Il 25 aprile, il 1° maggio, la mia “vacatio”, un ragazzino spinozista e un eroe antifascista

partigianiNon credo che avrò occasione di accedere al blog in questo periodo, ma so di lasciarlo in buone mani. Spero, anzi sono sicuro, che si continuerà a discutere dei temi che ci sono cari, anche senza di me. Io ho proprio bisogno di una “vacanza ” – nel senso del vacuum, cioè dello svuotamento, dell’essere sgombro, libero, vacante e senza padrone (nemmeno di me stesso): animus vacuus ac solutus, animo libero e sgombro da ogni altro pensiero, come dice Cicerone.

Ora non so bene se quelle date significhino ancora qualcosa in questo paese fagocitato da un’impressionante ondata di conformismo (stando per lo meno a quel che appare). E’ la dittatura della maggioranza, si dirà, più che di Berlusconi. O, per usare il linguaggio di John Stuart Mill, a farla da padroni sono  il “predominio della mediocrità” e il “dispotismo della consuetudine”. Intanto a Milano vengono spaccate le teste dei richiedenti asilo; a Lampedusa si staglia sempre più alto il vergognoso muro della fortezza-Europa; da Roma a Varese imperversa la passione per il sangue, meglio se fatto schizzare tramite lame e picconi, in una strana recrudescenza di antichi costumi rusticani; il povero Abruzzo semidistrutto rischia di diventare l’ombelico militarizzato del mondo; i fascisti e i razzisti stanno al governo e vorrebbero ingoiarsi anche il 25 aprile per poi cagare un’Italia nuova di zecca… e tutto ciò accade mentre le opposizioni si sono squagliate come neve al sole, e un po’ anch’io, visto che me ne andrò “vacante” in giro a zonzo per l’Italia per una settimana, in Sicilia, poi nelle Marche, poi a Roma, un po’ qua un po’ là. Magari mi ci perdo e non torno più, in questo paese che non mi appartiene, cui non appartengo. Alieni entrambi, l’uno all’altro.

Questi erano (e in buona parte sono) i pensieri e la “tonalità emotiva” di questi giorni. L’umore di questa mattina. Ma poi succede che…

…a un dibattito che ho avuto la fortuna di condurre in una scuola, un ragazzino di 10 anni alza il ditino e dice forte e chiaro: “il potere vuole che i sudditi siano tristi, che abbiano paura e che non siano felici” – e una ragazzina parla di autonomia delle idee e di libertà, poi molti altri a ruota libera alzano la mano per dire cose altrettanto stupefacenti;

…e poi apri la posta elettronica e leggi la mail di un amico che ti racconta del nonno eroe antifascista di cui nulla sapevi fino a quel momento;

…beh allora – ti dici – forse non tutto è perduto.

E se qualcuno vuole leggere in poche righe la storia di Francesco Dosio, il nonno del mio amico Andrea, eccola qua:

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Sbocci (o sbocchi?)

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Das Wahre ist so der bacchantische Taumel,
an dem kein Glied nicht trunken ist.

(G.W.F. Hegel)

In occasione della sua nomina a rettore dell’università di Friburgo, Martin Heidegger pronunciò un discorso intitolato L’autoaffermazione dell’università tedesca, più noto come Rektoratsrede (Discorso di rettorato), nel quale prendeva ufficialmente posizione in favore del nascente regime nazista. Era il 27 maggio 1933. Non è mia intenzione entrare qui nel merito dell’annosa querelle sul nazismo di Heidegger, su cui molti si sono spesi (in particolare Victor Farias). Dopotutto mi pare sia ormai pacifico che Heidegger era un nazista, anzi direi proprio un nazistone. Può un filosofo essere nazista? – si potrebbe chiedere qualcuno. Evidentemente sì, visto che Heidegger era entrambe le cose. Ma non è una contraddizione in termini essere filosofo e nazista? Boh, non saprei. D’altra parte la filosofia non è mica tutta da tenere: uno degli ultimi scritti di Luciano Parinetto si intitolava proprio Gettare Heidegger, alludendo ironicamente alla categoria heideggeriana dell’essere-gettati o della gettità e invitando ad abbandonare e consegnare all’oblìo il “sito” heideggeriano e il suo gergo a dir poco carnevalesco. I filosofi scelgono di (o se) schierarsi, noi possiamo sempre scegliere quali filosofie “tenere” e quali buttare. E’ vero che prima di buttarle bisogna anche sapere che cosa si butta… E di fatti, nonostante annusassi il nazismo di Heidegger lontano un miglio, mi sono sciroppato a suo tempo il tomone di Sein und Zeit, Che cos’è metafisica? insieme ai vari saggi comparsi in Segnavia, Introduzione alla metafisica, ecc. ecc. E nel tempo mi sono convinto che il nazismo di Heidegger non è una questione esteriore, biografica, ma interna al suo pensiero. Ciò non toglie che si possa anche tentare una cernita, un’opera di separazione del loglio dal grano – ma siamo sicuri che si possa davvero fare?

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Franco Volpi

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“Sbagliano quelli che pensano che la vita si spiega con la filosofia. Per quanti sforzi il pensiero faccia, il risultato è sempre lo stesso: la filosofia arranca dietro la vita che se la ride”.

Era, questa, una frase che Franco Volpi amava spesso ripetere. Leggevo sempre con attenzione i suoi articoli su La Repubblica; ho letto con molto interesse Il nichilismo, edito qualche anno fa da Laterza, e sarà forse il caso che lo rilegga; il Dizionario delle opere filosofiche della Bruno Mondadori da lui ideato e coordinato è una miniera straordinaria e imprescindibile (le voci sono così belle e così ben scritte da invogliare quasi sempre a leggere i testi, assolvendo così a una funzione che va ben oltre i limiti didascalici).

Purtroppo la sua vita è stata stroncata, ieri l’altro, sui Monti Berici, in uno dei consueti giri in bicicletta che lo storico della filosofia amava fare. La filosofia arranca anche dietro la morte…

Quando ero cristiano…

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Andrebbe aggiunto al titolo: e sottolineo quell’ero, anche se periodicamente mi vengono dei dubbi proprio sul tempo imperfetto. Per una certa fase della mia vita, anche se breve, lo sono stato, certo, e anche in maniera profonda e convinta. Ho bazzicato chiese e raduni, condividendo linguaggi, fedi, convinzioni, speranze. Poi, nell’ultimo quarto di secolo, ho proceduto ad una inesorabile scristianizzazione della mia vita, quasi si trattasse di estirpare erbacce o di eliminare tossine dal mio corpo. Prima ero cristiano, cioè superstizioso, poi sono cresciuto e ho cominciato a ragionare con la mia testa.

Rimane il fatto che non si può uscire dalla propria epoca – è ancora Hegel ad illuminarci con le sue puntuali metafore – più di quanto non si possa cambiar pelle… Come dire: le strutture profonde, e spesso inconsce, della cultura, del linguaggio, del Dasein, ci inchiodano ad un modo di essere del quale non si può disporre a piacimento. Volenti o nolenti, qualcosa di quel complesso che definiamo “tradizione” si è depositato per sempre nelle nostre testoline, e, per quanto noi la rifiutiamo, espungiamo e vomitiamo fuori, un po’ di scorie e di residui restano depositati da qualche parte. E anzi questi “resti” del passato si intrecciano talvolta così inestricabilmente coi nostri vissuti, che non è più possibile reciderli o scrostarli del tutto. In definitiva: non sarei quel che sono senza quella parentesi cristiana. Non dico che sarei migliore, o peggiore; sarei solo diverso.

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Emergenza della verità

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La verità, si sa, è relativa. E’ una faccenda ottica e sinottica. Di luce e di ombre. Di dialettica tra fede e certezza. Di processi e di divenire. Ed è anche una questione di emergenza. La verità emerge, si staglia su altro, ma subito dopo viene sommersa. La verità, in ultima analisi, è la relazione tra l’emersione e la sommersione.
Strana parola – non verità, ma emergenza. Sotto certi aspetti, emergenza è riconducibile ad una precisa (e relativissima) scelta: far emergere ciò che di per sé non emerge perché parte di una costellazione fattuale, di una interconnessione. L’emergenza provoca quindi uno squilibrio interpretativo, un metter sopra qualcosa che sta sotto e viceversa. Una questione di piani. Emergenza è in qualche maniera un metter sottosopra le cose, un farle divergere dal loro contesto, e dotarle di significati nuovi e diversi. Far emergere finisce così per far divergere le cose da se stesse.
Naturalmente si può interpretare questo meccanismo in altro modo: talvolta l’emersione può voler dire il far venir fuori qualcosa che era nascosto, che non era in luce, che prima risultava invisibile. Secondo questa prospettiva l’intera filosofia (per lo meno quella che dà un significato cogente al concetto di verità) è un’attività emergenziale.
Ma tralasciamo le astruserie e torniamo al piano fattuale. Chissà perché in Italia – paese per antonomasia delle emergenze (delle situazioni pubbliche pericolose) – l’emergenza ha sempre un’accezione divergente delle cose.

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Tempo rappreso in immagini

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Hegel sostiene che la filosofia è la forma, lo “spirito dell’età in quanto esso pensa se stesso” e che, così come ciascun individuo è figlio del suo tempo, “così anche la filosofia è il tempo di esso appreso in pensieri” (dalla Prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto). Mi piace considerare quell’appreso come un rappreso, nel senso del coagularsi, dell’essere solido e “densamente popolato” di significati.
In genere, per attitudine, cerco di non sbilanciarmi troppo sulla “filosoficità” di oggetti visivi, sonori o artistici, ma questa volta lo debbo fare, e, se non mi sono sbagliato (cosa sempre possibile), considero l’ultimo film di Clint Eastwood, Gran Torino, oltre che un capolavoro cinematografico anche una sorta di piccola summa filosofico-antropologica del nostro tempo. Una sorta di “tempo appreso – o rappreso – in immagini“.
Di contenuti se ne possono individuare a iosa:

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La ginestra in Abruzzo

Naturalmente Giacomo ha avuto ragione a scrivere quei versi:

…a popoli che un’onda
di mar commosso, un fiato
d’aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge sì che avanza
a gran pena di lor la rimembranza.

Ma ci ha anche avvertito che le magnifiche sorti e progressive sono fatue, mentre quel che conta davvero è ben altro:

…tutti fra sé confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune.

Naturalmente il compianto e la solidarietà vanno a tutte le persone colpite in queste ore dal terremoto.

Pianeta Vegan

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Che cosa si prova ad essere un pipistrello? – si chiedeva Thomas Nagel. Il neuroscienziato vegano Massimo Filippi ci invita ad estendere l’esperimento, chiedendoci di immaginare che cosa proveremmo al posto delle galline ovaiole, dei maiali e dei vitelli da carne bianca costretti all’immobilità; dei pulcini maschi stritolati vivi appena nati perché inservibili per la produzione di uova; degli uccelli accecati e dei pesci asfissiati nelle vasche di coltura, delle mucche da latte eternamente ingravidate e private della prole – di quell’esercito sterminato, cioè, di animali – forse 50 miliardi all’anno – che vengono schiavizzati e sterminati per finire sulle nostre tavole (un numero peraltro approssimativo, dato che quel che si conta è spesso il tonnellaggio – ma che importa contare, visto che “si conta quando quello che viene contato non conta più”?).
Filosofare significa allargare lo sguardo a tutti gli enti, mettersi al posto di, andare a vedere cosa c’è dietro o sotto; filosofare significa costruire un’etica delle relazioni con gli enti, eticizzare l’ontologia, ontologizzare l’etica; filosofare presuppone sempre il partire da sé. La questione animale credo sia un cruciale campo di prova di tutto ciò. Anche perché nutrirsi non può più essere considerato un atto extramorale – e quel che noi consumiamo a livello alimentare è una corposissima metafora del nostro modo di intendere e di consumare l’essere, gli enti, le cose. Della nostra inguaribile bulimia e ipertrofia. Del nostro essere fondamentalmente cancerogeni nei confronti del pianeta.
Un ottimo scritto introduttivo a questi temi, del succitato Filippi, lo troviamo nel numero 12 di Diogene – Filosofare oggi; è possibile leggerlo sul sito della rivista, o anche qui:

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