Marx e Kant alla tavola di Ivan

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Ho avuto il piacere di discutere ieri della mia scelta vegetariana con un amico ventenne, durante una conversazione a tavola. Tralascio qui i dettagli della discussione per soffermarmi su due punti ai quali il nostro conversare, pur non convergendo nel merito, è approdato: il concetto di limite e, inevitabilmente connessa a questo, l’etica del limite.

Il giovane Ivan, piuttosto dubbioso sulla mia scelta, mi chiedeva conto del perché ci si dovesse autoimporre un limite: se qualcosa è per noi possibile deve avere anche un suo senso, una sua giustificazione razionale. Senza forse esserne del tutto consapevole, credo abbia individuato in un solo colpo il nodo più profondo e intricato della ricerca razionale, con il suo inevitabile risvolto etico. In primo luogo la domanda filosofica che sorge (o dovrebbe sorgere) su ogni faccenda che ci riguarda: amo spesso a tal proposito indicare nell’arcano della merce di cui parla Marx un eccellente modello di indagine razionale. Chiedersi sempre che cosa si nasconde dietro ogni nostro gesto, anche il più banale, può aprire scenari immensi (e talvolta terribili) di comprensione: quel che beviamo o mangiamo, il clic di un interruttore o l’avvio del motore di un’automobile, un prodotto che acquistiamo o anche una parola che ci scappa di bocca… gli esempi possono essere infiniti, e dietro ciascuno è in agguato un arcano da svelare. Ma senza scomodare Marx, si tratta poi del normalissimo procedere dell’indagine razionale e, più specificamente, scientifica: ad ogni effetto (quel che ho di fronte) corrisponde una qualche causa che lo ha generato. La difficoltà sta nell’individuare tutte le cause, tutte le variabili e tutte le leggi che reggono il meccanismo causale. (Tralascio qui di parlare dei differenti campi dell’indagine, in particolare della classica partizione tra mondo umano e mondo naturale, scienze umane e scienze naturali).

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