L’accetta di Lukàcs

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Approfittando, anche se con un po’ di ritardo, del commento lasciato nell‘Altra stanza da Matteo, il compagno di banco di Valerio, giovanissimi frequentatori del blog – torno un momento su Schopenhauer e sulla sua celebre, quanto irritante, posizione circa il rapporto tra pensiero filosofico e azione morale, teoria e prassi. Egli sostiene che il filosofo non è per nulla impegnato dagli insegnamenti della filosofia: “Che il santo sia un filosofo, è tanto poco necessario, quanto poco necessario che il filosofo sia un santo: come necessario non è che un uomo bellissimo sia un grande scultore o che un grande scultore sia pure un bell’uomo. Sarebbe d’altronde singolare pretendere da un moralista che non debba raccomandare se non le virtù da lui stesso possedute”. Che è come dire che è del tutto legittimo predicare bene e razzolare male. Schopenhauer conclude il suo ragionamento con una definizione di filosofia che non lascia molto spazio alla prassi: rispecchiare in concetti l’intera essenza del mondo, questo e non altro è filosofia.

E’ una posizione questa squisitamente “borghese” e “reazionaria”, direbbe il filosofo ungherese Lukàcs, in linea con la sua interpretazione della storia del pensiero filosofico moderno.

Gyorgy Lukàcs scrisse un testo molto discusso ( secondo i suoi detrattori piuttosto stalinista), intitolato significativamente La distruzione della ragione. Certo, è un saggio (voluminoso e prolisso come era nel suo stile) che va inquadrato storicamente e, in particolare, correlato con la battaglia politica e culturale combattuta durante la Guerra fredda. Vi si sostiene che, in particolare dopo Hegel e Marx – come reazione all’incedere del pensiero progressista e della rivoluzione socialista – si costituisce un robusto filone nel pensiero filosofico occidentale che ha come progetto più o meno esplicito e cosciente quello della distruzione della ragione, come appunto recita il titolo, cioè l’annebbiamento della comprensione del mondo affinché sia impossibile trasformarlo. Pensatori come Schelling, Kierkegaard, Schopenhauer, Nietzsche, Heidegger, Jaspers, Bergson – per citare i casi più celebri – finiscono in massa in questa lista nera.
“Una delle tesi fondamentali di questo libro – scrive Lukàcs – è che non c’è nessuna Weltanshauung innocente”. Tutti i pensatori reazionari e detrattori della ragione fanno così parte di una linea di pensiero teorico-contemplativa, autoreferenziale e del tutto funzionale alla conservazione del potere da parte delle classi al potere. In particolare l’obiettivo di queste filosofie reazionarie è il pensiero materialistico e dialettico.
Naturalmente il pensiero filosofico non è così grossolanamente al servizio dei padroni, e di fatti Lukàcs conia il termine di apologetica indiretta del capitalismo, per indicare quella linea di pensiero più raffinata e accorta che non nega le contraddizioni, il male, l’assurdità, ma che si limita a trasferirli alla vita e all’esistenza in generale, rendendoli qualcosa di “naturale” e immodificabile. Il mantenimento dello status quo e delle ingiustizie è così il fine reale (esplicito, recondito o involontario – poco importa) di gran parte del pensiero filosofico tra la metà dell’800 e la metà del ‘900 (il testo venne pubblicato nel 1954).

Tra i pensatori presi di mira c’è appunto Arthur Schopenhauer, uno dei filosofi più maltrattati da Lukàcs. Non scendo qui nei dettagli, mi fermo solo su due momenti dell’analisi lukàcsiana che hanno a suo tempo molto colpito la mia immaginazione. Uno è un aneddoto che ci viene riferito, l’altro è una suggestiva metafora. Parto dal primo, dove si narra che nel 1848 il “gran borghese” gretto e individualista che vive di rendita, il perfetto egoista che gonfia a dismisura l’individualità, si fa apologeta direttissimo della proprietà e dell’ordine costituito quando “si affretta a offrire a un ufficiale prussiano il suo binocolo da teatro affinché questi possa meglio sparare sul popolo insorto”. In secondo luogo, al termine del capitolo a lui dedicato, Lukàcs ci offre un’immagine vertiginosa che è una sorta di summa del pensiero di Schopenhauer:

“Così il sistema di Schopenhauer, costruito, dal punto di vista architettonico formale, con molto ingegno e senso della composizione, si erge come un elegante e moderno hotel, fornito di ogni comodità, sull’orlo dell’abisso, del nulla e dell’assurdità. E la vista giornaliera dell’abisso, fra piacevoli festini e produzioni artistiche, non può che accrescere il gusto di questo confort raffinato”.

Certo, Lukàcs non è andato per il sottile, anzi direi proprio che se Nietzsche (un altro autore molto maltrattato) filosofava con il martello, il filosofo ungherese usava l’accetta se non la mannaia. Si può quindi non condividere questo modo un po’ manicheo di considerare i filosofi e la storia della filosofia, più militante che raziocinante; tuttavia il rischio di rinchiudersi nei dorati monasteri filosofici, di parlarsi addosso beandosi della propria raffinata intelligenza o di partecipare ad inutili orge intellettuali sull’orlo dell’abisso, è sempre in agguato. In tal senso, il monito di Lukàcs mantiene a mio giudizio la sua validità.

***

(Mi verrebbe da concludere così: si trovino i filosofi – e gli intellettuali in genere – sempre qualcosa di manuale da fare, che so… polire le lenti come il buon Spinoza o risuolare scarpe come il grande mistico tedesco Jacob Böhme (che era pure pastore e contadino), giusto per non perdere di vista un equilibrato rapporto tra la teoria e la prassi, la sublime mente e la bruta materia… male che vada possono sempre ricorrere all’accetta di Lukàcs e, anziché usarla sulle proprie alate teste d’angelo, andar per boschi a far legna…).


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4 Risposte to “L’accetta di Lukàcs”

  1. global orgasm Says:

    una morale non è intaccata dal fatto che chi la propone agisce in modo diverso – così affermava Kant -, ma certamente perde di credibilità

  2. Valerio Says:

    “Chi vuol muovere il mondo muova prima se stesso” diceva il filosofo secondo me più grande di tutti i tempi, Socrate…Mi associo a lui affermando che non si può credere in una serie di precetti quando nn si rispettano…ad esempio Cartesio si impone di seguire la sua morale provvisoria, e come lui tanti altri; nn ho mai studiato schopenhauer ma a prima impressione mi appare molto incoerente…un saluto a tutti…

  3. Vincenzo Cucinotta Says:

    Qui però si fa confusione. D’accordo, io posso disprezzare l’uomo Schopenhauer, ma se mai avesse detto qualcosa d’intelligente, dovrei cambiare la mia opinione sulla sua filosofia in base al giudizio che formulo sull’uomo? Mi pare del tutto illogico. Con buona pace del militante Luckacs, il prodotto dellanostra mente è inevitabilmente destinato a subire un percorso del tutto indipendnete dall’autore, dalla sua vita, dalla sua coerenza, da lui insomma.

  4. Matteo Says:

    md, grazie mille per questo onore :D,
    secondo me per capire Schopenhauer(per quel poco che ho compreso) bisogna anche tenere conto del fattore ambientale, ovvero possiamo considerarlo come il Leopardi della filosofia…

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