CANTO DEL MARE

Soffio antichissimo del mare,
vento del mare a notte:
a nessuno tu vieni;
per chi vegli
resisterti
è una prova:
soffio antichissimo del mare
che spiri
quasi solo per rocce primordiali,
nient’altro che spazio
trascinando con te da lontano…

Oh, come ti sente una
pianta di fico gravida di gemme
alta nella luna.

(da Rilke, Nuove poesie, scritta a Capri alla fine del gennaio 1907)

IT IS DIFFICULT

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Riporto qui sotto l’appello dell’artista cileno Alfredo Jaar, fino a pochi giorni fa in mostra all’Hangar Bicocca e allo Spazio Oberdan con “It’s difficult” e con la serie “Questions questions” (in cui si chiedeva:

“cos’è la cultura?” “la cultura è emergenza?” “in cerca della cultura a Milano”.), appello scritto in difesa di Cox 18 in cui invita tutti i milanesi a difendere lo spazio e definisce lo sgombero un “crimine vero e proprio”.

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MEMORIA, IMMEMORIALITA’, POLEMOS: note a margine della “verità terribile” di Eraclito

“Sia come si vuole, sulle acque mosse dall’Oceano
prese a svelarsi la faccia umana; il mare apparve
lastricato di innumerevoli facce rivolte ai cieli;
facce imploranti, irose, disperate; facce che
emergevano a migliaia, a miriadi, a generazioni”.
(De Quincey, Confessioni di un mangiatore d’oppio)

Ciò che in genere più colpisce del discorso sulla guerra è quel tratto di “immemorialità” (e implicitamente di “naturalità”) che si tende ad attribuirle: c’è sempre stata… da che mondo è mondo… se ne ha da sempre memoria... – e dunque, necessariamente, non avrà fine a meno che non abbia fine il mondo. Si fa cioè di un elemento storico e determinato della storia umana – la guerra essendo violenza organizzata, tecnica, strumentale, politica, e non semplicemente il continuum biologico dell’aggressività e della lotta intraspecifica – un dato ontologico immodificabile. Esiste cioè, e precisamente nella tradizione filosofica occidentale, una vera e propria cosmologia e metafisica della guerra che va ancora meglio indagata.
I pensatori greci, e su tutti Eraclito, fanno del pòlemos un vero e proprio elemento fondativo-generativo degli enti e delle loro differenze. Al che la domanda da farsi è duplice: la guerra è davvero un modo necessario ed ineliminabile di funzionamento del cosmo? Da cui segue, se così fosse, il quesito circa una distinzione di vitale importanza, quella cioè tra guerra (distruttiva delle differenze) e conflitto (che oppone ma rispetta le differenze mettendole in movimento).
Per rispondere a queste domande, anzi per verificare preliminarmente che si tratti di domande fondate e ben poste, si deve innanzitutto riprendere in mano il testo di Eraclito, sforzandosi di penetrare quella aura misteriosa e sacrale che li pervade, quell’intrico di immagini allusive e talvolta oscure, e, insieme a tutto questo, l’ormai spessa stratificazione di interpretazioni che vi si sono addossate (già le diverse traduzioni sono a loro modo delle interpretazioni) – ma ciò non toglie che si debba provare oggi ad interrogare ancora quei frammenti, anche perché appare evidente come non ci si sia granché spostati da lì, come se ci fossimo incistati e bloccati sulla soglia di quel domandare originario.

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MANI SULLA CITTÀ (rapaci, adunche, fasciste)

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(Avvertenza: questo post trasuda rabbia, schifo e veleno, con qualche scurrilità. Eviti di leggerlo, dunque, chi ha lo stomaco delicato…)

L’ineffabile fascistissimo vicesindaco di Milano, ha detto chiaro chiaro quel che pensa di un pezzo importante della storia sociale, politica e culturale della città:
a) non ha (e non c’è) nessun valore se non quello della pecunia (cioè del “valore-valore”, quello vero), e diciamocela tutta, lo stabile di Conchetta per dove è posizionato varrà una bella somma, e mica ci si può far fregare dall’automatismo dell’usucapione, anche perché…
b) i frequentatori e gli attivisti dei centri sociali sono tutti terroristi, così come, per estensione, lo sono pure tutti i fautori del conflitto sociale (dunque sillogisticamente anch’io son terrorista!).
La figlia di Primo Moroni si chiede com’è che ci possa essere un’amministrazione così rozza e ignorante da voler spazzar via con uno sgombero la storia, i simboli, la memoria. In realtà, l’idea che questo comitato d’affari ha della città (anche in vista dell’Expo) è chiarissimo e si sostanzia nella triade decoro-denaro-dominio.
Meglio quindi che i giovani a venire trovino apparecchiata una bella tabula rasa, che non pensino troppo e che si rinchiudano nelle loro discoteche e nei loro pub alla moda, con i loro eterni aperitivi, le allegre sniffate di bamba e i macchinoni – purché consumino e non rompano troppo i coglioni agli onesti cittadini che lavorano. E che Milano diventi irreversibilmente e una volta per tutte, dopo il primo grandioso tentativo craxiano degli anni ’80, il laboratorio socio-antropologico del modello Mediaset modaiolo, festaiolo e calcistico-velinaro.

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POLITICA SKEPSIS (con venature più o meno sottili di pessimismo)

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Sono per natura allergico ad ogni forma di potere. Sono fatto così, non ci posso far niente. Sarà il mio ribellismo innato, l’insofferenza isolana, l’indole anarcoide e libertaria, la forma mentis dovuta alla formazione illuminista e marxista… ma proprio non riesco a digerire stati, autorità, chiese, partiti, capi e capetti. Intendiamoci: so bene che, giusto per fare un esempio, senza uno straccio di stato (le regole minime della convivenza) gli individui sarebbero più belluini e narcisisti di quanto già non siano; così come non mi perito certo di esercitare forme di potere e di controllo sui ragazzini esagitati che frequentano la biblioteca dove lavoro; ma sono anche convinto che non stia lì la soluzione.
D’altra parte al momento non vedo nemmeno profilarsi all’orizzonte modalità alternative di convivenza. Ometto poi del tutto di parlare della faccenda del potere di un individuo su un altro – potere che viene esercitato sempre e comunque ogni qualvolta si allacci una qualche forma di relazione. Quella del potere, del resto, è questione spinosa e complessa, che non intendo qui nemmeno cominciare a trattare (frase retorica per dire: accontentatevi di illazioni o impressioni immediate e non sempre fondate).
Comunque, sarà forse per questa atavica e inveterata insofferenza, nonché per una inclinazione scettico-critica tipica dell’attitudine filosofica, che mi vedo costretto a ribadire le mie fortissime riserve sul cosiddetto “nuovo corso” americano.

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OBNUBILAMENTO

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“A Parigi, si alzano i toni. Jean-Marie Le Pen dichiara che Gaza è un campo di concentramento. Altri, vicini alla sinistra radicale, gridano che da molto tempo non c’era stato un massacro di musulmani peggiore di quello degli abitanti di Gaza. E i 300.000 del Darfur? E i 200.000 bosniaci? E le decine di migliaia di ceceni che Putin andò a «snidare fin dentro i cessi» e che non vi strapparono neanche una lacrima? […]. Posso sbagliarmi, ma le poche, le pochissime cose che vedo (palazzoni immersi nell’oscurità ma in piedi, frutteti all’abbandono, la via Khalil al-Wazeer con i negozi chiusi) indicano una città frastornata, che si trova in trappola, terrorizzata, ma certamente non una città rasa al suolo, come poterono esserlo Grozny o certi quartieri di Sarajevo. Questo è ancora un fatto.”

E’ un passo del reportage di Bernard-Henri Levy, che compare sul Corriere della sera di oggi – e che mi fa pensare che evidentemente il nouveau philosophe francese, per scandalizzarsi davvero, avrebbe avuto bisogno non di 1300 morti ma di almeno 300.001 (1 in più del Darfur), non di svariate migliaia di case distrutte ma della desertificazione di Gaza. Fa poi sorridere (si fa per dire) nel medesimo articolo la dichiarazione di un colonnello israeliano che dice testualmente: «La guerra è sempre orribile, criminale, piena di furore; perché aggiungere, alla sua atrocità, la menzogna?».

Sfugge a costoro che l’obnubilamento – l’offuscamento delle facoltà sensitive e, per estensione, di quelle razionali – è un tratto essenziale della guerra. Ora, che ciò succeda ai militari o ai capi di Hamas – come quell’Ismail Haniyeh che ha dichiarato testualmente che è stata conseguita una “grande vittoria” da parte dei palestinesi – può anche essere normale, ma che capiti a un filosofo di chiara fama lo è un po’ meno…

UMANI, ANIMALI E DINTORNI

diogeneSi può maltrattare un cane
senza curarsi dei suoi guaiti,
semplici stridori
di una macchina mal lubrificata.

(Malebranche)

Nell’Appendice alla parte prima dell’Etica, Spinoza muove una critica serrata al “pregiudizio finalistico”, quella tesi, o meglio “finzione”, secondo cui “gli uomini comunemente ritengono che tutte le cose naturali, e loro stessi, agiscano in vista di un fine”. Nello stesso tempo viene spazzato via anche il pregiudizio antropocentrico, quella costruzione tutta ideologica (Spinoza la ritiene una superstizione profondamente radicata negli animi) che considera la natura apparecchiata per il bene, l’utilità e il diletto degli umani. Alla base di tutto ciò sta quell’attività fervida e potente che denominiamo immaginazione – e che fa sì che sia l’ignoranza a prevalere anziché la reale comprensione delle cose. Spinoza conclude il suo ineccepibile ragionamento con una frase piuttosto sibillina: “Questi sono i pregiudizi che mi sono proposto di segnalare qui. Se ne restano altri della stessa stoffa, ognuno potrà emendarsene con un po’ di meditazione”. Sibillina ma quantomai filosofica: emendare – cioè correggere, rivedere, rettificare, migliorare – i nostri giudizi immaginari (campati per aria, rovesciati) col lavorìo attento, continuo e onnicomprensivo della riflessione filosofica.
Questa premessa mi serve per introdurre quello che possiamo ritenere uno dei “pregiudizi” e delle produzioni immaginarie più maestose della storia della specie, il nodo forse essenziale della visuale distorta – anzi del vero e proprio rovesciamento – denunciati da Spinoza: la “questione animale“.

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LA MIA ISTITUTRICE

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Come sa chi legge questo blog, non sono solito abusarne per raccontare cose private; ma nello stesso tempo, in più occasioni, non mi sono sottratto dal farlo quando ho pensato che potesse essere di una qualche utilità “pubblica”. La biografia (intellettuale e non solo) di un individuo è fatta di mille elementi, di molti materiali, di infiniti incontri, di misteriosi intrecci – spesso imprevisti e imprevedibili. Migma, mescolanza caotica, direbbe il filosofo greco Anassagora.
E’ il cosiddetto “destino”, che non è certo scritto a priori, ma che si costituisce filandone giorno per giorno la trama – un intreccio che, appunto, non dipende solo dai soggetti interessati ma da molte altre variabili e circostanze. Un filo che ad un certo punto viene violentemente interrotto da Lachesi, con un taglio netto. E che lascia chi sopravvive interdetto, paralizzato, spaesato. Perché è come se ti venisse strappato qualcosa dalle carni. E allora niente è più come prima.
Ma le Moire se ne fregano, e continuano a tessere e a spezzare i destini come hanno sempre fatto, in maniera impersonale, dura, inflessibile. Senza requie e senza scampo. Dunque inutile illudersi: la mannaia del nulla equivale in questo caso a quella dell’essere – si nasce, si muore. Apparire e scomparire sono due facce della medesima atroce necessità, quella che ci inchioda alla moira – la “parte” che per caso abbiamo avuto in questa strana recita che è l’esistenza.
Poi il balsamo del tempo, come sempre, rimargina le ferite, lenisce il dolore, e insieme alle cicatrici e ai segni visibili della sottrazione lascia anche in bocca – e da qualche altra parte, nelle retrovie della mente – un certo strano sapore, una commistione di ricordi, nostalgia, melancolia.
Due settimane fa, alla vigilia di Natale, moriva una amica per me fondamentale: si trattava di quel meraviglioso miscuglio migmatico che portava il nome di Donatella Bonioli. Come è stato detto, e come penso, si è trattato di una individua straordinaria: una stoica, epicurea, illuminista, ironica, tragica e vitalissima donna. Un capolavoro filosofico della individualità – indipendentemente dal fatto che lei ne fosse o meno consapevole.
Gli amici e le amiche importanti stanno in genere nelle dita di una sola mano, e non sempre serve usarle tutte. Lei era, per me, una delle rare dita di quest’unica mano.
Oggi a Lecco, dove viveva, è stata organizzata una commemorazione pubblica: una teoria di ricordi, letture, testimonianze, musiche, immagini, emozioni. Aspetti e sfaccettature del migma noti e meno noti. Anche in questo caso è sorprendente scoprire come la ricchezza di una persona venga colta in maniera più profonda e completa (per quanto mai esaustiva) grazie ad occhi, mani e anime diverse. Altre trame, altri lati, altre vie. Ho pensato di riportare qui sotto il testo che anch’io ho letto per ricordarla – solo un minuscolo frammento dell’intreccio che ci ha avvinto in quasi trent’anni di amicizia. E qui sopra una sua fotografia di un momento felice dell’ultimo periodo, che ho avuto la fortuna di condividere. Spero, poi, che vorrà perdonarmi quella patina di retorica (che tanto detestava), ma che è anch’essa “parte” della vita – giri di parole per dire solo: “ti ho voluto bene, mi mancherai”.

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PER NIZAR

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Nel luglio del 1991 mi recai con l’associazione italiana Al-Ard in Palestina. Fu un viaggio “schierato” e di parte, che aveva lo scopo di solidarizzare con la causa palestinese. Al-Ard (che in arabo significa “la terra”), oltre che sostenere con iniziative politico-culturali  la causa palestinese, finanziava alcuni progetti di sviluppo economico nei territori occupati – ne ricordo uno in particolare dalle parti di Gerico, riguardante una cooperativa di donne che produceva  succhi di frutta. Il viaggio durò 15 giorni, io dovetti ripartire prima e non potei recarmi a Gaza, limitandomi così alla Cisgiordania.
Era un periodo piuttosto cupo: era terminata da poco la prima guerra del Golfo e Arafat aveva commesso l’errore strategico (ma inevitabile) di schierarsi con Saddam Hussein. La prima intifada, scoppiata alla fine del 1987, era stata repressa nel sangue. Hamas si era appena costituita, e si diceva che venisse segretamente sostenuta da Israele in funzione anti-Olp.
Fu quindi un viaggio per me indimenticabile e però, nel contempo, dolorosissimo. Quelli che seguono sono gli appunti che presi in quei dieci giorni, risistemati in forma diaristico-poetico-filosofica nel corso della stessa estate. Devo avvertire preliminarmente che sono condizionati dal mio stile un po’ ampolloso di allora, specie a causa del linguaggio “scolastico-hegeliano” (era l’epoca in cui studiavo forsennatamente Hegel). Ma nonostante questo vizio di forma, a distanza di quasi vent’anni, li ho trovati ancora interessanti. Certo, avevo forse immaginato allora che “vent’anni dopo” la guerra sarebbe finita, lo stato palestinese – accanto a quello israeliano – sarebbe sorto, una nuova epoca sarebbe senz’altro venuta. Era, evidentemente, un sogno molto, molto prematuro.

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