Tempo rappreso in immagini

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Hegel sostiene che la filosofia è la forma, lo “spirito dell’età in quanto esso pensa se stesso” e che, così come ciascun individuo è figlio del suo tempo, “così anche la filosofia è il tempo di esso appreso in pensieri” (dalla Prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto). Mi piace considerare quell’appreso come un rappreso, nel senso del coagularsi, dell’essere solido e “densamente popolato” di significati.
In genere, per attitudine, cerco di non sbilanciarmi troppo sulla “filosoficità” di oggetti visivi, sonori o artistici, ma questa volta lo debbo fare, e, se non mi sono sbagliato (cosa sempre possibile), considero l’ultimo film di Clint Eastwood, Gran Torino, oltre che un capolavoro cinematografico anche una sorta di piccola summa filosofico-antropologica del nostro tempo. Una sorta di “tempo appreso – o rappreso – in immagini“.
Di contenuti se ne possono individuare a iosa:

lo scontro tra le civiltà e la società multietnica; la guerra, la violenza e la dialettica amico/nemico; la disintegrazione sociale dei “valori” tradizionali; il disagio giovanile e il conflitto intergenerazionale; la famiglia, con le sue luci (poche) e le sue ombre; la vita, la morte, la vecchiaia, la malattia (e se si vuole anche l’eutanasia); il lavoro, la sua funzione sociale e identitaria e il tramonto dell’epoca fordista; il culto della tecnica, la prassi e il rapporto con gli utensili; la paideia e il processo formativo – il film può essere letto anche come un Bildungsroman visivo.
Tutti questi temi (e forse anche altri che ho dimenticato o che non ho colto) si aggrumano intorno a una storia di per sé semplice, occasionata da uno scontro-incontro (ogni scontro può preludere a un incontro): quello tra il protagonista, Walt Kowalski, un vecchio operaio vedovo un po’ stanco della vita, indurito dalla guerra di Corea e da cinquant’anni di lavoro alla Ford, un uomo tutto d’un pezzo venuto fuori dal Novecento e che non può più riconoscersi nel nuovo secolo, rispetto al quale si sente un alieno – così come alieni sono tutti gli altri; e la famiglia di Thao, un ragazzo Hmong catapultato dalla storia nella Big America. I due si incontrano, e una sorta di miracolo si compie. Il cortocircuito storico-temporale e antropologico si rovescia nella possibilità che qualcosa di nuovo e di imprevisto nasca.
Una godibile e intelligente lezione di geografia culturale, di socio-antropologia e di come si possa costruire un film di alto livello concettuale, con misura e senza mai strafare. Concetti rappresi in immagini, appunto – o viceversa?

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2 Risposte to “Tempo rappreso in immagini”

  1. Andrea Says:

    ciao md
    condivido il giudizio positivo su “Gran Torino”, e tutte le osservazioni che fai.
    In particolare una cosa mi è piaciuta in quest’ultima opera – canto del cigno? – del vecchio Clint: il rifiuto, finalmente, del mito americano dell’individuo che si fa giustizia da sé, del giustiziere solitario, mito forte e radicato nella cultura statunitense, legato strettamente alla legittimità dell’uso – e abuso – privato delle armi.
    Un mito che affonda nella storia dei pionieri, del far west, di uno Stato giovane che cresce e si espande, e conquista, e stermina, più per iniziativa privata, della “società civile”, che per pianificazione pubblica, fin dai padri pellegrini del Mayflower.
    Un mito che Clint ha sempre sposato, che io ricordi, anche nel recente e pur bellissimo “Mystic river”, dove il ristabilimento dell’ordine, anche se in modo tragicamente sbagliato, è affidato alla vendetta personale.
    Non in Gran Torino.
    Eastwood depone le armi, il far west è finito anche per lui.

  2. md Says:

    ciao Andrea, hai proprio ragione! (non ci avevo pensato, e dire che si tratta di uno dei pilasti fondativi della storia americana e, come giustamente sottolinei, del mito alimentato in decenni anche dalla figura di Eastwood, da Sergio Leone in poi… – ecco la bellezza della condivisione e della discussione…).
    Oltretutto, c’è anche una sapienza della sceneggiatura in ciò: poiché ci si potrebbe aspettare il “solito” finale, la “deposizione” delle armi risulta ancor più sottolineata.

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