Lezione spinozista 2 – Mente sive corpo

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(Vediamo se ho capito…)
Leggendo la seconda parte dell’Etica, che si occupa della Natura e origine della mente, si ha come l’impressione di restare a bocca asciutta proprio per quanto concerne la risposta alla domanda sottesa: ma che cos’è davvero la mente? Certo, Spinoza non può porsi questa domanda alla stregua dei neuroscienziati, il suo resta un punto di vista strettamente filosofico e, oltretutto, immerso nelle concezioni del suo tempo. Ma chissà che questo non finisca per essere un vantaggio…

D’altra parte proprio “la mente” dovrebbe essere l’oggetto primo di ogni attenzione e considerazione fondativa di un discorso sensato: che senso ha parlare di un’ontologia, ad esempio, o di un’etica (che sono poi le due operazioni simultanee condotte da Spinoza) se non si ha ben chiaro lo strumento attraverso cui tutto procede? Ogni ontologia presuppone la domanda “che cos’è la mente?” e non può non presupporla, perché l’ente pensato – l’idea – è sempre ciò che è attraverso la mente, che dunque ne è filtro, se non presupposto. Dunque, anche se vogliamo pensare che non è il soggetto a porre l’oggetto (come vogliono gli idealisti o i nominalisti e compagnia bella), e nemmeno l’oggetto a fondare il soggetto (come preferiscono i realisti, gli empiristi e compagnia cantante) – la mente rimane pur sempre la sede delle relazioni e del loro eventuale groviglio.

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Gli strati del dolore

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Che cosa sia il dolore fisico è forse abbastanza chiaro. Si tratta, tutto sommato, di un fenomeno che concerne i corpi e il loro sistema recettivo e nervoso, e dunque facilmente individuabile e classificabile: ci troviamo di fronte a una scomposizione del corpo (che viene tagliato, spezzato, urtato, deformato, ecc.) o all’ingresso di un corpo estraneo. La sensazione dolorosa è quindi riconducibile, in ultima analisi, ad interazioni di corpi, o meglio a tipologie di relazione tra un corpo che patisce e subisce e uno che agisce e aggredisce.
Molto più problematica, invece, risulta la descrizione fenomenologica (tanto per usare un parolone filosofico) del dolore meta-fisico, cioè di quello spirituale, psicologico, mentale, o come si preferisce chiamarlo. Certo anche qui si tratta di una recisione, di un taglio, di una mancanza, di un venir meno (o di un non essere mai stato presente, come succede per la solitudine) dell’altro – amante, amico, parente, essere umano in genere – ma tale perdita può anche valere per animali, oggetti, situazioni, emozioni. Una sofferenza la cui intensità, durata e manifestazione è quanto di più variabile e molteplice ci sia, e che dubito si possa facilmente catalogare o descrivere o misurare come nel caso del dolore fisico (che pure varia da soggetto a soggetto, non a caso si parla di soglie e di sopportazione). La mescolanza dei due, poi, è qualcosa che rasenta l’insondabilità.

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Alta quota

brucknerNella musica il tempo è fondamentale, si sa. Sia in termini oggettivi (il movimento musicale in sé), sia in termini percettivi e soggettivi. Ho già avuto modo di parlare di Bruckner e del grande respiro che promana dalla sua produzione sinfonica. Avere avuto l’occasione, ieri, di ascoltare la sua Ottava sinfonia – l’ultima compiuta – mi ha dato modo di riflettere ancora su questo fenomeno della relazione temporale.
Bruckner è certo un compositore che si concede tutto il tempo che ci vuole: non a caso l’estensione delle sue sinfonie va crescendo a dismisura. Ma se si trattasse solo di “lunghezza” e di “estensione” sarebbe un dato esteriore e, tutto sommato, non così importante. “Darsi tempo”, in questo caso, significa proprio quel che dice l’espressione: dare a se stessi (e successivamente a chi è in ascolto) tutto il tempo necessario ad esplorare, a scoprire e a creare qualcosa; procedere piano, allargando sempre di più lo sguardo, senza saltare nessun passaggio; tornare magari indietro per raccogliere qualcosa che si era abbandonato o smarrito e riproporlo; fermarsi a riprendere fiato, sostare quanto occorre per ripartire con maggior lena.

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Karumi

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Nell’estetica del grande poeta giapponese Matsuo Basho, famoso per aver dato origine alla tradizione dell’hokku (oggi noto come haiku), è centrale l’idea di karumi, leggerezza. Quella modalità espressiva, cioè, che coglie i momenti poetici nel tessuto della quotidianità, attraverso parole ed immagini sobrie ed essenziali, prive di enfasi o di retorica, leggére appunto.
Leggerezza, però, non vuol dire superficialità, ma capacità di cogliere la bellezza e l’eterno nelle cose più semplici, più ovvie, più banali. Il poeta riesce così a distrarre la nostra attenzione dalla vera banalità – il considerarci l’ombelico dell’universo – e a farci attrarre dall’essenziale: il mostrarsi delle cose nella loro sorgiva immediatezza, spoglie di tutte le sovrastrutture di significati che noi vi abbiamo introdotto o affollato intorno. E’ un’altra modalità della conoscenza, piuttosto rara e difficile perché richiede grande energia, concentrazione, autoeducazione, disciplina, tensione; più un togliere che un mettere; oltre che un lungo viaggio – come quello di Basho – attraverso la vita, i luoghi, la natura (“Ammalatomi in viaggio / il mio sogno corre ancora / qua e là nei campi spogli“, come recita lo splendido haiku che Basho detta a un suo allievo poco prima di morire).
A noi, però, viene data con un minimo di sforzo l’opportunità di fruire di quelle visioni essenziali, mettendoci all’ascolto.
Chi, come me, sovrainterpreta, complica e talvolta fa conflagrare sensi e significati, viene invitato a desistere, a ritrarsi, a fare silenzio. E, per una volta, ad ascoltare.
Solo questo ci chiede il poeta.
In cambio riceviamo doni incommensurabili…

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L’accetta di Lukàcs

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Approfittando, anche se con un po’ di ritardo, del commento lasciato nell‘Altra stanza da Matteo, il compagno di banco di Valerio, giovanissimi frequentatori del blog – torno un momento su Schopenhauer e sulla sua celebre, quanto irritante, posizione circa il rapporto tra pensiero filosofico e azione morale, teoria e prassi. Egli sostiene che il filosofo non è per nulla impegnato dagli insegnamenti della filosofia: “Che il santo sia un filosofo, è tanto poco necessario, quanto poco necessario che il filosofo sia un santo: come necessario non è che un uomo bellissimo sia un grande scultore o che un grande scultore sia pure un bell’uomo. Sarebbe d’altronde singolare pretendere da un moralista che non debba raccomandare se non le virtù da lui stesso possedute”. Che è come dire che è del tutto legittimo predicare bene e razzolare male. Schopenhauer conclude il suo ragionamento con una definizione di filosofia che non lascia molto spazio alla prassi: rispecchiare in concetti l’intera essenza del mondo, questo e non altro è filosofia.

E’ una posizione questa squisitamente “borghese” e “reazionaria”, direbbe il filosofo ungherese Lukàcs, in linea con la sua interpretazione della storia del pensiero filosofico moderno.

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Marx e Kant alla tavola di Ivan

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Ho avuto il piacere di discutere ieri della mia scelta vegetariana con un amico ventenne, durante una conversazione a tavola. Tralascio qui i dettagli della discussione per soffermarmi su due punti ai quali il nostro conversare, pur non convergendo nel merito, è approdato: il concetto di limite e, inevitabilmente connessa a questo, l’etica del limite.

Il giovane Ivan, piuttosto dubbioso sulla mia scelta, mi chiedeva conto del perché ci si dovesse autoimporre un limite: se qualcosa è per noi possibile deve avere anche un suo senso, una sua giustificazione razionale. Senza forse esserne del tutto consapevole, credo abbia individuato in un solo colpo il nodo più profondo e intricato della ricerca razionale, con il suo inevitabile risvolto etico. In primo luogo la domanda filosofica che sorge (o dovrebbe sorgere) su ogni faccenda che ci riguarda: amo spesso a tal proposito indicare nell’arcano della merce di cui parla Marx un eccellente modello di indagine razionale. Chiedersi sempre che cosa si nasconde dietro ogni nostro gesto, anche il più banale, può aprire scenari immensi (e talvolta terribili) di comprensione: quel che beviamo o mangiamo, il clic di un interruttore o l’avvio del motore di un’automobile, un prodotto che acquistiamo o anche una parola che ci scappa di bocca… gli esempi possono essere infiniti, e dietro ciascuno è in agguato un arcano da svelare. Ma senza scomodare Marx, si tratta poi del normalissimo procedere dell’indagine razionale e, più specificamente, scientifica: ad ogni effetto (quel che ho di fronte) corrisponde una qualche causa che lo ha generato. La difficoltà sta nell’individuare tutte le cause, tutte le variabili e tutte le leggi che reggono il meccanismo causale. (Tralascio qui di parlare dei differenti campi dell’indagine, in particolare della classica partizione tra mondo umano e mondo naturale, scienze umane e scienze naturali).

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La fantasia al potere

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Tuffatevi giù, nel fondo dell’anima, pensieri.
(Riccardo III)

Si legge spesso sulla stampa o in rete, e si sente parlare ancor più spesso in TV o alla radio, delle esternazioni bislacche del nuovo italico ducetto (più per demeriti altrui che per meriti propri). Affermazioni molto gravi e grevi infarcite di battute leggere, lazzi e sberleffi. In realtà, a parer mio, vanno prese molto sul serio, non solo per il loro valore programmatico o per gli effetti reali sul tessuto sociale e culturale (che pure ci sono), ma anche per quel che ci svelano circa un lato essenziale del funzionamento del potere nella nostra epoca.
Ho sempre considerato il Riccardo III di Shakespeare un vero e proprio saggio sul potere (e sul corpo del potere) prima ancora che una grande tragedia. Ma lì ci vengono svelati i lati nascosti, l’intrigo, le passioni segrete che si muovono dietro o sotto la macchina desiderante di un’ambizione smisurata. Non che tali aspetti siano venuti meno, ma mi pare che oggi il potere (nella fattispecie quello politico) abbia assunto altri aspetti che vanno meglio indagati. Ne schizzo alcuni molto velocemente, che mi sembrano incarnati alla perfezione da Silvio Berlusconi: la spudoratezza, il dire (qualsiasi cosa) e il contraddire, l’ossimoro permanente, ma, più di tutto e sintesi di tutto ciò, l’ostentato fastidio per le mediazioni.

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Aforisma 14/bis

No che non siamo animali, perbacco! Però ci comportiamo da animali. Il nostro problema sta nel credere di esserlo. Ecco perché la nostra umanità finisce per farci orrore. Siamo post-animali che hanno nostalgia della loro animalità. Che è come dire esseri bifronti e ancipiti.
Siamo, di nuovo, degli ibridi nichilisti e bastardi. Anche se in realtà non sappiamo bene che cosa siamo, altrimenti non staremmo qui a chiedercelo.

Aforisma 14

Certo che siamo animali, perbacco! E ci comportiamo da animali. Il nostro problema sta nel credere di non esserlo. Ecco perché la nostra animalità finisce per farci orrore. Siamo animali che negano la loro animalità. Che è come dire enti che negano la loro entità. Nell’interstizio di quella negazione sta l’umano.
Siamo fondamentalmente degli ibridi nichilisti e bastardi. Tutto qui.