POLITICA SKEPSIS (con venature più o meno sottili di pessimismo)

cyborg-barack-obama-25331

Sono per natura allergico ad ogni forma di potere. Sono fatto così, non ci posso far niente. Sarà il mio ribellismo innato, l’insofferenza isolana, l’indole anarcoide e libertaria, la forma mentis dovuta alla formazione illuminista e marxista… ma proprio non riesco a digerire stati, autorità, chiese, partiti, capi e capetti. Intendiamoci: so bene che, giusto per fare un esempio, senza uno straccio di stato (le regole minime della convivenza) gli individui sarebbero più belluini e narcisisti di quanto già non siano; così come non mi perito certo di esercitare forme di potere e di controllo sui ragazzini esagitati che frequentano la biblioteca dove lavoro; ma sono anche convinto che non stia lì la soluzione.
D’altra parte al momento non vedo nemmeno profilarsi all’orizzonte modalità alternative di convivenza. Ometto poi del tutto di parlare della faccenda del potere di un individuo su un altro – potere che viene esercitato sempre e comunque ogni qualvolta si allacci una qualche forma di relazione. Quella del potere, del resto, è questione spinosa e complessa, che non intendo qui nemmeno cominciare a trattare (frase retorica per dire: accontentatevi di illazioni o impressioni immediate e non sempre fondate).
Comunque, sarà forse per questa atavica e inveterata insofferenza, nonché per una inclinazione scettico-critica tipica dell’attitudine filosofica, che mi vedo costretto a ribadire le mie fortissime riserve sul cosiddetto “nuovo corso” americano.

Come ho già argomentato in un precedente post, non nego che l’elezione di Barack Obama possa costituire una novità di rilievo nello scenario politico (da un punto di vista simbolico lo è già stato), ma un impero è un impero, il potere è il potere, e può anche cambiar pelle (in questo caso in un’accezione duplice), ma sotto sotto resta quel che è. E allora, sono disposto ad ammettere che alcune intenzioni, dichiarazioni, intenti possano non essere solo retorica, ma ancora voglio badare al sodo, alla sostanza. E la sostanza vien fuori anche dalle parole, come ad esempio quelle del discorso di insediamento, che ho letto con attenzione (d’accordo, sono “solo” parole, conteranno molto di più i “fatti”, ma a loro modo le parole, specie se pronunciate da certi pulpiti, equivalgono già a dei fatti).
Ci sono per lo meno tre punti del discorso del nuovo presidente degli Stati Uniti che mi lasciano, diciamo così, perplesso:
1. Sul passato: Obama fa ampi riferimenti alla storia americana, a partire dalla rivoluzione, passando per la guerra di secessione, la conquista del West, il conflitto razziale, le guerre mondiali, ecc.ecc. – ma non può non colpire quell’omissione di fondo che sempre c’è in quella storia, che è poi il grande rimosso: il genocidio dei popoli indiani, costante retroterra fondativo della cattiva coscienza americana;
2. Sul futuro:“Costruiremo ponti e strade, reti elettriche e digitali per alimentare il nostro commercio e per favorire i collegamenti […] Sapremo imbrigliare il sole, i venti e il suolo per alimentare le nostre automobili e far funzionare le nostre fabbriche”. Mi si permetterà di essere un po’ spaventato da questa prospettiva più aggressiva che preservativa dell’ecumene, già abbondantemente messo a rischio, e nonostante il riferimento ecologista, soprattutto perché poco dopo viene detto che:
3. “Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né rinunceremo a difenderlo”. E’ il vero punto dolente, dato che riguarda la sfera globale della disuguaglianza e dell’ingiustizia sociale, che se non verranno affrontate e superate non porteranno il pianeta da nessuna parte.

Certo, nel discorso c’è poi l’antirazzismo, la dichiarazione solidale con le nazioni più povere, il riferimento per la prima volta ai “non credenti” (come un gentile commentatore mi ha fatto notare), l’accenno alla “nuova era di responsabilità”, l’ansia di nuovo (con quella terminologia che invita la politica a “rispolverarsi”, liberarsi della “muffa”, della “grettezza”, dei “dogmi frusti”, ecc.) tutte cose certamente apprezzabili…
Ma per tornare all’origine del discorso: finché ci saranno eccessive concentrazioni di potere e di ricchezze, logiche militariste e di dominio, tutto questo discorso resterà chiacchiera vana – a meno di concludere il discorso presidenziale con un paradossale “Che Dio stramaledica l’America”, altro che benedirla! – cosa che naturalmente dovrebbe valere per tutti gli stati, le chiese, gli imperi, i poteri: tutta quella congerie, cioè, di strutture e meccanismi oppressivi che ci siamo inventati lungo la storia, per governare gli istinti con la paura, favorendo nel contempo accumulazioni folli e asimmetriche di proprietà e capacità distruttive.
Gli umani sono animali sociali (non so se per scelta, per natura, per necessità; per grazia ricevuta o per disgrazia) e dunque non possono vivere sciolti da ogni codice, vincolo, linguaggio (e dunque, contraddicendomi, potere?), ma non è che il Leviatano abbia poi risolto davvero i loro problemi – anche perché mi pare che le guerre si siano moltiplicate con (e tra) gli stati, anziché regredire, trasferendo il problema del potere dal livello interindividuale a quello interculturale, nazionale o di classe.
Non ho ricette, credo solo che la politica vada rifondata e ripensata daccapo, soprattutto a partire dalle sue basi (moltitudini di cittadini che si autodeterminano, senza che nessuno li sovradetermini: mera utopia, nevvero?) – però mi si concederà di non avere nessuna “fede” nel presidente nero. Che non equivale per converso ad avere fede nelle “masse” (di che poi, di consumatori?) o nei popoli (altra strana astrazione nella quale non credo più come un tempo). Anzi, direi grosso modo che vorrei astenermi dall’avere fede o fiducia in qualcuno o qualcosa, e limitarmi a ragionare, criticare e… forse magari avere un briciolo di speranza? Sì, ma in che cosa?

Annunci

Tag: , , , , , , , , ,

44 Risposte to “POLITICA SKEPSIS (con venature più o meno sottili di pessimismo)”

  1. titus Says:

    io e te c’intendiamo proprio.

  2. Luciano Says:

    Salve.
    Caro MD, come vedi ritorniamo sempre alla solita diatriba tra nomos e physis. Ogni medaglia ha due facce. E la “cultura”, intresa come l’insieme di quelle attività che hanno un sostrato teorico con ricadute nei rapporti di interazione interpersonale, più o meno slegata dalla nostra mente episodica (leggi percettiva e quindi animale), non fa eccezione.Siamo in grado di creare strutture atte a salvaguardare gli interessi e l’incolumità di milioni di individui e allo stesso tempo le usiamo (non sempre per fortuna) per tenerli soggiogati e per giustificare la nostra violenza. Il potere è eliminabile? Purtroppo (a mio parere) no. Esso è connaturato con l’animalità stessa dell’uomo, il suo legame con il territorio in cui vive e le risorse in esso contenute e persino le femmine con cui procreare. Il guaio è che siamo sempre più convinti che noi non siamo animali, che siamo quelli che mettono le scarpe, la camicia, la cravatta. E invece basta pensare a cosa siamo stati capaci di fare una sessantina di anni fa. Ma la cosa bella è che non abbiamo imparato nulla come anche il tuo post precedente metteva in luce.

    A presto.

    Luciano

  3. md Says:

    @titus: eh sì!

    @Luciano, io sono pessimista ma non così determinista.
    Il potere non è eliminabile? Forse sì, ma certo ne è controllabile (e modificabile) la sua concentrazione.
    Sulla faccenda delle “femmine” continuo poi ad avere molti dubbi. Il fatto che siamo e restiamo animali non vuol dire che traduciamo pari pari gli schemi biologici della sessualità di altre specie (oltretutto diversissime tra loro) nella nostra.
    E poi la guerra (come la biologia) non è un destino…

  4. Andrea Says:

    Ringrazio md per costringerci tutti ad una doccia fredda di salutare scepsi, che ritengo propedeutica a qualsiasi sobrio ragionamento filosofico (come diceva sempre il mio “cattivo maestro” Lucio Colletti: a proposito, auguro a tutti un cattivo maestro nella vita…).

    Poi, per esprimere il mio assenso alla sua tesi di fondo uso le parole del poeta (De André): non siamo “così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”.

    Ciò premesso, caro md, mi sembra che tu liquidi un po’ sbrigativamente la portata dell’evento da quello che tu chiami “punto di vista simbolico”. Leggendo i tuoi articoli ed interventi, mi sembra che invece tu attribuisca grande importanza alla dimensione simbolico-culturale, addirittura – giustamente – considerandola la caratteristica precipua dell’umano.
    Ora, da questo punto di vista direi che la portata è epocale: un NEGRO – ovviamente uso di proposito l’espressione – alla casa bianca a mio avviso dà un colpo mortale al razzismo; in prospettiva, a qualunque forma di razzismo.
    Gli USA restano un impero, certo, ma stavolta lo schiavo anziché finire in ceppi è diventato imperatore, non so se mi spiego.

    D’accordo, Obama non farà la rivoluzione proletaria, resta un alfiere del mercato – anche se non tanto “libero”, visto che keynesianamente ha subito puntualizzato che va regolato e controllato – insomma è sempre americano, con la tradizione di valori e principi alcuni dei quali restano per noi difficilmente comprensibili.

    Ma in due giorni ha chiuso Guantanamo; ha affermato che la tortura non è mai giustificabile, neanche coi terroristi; ha definito l’aborto “un diritto delle donne”.
    Io mi accontento. Per restare delusi ci sono quattro anni davanti a noi: oggi festeggiamo.

  5. md Says:

    In effetti, Andrea, ho provato anch’io ad immedesimarmi in tutti quei “negri” con le lacrime agli occhi… forse al loro posto sarei meno freddo e cinico ragionatore…
    Ammetto poi che non riesco ancora ad immaginare le conseguenze (reali) che potranno derivare dalla portata (simbolica) dell’evento.

  6. Luciano Says:

    Salve
    @MD.
    Inizio dalla fine:
    “E poi la guerra (come la biologia) non è un destino…”
    Ah no? Dimmi un po’ MD, visto che oltretutto sei pessimista,non ti dice niente il fatto che il mondo è sempre stato più o meno palesemente in guerra? Al di là dei mezzi che usiamo per combatterla la motivazione è da sempre la stessa: accaparrarsi le risorse per la sopravvivenza. Ora vedila ti prego in senso astratto. Non farti trarre in inganno dal fatto che noi ora usiamo la diplomazia per risolvere i conflitti (altrui). Non è altro che un’arma sofisticata per ottenere vantaggi che altrimenti saremmo costretti a guadagnarci con le armi.
    La biologia non è un destino, ma è scritta in buona parte (quella non adattiva) nella chimica che presiede alla nostra vita.

    “Il fatto che siamo e restiamo animali non vuol dire che traduciamo pari pari gli schemi biologici della sessualità di altre specie (oltretutto diversissime tra loro) nella nostra.”
    Questa cosa non l’ho capita. Nessuno traduce gli schemi della sessualità di altre specie nella nostra. Abbiamo già i nostri schemi che se sfrondi dalle sovrastrutture culturali accumulate nei 4 milioni di storia evolutiva della nostra specie, restano animali. Ma non di un’altra specie, della nostra. Ma questo non è importante.

    “Il potere non è eliminabile? Forse sì, ma certo ne è controllabile (e modificabile) la sua concentrazione.”
    Qui sono veramente pessimista. Qualche tempo fa ho sentito alla radio una frase detta da uno statista inglese, Churchill credo, che suonava più o meno così: gli elettori credono di detenere il potere ma appena votano diventano schiavi dei deputati. Se ci pensi bene, in qualsiasi paese democratico esiste un Parlamento (potere legislativo) e un Governo (potere esecutivo). Ma dato che il Governo è espressione della maggioranza, di fatto potere legislativo ed esecutivo coincidono e quindi se anche non vogliamo chiamarla dittatura (alla fine comanda il capo del Governo) è perlomeno una oligarchia.

    A presto.

    Luciano

  7. md Says:

    @Luciano: “il mondo è sempre stato più o meno palesemente in guerra?”, appunto “è stato”, che sia logicamente, sia eticamente e politicamente equivale a dire “non è detto che lo sarà sempre” – e cioè non è un destino.

  8. md Says:

    Cioè ancora: dipende da noi, non da forze oscure che ci sovrastano.

  9. Ares Says:

    Ares ^__^

    Secondo me stiamo attribuendo ad Obama, un valore piu’ alto di quello che ha, anche a livello simbolico: l’elezione di Obama non da nessuna spallata al razzismo, una piccola spallata al razzismo l’hanno data quel 30-40% di americani, un limbo indefinibile fatto da vagabondi dell’esistenza, che nella speranza di un cambiamento soft e difronte a una decisione bipolare(democratici o repubblicani) hanno deciso di “pendere” dall’altra parte e visto che c’era Obama egli ha vinto. Il razzismo vero che bisogna culturalmente combattere e’ nei confronti del “diverso” ma “povero” o “debole”.. e quello sara’ duro a morire per molti secoli.

    Io purtroppo negli atteggiamenti formali di Obama vedo i suoi predecessori, sono detagli, ma per me fanno la differenza.

  10. Luciano Says:

    Salve.
    @MD
    La parte importante che devi considerare è l’avverbio “sempre”.Certo che può non succedere, però finora i fatti ti danno purtroppo (e sottolineo purtroppo) torto. Nessuna volontà che ci sovrasta, su questo sono d’accordo,

    A presto.

    Luciano

  11. titus Says:

    in ogni caso, il mio pensiero sul nuovo messia, più o meno simile a quello di md e andrea, l’avevo espresso così

    http://selvaggia-mente.blogspot.com/2008/10/le-apparenze-ingannano.html

  12. Luciano Says:

    Salve.
    I media hanno assegnato a Obama un ruolo messianico che ha creato e creerà ancora molte aspettative. Alcune andranno deluse, altre saranno confermate. Ora una semplice domanda: veramente vi aspettavate che un povero Cristo, morto di fame e per di più negro potesse diventare presidente degli Stati Uniti? Spero di no. E’ chiaro che il colore della pelle di Obama è soltanto accidentale e lui appartiene comunque a quell’upper class che gli ha permesso di attivare le leve giuste per arrivare dove è arrivato. Vorrei spendere una consideraziuone sulla parola negro. Il vocabolario (Zanichelli) cita:”Che appartiene alla razza caratterizzata da pelle scura o nera, capelli lanosi, naso piatto e prognatismo spesso accentuato”. Ora io credo che in qualunque parola descrittiva di una caratteristica fisica o caratteriale possa esserci un senso spregiativo perché quel senso lo mettiamo noi, ovvero è nel tono e nel modo in cui noi pensiamo quella parola e non nella parola stessa. Per cui io posso dire tranquillamente negro semplicemente basandomi su un dato fisico oggettivo senza dare a questo nessune implicazione morale o culturale oppure posso usare un’altra parola pensando però che quelle caratteristiche fisiche ti mettano su un gradino inferiore al mio. Ho sempre pensato che una legge, anche la più iniqua può essere cambiata ma un modo di pensare no. E allora veniamo al modo di dire odierno:afro-americano. Io trovo che questo sia un termine estremamente razzista, mascherato da qualcos’altro. Ma la cosa bella è che proprio i destinatari di tale termine sono invece convinti del contrario e sono contenti quando questo viene usato. Se lo si guarda bene afroamericano indica che non sei completamente americano, che in te c’è un’altra componente, quella africana. Avete mai sentito un tizio con ascendenze inglesi venir appellato come anglo-americano? No, vero. E neanche un germano-americano o un franco-americano. Però guarda caso ci sono gli italo-americani e gli ispano-americani. Strano,no?
    La cultura americana è massicciamente anglosassone, e il termine wasp sta ad indicarlo. E mi dispiace ammetterlo ma la cultura anglosassone è intrinsecamente razzista. Ovvero il razzismo fa parte del modo di pensare anglosassone. Bene mi sono sfogato, era tanto che volevo esprimere queste cose e ringrazio Mario per gli ottimi spunti di riflessione trasversale che ci mette a disposizione.

    Ad ogni modo, speriamo che l’attuale presidente degli USA sia migliore del precedente anche se, proprio per riprendere il pessimismo di cui parlava MD, non prevedo nulla di buono.

    A presto.

    Luciano

  13. md Says:

    Luciano, la questione da te sollevata a proposito del “denominare” è di grande interesse e complessità. Non entro nel merito degli esempi che fai, dico solo di sfuggita che il problema sta anche (se non soprattutto) nel soggetto e nell’oggetto della denominazione: chi nomina (e dunque definisce) chi e perché.
    Questo vale anche per chi si autodefinisce, anche se penso sia sempre meglio lo faccia lui (in quanto soggetto) anziché un altro. Nelle dinamiche dell’autodeterminazione c’è anche quella del nominare/nominarsi/definirsi.
    Oltretutto è una questione che richiama ancora, e fortemente, il meccanismo del potere, che in primis si arroga il diritto di nominare/denominare. Non a caso l’imposizione dei nomi è sempre un gesto creativo e originario – Dio lo affida ad Adamo, ecc. ecc.
    Discorso lunghissimo che spero prima o poi di tornare ad affrontare magari con più agio e metodo.

  14. Andrea Says:

    Credo, come mi pare dica md, che la decisione su quale sia il nome da usare per definire un’identità, spetti innanzitutto a chi detiene quell’identità, e questo vale in particolare per le minoranze, principali vittime di quei “meccanismi di potere” che comprendono anche la denominazione.
    E quindi se chi ha la pelle nera negli Stati Uniti vuole essere chiamato afroamericano, è un suo diritto e la questione per me finisce lì (Luciano, lascia stare lo Zanichelli e apri un qualsiasi dizionario inglese, e scoprirai che “negro” è un dispregiativo in quella lingua, che come sai è quella parlata negli Stati Uniti), lo stesso dicasi per gli omosessuali-gay, i ciechi-non vedenti, ecc..
    Se queste denominazioni piacciono o non piacciono a chi non appartiene alle suddette categorie è un problema tutto sommato secondario.

    Che poi il “modo di pensare” anglosassone sia “intrinsecamente razzista” mi sembra una sparata un po’ grossa, giustificata dal fatto che riconosci essere solo uno sfogo.
    John Locke, uno dei padri del moderno liberalismo, afferma che è “legge di natura”, coincidente con la ragione stessa, che tutti gli uomini siano “uguali e indipendenti”; legge valida per tutti gli uomini in quanto uomini, siano o no cittadini di uno Stato.
    Ti assicuro che era inglesissimo.
    La Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, scritta da Jefferson – anglosassone al 100% – comincia con queste parole: “Tutti gli uomini sono creati uguali”.

    Che poi, come per tutti gli imperi, anche la storia di quello inglese prima, di quello “americano” ora, sia costellata di crimini, nefandezze, ciò ha a che fare appunto coi suddetti “meccanismi di potere” cui nessuno si è sottratto quando ha avuto modo di esercitarlo.

    Lasciamo stare il “modo di pensare” di questo o quell’altro popolo: questo sì rischia di essere razzismo.

  15. Luciano Says:

    Salve.
    @Andrea.
    Tanto per alimentare la polemica (io purtroppo difendo sempre quel che dico fino a che non mi si dimostra il contrario) sono andato ad aprire un paio di vocabolari di lingua inglese, fermo restando che io come te parlo italiano e sono sempre gli italiani che copiando gli anglofoni d’oltreoceano (dubito che gli inglesi si siano posti la questione, o almeno non in questi termini), dicono afroamericani:

    The Compact Oxford English Dictionary

    Negro

    • noun (pl. Negroes) a member of a dark-skinned group of peoples originally native to Africa south of the Sahara.

    — USAGE The term Negro is now regarded as old-fashioned or even offensive; black is the preferred term.

    — ORIGIN from Latin niger ‘black’.

    Merriam – Webster on line dictionary

    negro

    sometimes offensive : a member of a race of humankind native to Africa and classified according to physical features (as dark skin pigmentation)

    Ora vorrei che tu notassi come il significato della parola possa (non sia) divergente dal suo uso, che è esattamente quello che affermavo io. Se ti invito a casa mia e tu mi dici che con te verrà una tua amica negra (prevengo la tua critica:ovviamente basterebbe dire che è una tua amica, mi serve solo per fare l’esempio) io penso soltanto che avrà quelle caratteristiche fisiche differenti dalle mie, perché in me non c’è pregiudizio razziale. Se però ci fosse questo pregiudizio e tu mi dicessi che la tua amica è africana (o nera) io penserei di lei coerentemente con il pregiudizio che mi anima. Un esempio lampante: ebreo. Se ad un uomo di religione ebraica lo chiami ebreo non lo stai offendendo. Però il termine è stato usato anche in senso spregiativo. Credo che la Shoa ne sia la prova evidente. I negri d’america sono americani punto e basta. Tra l’altro con afroamericani si rimarca lo stesso il connotato raziale, perché lo sanno tutti che in Africa le persone hanno determinate caratteristiche fisiche diverse dalle nostre. Non esistono gli americani e gli – americani. Ho fatto questo esempio (quello degli afro americani) proprio per mettere in evidenza l’ipocrisia della scelta delle parole. Ti ringrazio poi per averne fatto forse inconsapevolmente un altro: cieco/non vedente.
    Ripeto l’oltraggio di una parola, a meno che non nasca direttamente come insulto, è nell’uso che se ne fa e soprattutto nel tuo modo di pensare quando la usi. E qui veniamo alle tue argomentazioni su Jefferson (dichiarazione dei diritti dell’uomo) e Locke (padre del moderno liberalismo). Partiamo dal fatto che un uomo non fa un popolo. Mi hai fatto due splendidi esempi ma li ti fermi. La dichiarazione di Jefferson è del 1789. Guarda caso ancora nel 1961 serviva la polizia per far entrare gli studenti negri a scuola. Quasi 200 anni! Ti dice niente questo? E lo sterminio indiscriminato delle popolazioni indiane? E tutt’oggi che vengono trattati entrambi come fossero su un gradino inferiore? Hai ragione nel dire che forse ho esagerato nel chiamare razzisti gli anglosassoni perché un certo senso di superiorità nei riguardi di chi non appartiene alla comunità esiste dovunque. Però secondo me da alcune parti è un tantino più accentuato Sarà anche questione di potere (eventualmente deviato) però sono convinto che sia così.

    @MD
    Anche io sono sicuro che questo argomento sarà un ottimo spunto di discussione. Però mi chiedo, fino a che punto puoi essere tu, singolo o gruppo, a modificare la definizione di ciò che già esiste. La polemica sull’omosessualità è calzante credo (anche se non è l’unica). Non so fino a che punto un fenomeno qualsiasi, già identificato, possa essere modificato nella sua denominazione solo perché chi è parte del fenomeno stesso non gradisce quella denominazione. Anche su questo potrebbe valer la pena di scambiare le nostre opinioni.

    A presto.

    Luciano

  16. Luciano Says:

    Correggo un refuso:

    Ora vorrei che tu notassi come il significato della parola possa (non sia) essere divergente dal suo uso, ….

    A presto.

    Luciano

  17. Ares Says:

    Ares ^__^

    Di questa discussione non ho capito niente, a me pare che diciate la stessa cosa.. ma evidentemente non ho proprio capito se continuate a discuterne… qualcuno mi tira le fila del discorso?, cosi’ mi ci infilo anch’io..

    .. anche se il post che ho trovato stamattina, pur non avendolo ancora letto, mi pare succulento.. e’ raro che md si alteri..e produca improperi.. vado a leggerlo hihihiihhii.

  18. Luciano Says:

    Salve.
    @Ares
    Il discorso è leggermente virato sulla ipocrisia linguistica di certe parole, come ad esempio non vedente per cieco. Sembra che cieco sia spregiativo (anche se io non riesco a vederne la ragione) mentre invece non vedente sarebbe più rispettoso della dignità di chi non vede. Io obiettavo che secondo me la parola afro americano ha un contenuto subdolamente razzista, perchè è come dire che non sei pienamente americano. Peraltro notavo come sottolineasse senza dirlo esplicitamente il dato razziale perché tutti sanno che le popolazioni africane hanno determinate caratteristiche fisiche diverse dalle nostre.

    A presto.

    Luciano.

  19. Ares Says:

    Ares ^__^

    A ok, grazie Luciano..

    Si, anche secondo me talvolta alcne parole nascondono dell’ipocrisia..altre – ad esempio il termine afroamericano – le trovo proprio razziste..

    .. certo e’ che se si vuole tendere al cambiamento e’ necessario partire dalle piccole cose…. ad esempio usare il termine “non vedente” lo trovo piu’ appropriato che usare “Cieco”..questo perche’ molto spesso si affibbia il termine “cieco” anche agli ipo-vedenti..che se vui hanno una caratteristica percettiva diversa.. se proprio si ha la necessita’ di identificare una persona per alcune sue caratteristiche.

    Trovo anche che usare il termine “diversamente abile” e’ molto piu’ appropriato che usare Handicappato… perche’ effettivamente i diversamente abili nella maggior parte dei casisviluppano capacita’ che sono altro, spessissimo migliori, delle capacita’ dei “normo-dotati”…

    ..ecco “normodotato” e’ un altro termine che non trovo corretto.. e per ora non riesco a farmi piacere nessun sinonimo..

    .. insomma.. l’uso di una parola o di un’altra, dipende dall’oppurtunita’ di usarla o meno..e’ semplicemente questione di educazione.. trovare la parola giusta al momento giusto..

    ..se poi negli anni una parola ha assunto un’accezione negativa.. porse e’ bene utilizzarla con parsimonia..

  20. Andrea Says:

    Per Ares.
    Allora ricapitolo anch’io le divergenze – almeno iniziali – tra me e Luciano.

    1. Ritengo che la denominazione di una minoranza debba spettare innanzitutto alla minoranza stessa, e quindi l’eventuale gradimento o meno di un certo termine. Ora, la dicitura “afroamericano” è stata scelta da Malcolm X. Con intenti razzisti nei confronti dei propri fratelli neri? Credo di no. Comunque a Luciano, che continua a chiamare “negri” gli afroamericani in virtù dell’etimologia “neutra” della parola, consiglio di fare un viaggetto ad Harlem o in un altro quartiere nero delle metropoli statunitensi, e una volta lì chiamare negri (o “niggers”, l’equivalente in inglese) gli abitanti, e scoprire l’effetto che fa, come dice il grande Jannacci…
    Del resto, al di là di queste nostre chiacchiere virtuali, sono convinto che anche qui in Italia ci pensi due volte prima di dare del “negro” ad una persona di colore.
    Eh sì, l’uso delle parole ne cambia anche il significato: non c’è scandalo, è una delle caratteristiche del linguaggio.

    2. Ho fatto notare, di fronte all’affermazione per cui la cultura anglosassone sarebbe “intrinsecamente razzista”, che alcune tra le principali dichiarazioni dell’uguaglianza dei diritti di tutti gli uomini (Locke, Jefferson) provengono da quella cultura.
    Quando non a torto mi si obietta che quei principi sono rimasti a lungo non del tutto applicati, faccio notare che l’Italia, popolo di santi poeti e navigatori, è – ahinoi – la patria delle leggi razziali.
    Gli anglosassoni – e chiunque altro – in questo non saranno forse migliori di noi. Di certo non peggiori.

  21. Andrea Says:

    ps visto che mi è andata bene, ci riprovo: caro md, domani è la giornata della memoria…

  22. Luciano Says:

    Salve.
    @Andrea.
    “Del resto, al di là di queste nostre chiacchiere virtuali, sono convinto che anche qui in Italia ci pensi due volte prima di dare del “negro” ad una persona di colore”

    Ma vedi che in quel che dici è contenuto il pregiudizio? Dare del qualcosa a qualcuno indica, secondo me, l’intento offensivo. Se io dico: il mio amico è negro non gli sto mancando di rispetto Se gli dico “negro!” allora sì. Ma anche se gli dicessi “”Nero!”, oppure “Sei di colore!”. Anche se vado a Little Italy e dico a uno “Ehi tu, italiano!” sto usando questo termine (è una mia opinione) in senso offensivo.

    Io credo che più che l’uso quel che modifica il significato di una parola è l’atteggiamento di una certa classe di intellettuali a cui viene attribuito, a torto o a ragione, il ruolo di maitre a penser.

    In generale è mia opinione che denominare i negri americani come afro-americani (con buona pace di Malcom x) sia intrinsecamente sbagliato. Sono americani come tutti gli altri.
    Poi, se in questi termini (italo/hispano/etc-americani) non c’è nessun intento di separazione, perché non esistono i termini relativi agli inglesi?
    per quale motivo loro dovrebbero essere americani e gli altri un po’ meno?

    Ultima cosa:”faccio notare che l’Italia, popolo di santi poeti e navigatori, è – ahinoi – la patria delle leggi razziali”. E’ esattamente quello che intendevo io. Non è che siccome Leonardo era italiano ed era un genio siamo tutti geni in Italia. Osservo però che se guardi il modo di pensare di paesi come la Germania, la Svizzera, il Sudafrica, la Gran Bretagna e gli USA guarda caso hanno avuto un protrarsi di atteggiamenti razzisti. Intendo quelli veri. Sarà un caso….

    A presto.

    Luciano

  23. Andrea Says:

    “paesi come la Germania, la Svizzera, il Sudafrica, la Gran Bretagna e gli USA guarda caso hanno avuto un protrarsi di atteggiamenti razzisti. Intendo quelli veri.”

    Le leggi razziali erano per finta? Leggi razziali da cui, per fortuna, ci hanno liberato proprio gli angloamericani.

  24. Andrea Says:

    “paesi come la Germania, la Svizzera, il Sudafrica, la Gran Bretagna e gli USA guarda caso hanno avuto un protrarsi di atteggiamenti razzisti. Intendo quelli veri.”

    Le leggi razziali erano per finta?
    Leggi razziali da cui, per fortuna, ci hanno liberato proprio gli angloamericani.

  25. Ares Says:

    Ares ^__^

    ok,ok.. voi due quando partite a discutere siete insopportabili…

    la dicitura “afroamericano” è stata scelta da Malcolm X per ribadire l’orgoglio di appartenere, almeno nell’origine biologica, ad un’etnia originaria africana… e’ un atto d’orgoglio in opposizione ad un altro atto d’orgoglio innescato dagli “angloamericani”..

    .. questo e’ il modo migliore per attirarsi le antipatie di chi e’ diverso da noi: ribadire orgogliosamente la propria diferenza, non fa altro che attivare un atavico meccanismo di dominanza, legato ad un’educazione che si tramanda da millenni, per cui sei piu’ forte se sei il migliore, i paramentri per definire chi sia il migliore sono rimasti inalterati per secoli, e’ questo la dice lunga sui tempi evolutivi degli esseri umani.

    Per quanto riguarda L’ossevazione di Luciano:

    “Osservo però che se guardi il modo di pensare di paesi come la Germania, la Svizzera, il Sudafrica, la Gran Bretagna e gli USA guarda caso hanno avuto un protrarsi di atteggiamenti razzisti. Intendo quelli veri. Sarà un caso..”

    Direi che sono popoli che, per origine geografica e ricchezze di risorse naturali, hanno ragiunto prima un livello evolutivo soddisfacente, che ha avuto poi un progressivo rallentamento(del quale non sono del tutto consapevoli)… questo li aurorizza a credere, ancora oggi, di poter avere dominanza sul resto del globo…

    @Andrea ..le leggi raziali Italiani, secondo me, sono stato un maldestro tentativo d’emulazione, che ha prodotto danni irreparabili.

  26. Ares Says:

    Ares ^__^

    Le leggi razziali sono un onta che l’Italia si portera’ addosso per sempre, compreso il crimine commesso dall’indifferenza dell’italietta che ha permesso le deportazioni..

  27. Luciano Says:

    Salve.
    E’ vero, io e Andrea abbiamo una vis polemica fuori dal comune. Però credo che più ci scorniamo più ciascuno affina i propri argomenti. In definitiva ciò è positivo.

    Veniamo a noi.

    Sul fatto che i soldati americani ci abbiano liberato dalle leggi razziali (si, lo so che intendevi dalla dittatura che le ha prodotte) ci andrei cauto. Ma con che faccia loro che tenevano altri uomini come fossero animali da allevamento, che ne selezionavano le copule per avere giovani che valessero di più da vendere potevano ergersi a giudici? Loro che se avevi la pelle scura non potevi salire su un pulman prima di un bianco, non potevi sederti nella parte del bus riservata ai bianchi e non potevi neanche pisciare dove pisciavano i bianchi. Le leggi razziali del 1938 sono un abominio e su questo non c’è dubbio. Come è stato un abominevole chi pur sapendo non ha mosso un dito e ha fatto deportare e uccidere 6.000.000 di persone, chi ne ha approfittato per arricchirsi. Credo sia il caso di finire questa polemica che penso sia infruttuosa. Quel che ho notato è che certe popolazioni hanno avuto un modo di pensare che si è protratto più a lungo che in altre, pur restando valido il principio per cui da qualunque parte c’è il buono e il cattivo.

    Un’ultima considerazione su questa storia dell’afro-americano. E’ vero che Malcom X l’ha coniata per rimarcare l’orgoglio della provenienza africana. Beh allora (ma lui probabilmente lo ignorava) tutti gli americani sono afro-americani esattamente come noi siamo tutti afro-italiani e questo per il semplice motivo che Homo Sapiens sapiens ha lo stesso DNA in tutto il pianeta (cioé le razze non esistono) ed è originario proprio dell’ Africa.

    Il problema vero sta nel fatto che l’etnia dominante negli USA non è la loro, bensì quella dei bianchi. Perciò, tenendo conto che tutt’oggi sono considerati cittadini di serie B (proprio come gli italo-americani, gli hispano-americani, etc. etc.) magari non tutti ma certamente nella considerazione della gente, specialmente nel sud del paese, questa volontà di rimarcare la loro origine è inutile. Se non controproducente. Da qualche tempo c’è la tendenza negli USA di mettere nomi africani, proprio per rivendicare la propria origine geografica e razziale. E’ stata fatta una indagine e si è scoperto che coloro che portavano un nome africano avevano minori possibilità di chi ne aveva uno americano. Sarà un caso?

    A presto.

    Luciano

  28. Luciano Says:

    Salve.
    Correggo un refuso:
    minori possibilità di trovare un impiego. Cioé c’era maggior possibilità che venissero scartati a priori, dal nome.

    Il pregiudizio alberga dovunque, lo so. Una volta leggevo lo sfogo di un selezionatore di Brescia (o Bergamo) che diceva la seguente cosa relativamente al fatto che aveva avuto la direttiva di scartare quelli laureati sotto Roma: se prendi un ingegnere del nord e questo si rivela un fallimento hai soltanto fatto una cazza, se invece succede la stessa cosa ma l’ingegnere veniva dal sud avevi una colpa maggiore, perché dovevi saperlo che le lauree al sud valgono meno. Oppure quando negli anni 50/60 nelle città del nord (Milano, Torino..) si leggevano cartelli come “Si affittano camere ma non ai meridionali”. In questo Andrea ha pienamente ragione, anche se al nord a pensarci bene c’è stata la dominazione austriaca…

    A presto.

    Luciano

  29. Andrea Says:

    ok basta con la polemica, per quanto civilissima.

    Unica cosa – proprio non resisto… – non capisco la cautela sugli angloamericani che ci hanno liberato dal fascismo (e quindi dalle leggi razziali).
    Vuoi dire che è stato fondamentale l’apporto dell’Armata Rossa sull’altro fronte? D’accordo, ma non credo tolga nulla agli alleati e alla 5° armata.
    O vuoi dire che è stato importante l’apporto partigiano? D’accordissimo, direi che è stato imprescindibile, ma più dal punto di vista morale (ci ha ridato parte della dignità perduta, grazie ai veri patrioti che hanno deciso di combattere e morire anziché aspettare che facessero tutto i liberatori) che da quello militare, dove i giochi erano già decisi.

  30. Luciano Says:

    Salve.
    No, nessuna cautela.
    Dico semplicemente che chi si è mosso (USA, URSS) lo ha fatto per proteggere o estendere i propri interessi. eviterei di ammantare la II guerra mondiale di valori ideali che non credo abbiano animato quegli eserciti. Poi io sono convinto che in un evento così tragico come una guerra ciascuno tira fuori il meglio o il peggio di sé. E’ così che escono fuori uomini come Giorgio Perlasca di cui nessuno sembra ricordarsi ed è sempre così che escono dei maiali come Koch e la sua famigerata banda. Ciascuno è solo con la propria coscienza. Credo sia molto facile per noi giudicare col senno di poi, con la conoscenza della storia e degli avvenimenti che accaddero allora. Io impiccherei chi si è comportato da criminale lasciandosi guidare dalla crudeltà (e ce ne sono stati su ambo i fronti) ma non posso non guardare con pietà chi ha voluto difendere quello che da quando era nato gli è stato insegnato essere l’onore suo come persona, come popolo, come nazione, ovvero la fedeltà alla parola data.

    A presto.

    Luciano

  31. Andrea Says:

    Ehi ehi, attenzione: un conto è combattere per la libertà, un conto per difendere una dittatura.
    La fedeltà alla parola data da chi? Da un dittatore?
    C’era una parte giusta e una sbagliata, questo va detto con chiarezza.
    Poi vanno pianti ugualmente i morti dell’una e dell’altra parte, una volta ben distinte, e valutate, le scelte che hanno fatto da vivi.

  32. md Says:

    Sì: la linea gotica c’era, e bisognava decidere da che parte stare…

  33. Luciano Says:

    Salve.
    Si, c’era. Come c’era anche l’umanità che non doveva essere umiliata con la deportazione e uccisione di milioni di persone, come c’era anche la meschinità per non dire peggio di chi si è preso i posti (di lavoro, di vita) di parte di quei milioni. Come c’era la vigliaccheria di chi non ha mosso un dito ma ha voltato la testa dall’altra parte e sono molti perché 6.000.000 di persone non se ne vanno in giro per l’Europa senza che nessuno se ne accorga e poi dal 25 aprile è diventato anche lui un resistente. Perché di fazzoletti rossi dal 25 aprile ne sono usciti tanti. E c’erano anche i 12 (o 13) professori che non giurarono fedeltà al regime che hanno fatto dimenticare gli oltre mille che invece lo fecero. Non significa giustificare. Semplicemente capisco che a quel tempo molti ragazzi di 16/17/18 anni magari non avevano la nostra cognizione della storia. Mi sono sempre chiesto se fossi stato io in quel frangente che cosa avrei fatto e inevitabilmente dovevo rispondere che allora non avrei potuto rispondere con la stessa serenità d’animo, con la stessa capacità di discernimento. Nella vita ho sempre cercato di farmi guidare da Giustizia e Verità anche se forse non sempre ci sono riuscito. Per questo dico sempre di dare ai fenomeni il nome che hanno senza ornamenti.

    A presto.

    Luciano

  34. Ares Says:

    Ares ^__^

    be’, delle valutazioni si potevano fare… se io avessi avuto 16/17/18 in quegl’anni avrei fatto il partigiano, senza dubbio, questa e’ la scelta che hanno fatto le femmine e i maschi della mia famiglia.. quelli che non erano in grado, per indole o per prole, hanno fatto ustruzionismo diretto o indiretto e hanno sottratto ai nazzisti e fascisti saldati americani(uno di loro ha sposato una mia zia)… secondo me un discrimine era possibile.

  35. md Says:

    Esistono qui metri diversi (il giudizio storico, più o meno obiettivo, quello personale, ecc.) – ma il problema ormai riguarda i vivi, e non i morti: non è con i repubblichini, con i “collaterali” e men che meno con coloro che non ebbero il coraggio di schierarsi che me la prenderei, quanto con quelli che – oggi, non ieri – a ragion (?) veduta continuano a schierarsi dalla parte “sbagliata” della linea gotica…

  36. Luciano Says:

    Salve.
    Certo che era possibile, tanto è vero che c’è stata una scelta di campo da parte di alcuni. Però sono convinto che non sia stato così facile. Non raramente si sente di famiglie spaccate perché un figlio aveva aderito a Salò e l’altro era sui monti con i partigiani. Non ho motivo di non credere che tu avresti fatto quella scelta, dico solo che oggi è facile dirlo. Se fossi stato là le cose avrebbero potuto prendere una china diversa. Tutto qui. Ma anche quelli che oggi dicono che avrebbero scelto la RSI secondo me dovrebbero sempre mettere in conto che le cose avrebbero potuto andare diversamente. Alle volte, anche per scelte così importanti, decide il caso.

    A presto.

    Luciano

  37. Luciano Says:

    Salve
    Il commento era per l’intervento di Ares.

    A presto.

    Luciano

  38. Ares Says:

    Ares ^__^

    Fatalista!!

  39. Ares Says:

    Ares ^__^

    Comunque, il caso decide, per gli stolti ^__^

  40. Luciano Says:

    Salve.
    Eh no caro Ares.
    Il caso decide per tutti alle volte, non solo per gli stolti.

    A presto.

    Luciano

  41. Tony Says:

    Potere e necessità

    Per vivere abbiamo bisogno di soddisfare le nostre necessità
    per quelle a cui non possiamo provvedere da soli
    il compito viene devoluto ad altri
    (mi viene in mente il neonato e la necessità di nutrizione).
    Ovviamente la devoluzione non è, il più delle volte, un nostro atto volontario.

    La devoluzione del compito di soddisfacimento di una necessità
    ha come riflesso il riconoscimento di un potere da parte di colui che soddisfa su colui che devolve.
    Anche questo blog non sfugge a queste logiche di necessità e potere.
    Possiamo ritenere il concetto di potere, così come ho impostato il ragionamento, contiguo al concetto di solidarietà che, per essere organizzata, ha bisogno proprio delle strutture di potere, ora identificate nella famiglia, piuttosto che nella scuola, chiesa, stato e via discorrendo.
    Necessità e potere, solidarietà e struttura, sono binomi inscindibili.

    Il problema si pone quando si perdono di vista le reali necessità di cui abbiamo bisogno, ciò determina il proliferare di sovrastrutture e centri di potere, il più delle volte deviato.

    Quando l’intelligente neoeletto Presidente degli Stati Uniti afferma:“Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né rinunceremo a difenderlo”, equivale a dire: “Le nostre necessità rimangono quelle di sempre, quindi manterremo tutto il potere che abbiamo fin qua espresso e non rinunceremo a difenderlo”.

    In questa ottica mi chiedo: “ma quale cambiamento?”

  42. Ares Says:

    Ares ^__^

    Bravo Tony, anche a me quella frase mi ha fatto dire:

    .. “anche questo non ha capito un c..bip!”..

    per quanto riguuarda il dualismo pisogno ..potere concordo.. ma quando si parla di solidarieta’ bisognerebbe intenderla in termini reciproci….. poi non ho capito perche’ la solidarieta’ dev’essere necessariamente sovra organizzata… ci sono solidarieta’ che richiedono rinunce di poteri… non lecitamente assunti…

    .. poi non ho capito questo blog cosa c’entra con il dualismo “necessita’- potere”.. (vuoi dire che tra’ un po’ dovremmo abbonarci a wordpress? ^__^)

  43. Tony Says:

    Bene sulla solidarietà che dovrebbe essere intesa in termini reciproci
    bene anche quando dici che non dovrebbe essere necessariamente sovraorganizzata
    ma nelle mie parole c’è presa d’atto e non intenzione.

    Per il blog facevo questa riflessione:
    ritrovarmi qui risponde ad una mia necessità di dialogare su certi temi filosofici
    avendo svolto gli studi in un altro settore non ho la preparazione di md – che apprezzo moltissimo – o di altre persone che in questo blog fanno degli interventi davvero rigorosi.

    A questo punto è automatico che loro soddisfano il mio bisogno
    e di conseguenza esercitano – più o meno involontariamente – un potere su di me
    un potere di “persuasione” dettato dall’autorevolezza del loro status, diciamolo pure: status di filosofi.

    Pensa se md decidesse di dare rilevanza giuridica a questo blog costituendo un’associazione
    … eccoti la struttura

  44. bancuri mp3 download Says:

    Whats up very nice site!! Guy .. Beautiful .. Wonderful .

    . I’ll bookmark your web site and take the feeds also? I am satisfied to seek out so many helpful information here within the put up, we want develop more techniques on this regard, thanks for sharing. . . . . .

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: