OBNUBILAMENTO

levygaza-tragicoerrore1

“A Parigi, si alzano i toni. Jean-Marie Le Pen dichiara che Gaza è un campo di concentramento. Altri, vicini alla sinistra radicale, gridano che da molto tempo non c’era stato un massacro di musulmani peggiore di quello degli abitanti di Gaza. E i 300.000 del Darfur? E i 200.000 bosniaci? E le decine di migliaia di ceceni che Putin andò a «snidare fin dentro i cessi» e che non vi strapparono neanche una lacrima? […]. Posso sbagliarmi, ma le poche, le pochissime cose che vedo (palazzoni immersi nell’oscurità ma in piedi, frutteti all’abbandono, la via Khalil al-Wazeer con i negozi chiusi) indicano una città frastornata, che si trova in trappola, terrorizzata, ma certamente non una città rasa al suolo, come poterono esserlo Grozny o certi quartieri di Sarajevo. Questo è ancora un fatto.”

E’ un passo del reportage di Bernard-Henri Levy, che compare sul Corriere della sera di oggi – e che mi fa pensare che evidentemente il nouveau philosophe francese, per scandalizzarsi davvero, avrebbe avuto bisogno non di 1300 morti ma di almeno 300.001 (1 in più del Darfur), non di svariate migliaia di case distrutte ma della desertificazione di Gaza. Fa poi sorridere (si fa per dire) nel medesimo articolo la dichiarazione di un colonnello israeliano che dice testualmente: «La guerra è sempre orribile, criminale, piena di furore; perché aggiungere, alla sua atrocità, la menzogna?».

Sfugge a costoro che l’obnubilamento – l’offuscamento delle facoltà sensitive e, per estensione, di quelle razionali – è un tratto essenziale della guerra. Ora, che ciò succeda ai militari o ai capi di Hamas – come quell’Ismail Haniyeh che ha dichiarato testualmente che è stata conseguita una “grande vittoria” da parte dei palestinesi – può anche essere normale, ma che capiti a un filosofo di chiara fama lo è un po’ meno…

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25 Risposte to “OBNUBILAMENTO”

  1. Ares Says:

    Ares -_-

    Da lui cera da aspettarselo: Bernard-Henri Levy e’ colui che ha coniato il termine “fascislamismo”:

    “Dopo aver vinto il fascismo, il nazismo, e lo stalinismo, il mondo si trova di fronte a una nuova minaccia globale di tipo totalitario: l’islamismo”.. dice..

    Lui fa parte di quel gruppo di intellettuali francesi che sostengono di essere i depositari dell’eredità politica, intellettuale e morale della corrente anti-totalitaria..

    .. be’ poi la coerenza e’ un’altra cosa..

  2. Andrea Says:

    Non c’è bisogno di dirlo. Quello che è successo a Gaza è terribile (uso il passato nella speranza che la tregua di oggi duri).

    Ma anch’io ho l’impressione di una sensibilità e reattività particolari da parte dell’opinione pubblica quando le vittime innocenti sono causate da Israele, come dice Henri-Lévy. D’altronde nel suo reportage, leggendolo tutto, non mancano critiche ai governi israeliani.

    A che cosa attribuire questa sensibilità particolare?
    1. Le forze in campo sono manifestamente sproporzionate, nella capacità finanziaria e quindi tecnologico-bellica.
    2. Il conflitto arabo-israeliano va avanti da 60 anni, e tutti noi non ci capacitiamo di come quel lembo di terra contesa continui a sanguinare.
    3. Non è una terra qualsiasi, ma un crocevia, di culture, civilità, religioni, contesa e pretesa da secoli, se non da millenni.
    4. Negli ultimi anni (otto) la soluzione della questione è centrale anche perché legata, talvolta pretestuosamente, alla vicenda del terrorismo internazionale.

    Oltre a questi motivi ho l’impressione, ma posso sbagliarmi, che in molti permanga un pregiudizio antisionista – una non totale accettazione dell’esistenza di Israele – e in alcuni antisemita.

  3. md Says:

    Concordo con quel che dici, Andrea, a cui però devo aggiungere qualche altra considerazione: la materialità del conflitto è spesso nascosta dalla sovrapposizione e sovraesposizione ideologica (il sionismo è anche stato la colonizzazione, il controllo dell’acqua, lo sfruttamento della manodopera palestinese, lo sradicamento di migliaia di ulivi, l’apartheid, ecc.ecc.);
    trovo molto sospetta e pretestuosa l’improvvisa moltiplicazione (specie nella destra italiana, ma non solo) degli amici di Israele.
    Fondamentalmente non credo che sarà possibile trovare una soluzione a quel conflitto, talmente si è aggrovigliato. Temo che verrà alla fine fagocitato in qualche maggiore disastro futuro a venire.
    Ovviamente spero anche con tutte le forze che non sia così…

  4. Ares Says:

    Ares -__-

    Andrea, il pregiudizio anti sionista credo che sia fondato, c’e’ da dire pero’ che da una delle piu’ grandi democrazie al mondo, che ha alle spalle anni di persecuzioni e sofferenze, queste atrocità non te le aspetti e tendi a rifiutarle, il sua atteggamento sordo ai richiami dell’ONU, lo trovo inaccettabile. L’attacco israeliano e’ stata semplicemente la classiga goccia che hafatto traboccare il vaso… anche se non so quanto sia effettivamente traboccato questo vaso.

  5. Ares Says:

    Ares ^_^

    Non e’ criticabile il progetto sionista, visto il clima politico e culturale che ri respirava nella prima meta’ del ‘900, e’ il metodo sionista d’insediamento che e’ criticapile, e che produce pregiudizio.

    Partiamo dalla costituzione dello stato di Palestina..md, ogni soluzione verra’da se..

  6. nic Says:

    Henri-Levy è più inutile che filosofo e non si smentisce nemmeno questa volta.

    Segnalo, invece, questa interessante riflessione delle compagne Rossefuoco sulle donne palestinesi – di cui si parla in genere poco e in modo approssimativo quando non patetico.

    Alla pagina web trovate foto molto significative e documenti di approfondimento.

    ciao, Nic

    http://www.infoaut.org/articolo/palestina-un-esercito-di-donne-in-cammino

    20.01.2009 Palestina: un esercito di donne in cammino

    [compagne del Centro Sociale Askatasuna – Collettivo femminista Rossefuoco]

    Siamo state e saremo sempre al fianco della resistenza palestinese!
    Come donne atee, laiche, comuniste non possiamo tirarci indietro proprio adesso solo perché Hamas non ci piace o non rispecchia il nostro ideale di resistenza, di vita, di liberazione per un futuro diverso.
    Questa non è la guerra di Israele e Hamas, è un conflitto che vede schierato da una parte uno stato e il suo potentissimo esercito e dall’altra un territorio occupato e una popolazione sotto assedio. Questa è la guerra permanente di Israele contro la Palestina tutta, contro il suo popolo e i suoi movimenti di resistenza. Certo oggi nella Striscia di Gaza è Hamas la formazione politica e militare a riscuotere maggiore successo: forse prima di storcere il naso o peggio di abbandonare il campo, varrebbe la pena chiedersi il perché questo sia avvenuto, capire cosa stia succedendo e metabolizzare i cambiamenti che si sono dati negli ultimi anni.
    Stare al fianco della popolazione palestinese non significa sostenere a spada tratta il progetto di Hamas di uno stato islamico della Palestina. Prima di tutto nei territori ci sono anche altre formazioni che partecipano alla resistenza, ma sembra che Israele e i media occidentali preferiscano presentare il conflitto in altro modo. In secondo luogo è sempre stata tutta la popolazione a partecipare alla lotta di liberazione: far coincidere Hamas con l’intera società palestinese ci sembra un po’ semplicistico e fuorviante. In ultimo, proviamo a semplificare il discorso con un esercizio di fantapolitica e pensiamo alla situazione che viviamo qui in Italia. Se la Spagna ci invadesse, i nostri amici baschi non dovrebbero solidarizzare con noi soltanto perché c’è Berlusconi al governo?

    Allora per qualche salottiero benpensante di sinistra o per qualche purista laico dovremmo abbandonare i palestinesi o far loro le pulci perché Hamas è troppo religiosa? Dovremmo rifiutarci di partecipare ai cortei nelle nostre città perché gli immigrati invocano troppe volte il nome di Allah?
    Le perplessità e i dubbi sono certamente legittimi, ma la complessità e la drammaticità della situazione in Palestina ci costringono ad uno sguardo meno ideologico e più disponibile a cogliere – per assumerle e superarle – tutte le contraddizioni che abbiamo di fronte.
    Certo non possiamo esultare, preferiremmo in cuor nostro che a capo della resistenza ci fosse una formazione di sinistra, ma questo non toglie che abbiamo il dovere di essere al fianco della popolazione palestinese. Senza se e senza ma. Questo non significa tapparsi il naso o scegliere il meno peggio. Significa comprendere che in questo momento in Palestina c’è una guerra che costringe a delle priorità e che i palestinesi non sono un popolo di confusi che non sanno quello che stanno facendo. È scorretto credere di dover insegnare loro a fare una resistenza che poi noi possiamo rivendicarci senza problemi perché è proprio come la volevamo.
    La guerra e l’occupazione durano da più di sessant’anni e se il mondo è cambiato, è cambiata anche la Palestina. Forse sarebbe ora che ne prendessimo atto anche noi tutti che continuiamo a gridare al cielo Palestina rossa nella speranza di un’imminente rivoluzione comunista. O forse preferiamo ad Hamas Abu Mazen “il fantoccio” perché ha una faccia più rispettabile, ci fa meno paura e ci crea meno paranoie?

    La sinistra palestinese, in particolare il Fronte popolare di liberazione, l’organizzazione che per decenni il movimento antagonista italiano (e non solo!) ha sostenuto attivamente, non esiste quasi più. La repressione (carcere e assassinii), le lotte intestine, la corruzione sono alcuni tra i fattori che hanno determinato il tramonto delle forze laiche e cosiddette progressiste nei territori palestinesi. Non bisogna inoltre tralasciare il fatto che all’Occidente ha fatto comodo che la Palestina si tingesse di verde e che sbiadisse la speranza di una liberazione dei territori di stampo comunista/socialista.
    Alla fine degli Anni Ottanta è stata fondata Hamas che se inizialmente si è fatta notare maggiormente per gli attentati suicidi contro Israele, in poco tempo si è presa a carico di gestire anche ampi programmi sociali. Hamas ha infatti guadagnato molta popolarità nella società palestinese con l’istituzione di ospedali, nuovi sistemi di istruzione, biblioteche e altri servizi in tutta la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.
    Hamas ha costruito passo dopo passo il proprio radicamento nei territori occupati, proponendosi come forza propulsiva di resistenza contro Israele ma anche e soprattutto come movimento in grado di dare soluzioni concrete immediate a tanti bisogni primari della vita quotidiana della popolazione. Hamas ha voluto dire resistenza armata, ma anche cibo, scuole, ospedali, reti solidali.
    Allo stesso modo oggi la religione per la popolazione palestinese e araba in generale ha assunto un significato e un valore in più. L’Islam è di fatto, che ci piaccia o no, un elemento identitario fortissimo, soprattutto per tutti quegli arabi che sono emigrati nel mondo occidentale e vivono sulla loro pelle cosa vuol dire essere straniero, essere guardato con sospetto, essere considerato un soggetto pericoloso, un potenziale terrorista, un personaggio con usanze strane che è sempre meglio tener lontano. La fede e i suoi riti come elementi identitari ma anche di contrapposizione, di distinzione orgogliosa e di difesa e resistenza nei confronti di quella guerra senza confini che il mondo intero combatte contro di loro. Una guerra che qualcuno vorrebbe tra il bene e il male, tra le giuste e sacre democrazie occidentali e le tirannie demoniache del mondo arabo.

    Se fossimo in un mondo ideale, le culture entrerebbero a contatto in maniera libera e dunque le dinamiche di omogeneizzazione culturale porterebbero a una fusione e a una valorizzazione dei diversi aspetti di ogni singola cultura. Oggi di fatto non è così. Le rotte della globalizzazione culturale (come di quella economica) non sono libere e paritetiche: c’è una direzione preferenziale che spinge verso l’occidentalizzazione forzata delle culture locali. La perdita violenta di un’identità culturale territoriale fa sì che rimangano spesso in campo solo gli aspetti più conservatori e di per sé più legati a poteri forti (come la Chiesa, tanto nel mondo arabo quanto nel nostro).
    Se ci pensiamo, lo stesso meccanismo avviene anche in Italia. Al di là di chi ha fatto dell’essere laici e anticlericali la propria bandiera, nel momento in cui la nostra cultura si confronta con quella dei migranti, la Chiesa attrae consensi, cercando di incarnare la nostra “identità culturale”, antitetica a quella straniera. Nel mondo arabo, privato di una cultura identitaria forte dalle regole del mercato capitalista, l’Islam resta l’unico appiglio. Lo stesso avviene in Palestina, un territorio e un popolo storicamente laici o comunque non fortemente religiosi.
    Hamas ha istituito scuole “confessionali”, così come l’EZLN nei territori del Chiapas ha costruito scuole dove viene insegnata ai bambini la cultura indigena come prima forma di resistenza culturale.
    L’Islam è tutto quello che il capitalismo e la globalizzazione hanno lasciato al mondo arabo, dopo aver lavorato intensamente per sradicare il sapere popolare dal suo territorio.
    Non dobbiamo poi dimenticarci di chi ha messo in campo i termini di questo scontro senza frontiere. Chi ha dettato le regole del gioco? Chi ha deciso cosa è il bene e cosa è il male? Ma soprattutto chi ha intriso ipocritamente di religiosità uno scontro che è tutto economico, politico, sociale? Chi ha stabilito che la sicurezza del mondo occidentale è direttamente proporzionale alla distruzione del mondo arabo?
    Sicuramente non Hamas, ma nemmeno i talebani o i gruppi legati ad Al Qaeda se vogliamo dirla tutta. La responsabilità è dell’Occidente, degli Stati Uniti, dell’ideologia teocons di Bush e dei suoi affiliati ad aver posto lo scontro in questi termini. Hamas invoca Allah, ma quante volte Bush si è presentato come il presidente guidato da Dio nella lotta contro il male? O ancora quanti stati al mondo oggi sono teocratici quanto Israele, che oltre a identificarsi completamente con la religione ebraica, si identifica con il proprio esercito in guerra permanente, sempre pronto alla santissima missione di proteggere la terra promessa? Nessuno però sembra scandalizzarsi di questo. Le religioni, o meglio le istituzioni religiose sono repressive e oppressive sempre e ovunque. Si giudica arretrato e poco civilizzato il mondo arabo perché così fortemente impregnato di Islam, ma si legittima la nascita e lo sviluppo di uno stato che trova le sue ragioni nel fondamentalismo sionista.

    Ci chiediamo anche come mai Hamas abbia avuto tanto successo tra la popolazione femminile. In molti infatti sostengono che le donne rappresentino lo zoccolo duro dell’ampio consenso popolare di cui gode Hamas a Gaza. Eppure si tratta di un movimento islamico e dalle nostre parti si sostiene che la donna araba e/o musulmana non sia emancipata perché indossa il velo e rispetta i dettami della religione. Allora perché tante donne con Hamas? Lungi da noi difendere l’oscuramento e la repressione dei corpi femminili, chiediamoci almeno perché mai il velo abbia assunto tutto questo carico simbolico. Prima di lanciarsi in giudizi e anatemi varrebbe la pena provare a porsi delle domande e azzardare delle risposte.
    Il punto non è chi porta o no il velo, che rimane il simbolo di una cultura, ma di come queste donne riflettano su se stesse. Ci sono donne con tanti figli e il velo che lavorano instancabilmente per cercare di cambiare la situazione femminile, tanto quanto esistono donne senza velo, vestite in modo estremamente occidentale, convinte di essere inferiori agli uomini e che il loro ruolo sia semplicemente quello di fare figli.
    Non esiste parte del mondo ove il corpo e il ruolo della donna non vengano strumentalizzati a favore del potere. Il velo, nel mondo arabo, non è sempre simbolo di oppressione, ma di una cultura che, in Palestina, lotta ogni giorno contro l’oppressione. E quando viene indossato dalle donne in Occidente, spesso è uno strumento di difesa e di resistenza.

    Vogliamo chiudere questo contributo con due immagini che ci sembrano in qualche modo esemplari.
    La marcia delle donne a Gaza nel 2006. Erano tutte velate, probabilmente legate o vicine ad Hamas, e sono andate contro l’esercito israeliano che si era messo a sparare. Forse se non avessero avuto il velo sarebbero diventate icone di libertà, come accadde per le madri di Plaza de Mayo, ma essendo musulmane molta sinistra non riesce a rivendicarsele fino in fondo.
    Oppure pensiamo a quanto l’opinione pubblica internazionale era rimasta colpita dalle donne di Beit Hanun. I media occidentali avevano accusato Hamas di averle utilizzate come scudi umani. Nella realtà quelle donne non erano state usate, ma avevano deciso liberamente di usare il proprio corpo in un atto di resistenza contro le forze di occupazione israeliane. Quelle donne sono il simbolo della resistenza di un popolo, una resistenza che ha sempre visto le donne palestinesi protagoniste. Protagoniste e non strumento, soltanto perché indossano un velo o invocano il nome di Allah.

    Nessuno nega che le donne palestinesi vivano un contesto molto problematico. Alla ferocia di Israele si aggiungono l’oppressione maschile e la repressione religiosa.
    Noi speriamo che le donne di Palestina vincano la loro battaglia e riescano a liberare il loro territorio tanto quanto le loro esistenze.

    La loro lotta è la nostra lotta.

    Le compagne del Centro Sociale Askatasuna – Torino
    Collettivo femminista Rossefuoco

    _________________________________________________

  7. md Says:

    Non posso che condividere pienamente questa analisi.

  8. Andrea Says:

    Bè, md, credo che almeno avrai qualche riserva nel condividere la definizione di Israele come “stato teocratico”, quando sappiamo che cos’è una teocrazia: un sistema in cui l’autorità religiosa è ipsofacto anche autorità politica – come nello stato della città del vaticano, quello sì… – e quindi non c’è differenza tra legge religiosa e legge civile.

    Capisco, e lo dico sinceramente, l’indignazione, ma cerchiamo di mantenerci per quanto è possibile lucidi nelle analisi.

  9. Ares Says:

    Ares ^__^

    Secondo me stiamo facendo confusione… Israele non e’ uno stato teocratico… non dimentichiamoci che le intenzioni del movimento politico sionista, che e’ un movimento laico che ha le sue origini alla fine dell’800 che promuoveva la costituzione di uno stato ebraico, non erano condivise inizialmente dalla gran parte degli ebrei osservanti, che sostenevano invece che gli ebrei costituivano una comunità religiosa e non un popolo, e che il regno messianico atteso non è che una metafora per un futuro di giustizia e sostenevano che era preferibile lottare per la giustizia sociale e l’eguaglianza dei diritti, li dove erano nati e si trovavano.
    Poi le atroci persecuzioni antisemite del ‘900 invece hanno accellerato i progetti di costituzione dello stato ebraico sostenuti dal movimento sionista.

    La costituzione di uno stato ebraico era legata all’esigenza di avere un luogo dove non poter essere perseguiti. Ti ricordo Andrea che durante la seconda guerra mondiale gli ebrei erano perseguiti anche soltanto per il loro nome e cognome non solo per le loro convinzioni religiose. Tra gli ebrei osservanti che hanno raggiunto lo stao d’Israele molti erano laici.

    Le ipotesi della costituzione del nuovo stato ebraico non furono rivolte inizialmente esclusivamente verso la Palestina: c’era anche chi proponeva di creare uno Stato ebraico in altre parti del mondo, ad esempio in Amazzonia e Uganda.

    Questo per dire che poi l’ideologia religiosa ha esasperato le cose.. ma le intenzioni dei sionisti moderati e laici erano ben altre.

  10. Ares Says:

    Ares ^__^

    Comunque Andrea, condivido la tua richiesta di moderazione: secondo me e’ bene che gli intellettuali non prendano una posizione a favore dell’una o dell’altra fazione, ma che lottino e si impegnino a favore della risoluzione di ogni conflitto senza rassegnarsi e finire col sostenere un’irritante posisizione impossibilista.

  11. md Says:

    Beh Andrea, bisognerebbe magari chiederlo a un arabo-israeliano… Non è solo Hamas o tutto quello che ruota attorno alla galassia “fondamentalista” (che d’altra parte comprende tutto e niente, esattamente come la definizione di “terrorismo”) ad essere preda della febbre religiosa…
    Potrà non essere pertinente la definizione di “teocrazia”, ma uno dei pilastri su cui Israele si regge è l’ideologia militarista.
    Dopo di che, ribadisco, quel che a me interessa è il nocciolo materiale del conflitto: l’occupazione, lo sfruttamento, l’apartheid, ecc. – Israele è la potenza colonizzatrice, la Palestina (nemmeno forse un’espressione geografica) il popolo colonizzato.

  12. md Says:

    Ad ogni buon conto la geografia politica parla chiaro:

  13. Andrea Says:

    Qualche interrogativo.

    La progressiva espansione di Israele nella regione è dovuta o no ANCHE al fatto che a partire dal 1947 e dalla risoluzione n. 181 dell’ONU che legittima la sua nascita, gli Stati arabi non ne hanno accettato l’esistenza (si vedano i quattro conflitti arabo-israeliani del 1948, 1956, 1967 e 1973)?

    E’ vero o no che le risoluzioni ONU che intimano il ritiro di Israele dai territori occupati, a partire dalla 242 dopo la guerra dei sei giorni e dalla 338 dopo quella del Kippur, da Israele non rispettate, prevedevano contestualmente il riconoscimento della sua esistenza da parte degli Stati arabi?

    Che il primo leader arabo a riconoscere Israele è Sadat nel 1979, assassinato poco dopo dalla Jihad islamica?

    Infine, le tue mappe arrivano al 2000, e quindi non sono aggiornate al ritiro israeliano da parte dei territori nel 2005, voluto dal “falco” Sharon.

    Tutto questo non per fare polemica, e così spero sia percepito, ma perché credo che un blog filosofico debba cercare di render conto della complessità del reale ed evitare le semplificazioni, come mi sembra dicesse anche Ares.
    Dico una fesseria se penso che sia questo il compito dell’intellettuale?

  14. md Says:

    Caro Andrea, ribadisco che il punto di vista che ora come ora mi sento di assumere non è quello del filosofo, ma quello dell’occupato, del colonizzato, del recluso nei campi, del bombardato…
    (senza nulla togliere ai tuoi argomenti e alla tua ricostruzione, cui però andrebbero aggiunte alcune altre migliaia di fatti, controfatti, argomenti e controargomenti – e a proposito delle cartine: lo stato palestinese ad oggi non esiste, è solo virtuale).

  15. Andrea Says:

    ps non c’entra niente, ma mi piacerebbe che il blog dedicasse un articolo all’insediamento del primo presidente degli Stati Uniti afroamericano.

  16. Ares Says:

    Ares ^__^

    Sono assolutamente daccordo con te md.. quando senti parole esclusivamente rivolte a sostenere le ragioni d’Israele… anch’io tendo inevitabilmente a prendere le parti di chi non ha nessuno che difenda le sue ragione.

    .. fa parte della mia indole prendere le difese dei perdenti..

    .. da piccolo tutti volevano giocare con me ai soldatini perche’ io volevo sempre gli indiani invece che gli sceriffi.. ma questa e’ un altra storia.

    Purtoppo alle basi della guerra israelo-palestinese.. ci sono gravi errori.. errori che sono tutti occidentali, europei e anglosassoni.

    Senza andare alle origini del sistema capitalistico anglosassone occidentale ma fermandoci molto prima, tutto parte dalle atroci persecuzioni che gli ebrei hanno sempre dovuto subire in europa: questa comunità religiosa aveva la caratteristica di essere laboriosa e tesa, proprio per questa sua caratteristica, a ricoprire posizioni di prestigio e potere che potevano suscitare preoccupazione e diffidenza. La comunità ebraica e’ sempre stata estremamente coesa anche per difendere la propria minoritaria presenza sul territorio europeo. Poi il nazzi-fascismo, per poter sovvertire gli assetti sociali e indebolire in particolare la borghesia, il vero ostacolo al totalitarismo, decise che il modo migliore per iniziare fosse proprio quello di indebolire le maglie minoritarie ma potenti del tessuto sociale, giustificando poi la persecuzione, insinuando scientificamente pregiudizi razziali e religiosi che si sono poi talmente radicati da degenerare in quel fenomeno atroce e disumano che e’ stata la shoah.

    Be’, il fatto che l’umanità intera abbia lasciato che la shoah potesse compriersi, e’ il motivo che ora non da la possibilita’ di repplica sulle azioni d’Israele, o perlomeno dovremmo avere il buon gusto, se non altro, di parlare in toni bassi, molto bassi e concilianti ..

    Non puoi permetterti di dirmi che sto’ sbagliando, TU.. per prima hai lasciato che le mie carni e soprattutto la mia anima e la mia essenza fossero umiliate e dilianiate. Questo e’ il punto fermo che non mi da l’autorità di accusare senza riserve le azioni protezioniste d’Israele.

    Detto questo parliamo pure del secondo grave errore della comunita’ occidentale angloamericana: che e’ quello di aver agevolato il processo sionista senza la supervisione dell’ONU, pur di liberarsi di una comunità scomoda..

    Detto questo, nonostante una colpa che ho ereditato mio malgrado – e proprio per quella colpa – non riesco a lascaiare i Palestinesi al loro destino.. e per questo la mia voce si alza in loro difesa..

    Il processo di insediamento Sionista si e’ rivelato totalmente sbagliato nei modi e nei tempi: a partire dagli anni ’20 gli immigrati ebrei, grazie all’Agenzia Ebraica, comprarono inizialmente le terre di Palestina da latifondisti arabi, spesso assenteisti e ben contenti di vendere appezzamenti di terra ai sionisti spuntando prezzi altissimi, del tutto indifferenti alle sorti dei contadini arabi della regione. Infatti i sionisti una volta acquistata la terra, provvedono a espellere gli abitanti e cercano di non farne assumere anche nelle industrie o nei porti.

    E’ una colonizzazione atipica, che non sfruttava la manodopera indigena, ma la escludeva totalmente dal processo economico dopo avergli sottratto le terre coltivabili.

    Lo Stato di Israele, che attualmente ha più di sette milioni di abitanti, riconosce fino ad oggi il diritto di qualsiasi ebreo del mondo di emigrare in Israele, semplicemente richiedendolo, e di ricevere la cittadinanza non appena arrivato. L’atto di immigrazione in Israele nel caso di un ebreo viene chiamato Aliyah, che in ebraico significa “ascesa”. Israele ha sempre negato, invece, il ritorno ai profughi palestinesi, sia a quelli della guerra del 1948 che a quelli delle guerre successive.

  17. md Says:

    @Andrea: lo sto già scrivendo, e, ahimé, sarà molto critico…

    @Ares: dopo di che bisognerebbe anche parlare dei gravissimi errori commessi dai governi arabi, non escludendo il fatto che diversi massacri di palestinesi (vedi settembre nero) sono stati proprio commessi dai “fratelli” arabi. La dannata sfortuna dei palestinesi è che in quel lembo di terra s’è concentrato l’universo-mondo in termini di storia, conflitti, simboli, ossessioni identitarie, promesse tradite, ecc. ecc.

  18. Andrea Says:

    Per smussare un po’ la critica, tieni a mente che per la prima volta un presidente ha detto che gli USA sono una nazione fatta anche di non credenti…

  19. Ares Says:

    Ares ^__^

    ah pero’!, vedi, basta chiedere.

  20. md Says:

    @Andrea: hai fatto bene a ricordarmelo, lo avevo letto ma non sufficientemente sottolineato;

    @Ares: chiedi e ti sarà dato, eh eh…

  21. Daniele Verzetti, Rockpoeta Says:

    Evidentemente deve esserci un virus che gira e contagia molti…

    Questa é una faida assurda che dovrebbe venire chiusa con buon senso ed intelligenza per portare ad uno Stato Palestinese che non nasca però dalle ceneri di quello Israeliano.

    Ma forse quando scriviamo di pace e di buon senso in questo mondo al contrario, i veri obnubilati siamo noi…

    Ciao!
    Daniele

  22. emiliano Says:

    Forse al collettivo Rossefuoco va ricordato che Hamas e specialmente i suoi leaders intellettuali predicano con costanza e ferocia l’odio nei confronti dei “maiali ebrei”, che secondo loro devono essere sterminati, uccisi fino all’ultimo. Sono intellettuali che spesso hanno studiato in Occidente e che insegnano nelle università islamiche il principio secondo cui non solo è giustificato uccidere gli ebrei, ma è doveroso e rappresenta uno dei primi imperativi della propria azione politica e spirituale. Uno di loro mandò a farsi esplodere suo figlio in un attentato contro ebrei; trasmettono nei bambini l’idea che è gusto uccidere gli ebrei; che i protocolli dei savi di Sion…Insomma perchè nessuna parola su tutto questo disgustoso razzismo? Non confondetelo con una politica di resistenza, vi prego!

  23. md Says:

    Sono d’accordo Emiliano, un nazismo islamico esiste eccome…
    Anni fa – ben prima dell’inizio del sedicente “scontro di civiltà” – ricordo di aver avuto una discussione con un ragazzo siriano, che sosteneva che Hitler aveva fatto male il suo lavoro, visto che lo aveva lasciato incompiuto, lasciandomi allibito…
    Rimane il fatto che esiste un’occupazione feroce che ha cancellato (o forse prodotto?) l’identità di un popolo, che resiste come può, anche con la follia… d’altra parte esistono anche in Israele correnti razziste e genocide nei confronti degli arabi…
    Stiamo a vedere che succede, ma io sono piuttosto pessimista.

  24. Ares Says:

    Ares ^__^

    Mah…il nazzismo esiste ovunque, il male peggiore delle ideologie negative e’ proprio nel fatto che generano pensiero e il pensiero contamina, si tramanda o comunque e’ possibile tenerlo vivo con estrema facilita’.. il solo fatto di metterne in luce le atrocità nazziste ogni anno, riproporle come monito, in qualche modo ne alimenta il mito anche se in negativo.

    Il pensiero nazzista e’ un pensiero che e’ nato ed e’ sto leggittimato, forse dalla piu’ grande nazione europea, poi si e’ sparso come la peggiore pianta infestante in tutta europa, e’ stato accettato e condiviso da uno sterminaro numero di soggetti, che piuttosto che negarlo e combatterlo ha vigliaccamente taciuto.

    Ora non e’ piu’ possibile fermarsi, bisona ricordare per necessità, ma ricordando se ne tiene vivo il pensiero… e’ un circolo vizioso ormai impossibile da fermare.

    Non so, a volte mi capita di pensare che il dimenticare il nazzismo sia l’unica possibilità che abbiamo di cancellarlo completamente dalla memoria umana , mi capita di pensare che debba essere un tabù del quale non si possa parlare..

    Dovrebbe essere possibile un processo collettivo assimilabile a quel processo di rimozione che scatta in chi e’ stato tremendamente ferito e ne ha rimosso totalmente le cause, per poter continuare a vivere in una dimensione umana.

  25. boots for women on sale knee length Says:

    boots for women on sale knee length

    OBNUBILAMENTO | La Botte di Diogene – blog filosofico

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