Ossimori al governo, guelfi e ghibellini: note sull’impossibile religione civile degli italiani

allegoria-del-buon-governo

L’intelligente gravita attorno a una stella,
il furbo invece fa di se stesso la stella
attorno a cui tutto deve ruotare.

Qualche tempo fa è comparso sul quotidiano La Repubblica un interessante articolo del teologo Vito Mancuso a proposito dell’assenza in Italia di una forma di religione civile. Ne riporto sommariamente le argomentazioni, per poi provare a commentarle.

Mancuso comincia con il considerare il termine religio nel suo significato originario di “legame”, “vincolo”, e a formulare conseguentemente tre tesi che riguardano il “caso italiano”:
1. Religio è propriamente un “principio unificatore dei singoli”, ciò che li trasforma da insieme casuale a sistema operativo. La religione civile è l’idea secondo cui c’è qualcosa che va oltre la singolarità, l’individualità.
2. L’Italia è priva di qualsiasi religione civile, e questo è il suo più grave problema: “in Italia – scrive Mancuso – i più ritengono che il singolo sia più importante della società”. Questo diffuso sentire anti-sociale esalta la furbizia a detrimento dell’intelligenza, ingenerando un’apologia del particolare a spese del generale.
3. “Una delle condizioni perché in Italia possa sorgere una religione civile è che i cattolici mettano la loro fede al servizio del bene comune”. Mancuso vede nel superamento dell’antica diatriba tra guelfi e ghibellini – tra coloro cioè che vogliono imporre e coloro che vogliono deporre il cattolicesimo come etica civile – l’unica possibile soluzione. In particolare, da teologo e uomo di fede, invita i cristiani a farsi davvero katholikòi – universali – “pensandosi come seme che marcisce nel campo e come lievito che scompare nella pasta”, e tutti i cittadini ad operare una “conversione”, cioè a ripensare radicalmente il proprio rapporto con la società.

Non ho fondamentalmente nulla da eccepire al discorso che fa Mancuso – da tempo auspico che si possa discutere anche con i cattolici di etica e di politica, senza la spada di Damocle degli anatemi papalini o delle inevitabili semplificazioni ideologiche, per quanto abbia seri dubbi che lo si possa fare con l’attuale clima sociale, politico e culturale e con la classe politica che ci ritroviamo. Vorrei però soffermarmi sull’aspetto che trovo più interessante delle tesi di Mancuso, e cioè quello della critica dell’interesse particolare, con quell’inevitabile richiamo all’apologeta del particulare, e cioè a Francesco Guicciardini.
Direi che in Italia predomina il guicciardinismo, con quell’impulso prevalente a badare all’utile personale, a coltivare il proprio orticello, ad esercitare più che l’intelligenza la furbizia, a voler emergere a tutti i costi: Guicciardini reputa savio proprio colui che “è riuscito a dominare ogni impulso di generosità e a controllarsi in nome della più oculata prudenza e del più sottile calcolo dell’utile suo, un uomo cioè dominato soltanto dalla preoccupazione di emergere sempre in ogni situazione della vita” (Geymonat). Praticamente lo storico fiorentino redige in anticipo di mezzo millennio il programma del berlusconismo e il tipo antropologico che lo muove (s’intende che sto procedendo un po’ all’ingrosso), fino all’ossimoro tutto italiano di avere al vertice del potere politico l’esponente massimo del particolarismo, quanto di più lontano dall’interesse generale ci sia. Che sarebbe un po’ come assegnare la cattedra di insegnante ad un analfabeta.
Naturalmente è questo un vizio antico del nostro paese, la cui formazione nazionale è pur sempre recente rispetto al contesto europeo, e che vede minoritarie tutte quelle correnti laiche, liberali e più in generale tipiche della cultura borghese che, piacciano o meno e con tutte le loro contraddizioni, hanno forgiato gli stati moderni. L’Italia non ha avuto nessuna vera rivoluzione, né sociale né politica – e le uniche rotture della sua storia (il Risorgimento, la Resistenza, il ’68) non sono riuscite a produrre un duraturo e diffuso senso della cosa pubblica, dello stato, delle istituzioni.
L’attuale raccapricciante quadro politico è poi del tutto in linea con la storia, le tradizioni e gli italici costumi – anzi direi che ne rappresenta l’esito parossistico e più grottesco.

A proprosito poi del concetto di religione civile, che è il vero fulcro del discorso di Mancuso, vorrei qui brevemente richiamare le pagine che Jean-Jacques Rousseau dedica a questo tema nel capitolo VIII del Contratto sociale. Egli distingue tra una religione che, in relazione alla sua funzione sociale, può essere dell’uomo o del cittadino: la prima riguarda l’interiorità, e può essere considerata una sorta di teismo da cui derivano precetti morali, l’altra invece, che è peculiare di una comunità politica, ha a che fare con concetti quali patria, diritti, doveri. Sembra che entrambe costituiscano un pericolo per l’unità sociale: nel caso della religione dell’uomo, nonostante il suo essere sublime ed universale, perché distacca i cittadini dalle cose di questo mondo e li fa disaffezionare dallo stato; nel caso della religione del cittadino perché può diventare esclusiva e tirannica, fino a rendere un popolo sanguinario e intollerante. D’altra parte parlare di una “repubblica cristiana” è un paradosso (un ossimoro diremmo noi), l’una parola – sostiene Rousseau – esclude l’altra, poiché è insita nel cristianesimo l’inclinazione alla tirannia e alla schiavitù. Quale religione civile, allora, sarà possibile per lo stato ideale dove a prevalere è l’interesse generale e non quello particolare? Rousseau indica una soluzione laddove invoca “una professione di fede puramente civile, della quale spetta al corpo sovrano fissare gli articoli, non precisamente come dogmi di religione, ma come sentimenti di socialità”. Oggi possiamo ritenere che questi sentimenti di socialità siano molto ben rappresentati nei principi fondamentali della nostra carta costituzionale, sui quali lo scorso anno anche questo blog si è più volte soffermato.

Ora, visto il richiamo al filosofo dell’uomo naturale e della critica della civiltà (una civiltà invero in-civile in quanto ingiusta e guerrafondaia), bisognerebbe provare ad uscire dal contesto puramente storico-nazionale, per considerare alcuni aspetti antropologici (se non biologici) riguardanti la sedicente natura umana: la discussione a proposito della bontà (o meglio della socialità e dell’altruismo) come tratti innati, piuttosto che del ben più naturale egoismo è molto in voga in epoca moderna e non si è ancora esaurita. Non vi entro affatto – anche se persino il buon Darwin è caduto nella trappola sociobiologica – e mi limito a ricordare che è facoltà della specie umana quella di modificare o, se si vuole, di controllare e di gestire i propri impulsi e istinti. Da cui l’invenzione di quel complesso di stratagemmi che definiamo in senso lato “cultura” o “civilizzazione”, che comprendono quel che i greci chiamavano nomos, o che modernamente definiamo società, stato, collettività, diritto, ecc. In sostanza siamo animali in grado di cambiare le nostre pessime abitudini, e dunque di distinguere tra interesse generale e interesse particolare, pubblico e privato, tutto e parte.

Per tornare al nostro belpaese, come sia poi così difficile far capire alla maggioranza dei suoi cittadini che se un giardino pubblico o una piazza vengono considerati, non dico di più, ma almeno alla stregua del proprio orticello o del proprio salotto, siano tutti a ricavarne un utile, resta per me un mistero. Tra l’altro non si tratterebbe nemmeno di poesia o di utopia, ma di mero utilitarismo, dunque un argomento che le italiche orecchie dovrebbero essere in grado di captare meglio.

Dopo di che ci sarebbe un lungo – troppo lungo – discorso da fare su cos’è mio e cos’è tuo, con tutte le possibili declinazioni del possessivo, sulle origini, i fondamenti e la legittimità della proprietà privata, e che cosa non andrebbe mai e in alcun caso considerato proprietà, ecc.ecc., ma taglio corto e uso per concludere le parole di Rousseau a suggello del suo Contratto sociale: “Ma tutto ciò costituisce un nuovo argomento troppo ampio per la mia corta vista: anzi meglio avrei fatto a non spingermi tanto in là con lo sguardo”.

immagine: Allegoria del buon governo, Ambrogio Lorenzetti (1337-1340)

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20 Risposte to “Ossimori al governo, guelfi e ghibellini: note sull’impossibile religione civile degli italiani”

  1. Ares Says:

    Ares ^__^

    A me, questo Macuso, piace una cifra ^__^..

  2. md Says:

    Ares, sei tornato!!!

  3. fabio Says:

    abbiamo davvero bisogno di sostituire una religione in cui molti non credono più con un’altra, di qualsiasi natura essa sia?

  4. md Says:

    No di certo Fabio, però il problema posto da Mancuso rimane: se non c’è quello che Rousseau chiama “sentimento sociale”, una base comune della convivenza, e l’unica “religione civile” è quella del “prima io, poi tutto il resto” (con la connessa religione del denaro e della merce), ho dei dubbi che il sistema possa reggere ancora a lungo(poco importa che il sistema sia la nazione, l’Occidente, la città…). Le questioni etiche ce lo stanno ampiamente dimostrando, la crisi economica anche e, tra non molto, le questioni ambientali ci chiederanno il conto.

  5. Luciano Says:

    Salve.
    Alla fine ci ricadi sempre, vero MD? Tu continui a pensare pervicacemente che l’uomo abbia una natura diversa da quella degli animali perché secondo te “domina” le proprie pulsioni, i propri istinti. E’ certamente vero che l’uomo (ma non solo) possiede delle strutture cerebrali che gli consentono di “provare” ciò che sente un altro essere vivente come se la cosa stesse accadendo a lui. E in più noi possediamo delle capacità cognitive che gli scienziati definiscono mente teoretica o se preferisci simbolica. Ma questo è il nostro essere animali. La cultura (così come la tecnica) sono una riproduzione simbolica dei vari aspetti della nostra animalità e si scontrano sempre con essa. Sai meglio di me che il concetto di bene (e male) è assolutamente relativo e gli avvenimenti della storia umana anche recente stanno lì a dimostrarlo. Questo solo per dire che una forma di religione civile non può essere univocamente determinata e potrebbe non mettere tutti d’accordo. L’uomo è individualista e allo stesso tempo non lo è perché segue ciò che meglio si attaglia ai suoi scopi.

    Per ora mi fermo ma poi vorrei anche discutere altre affermazioni contenute in questo post.

    A presto.

    Luciano

  6. VINCENZO CUCINOTTA Says:

    Il fondamento stesso dello stato liberal-democratico adottato dalle nazioni dell’occidente sviluppato, teorizzano che il bene comune sia lo spontaneo e, direi, perfino inevitabile, sbocco della libera combinazione degli interessi individuali. Questo è il fondamento della cosiddetta “società aperta” di popperiana memoria. Qui quindi, gli istinti individuali c’entrano ben poco, qui c’è piuttosto una teoria politica secondo me fallimentare. Ho recentemente pubblicato un libro intitolato “L’ideologia verde. La rivoluzione necessaria” in cui affronto questi temi, contestando che gli interessi numericamente prevalenti possano davvero venir fuori da un’economia di mercato e che, in ogni caso, gli interessi numericamente prevalenti possano coincidere con l’interesse generale. Mi piacerebbe parlarne con voi: magari vi potrei farvi avere una copia gratuita del libro. A presto, Vincenzo Cucinotta

  7. global orgasm Says:

    L’empatia e l’amore devono essere utilizzati nella nostra interazione con gli altri e con le altre specie: solo così la giustizia prevarrà.

  8. md Says:

    @Luciano: 1) mentre non ho mai sostenuto che la specie umana sia essenzialmente (cioè per essenza) diversa dalle altre specie, non ho capito però perché si debba pensare che sia uguale alle altre specie nel modo di organizzare il suo rapporto con l’ambiente, visto che OGNI specie lo organizza in un suo modo proprio;
    2) certo che penso che l’essere umano, visto che ha sviluppato alcune facoltà che definiamo ragione, mente, capacità simbolica, ecc., sia in grado di gestire e controllare i propri istinti (che non vuol dire farli fuori, ma, appunto gestirli, incanalarli, ecc.), e questa è una sua modalità di essere che non ha nulla di speciale, ma è la sua modalità propria di essere, esattamente come altre specie hanno sviluppato altre strategie organizzative nel loro modo di essere al mondo;
    3) quando parlo di “religione civile” utilizzo un concetto che è sempre storicamente determinato, e che sta fondamentalmente a dire: in ogni convivenza, se si vuole che la convivenza funzioni, deve esserci un modo comune di intendere la convivenza. Quindi necessariamente una forma di potere (lascio qui perdere la natura di questo potere) che comprima l’interesse individuale a favore di quello generale.

    @Vincenzo Cucinotta, grazie per l’intervento; ho letto da qualche parte, nel corso del mio lavoro di bibliotecario, del tuo libro. Ho visto che nel nostro catalogo collettivo (Csbno) non è presente, se quindi vuoi inviarne una copia potrei aggregarla alla collezione.
    Se sei dell’idea l’indirizzo è il seguente: Biblioteca di Rescaldina, via Matteotti 4 – 20027 Rescaldina (MI)

  9. Luciano Says:

    Salve.
    @MD

    “1) mentre non ho mai sostenuto che la specie umana sia essenzialmente (cioè per essenza) diversa dalle altre specie, non ho capito però perché si debba pensare che sia uguale alle altre specie nel modo di organizzare il suo rapporto con l’ambiente, visto che OGNI specie lo organizza in un suo modo proprio;”
    Infatti è proprio così. Nessuna delle nostre attività è mancante in natura, cioé nelle altre specie. Viviamo in branchi, in tane costruite da noi, partoriamo i nostri piccoli dopo un periodo di gestazione, le nostre femmine li allattano e curano finché non sono sufficientemente autonomi, siamo territoriali (di qui il concetto di di nazione, patria e anche quello di proprietà privata), ci riproduciamo per accoppiamento e corteggiamo le nostre femmine per farlo. Ecco perché siamo uguali. Ci distinguiamo per la nostra capacità di astrarre e creare dei nessi simbolici, nessi e astrazioni che ci hanno condotto a credere di essere totalmente al di fuori della natura (non mi riferisco a te in questo caso, è una considerazione generale dalla quale neanche io in passato sono stato capace di sottrarmi).

    “3) quando parlo di “religione civile” utilizzo un concetto che è sempre storicamente determinato, e che sta fondamentalmente a dire: in ogni convivenza, se si vuole che la convivenza funzioni, deve esserci un modo comune di intendere la convivenza. Quindi necessariamente una forma di potere (lascio qui perdere la natura di questo potere) che comprima l’interesse individuale a favore di quello generale.”
    Questa è vero anche se non in assoluto. L’uomo è un animale gerarchico, quindi perviene naturalmente (istintivamente se vuoi) ad un ordinamento per così dire operativo. Si nota gia dall’esame del comportamento dei bambini. Però, nella pratica, lo stesso concetto di maggioranza implica una sottomissione dell’interesse di alcuni.

    A presto.

    Luciano

  10. md Says:

    @Luciano: non concordo sul tuo voler “biologizzare” a tutti i costi.
    Quando tu fai affermazioni del tipo “l’uomo è un animale gerarchico”, oppure ritieni “naturale” la proprietà privata, ecc. non fai secondo me “scienza” ma “ideologia”: trasponi cioè categorie storiche nell’ambito di una presunta immutabile “natura umana”, che ipostatizzi in una “natura animale” tout court.
    La diversità tra i nostri punti di vista sta proprio qui: tu ritieni che esista qualcosa come una “natura umana”, io no. Cioè ritengo che non ci sia concetto più costruito e artificiale e pericolosamente ideologico di quello di “natura” o di “natura umana”.

  11. VINCENZO CUCINOTTA Says:

    @md
    Nella risposta a luciano, tu dici, credo giustamente che nulla è più ideologico della definizione di una natura umana. E allora? Che conseguenze derivano da ciò? Che facciamo sparire la natura umana come un prestigiatore fa sparire le carte da un mazzo? Il punto è che è inevitabile avere un modello di natura umana: senza ciò, potrebbe esserci solo il silenzio. Non è cioè possibile che l’elaborazione di un qualsiasi discorso richieda la definizione dimostrata come si fa per i teoremi di matematica dell’assunto. Nel mio libro, che spero di spedirti a breve, mi dlungo parecchio sulla natura umana, e tento di argomentare il mio punto di vista. Non vedo quale altro tipo di dialogo si possa avere, se non attraverso il convincimento che utilizza logica, ragionevolezza, esemplificazioni….
    Nel mio libro, rinuncio dall’inizio a dimostrare alcunchè, visto che sono convinto che nulla sia dimostrabile. Non ci resta che ipotizzare, argomentare: l’importante è farlo con la dovuta umiltà, considerando in particolare le conseguenze che derivano da argomentazioni, magari in sè estremamente logiche, ma non per questo indenni da possibili controindicazioni.
    Come poi si può dedurre dal titolo, nel mio libro voglio sdoganare il termine idoelogia che soprattutto a causa dell’uso che ne fece la Arendt, ha acquistato una valenza negativa. Ma davvero, senza ideologia, non si avrebbe una cultura comune, e quindi neanche la possibilità della convivenza civile. Mi fermo qui: riscrivere il libro in un commento non è possibile.

  12. md Says:

    @Vincenzo Cucinotta: quando parlo di “ideologia” ho in mente, ovviamente, l’accezione marxiana (quella dell’Ideologia tedesca), che, secondo me giustamente, avverte proprio sul voler naturalizzare, ipostatizzare, essenzializzare, ecc. categorie che, invece, sono storicamente determinate.
    Quando dico di non credere in una “natura umana” non dico che non c’è nulla di cui si possa parlare (non credo avrei aperto questo blog, altrimenti) ma che la sfera umana è fatta di un bel po’ di elementi (biologici, ambientali, culturali, simbolici, ecc. ecc.) non riducibili ad un’essenza.
    Cioè: una delle caratteristiche della specie (che è del tutto in linea, oltretutto, con le sue basi evolutive) è quella di mutare perennemente la sua forma, salvo che fino ad un certo punto questa forma è mutata casualmente (con tutte le riserve dovute al concetto di caso), mentre la “bioepoca”, nel bene e nel male, consentirà probabilmente di pilotare e di decidere con più consapevolezza il mutamento. Non è un destino necessitante o predeterminato, ma una direzione possibile delle vicende umane.

  13. Luciano Says:

    Salve.
    @MD
    No caro MD, non è ideologia. Che il concetto di possesso abbia origini animali è palese dall’osservazione degli animali territoriali. Noi ci abbiamo messo la creazione del possesso come concetto astratto grazie alla nostra capacità di astrazione. Sono d’accordissimo con te che noi viviamo la nostra dimensione culturale che ha perso di vista, diciamo così, la nostra dimensione animale. Sarebbe come dire che volessimo slegare la cena al ristorante come evento sociale, dalla soddisfazione del fabbisogno alimentare. Non voglio biologizzare ad ogni costo. Semplicemente mi piace determinare l’origine, a volte recondita, dei nostri comportamenti.

    A presto.

    Luciano

  14. VINCENZO CUCINOTTA Says:

    Io dico che tu fai sparire la natura umana, con due differenti argomentazioni. L’una, su una base evolutiva. Ma i tempi storici non coincidono con quelli geologici. L’evoluzione la possiamo sperimentare sui batteri che si riproducono tre volte l’ora, non sugli uomini che si riproducono ogni trent’anni, ai nostri giorni.
    La seconda argomentazione è che in ogni caso l’uomo non è un essere soltanto biologico. Su questo concordo. Il punto però è che, nel momento in cui te ne esci con questa argomentazione, sei tu che consideri l’uomo un essere puramente culturale. Difatti, sia tu che io, che tutti popoliamo un universo simbolico, e non c’è alcun pericolo perciò che ne possiamo uscire: su questo credo concorderai. Quello che la civiltà occidentale ha fatto è invece di dimenticare la natura biologica dell’uomo. In particolare, l’illuminismo ipotizza che gli uomini siano esseri liberi e razionali, e tutta la teoria politica su cui sono basati i nostri sistemi politici parte proprio da questa supposizione. Io, e mi pare di capire anche Luciano, vogliamo ricordare la natura biologica dell’uomo perchè questa società e la sua ideologia (perchè la nostra società è ultraideologica) l’hanno dimenticato, o potrei dire, rimosso.
    Io addebito a questa rimozione quello che reputo un fallimento dei sistemi politici liberal-democratici.

  15. Luciano Says:

    Salve.
    Mi trovo d’accordo con quello che afferma Vincenzo. Di fatto questo atteggiamento di rimozione fa il paio con quello di umanizzazione del comportamento animale. In edicola c’è uno splendido numero di MicroMega su questi e altri argomenti pertinenti. In particolare l’articolo di Ian Tattersal e quello di De Waals.

    A presto.

    Luciano

  16. md Says:

    Luciano, non discuto sull’origine “animale” dei nostri comportamenti, è per me ovvio dato che siamo animali. Ma il dire che ogni nostro comportamento è animale equivale a dire che ogni nostro comportamento è un comportamento, cioè è tautologico. Il rischio è proprio quello di generalizzare e di non spiegare alcunché: per esempio il “possedere qualcosa” implica un bel po’ di passaggi intermedi (compreso il concetto di “cosa”, che non è così pacifico nemmeno tra le diverse culture umane).
    Per tornare al tema principale del post, probabilmente non si può (e non sarebbe giusto farlo) estirpare dalla “natura umana” la concezione del possesso, ma certo si può (e si deve, e storicamente si è fatto, ed è urgente lo si faccia ancora) renderlo compatibile con l’ambiente sociale e naturale.
    A questo punto “ne va della specie”.

  17. md Says:

    @Vincenzo: il problema è, appunto, che sia che lo si consideri da un punto di vista biologico (che cos’è, a proposito, la biologia?), sia che lo si consideri da un punto di vista “culturale”, si assume un punto di vista, si esce da sé (o si finge di uscire da sé) per dare una definizione di sé. Ci si sdoppia, si è “eccentrici” (vedi Plessner): e dunque quel dire di sé non può non essere problematico per definizione, poiché fa parte del dire/definire ricercare un detto/definito, che può essere contraddetto, ecc.ecc.
    Insomma: roba da filosofi!!!

  18. VINCENZO CUCINOTTA Says:

    @md
    Difatti, lo dicevo a premessa: nulla può essere dimostrato come se fosse un teorema matematico, ma lo si può egualmente argomentare, con qualche speranza di convincere qualcuno. Il tema politico della preservazione dlel’ambiente mi pare un argomento attuale, perchè ha caratteri d’urgenza, ed è per questo che ho scritto il libro, ma partendo da un punto di vista ideologico, perchè appunto ritengo che senza una coerenza di pensiero, l’umanità rischi perfino la sua sopravvivenza.

  19. md Says:

    @ Vincenzo: per un banale scambio di vocali, ho visto che non si riesce ad accedere al link che hai associato al tuo nome (forse ti conviene verificarlo)

    Ad ogni modo è il seguente:

    http://ideologiaverde.blogspot.com/

  20. Vincenzo Cucinotta Says:

    Grazie, l’ho corretto

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