la domanda metafisica che risorge sempre dalle antiche ceneri della teodicea (e che l’antropodicea non ha minimamente risolto): che senso ha tutto questo? quale “giustificazione” e fondamento ne regge i fili? esiste un senso oggettivo, assoluto, eterno, o dobbiamo accontentarci di inventarcelo noi di volta in volta, facendo e disfacendo la tela dei significati, dei simboli, dei fini, delle mete?
Certo, il punto di vista diventa cruciale in questo “gioco metafisico al massacro”. La parola “catastrofe”, ad esempio, contiene il verbo greco strépho, che significa tra l’altro “girare la barra del timone”, “volgere lo sguardo”, “ruotare le pupille”, dove evidentemente il punto di vista dell’osservatore assume un peso notevole. Non tanto, o non solo, in relazione alla vecchia discussione metafisica circa l’indifferenza del male dal punto di vista dell’assoluto (dagli stoici in poi, passando per Leibniz e Spinoza), ma soprattutto per l’allusione implicita al concetto di “trasformazione” e di “rivolgimento” (e non solo di “annientamento”) cui il termine allude – strépho significa anche “rovescio, capovolgo, metto sottosopra le leggi, muto, converto”. Insomma:  il cosmo, l’essere, la natura e categorie simili sono rigorosamente mute e indifferenti rispetto al concetto di male; è solo l’essere umano a considerare “male”, dal suo personalissimo punto di vista, quel che gli accade (o che produce). E la catastrofe, piccola o grande che sia, è lì a ricordarglielo, a rovesciarlo spesso e volentieri dal suo piedistallo sovra-naturale; ma il rovesciamento viene nuovamente rovesciato a sua volta, così da generare nuovi (e tavolta illusori) ripari. Ma dal male che sorge da se stesso che riparo ci potrà mai essere?
Sembra quindi che la considerazione del punto di vista ci faccia scivolare di nuovo nel campo che ho definito dell’antropodicea: esista o no un assoluto, esista o no Dio, esista o no una verità e un senso conclusivo dell’esistenza, la questione del “male” resta comunque di nostra pertinenza, con lui ce la dobbiamo vedere noi, volenti o nolenti. Certo, rimane sempre la possibilità dell’apatia, dell’accettazione fatalistica e rassegnata di quello che si ritiene un “destino” assegnato, come accadeva ai familiari dei sopravvissuti a Messina – gli schiaffoni della sorte possono anche annichilire. Però:

“Atomi tormentati, su questo cumulo di fango,
che la morte inghiotte e con cui la sorte gioca
ma atomi pensanti”

– così scrive Voltaire nel suo Poema sul disastro di Lisbona. Il grande filosofo illuminista non è certo incline al pessimismo radicale di Pascal (che aveva utilizzato una metafora simile, descrivendo gli umani come “canne pensanti”), ma altrettanto decisamente respinge quell’ottimismo un po’ barocco e di maniera che vede nella “catena degli esseri” il disegno perfetto e armonioso della totalità.

(I testi del dibattito sul terremoto di Lisbona si trovano in: Voltaire, Rousseau, Kant, Sulla catastrofe. L’illuminismo e la filosofia del disastro, Bruno Mondadori 2004. Ottima l’introduzione di Andrea Tagliapietra).

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5 Risposte to “ANTROPODICEA”

  1. Atomi pensanti (e possibilmente denuclearizzati) « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] già più volte affrontato su questo blog il tema della teodicea (qui in particolare, anche se rovesciato in termini di antropodicea). E’ sempre bene ricordare, […]

  2. in dit artikel Says:

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    … anche per me è proprio così!!!
    (se il parere di un microbo può significare qualcosa)

  4. Leibniziana 2 – Scagionare (nientemeno che) Dio | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] sostanza. Ma qui si apre tutt’altro capitolo: non di teodicea occorrerà parlare, ma di antropodicea – anzi, a rigore di anti-antropodicea, visto che: se il male metafisico si dissolve con il […]

  5. Italodicea | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] permettere il male?); poi la questione si è andata sempre più spostando sul territorio dell’antropodicea (cosa possono fare gli umani per vivere meglio questa loro costitutiva fragilità?): la risposta […]

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