LA BANALITÀ DEL MALE

volti by hidden sideQuel che spesso mi colpisce nei volti migranti che si incontrano quotidianamente nelle strade, sui treni, sui tram e sugli autobus delle nostre caotiche città, è il “peso” dei pensieri da cui vedo gravate le loro fronti, i loro sguardi, le loro bocche. Si capisce senza alcuno sforzo di penetrazione che hanno mille preoccupazioni: le nostre “normali” più le loro, specifiche, dovute alla precarietà, alla lontananza, al senso di estraneità e di spaesamento, al surplus di sfruttamento e ingiustizia, e, spesso, di paura che pervade la condizione dello xénos, dello straniero (e straniera, con l’ulteriore gravosità che ciò comporta), nel paese che lo ospita.
Eppure xénos, nella lingua greca, vuol dire non soltanto “straniero”, “forestiero” (con i significati connessi di insolito, sorprendente, meraviglioso), ma soprattutto ospite, colui/colei che viene accolto/a e che si lega ad altri per vincoli di reciproca ospitalità. E di fatti questa reciprocità è contenuta nel significato stesso della parola “ospite”, una parola della lingua italiana che mi ha sempre intrigato per quel tratto duplice, ancipite, dato che si riferisce tanto a chi ospita quanto a chi è ospitato – come a voler indicare che, al di là dell’appartenenza ad un luogo anziché ad un altro, tutti siamo ospiti della medesima terra, partecipiamo della medesima condizione di provvisorietà e fragilità, ed è un imperativo etico quello di soccorrerci nella comune sorte.

Dicevo del “peso” dei pensieri: posso solo vagamente immaginare quel che gravava sul povero Navtej Singh Sidhu – persona ed essere umano, xenos nel senso più pieno, prima ancora che “indiano”, “immigrato”, “disoccupato”, “barbone” – quando è stato aggredito e bruciato l’altra notte, poiché non bastavano ancora le quotidiane ambasce, doveva essere leso e devastato nella sua totale vulnerabilità.

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