Gli strati del dolore

separazione

Che cosa sia il dolore fisico è forse abbastanza chiaro. Si tratta, tutto sommato, di un fenomeno che concerne i corpi e il loro sistema recettivo e nervoso, e dunque facilmente individuabile e classificabile: ci troviamo di fronte a una scomposizione del corpo (che viene tagliato, spezzato, urtato, deformato, ecc.) o all’ingresso di un corpo estraneo. La sensazione dolorosa è quindi riconducibile, in ultima analisi, ad interazioni di corpi, o meglio a tipologie di relazione tra un corpo che patisce e subisce e uno che agisce e aggredisce.
Molto più problematica, invece, risulta la descrizione fenomenologica (tanto per usare un parolone filosofico) del dolore meta-fisico, cioè di quello spirituale, psicologico, mentale, o come si preferisce chiamarlo. Certo anche qui si tratta di una recisione, di un taglio, di una mancanza, di un venir meno (o di un non essere mai stato presente, come succede per la solitudine) dell’altro – amante, amico, parente, essere umano in genere – ma tale perdita può anche valere per animali, oggetti, situazioni, emozioni. Una sofferenza la cui intensità, durata e manifestazione è quanto di più variabile e molteplice ci sia, e che dubito si possa facilmente catalogare o descrivere o misurare come nel caso del dolore fisico (che pure varia da soggetto a soggetto, non a caso si parla di soglie e di sopportazione). La mescolanza dei due, poi, è qualcosa che rasenta l’insondabilità.

Ho pensato talvolta alla possibilità di “fisicizzare” questa seconda specie di dolore, attraverso la visualizzazione materiale della base che la genera: immaginando cioè il “corpo spirituale” di un individuo come un coacervo di corpi, un proliferare mostruoso di parti, molto più complicato e intricato del già complicatissimo corpo fisico. Un corpo mancante soprattutto di grazia e di simmetria, dato che le relazioni con l’altro sono governate da leggi più misteriose, oltre che dagli arzigogoli del caso. La catena amoroso-amicale delle relazioni è per sua natura spuria, labirintica, imprevedibile. Un mostro, appunto. Il dolore meta-fisico causato da una separazione violenta, finisce così per deformare ancor più questo mostro spirituale già deforme, lo destabilizza, lo amputa di alcune parti, magari portanti, ma non riesce ad essere selettivo (e come potrebbe?), e non c’è nulla che possa riportare un qualche ordine o una nuova armonia, anche perché non c’erano mai stati né un ordine né un’armonia. Si passa semplicemente da una mostruosità all’altra.
Ma, naturalmente, sono pensieri questi che non hanno alcun fondamento logico o scientifico, manifestazioni momentanee di quella che Kierkegaard – un esperto di dolore e di angoscia, che anzi su questi ha costruito un intero sistema filosofico – aveva definito la malattia mortale.

(Detto questo, tre mesi sono passati da che lei è morta, un’intera stagione – cominciava l’inverno, ora comincia la primavera – e il dolore che provo è ancora tutto lì, intatto, come una bolla d’aria, un embolo che non si è sciolto, uno strato sottile che avvolge il mio corpo e che non è arretrato di un solo millimetro, non ha ceduto all’aria nemmeno un atomo, e non c’è stato giorno – nemmeno uno, maledizione! – che non l’abbia pensata, e non so se altri tre mesi, un’altra stagione e poi un’altra ancora, e un’altra e un’altra potranno levigare o ridurre o addolcire il dolore o se invece quello strato resterà lì intatto, come una guaina sulla mia pelle, ciò che è già diventato la mia nuova pelle… d’altro canto di strati ce ne intendiamo, noi umani, funzioniamo come cipolle, sappiamo nascondere bene quello che siamo e che sentiamo, ed è bene che sia così, non si può vivere con la pelle scorticata e con le terminazioni nervose scoperte…).

immagine: E. Munch, Separazione, 1896.

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10 Risposte to “Gli strati del dolore”

  1. carla Says:

    come sono d’accordo!
    penso anche che il dolore interiore può arrivare ad estendersi al corpo in un modo tutto suo (come fosse di riflesso)
    ovvero, quando c’è un dolore interno (anche mentale) il corpo lo percepisce e lo elabora e poi lo butta fuori…
    può essere?

    ciao

  2. md Says:

    sì Carla, credo proprio che possa essere come tu dici; tra l’altro si può anche morire di dolore, che forse è più un lasciarsi morire (non penso al dolore fisico, per il quale l’organismo adotta una serie di difese, compresa l’emissione di sostanze in grado di inibirlo o, all’occorrenza, di potenziarlo).
    Del resto tutti i processi di somatizzazione del disagio psichico o esistenziale stanno lì a dircelo…

  3. Aldo Says:

    @Md
    Il dolore, sia fisico che mentale, è un campanello d’allarme che ci mette sull’avviso; reclama contro-indicazioni, stimola una reazione per il cambiamento dello “status quo”, vissuto come intollerabile.
    Avvertire dolore è, quindi, indispensabile perchè si attuino processi rafforzativi della macchina biologico-percettiva ed un potenziamento delle difese immunitarie (anche psicologiche).
    Se cediamo al dolore, perdiamo il gusto della vita e ci predisponiamo al peggio. E’ l’inizio della fine.
    Sul dolore, vissuto come conseguenza di una colpa, come espiazione di un delitto originario, il pensiero cristiano ha costruito la sua ideologia, consolatoria per il fedele, ma devastante per il principio di ragione.

  4. md Says:

    @Aldo: sono totalmente d’accordo.

  5. md Says:

    @Aldo
    però, dopo la mia quotidiana passeggiata, ci ho ripensato, e non ho potuto non farmi qualche domanda foriera di dubbi.
    Certo, il dolore come tu dici è un campanello d’allarme, ma io direi che si tratta di un epifenomeno, o, come dicono alcuni, della punta di un iceberg. In ultima analisi il dolore è la manifestazione superficiale (non nel senso dell’inessenzialità) di un male/malessere che non sempre può essere rimosso. E il problema sta lì: quanto quel male/malessere riteniamo possa essere accettato nella nostra vita. Normalmente e per lo più lo si accetta (o subisce) sempre e comunque. Il dolore viene metabolizzato, rimosso, messo tra parentesi, più o meno sopportato e lenito. Anche quando il male (leggi: malattia, malessere, ecc.) non scompare del tutto, quando non si guarisce.
    (D’altra parte anche il concetto di guarigione, così come quello di malattia, sanità, ecc. sono problematici e non così netti e definiti).
    Tu parli a ragione di macchina biologica e di difese immunitarie e psicologiche, e con questo affermi, con Spinoza, che ogni essere tende a conservarsi: “nessuna cosa può essere distrutta se non da una causa esterna”. “Ogni cosa, per quanto sta in essa, si sforza di perseverare nel suo essere”.
    Noi umani non facciamo eccezione e non sfuggiamo a questa legge del vivente, ma è pur vero che non la riteniamo inesorabile e, talvolta, è in nostro potere di violarla: quando il male è intollerabile (e, correlativamente, il dolore è ingestibile) possiamo anche scegliere di non conservare la nostra vita, perché riteniamo che il suo gusto sia ormai del tutto compromesso.
    Non credo che sia legittimo opporre ragioni superiori (biologiche, né, tanto meno, extramondane) a questo tipo di ragioni. Cioè, quello che tu chiami “il principio di ragione” deve poter valere anche nel caso della sottrazione alla necessità biologica o sociale.

  6. nic Says:

    il dolore che la morte porta è immenso, e certe morti sono ancora più dolorose

    anche quando il dolore si affievolisce rimane una dolorosa mancanza
    ma questo dà anche la grandezza della persona che se n’è andata

    conosco questo dolore e ti capisco

    un abbraccio

  7. @Aldo Says:

    @Md
    A livello biologico – mi sembra si possa concordare – il dolore stimola una reazione che persegue l’auto-tutela. Nell’uomo, appunto, è presente questa componente, ma non è, ovviamente, la sola.
    Infatti, a livello psicologico, entra in gioco la coscienza che può imboccare percorsi diversi.
    Se siamo dominati dalle emozioni (mondo mitico) cercheremo paradisi rassicuranti – stupefacenti – per reggere l’urto debilitante del male/dolore.
    Se siamo guidati dal principio di ragione elimineremo ogni auto-inganno e ci sforzeremo di fare nostro il “principio di responsabilità” che ci obbliga a contare solo su noi stessi, senza inter-mediari.
    In quest’ultimo ambito (libertà/responsabilità) ci è consentito di scegliere tra l’essere (accettazione pura), il dover essere (seguire regole pratiche condivise) e il non essere (toglierci di mezzo con dignità).

  8. md Says:

    @nic: grazie

    @Aldo: sì, concordo. Peccato che questo percorso lucido e razionale (che è anche di crescita individuale e collettiva) venga poi reso vano dalle scelte liberticide di tiranni e teocrati…

  9. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Aldo
    Ti trovo un po’ manicheo. Nella realtà, penso che in ciascuno di noi ci saranno elementi razionali ed altri emozionali. Nessuno di fatto può rinunciare alle emozioni, ai riti rassicuranti della quotidianità, fosse pure la tazzina di caffè con gli amici.
    A me pare che il punto da non perdere di vista è che le scelte davvero decisive non siano frutto di fattori emozionali, mentre è perfino augurabile che tutto il resto della nostra vita sia soggetta alle influenze più varie: il limite da non superare è quello di non rimanerne schiavi.

  10. Aldo Says:

    @Md
    Finchè troverranno terreno fertile (menti confuse) i venditori di tappeti
    (i sofisti/avvocati/arringa-popolo di tutte le risme) avranno vita facile nell’abbindolare i “cacasenno”.

    @Enzo
    In effetti la nostra struttura (psichica) è complessa. La razionalità è solo un aspetto del nostro “esserci”. Le emozioni (altro dato) giocano un ruolo fondamentale: ad esempio, l’empatia (che promuove la socialità) e l’antipatia (“Polemos è signore di tutte le cose”).
    In generale sono le emozioni negative, dettate dalla paura, ad imbrogliare le carte in tavola. Esse, radicate nell’inconscio, ci condizionano pesantemente. Il dolore può condurci all’odio verso noi stessi e gl’altri, oppure, se adeguatamente metabolizzato, alla condivisione di obiettivi comuni (Liberté, Égalité, Fraternité!).
    Per il resto concordo: un buon caffè (il sentimento delle buone relazioni) è il sale della vita.

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