Biopotere, bioetiche, biodubbi… (quadro sintetico in 10 punti più 1)

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Prologo. Su questo blog si è discusso a lungo, anche se ovviamente in modo sparso e sincopato come è tipico dei blog, dei temi della eutanasia, della vita e della morte. E’ stato, mi pare, un dibattito appassionato e stimolante, forse anche un esempio utile di discussione. Bisognerebbe infatti riuscire a slegare la riflessione e la discussione dalle ondate emozionali che percorrono la società, i media e, inevitabilmente, le nostre menti – ma questo si può fare solo in parte. Proverò ora a sintetizzare per sommi capi le questioni emerse fin qui (senza avere la pretesa di esaurirle o chiuderle), esprimendo al contempo il mio punto di vista – un approdo provvisorio, non conclusivo e non definitivo, ma che corrisponde grosso modo alle idee chiare e distinte che mi sono fatto sulla questione. Non significa avere le risposte, ma per lo meno aver chiari tutti i termini in gioco, cosa che forse può aiutare.

***

1. Ho lapidariamente scritto in un aforisma che l’eutanasia è qualcosa di più complesso di una scelta etica o di un dilemma morale, poiché ha a che fare con la concezione dell’essere, della vita e con il senso che conferiamo a questi termini. La fine di un percorso vitale non può cioè mai essere scisso dal percorso stesso e dal fondamento ontologico che lo sostiene. Si tratta in ultima analisi del senso che diamo al termine “forma di vita” e al concetto stesso di “vita”. Se non si risponde preliminarmente a queste domande, dubito che si possa affrontare tutto il resto. E’ però possibile, anzi molto probabile, che la maggior parte degli individui riescano forse a rispondervi solo in conclusione dei loro percorsi vitali, o, magari più spesso, a non rispondervi affatto. Potrebbe quindi profilarsi un carattere di indecidibilità relativo a quel domandare.

2. Se tradizionalmente i confini tra vita e morte, natura e cultura, animale e umano, invarianza biologica e storia, erano tracciati e definiti – o per lo meno così si pensava – si è ormai aperta un’epoca (quella che mi piace definire bioepoca) nella quale tali linee sono frastagliate quando non confuse. In particolare non è più ben chiaro cosa si intenda per natura umana, e le stesse basi biologiche che un tempo la circoscrivevano paiono ormai destinate ad essere soggette a ridefinizioni, mutamenti, trasformazioni. La metafora galileiana del “grandissimo libro” che ci sta dinnanzi e che è da leggere, decifrare e trascrivere in linguaggio matematico, è ormai diventata la lettura e, insieme, la riscrittura, del codice dei codici – il sancta sanctorum della vita.

3. Tuttavia, nonostante le difficoltà interpretative, l’autodeterminazione rimane un principio chiarissimo di orientamento delle decisioni: la vita si determina via via in forme che hanno sempre più il carattere dell’individualità – e nella nostra specie questa modalità assume un’importanza particolarmente spiccata. L’individuo è una realizzazione complessa e sofisticata di forma di vita, e tende a decidere per sé e a determinarsi a prescindere dalle spinte oggettive, “naturali” o “sociali”, che lo sovrastano. Che poi sia questa una fede o qualcosa di illusorio non ha grande importanza – l’immaginazione, come ben sappiamo, è un motore potentissimo. L’inizio e la fine – l’ingresso e l’uscita – dei percorsi individuali diventano sempre meno casuali e sempre più scelti e voluti.

4. L’autodeterminazione si coniuga però ad altri fattori: in primis, ha a che fare con la consapevolezza. Ci si può autodeterminare davvero solo se si è consapevoli e coscienti di se stessi, di quel che si è e si può essere, della propria forma vitale, delle proprie potenzialità. La conoscenza diventa dunque cruciale, conoscenza di sé e del mondo, cioè di quegli elementi che plasmano e condizionano le forme di vita. Conseguentemente, esiste un reticolo di relazioni alle quali il soggetto autodeterminantesi non può sottrarsi: non si tratta solo di biopotere – quelle forze, cioè, che lo vorrebbero controllare e sovradeterminare (la sovranità politica, le chiese, le morali, le religioni, ecc. – i vari codici etico-sociali e linguistici nei quali si è immersi fin dall’inizio e che accompagnano/sostanziano e, direi, costituiscono il corso vitale di ciascuno), ma anche della responsabilità nei confronti degli altri soggetti, le molteplici individualità con le quali si entra in relazione. Tutte queste intersezioni fanno sì che il distacco dal corso vitale non possa mai essere compiuto in totale e perfetta solitudine. Morire, lasciarsi morire, nel caso estremo uccidersi, non sono mai fatti del tutto individuali, ma hanno sempre un carattere inevitabilmente sociale.

5. Esiste dunque una dialettica tra individuo e potere, individuo e società che non può essere sciolta e che sempre si ripresenta, anche nelle questioni della vita e della morte. Cioè: non si è mai soli né quando si nasce né quando si muore. In tal senso, minore è il tasso di consapevolezza e di autodeterminazione maggiore diventa la concentrazione e l’invasività del biopotere.

6. Oltretutto, a complicare ulteriormente il quadro è intervenuto il sapere tecnoscientifico, con le sue immediate applicazioni alle forme di vita: la medicina, le biotecnologie, l’ospedalizzazione hanno massicciamente invaso le vite degli individui, riplasmandole, allungandole, modificando il significato dei concetti di cura, benessere, salute, malattia. Il tasso di “naturalità” degli eventi di entrata e di uscita dalla vita si è ancor più abbassato. Si prospettano ormai possibilità pressoché integrali di determinare la nascita degli individui, e, in futuro, forme possibili di vittoria sulla mortalità. In tal senso, le forme di vita vengono riplasmate e ibridate attraverso l’intervento delle macchine. Non è nuova la concezione dei corpi umani come automata, dunque non è difficile reinnestarla ora in termini pratici, non più solo teorici. (Anzi, il significato più profondo della tecnoscienza è forse quello di avere eliminato la distinzione tra teoria e prassi – nella fattispecie, l’avere teorizzato il corpo in un certo modo, lo rende già disponibile ad essere riplasmato e trasformato).

7. Da tempo i filosofi reclamano una nuova etica all’altezza dell’epoca tecnologica. La vecchia etica “naturalistica” non può più funzionare. D’altra parte le società che si prospettano non possono più nemmeno ammettere un’etica singolare, essendosi inevitabilmente moltiplicate le posizioni, diffuso il cosiddetto relativismo etico, in particolare con l’avvento simultaneo di società globali multiculturali e fortemente tecnicizzate. In questo quadro le vecchie morali devono essere riviste e ricollocate, e non possono più pretendere il monopolio della verità etica. Il rischio, come è già stato segnalato, è quello della guerra inter-etica. Sia che il bio-potere voglia arrogarsi il diritto di decidere dei corpi dei quali si ritiene il sovrano assoluto, sia che si allei provvisoriamente con una chiesa o una posizione etica particolare, rimane aperto il problema dello scontro tra visioni etiche (che sono sempre posizioni ontologiche) differenti, oltre al fatto che i soggetti parallelalemente alla crescita della loro consapevolezza esigono di poter avere l’ultima parola in fatto di vita, morte, forma e possibilità dei loro stessi corpi. A proposito di tale profonda estraneità morale, si è accennato in uno dei commenti nel corso della discussione all’immagine geometrica delle rette parallele: sarebbe auspicabile, tanto per arricchire la metafora, che gli “stranieri morali” posizionati lungo la retta cominciassero col non disporsi di schiena, in modo da potersi per lo meno vedere in faccia…

8. Questi i problemi aperti, dirimibili solo se il potere (statale o, in prospettiva, globale) azzererà il suo tasso di eticità (ma può esistere uno stato del tutto non-etico?), lasciando che le posizioni etiche plurali si dispongano autonomamente nell’agone sociale. Dovranno in ultima analisi essere i soggetti, consapevoli e informati, ad esprimere la scelta riguardante la propria forma di vita; più questo potere (che è potenza di autodeterminarsi e di darsi una forma) verrà trasferito dai centri tradizionali ai singoli, meno pericoli ci saranno di ricadute totalitarie. Ma ho dei dubbi che il potere non voglia giocare l’allettante carta di mutarsi in biopotere (un reale potere di vita e di morte non più formale ma sostanziale, capillare, direi cellulare, sui suoi sudditi), cedendo così facilmente il controllo sulla vita e sulla morte, sulla decidibilità dei confini, dei concetti e delle definizioni. Confini, concetti e definizioni che sarebbe invece auspicabile venissero decisi dal basso, che emergessero cioè dalle stesse forme di vita – dato che le riguardano direttamente – e non da potenze estranee che le utilizzerebbero in funzione del dominio e della concentrazione delle ricchezze.

9. A proposito di quest’ultimo punto, non è certo separabile la questione materiale della distribuzione delle risorse e dell’uguaglianza, dalla questione etica. Chi e perché deve vivere più a lungo e meglio nella lotteria planetaria delle forme di vita? Demografia, medicina, economia non sono certo categorie neutrali dell’organizzazione sociale: mi pare che questo sia un po’ il grande rimosso – il convitato di pietra – di tutte le nostre accese, e spesso autoreferenziali, discussioni.

10. Rimane infine la questione della decidibilità dell’indecidibile. Si tratta naturalmente di un paradosso, ma credo esprima bene i dubbi in proposito: entro una certa misura, un soggetto cosciente e consapevole può decidere della sua vita e della sua morte – certo più e meglio di ogni agenzia etica o di ogni potere esterno. Può anche omettere di decidere, è del tutto legittimo che lo faccia, ma in tal caso non potrà non delegare qualcuno a farlo per lui. In tali evenienze il diritto può facilmente intervenire a regolamentare per legge la casistica. Rimane tuttavia un margine di indecidibilità circa alcuni casi estremi, che però potrebbero moltiplicarsi grazie alla tecnoscienza – anche se questa potrebbe, in prospettiva, finire per rsisolvere le questioni da lei stessa aperte. Tuttavia credo che sempre rimarrà un margine oscuro, poco chiaro e poco distinto, su cui la ragione finirà per girare a vuoto. Il potere e la fattualità non ammettono vuoti, e dunque qualcosa finirà sempre per accadere o per non accadere – ma opterei per una sospensione del giudizio nei casi estremi. Attenzione, non si tratterebbe di un “non fare”, dato che comunque qualcuno farà od ometterà di fare, rischiando sempre di sbagliare (rischio che è proprio della natura dell’agire) – ma di un ritrarsi della razionalità di fronte a ciò che non è razionalizzabile.

***

Epilogo. Detto questo, per quel che mi riguarda, faccio mia la tradizione cinica, stoica, epicurea ed illuministica della vita consapevole, degna di essere vissuta: si tratta, naturalmente, di una scelta soggettiva, tra le altre, una scelta che è nel contempo una riduzione, visto che parte dal presupposto che il “mio” bene sommo, la “mia” forma di vita siano innanzitutto il pensiero, la consapevolezza, il ragionare su di me e sul mondo – e che venuti meno questi non valga più la pena di vivere, e sia giunto il momento di passare ad un’altra forma di vita. Ma, appunto, si tratta di panteismo, di un’ontologia che, portata alle sue estreme conseguenze, considera in ultima analisi uguali e indifferenti (ma anche degne di meraviglia) tutte le forme di vita, tutti gli enti, tutti gli esseri, dal geniale Ludovico van fino all’ultima zecca…

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27 Risposte to “Biopotere, bioetiche, biodubbi… (quadro sintetico in 10 punti più 1)”

  1. Andrea Says:

    Molto interessante md. Credo che darà a tutti noi spunti su cui riflettere.

    Una sola cosa: perché parlare di panteismo a proposito della scelta della vita consapevole? Cosa c’entra Dio? Peraltro, ritengo che una scelta rigorosamente panteistica, in senso proprio, dovrebbe portare a credere nella presenza divina anche nella vita umana inconsapevole, che pertanto avrebbe la stessa sacralità-intangibilità di quella consapevole. Della serie: tutto ciò che esiste è Dio e viceversa, quindi tutto – anche un io inconsapevole – è ugualmente degno di esistere soltanto in quanto esistente.
    O no?

  2. Luciano Says:

    Salve.
    Infatti per chi è credente le cose stanno esattamente come le hai descritte.

    A presto.

    Luciano

  3. md Says:

    Per certi aspetti è così, Andrea: però direi che dal punto di vista del tutto (dunque un punto di vista immaginario, visto che la ragione umana, che è l’unica di cui abbiamo esperienza diretta, è sempre e comunque posizionata) ogni cosa più che degna è del tutto indifferente – nel senso proprio del termine, cioè non differisce nel suo essere da un qualsiasi altro essere.
    Questa “indifferenza” non può per definizione essere una sacralità-intangibilità – o se lo è deve valere per ogni forma di vita, dunque anche per i milioni di esseri animali e vegetali che ogni giorno vengono massacrati.
    Ho usato il termine “panteismo” forse in modo improprio, visto che Dio proprio non c’entra – o meglio, il Dio cui mi riferisco può essere qualcosa di simile alla sostanza di Spinoza.

    Per quanto concerne il concetto di “forma di vita” mi rifaccio alla scuola di pensiero di Agamben ed Esposito, e alla distinzione greca tra bios e zoe (rilevata dal fisiologo francese Bichat), oltre che al concetto di “nuda vita” enunciato da Walter Benjamin. Il problema in campo è proprio quello della definizione del “proprietario” della nuda vita di un corpo (zoe) che non ha più forma (bios): chi legittimamente può reclamarlo? Dio, la chiesa, lo stato, il progenitore, la collettività…? A quale titolo? Ciò naturalmente riguarda anche quella strana torsione (che è anche linguistica) tra corpo e persona: non è un caso che si dica di “avere” un corpo, non di “esserlo”.
    C’è, a tal proposito, un illuminante articolo di Roberto Esposito nel supplemento odierno di Diario della Repubblica.

  4. md Says:

    Un ulteriore chiarimento: ho parlato di “panteismo” perché quel che mi interessava mettere in luce era il “punto di vista” – una sorta di acrobatica (e impossibile) visione sinottica – non tanto la teoria in quanto tale.

  5. Andrea Says:

    Grazie per il chiarimento, md.

    Io, per indole e per formazione, sono piuttosto scettico e diffidente riguardo al pensiero “totalizzante”, ossia alla pretesa dei filosofi di poter vedere le cose dal punto di vista del tutto, di Dio, la visione delle cose “sub specie aeternitatis” di Spinoza appunto (che coincide coll’ “amor dei intellectualis”), non dissimile dall’approccio hegeliano della Ragione che raccoglie in sé la totalità.

    Ciò detto, sicuramente dovrei approfondire la conoscenza del pur affascinante Baruch. Ugualmente ignoro Agamben ed Esposito (non ho ancora letto l’articolo su Repubblica, ma immagino non basti), e di Benjamin ho letto solo il saggio sull’origine del linguaggio.
    Quindi per ora mi fermo qui.

  6. Ares Says:

    Ares ^__^

    Sto’ seguendo un corso di teatro danza che terminerà a fine marzo, quel che mi viene chiesto e’ che il corpo ragioni per me e stimoli il mio istinto creativo intellettivo; sto’ facendo una fatica tremenda, a fine lezione oltre che essere fradicio mi sento sempre infastidito e nervoso, da un certo punto di vista mi sento usato dal mio corpo.. e non viceversa, forse mi devo arrendere e cercare un dialogo.. e credo che finiro’ per scoprire che siamo la stessa cosa.

    Per ora il risultato e’ mediocre, anche se una confidenza privata della conduttrice mi vede a un passo dalla soluzione, sicuramente sono il piu’ bravo.. credo dipanda dal buon rapporto che ho con il mio corpo… anche se prima o poi dovremmo deciderci a dimagrire un po’ ^__^

  7. Luciano Says:

    Salve.
    Caro Ares, per quanti sforzi facciate sarà sempre il tuo cervello a comandare il tuo corpo come quello dei tuoi colleghi di corso.

    A presto.

    Luciano

  8. md Says:

    Eh eh, ma il cervello che cos’è? Non è semplicemente una parte del corpo? Bisognerebbe forse dire “mente”, ma la mente che cos’è se non un’astrazione (come del resto lo stesso “corpo”)?
    Ci trasciniamo appresso tutte le antiche dicotomie, e anche se non ammettiamo più l’anima o lo spirito nei nostri discorsi ci inventiamo un sostituto che chiamiamo in qualche altra maniera.
    D’altra parte è il modo di funzionare del linguaggio e dell’intelligenza: separare per meglio controllare (o illudersi di farlo).
    Duplicare, riflettere, essere eccentrici, rappresentare, astrarre, ecc.: tutte modalità tipiche della nostra specie.

  9. Irish Coffee Says:

    il credere nella vita è cosa buona e giusta
    ed è cosa giusta che ogniuno di noi ne provino e portino ogni rispetto
    diverso è quando ogniuno sceglie per se, purtroppo le motivazioni che per noi non sono importanti per altri lo sono moltissimo
    difficile sindacalizzare, provare a capire è la sola cosa che possiamo fare
    credo che sia giusto che ogniuno abbia il diritto di scegliere, sbagliato è quando lo fanno gli altri per noi
    il corpo è comandato dalla mente, ed è vero che nessun trapianto è mai stato ne provato ne pensato
    credo che questa sia la risposta a tutte le domande…

  10. Luciano Says:

    Salve.

    Io penso che il corpo sia una struttura di supporto all’individuo, cioé al cervello.Non c’è reciprocità di azione. La definirei piuttosto una simbiosi unilaterale. In effetti la mente è una rappresentazione dell’attività cerebrale, e se ci fai caso è basata sulle nostre capacità percettive. Ma ancora c’è molto da imparare.

    A presto.

    Luciano

  11. Ares Says:

    Ares ^__^

    Eh no,no ragazzi, vi sono esperienze che permettono al corpo di pensare e imporsi sula mente… recentemente sto’ provando delle esperienze edificanti in questo senso.. e’ magico, e’ come se la mente si spegnesse a tratti, infatti e’ necessaria la presenza di un testimone che ti dica quel che e’ accaduto..e ti aiuti e controlli eventuali azioni del corpo che non tengono conto del luogo in cui ti trovi, ti evita insomma di sbattere contro le pareti della stanza in cui il “movimento armonico” avviene.

    Ragazzi non e’ nulla di occulto o stravagante … e’ una delle capacità dell’essere umano.

  12. Ares Says:

    Ares ^__^

    Sia chiaro, il tutto avviene senza uso di droghe ^__-

  13. Ares Says:

    Ares ^__^

    Un’altra cosa, in questi esercizi, la capacita’ percettiva della vista e’ inibita..

  14. Luciano Says:

    Salve.

    Cerchiamo di essere chiari. Il corpo non possiede centri cognitivi o elaborativi. E’ esclusivamente passivo. I muscoli si muovono se dal cervello, in modo coscente oppure no, arriva lo stimolo al movimento. I nostri organi percettivi sono passivi, ovvero registrano uno stimolo proveniente dall’esterno, quindi che la vista sia inibita significa che l’area del cervello che elabora i segnali provenienti dall’occhio attraverso il nervo ottico ha alzato una sorta di soglia, più alta del normale, per la risposta alla sollecitazione (a meno che tu non intendessi che vieni bendato).

    A presto.

    Luciano

  15. md Says:

    Di fatti la vera dicotomia non è tra corpo e cervello, ma tra quella che noi chiamiamo “mente” (“centro cognitivo”) e quel complesso organico/organizzato che definiamo “corpo” e di cui fa parte anche il cervello e il sistema nervoso. Per quel che ne so e che ho potuto leggere la discussione per definire che cosa sia la “mente” (e simili) è apertissima anche tra gli stessi neuroscienziati.

  16. Ares Says:

    Ares ^__^

    Ah si,si…. intendo parlare di mente… certo il cervello e’ corpo .. si..si..

    @luciano..si, l’esercizio avviene bendati… chi non vuole essere bendato deve pero’ chiudere gli occhi..

    .. si ha come l’impressione di essere quidati dal movimento stesso, e’ dal movimento che parte l’immaginario che poi vivrai… non dovrebbe avvenire il contrario..anche se, soprattutto all’inizio, l’operazione inversa e’ inevitabile.

  17. fabio Says:

    perchè un dono dovrebbe essere proprietà del donatore e non del ricevente?

  18. Luciano Says:

    Salve.
    Non va inteso in senso umano, in cui tra donatore e ricevente c’è sostanziale parità.

    A presto.

    Luciano

  19. Ares Says:

    Ares ^__^

    Fabio scusami, sei un filosofo o uno psicologo?

  20. md Says:

    ops, devo aver perso qualche passaggio della discussione… chi e perché ha parlato di dono?
    Tra l’altro, detto en passant, non sono poi così convinto che il dono sia sempre e comunque qualcosa di orizzontale – anzi, succede talvolta che chi dona voglia prevaricare…

  21. emiliano Says:

    Caro md, è molto interessante quello che hai scritto; anche perché si tratta di una riflessione piena di stimoli e coordinate intellettuali; e il fatto di aver inserito la parola “biodubbi” la dice lunga anche sulla suscettibilità del tuo discorso a mille interpretazioni e capovolgimenti semantici. Ad esempio nel rapporto tra la vita intesa nel senso spoglio del termine, nel suo essere anteriore all’esposizione a una civiltà di potere (l’unica che fino ad oggi conosciamo), e appunto il potere, quel bio-potere che tu preferisci tenere a bada consapevolmente; preferendo la morte all’eventuale perdita dell’unica cosa che può preservartene, la ragione; quel rapporto dicevo è un pozzo di metafore e possibilità interpretative. Perché bisogna riconoscere che quel potere è a doppio taglio: è la prerogativa a travalicare la legge da parte del sovrano, il nomos dalla parte del più forte; ma anche la giustizia che protegge il debole, l’esposto, se si vuole il sacro, dalla violazione per mano del potere stesso. Insomma credo che oggi il compito arduo è quello di saper riconoscere le sue metamorfosi…

    Una considerazione sulle rette parallele come indicazione del dialogo per gli stranieri morali (bella espressione!): le rette sono in corrispondenza reciproca; si può ostinatamente cercare l’ignoranza reciproca, ma è appunto ostinazione, capriccio intellettuale; su quelle rette si stà più comodi uno di fronte all’altro. Come farebbe l’ateo privato della parte della parola che segue l’alfa privativo (theos)?

  22. Ares Says:

    Ares ^__^

    Non ho capito l’ultima frase..

  23. md Says:

    Anche le tue riflessioni sono interessanti, Emiliano: il nodo del potere e del suo ancipite rapporto con la “nuda vita” è in effetti cruciale.

    L’espressione “straniero morale” è di Hugo Tristam Engelhardt jr., bioeticista “cattolico ortodosso texano” come si autodefinisce, e ne avevo parlato qui https://mariodomina.wordpress.com/2008/03/03/relativismo-iii-%E2%80%93-la-pace-di-westfalia-e-gli-stranieri-morali-del-texas/

    Sull’alfa privativo: ho sempre fatto mia la posizione del mio maestro Luciano Parinetto che avrebbe voluto marxianamente sfuggire alla dicotomia teismo/ateismo, ad una negazione cioè per posizione (se prima non pongo qualcosa non ho nulla da negare poi) – ma sia l’una che l’altra tesi, e l’eventuale ostinazione militante che ne segue, dipendono anche dai conflitti che via via storicamente si determinano. Preferirei anch’io discutere tranquillamente con teisti, cristiani, credenti, ecc. senza l’interposizione di rigide ideologie (e di gerarchie porporate), spero che si possa tornare a farlo presto…

  24. Ares Says:

    Ares ^__?

    Adesso mi e’ tutto piu’ chiaro..

    .. va be’, vado a documentarmi su cos’e’ questo Alfa privativo

  25. md Says:

    in greco era la lettera alfa che, davanti ad una parola, la negava; nella lingua italiana diventa il prefisso a-, come ad esempio in:
    teismo
    a-teismo

    politico
    a-politico
    o nelle parole acefalo, apolide, ecc.

  26. Ares Says:

    Ares ^__^

    ah.. era cosi’ facile….

  27. Bioepoca – seconda parte « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] ulteriori approfondimenti si vedano i seguenti post: La torta e la glassa. Note sulla natura umana Biopotere, bioetiche, biodubbi Eutanasia La specie, la storia, il […]

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