Sbocci (o sbocchi?)

gemme33

Das Wahre ist so der bacchantische Taumel,
an dem kein Glied nicht trunken ist.

(G.W.F. Hegel)

In occasione della sua nomina a rettore dell’università di Friburgo, Martin Heidegger pronunciò un discorso intitolato L’autoaffermazione dell’università tedesca, più noto come Rektoratsrede (Discorso di rettorato), nel quale prendeva ufficialmente posizione in favore del nascente regime nazista. Era il 27 maggio 1933. Non è mia intenzione entrare qui nel merito dell’annosa querelle sul nazismo di Heidegger, su cui molti si sono spesi (in particolare Victor Farias). Dopotutto mi pare sia ormai pacifico che Heidegger era un nazista, anzi direi proprio un nazistone. Può un filosofo essere nazista? – si potrebbe chiedere qualcuno. Evidentemente sì, visto che Heidegger era entrambe le cose. Ma non è una contraddizione in termini essere filosofo e nazista? Boh, non saprei. D’altra parte la filosofia non è mica tutta da tenere: uno degli ultimi scritti di Luciano Parinetto si intitolava proprio Gettare Heidegger, alludendo ironicamente alla categoria heideggeriana dell’essere-gettati o della gettità e invitando ad abbandonare e consegnare all’oblìo il “sito” heideggeriano e il suo gergo a dir poco carnevalesco. I filosofi scelgono di (o se) schierarsi, noi possiamo sempre scegliere quali filosofie “tenere” e quali buttare. E’ vero che prima di buttarle bisogna anche sapere che cosa si butta… E di fatti, nonostante annusassi il nazismo di Heidegger lontano un miglio, mi sono sciroppato a suo tempo il tomone di Sein und Zeit, Che cos’è metafisica? insieme ai vari saggi comparsi in Segnavia, Introduzione alla metafisica, ecc. ecc. E nel tempo mi sono convinto che il nazismo di Heidegger non è una questione esteriore, biografica, ma interna al suo pensiero. Ciò non toglie che si possa anche tentare una cernita, un’opera di separazione del loglio dal grano – ma siamo sicuri che si possa davvero fare?

Comunque, tornando al Discorso di rettorato, ricordo ancora che Alfredo Marini, docente esperto di Heidegger e di filosofia tedesca, nelle sue brillanti lezioni traduceva dal tedesco e commentava di fronte a noi quei passi. Ero in particolare rimasto colpito (sempre che la memoria non mi inganni), da una parola che Heidegger utilizza per indicare l’avvento della filosofia greca: Aufbruch. Si sa che Heidegger dà molta importanza, come del resto in genere i filosofi, alle parole. Lui però ci “gioca” di più, ci si balocca proprio. E di fatti il linguaggio, specie nell’ultima fase del suo pensiero, assumerà una funzione cruciale. Heidegger parla dell’inizio del pensiero greco come di un Aufbruch – parola che letteralmente significa “partenza” (il verbo aufbrechen=partire, vuol dire anche “aprirsi”; mentre brechen è rompere, uscire, fare capolino). Qui però l’inizio non è qualcosa di timido, un affacciarsi titubante, una goccia che poi diventa un fiume impetuoso, tutt’altro! E’ semmai una partenza in grande stile: l’irruzione della filosofia greca si sostanzia nell’inizio che “è ciò che in esso vi è di più grande”. E’ un vero peccato che tutto questo bel discorso venga poi affiancato all’inizio (per Heidegger propizio, per noi a posteriori nefasto) di uno dei regimi più brutali che mai siano comparsi sulla faccia della terra. Ma l’orrore del nazismo non è forse già contenuto in germe nel suo Aufbruch, nel suo stesso germinare ed irrompere sulla scena della storia europea e mondiale? C’era proprio bisogno di quell’a posteriori per capirlo? (e tralascio qui di non aver capito se Heidegger abbia davvero capito l’enormità del suo errore…).

Altro termine con cui Heidegger si balocca non poco è Ausgang, in quello scritto insieme divertente ed astruso nel quale rilegge, commenta e interpreta il concetto aristotelico di physis, intitolato Sull’essenza e sul concetto della physis (a proposito di questo ri-leggere e reinterpretare, per certi aspetti l’intera filosofia di Heidegger, per sua stessa ammissione, può essere considerata come un grande commento alla storia della filosofia, specie di quella greca). Ausgang è avvio, termine usato insieme a Verfügung (disposizione) per tradurre arché – la disposizione che avvia, l’avvio che dispone – così da ricavare infine una concezione dell’essere (physis) come un originario e iniziale “svelarsi che si vela”, “venir fuori nella svelatezza”, che è poi il significato di a-lètheya, la verità, che dunque non è cosa umana o umanamente concepibile (valore, idea, aspirazione), ma qualità dell’essere stesso. E via gorgheggiando-gerghizzando di questo passo.

Mi sono sovvenuti questi termini, con le metafore e le analogie che sollecitano, proprio osservando in questi giorni la potenza germinante della natura: lo sboccio improvviso, l’irruzione, il manifestarsi di ciò che prima era nascosto, in potenza, in attesa, o come dir si voglia. C’è sempre qualcosa di stupefacente, di poetico, ma innanzitutto di profondamente filosofico in questo che, da altri punti di visti, è solo un processo biologico e ciclico, il modo rigoroso in cui la vita si accende e si spegne, funziona e procede pressoché meccanicamente. Ma del resto nessuno ci impedisce di considerare lirico un processo biologico…
Mi piace pensare, stranamente e per una volta con Heidegger, che il senso ultimo delle cose, che non sta beninteso fuori delle cose, sia proprio in questo loro far capolino, sbocciare, germinare, distendersi al sole dopo essere a lungo rimaste in ombra, e procedere inarrestabili verso il loro destino – o, se si preferisce, compimento (che è poi una destinazione, un venir fuori da, per andare verso, molto semplicemente – anche se tutto ciò può essere considerato soltanto alla stregua di uno stare, di un esserci – ma basta!, che mi sembra quasi di heideggereggiare a mia volta). Un inizio, un Aufbruch, uno svelarsi apparentemente timido nel quale quel destino, o quella potenza di essere, è già tutto e già da sempre contenuto. Ma attenzione! Il germinare è il germinare di qualunque cosa: come la mettiamo con lo sboccio dell’orrore?

Se però devo proprio “tenere” (per) un filosofo, allora scelgo Hegel, che per quanto reazionario e prussiano fosse, scriveva cose piuttosto accese e dirompenti, come succede ad esempio in quel celebre passo della Prefazione alla Fenomenologia dello spirito (chi vuole lo può leggere per intero in coda a questo post) dove delinea una vera e propria apologia dello sboccio, con il prorompente presentarsi del nuovo, la sua improvvisa ed inaudita irruzione sulla scena mentre la scena stessa – lo sfondo, ciò che fonda ma che deve anche affondare (la lettura di Heidegger è contagiosa!) – va sgretolandosi e sbocconcellandosi. E la creatura è nata!

Mi piace pensare che questo ir-rompere, che appare improvviso ma in realtà cova da tempo se non da sempre, sia lo stesso atto originario della filosofia, il suo radicale, originario e fondamentale domandare: was ist? che cos’è che esiste? come mai c’è anziché non esserci? (la super-domanda heideggeriana), ma anche: perché è esistito Heidegger? perché il nazismo? perché Heidegger e il nazismo? e perché questo mio domandare sul domandare? La filosofia ha sempre a che fare con il florilegio e lo sboccio continuo di domande latenti, quasi un gemmare e un rampollare incontrollati – ma alla fin fine la domanda fondamentale è sempre la stessa, e qui Heidegger finisce per avere ragione, perché chi pone la domanda “è coinvolto nella domanda, cioè è posto in questione”, e quel suo domandare finisce per attorcigliarsi in se stesso. E ciò che risponde è soltanto l’eco del domandare.

***

“Del resto non è difficile a vedersi come la nostra sia un’età di gestazione (Geburt) e di trapasso a una nuova era; lo spirito ha rotto i ponti col mondo del suo esserci e rappresentare, durato fino ad oggi; esso sta per calare tutto ciò nel passato e versa in un travagliato periodo di trasformazione. Invero lo spirito non si trova mai in condizione di quiete, preso com’è in un movimento sempre progressivo. Ma a quel modo che nella creatura, dopo lungo placido nutrimento, il primo respiro, – in un salto qualitativo, – interrompe quel lento processo di solo accrescimento quantitativo, e il bambino è nato; così ,lo spirito che si forma matura lento e placido verso la sua nuova figura e dissolve brano a brano l’edificio del suo mondo precedente; lo sgretolamento che sta cominciando è avvertibile solo per sintomi sporadici: la fatuità e la noia che invadono ciò che ancor sussiste, l’indeterminato presentimento di un ignoto, sono segni forieri di un qualche cosa di diverso che è in marcia (dass Etwas anderes im Anzuge ist). Questo lento sbocconcellarsi (Zerbröckeln) che non alterava il profilo dell’intiero, viene interrotto dall’apparizione che, come un lampo, d’un colpo, mette innanzi la piena struttura del nuovo mondo”.

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21 Risposte to “Sbocci (o sbocchi?)”

  1. Aldo Says:

    Caro Md,
    Martin Heidegger è l’ennesimo paradigma dell’ambiguità della natura umana, sempre sospesa fra terra e cielo, tra pulsioni e riflessioni.
    La sua tesi sull’oblio dell’essere (e della domanda fondamentale) è un punto di partenza ineludibile se vogliamo comprendere anche il “fenomeno” nazifascismo.
    La sua storia con Hannah Arendt (borghese, troppo borghese) rappresenta un’ulteriore conferma.
    Converrebbe, nella ricerca filosofica, attenersi ai testi, alle logiche interne che vi abitano, evitando giudizi “a priori” sulle biografie.
    Cartesio, mercenario in guerra, si serviva di una “bambola” per “calmierare” le sue pulsioni biologiche, ma, nonostante questo, ha riscosso fama imperitura nello storia del pensiero.
    Tutto secondo copione: “”Fate quello che dico ma non quello che faccio”…

  2. Andrea Says:

    bè Aldo se permetti non è la stessa cosa farsi un bambolone – gonfiabile o meno – cosa presumo anche piacevole e che soprattutto non nuoce a nessuno, ed essere un nazista. Anzi nazistone, come giustamente osserva md.

  3. Vincenzo Cucinotta Says:

    @md
    Il nazismo come parte determinante del pensiero di Heidegger, dici. Mi chiedo però se saresti giunto alla stessa conclusione senza conoscere nulla della storia personale del personaggio. Il problema è del lettore, del fruitore, non dell’autore, tra l’altro morto e sotterrato. Vogliamo privarci di un contributo utile al pensiero filosofico per la sua adesione al nazismo? A me non pare una buona idea. Forse dovremmo imparare a dimenticare le biografie per lasciare il nostro sguardo più limpido.

    Comunque, non ti scrivo solo per questo: ho appena spedito il libro alla biblioteca (con un ritardo geologico!!!), ti sarei grato se me ne potessi poi confermare il ricevimento.

  4. Aldo Says:

    bè Andrea se permetti io non ho parlato di “stessa cosa”, ma ho solo fatto un esempio banale, sostenendo che, spesso, gl’ elementi anagrafici, in generale, possono pre-giudicare la corretta interpretazione delle opere di un pensatore (chiunque esso sia) …

  5. md Says:

    @Vincenzo
    Per come concepisco io la filosofia non riesco a scindere biografia e pensiero – del resto la biografia di chiunque è per certi aspetti un precipitato filosofico, mentre è difficile che un qualunque pensiero possa sorgere senza che ci sia una direzione biografica, un progetto di vita a sostenerlo.
    Dopo di che noi abbiamo a che fare quasi sempre con i testi: ma anche questi, talvolta, non ci dicono molto senza la biografia individuale e sociale dalla quale nascono.
    Nel caso specifico di Heidegger è davvero impossibile scindere la sua scelta di campo dalla sua filosofia, perché, per sua stessa ammissione, la filosofia occidentale è inestricabilmente connessa con il suo stesso destino storico – e spiegare questi due concetti, destino e metafisica, è forse il principale lavoro filosofico di/su Heidegger.
    Che poi lui personalmente abbia preso un abbaglio a proposito del nuovo Aufbruch, beh, è qualcosa che a maggior ragione richiede una spiegazione.

    p.s. grazie per l’invio del libro, te lo confermerò all’arrivo

  6. Andrea Says:

    Anch’io, come md, ritengo che l’adesione al nazismo di Heidegger non sia qualcosa da mettere tra parentesi o addirittura ignorare per una migliore comprensione del suo pensiero.
    Ciò che inoltre non può essere ignorato è il successivo silenzio di Heidegger sul suo passato, che forse pesa ancor più del fatto stesso della adesione, come ad esempio ha osservato Jaspers.

  7. Aldo Says:

    @Md
    tu dici: i testi … non ci dicono molto senza la biografia individuale e sociale dalla quale nascono.
    è evidente il tuo pensiero: identità di pensiero e biografia. E la Storia come attualizzazione di un pensiero che è contemporaneamente pubblico e privato.
    La mia esperienza mi ha portato su “sentieri” diversi.
    Soprattutto cerco sempre di tenere presente l’aspetto antropologico, che mi rimanda ad una categoria dell’umano assolutamente contraddittoria ed inquietante, se vista nel contesto biografico. Ad esempio, il ruolo di Togliatti nella Russia staliniana … (il fine giustifica i mezzi).
    Personalmente mi concentro sui testi, dove il pensiero, a volte, riesce a dipanarsi, come su un’ “isola felice”, lucido e coerente.
    Vita e pensiero, divergono ineluttabilmente, anche nelle nostre banalissime realtà private … Un umile auto-analisi mi ha sempre confermato questo assunto.

  8. md Says:

    Certo Aldo, capisco benissimo il tuo punto di vista, ma a sua volta questa dicotomia tra vita e pensiero, che non coincide ma rinvia a quella tra teoria e prassi, è a sua volta un oggetto di indagine piuttosto interessante…

  9. titus Says:

    Ci sono più verità
    in ventiquattr’ore di vita di un uomo
    che in tutte le filosofie.

    Raoul Vaneigem

  10. md Says:

    @titus: sì certo, però senza l’attività razionale quelle ventiquattro ore resterebbero mute e incomunicate

  11. Aldo Says:

    @Md
    dicotomia tra .. teoria e prassi … oggetto di indagine piuttosto interessante…

    Interessante, certamente. La teoria (mondo delle idee) delinea un mondo “astratto”, un mondo “a priori”, che spesso inciampa quando si confronta con la realtà .. molte matematiche vivono al di fuori (iperuranio) del mondo fisico.
    Res cogitans/estensa … E’ un dualismo reale oppure è il prodotto di un ottica disgiuntiva che non riesce a cogliere l’unità nei contrari ?
    E’ un percorso mentale errato quello che vede il “pensare” e il “fare” come antinomici ?
    Oppure dobbiamo ipotizzare che non esista un “fare” che non abbia al suo “interno” (incorporato) un software che lo direzioni su un bersaglio pre-disposto?
    Propendo per la seconda che ho detto.

  12. fnstb Says:

    Caspita. Post impegnativo. Avete messo tantissima carne al fuoco. Ma forse posso contribuire. Credo che qualcosa sfugga (a me sicuro). Dunque: l’interpretazione dell’apologia hegeliana(barra heideggeriana) dello sboccio

    scrivi: “con il prorompente presentarsi del nuovo, la sua improvvisa ed inaudita irruzione sulla scena mentre la scena stessa – lo sfondo, ciò che fonda ma che deve anche affondare (la lettura di Heidegger è contagiosa!) – va sgretolandosi e sbocconcellandosi. E la creatura è nata!

    che dai mi pare molto gender-connotata. A mio modesto parere, il nuovo non implica l’affondare del vecchio. Se è così, allora il nazistone di Heidegger era più democratico. Rimanendo sul piano dell’esistenza elimina l’avvicendarsi antagonistico degli enti per rivolgere l’attenzione su ciò che permette loro di esser(ci), dando al “nuovo” un significato meno militare.

    Secondo: in quanto donna, sono abituata a scindere “filosofia” o “pensiero” dalla biografia, altrimenti butterei tutto a mare!!! Credo sia possibile, quindi. Ma per niente facile. Forse a questo, voi, non ci avevate mai pensato? (domanda provocatoria e presuntuosa).

    Un saluto ai filosofi!

  13. md Says:

    cara fnstb anche tu poni questioni mica da ridere, in primis proprio quella della connotazione di genere della filosofia (ricordo che molti molti anni fa era stato proprio un collettivo femminista a scrivere provocatoriamente e giustamente un pamphlet intitolato “Sputiamo su Hegel”).
    Dico solo due cose, riservandomi di riprendere in futuro la questione:
    -nello specifico, a proposito di vecchio e nuovo proprio Hegel si è inventato una bella categoria che è quella dell’Aufhebung, cioè del superare conservando, dunque del nuovo che ha in sé il vecchio ma trasfigurato, ecc. ecc. (sono inevitabilmente lapidario)
    -più in generale credo che la messa in questione della determinazione di genere della filosofia debba partire (come infatti spesso è partita, ma non ancora a sufficienza) dagli stessi soggetti “esclusi”, così come ogni critica ad ogni x-centrismo (ego, antropo, geno, etno, ecc. ecc.) non può non partire dai soggetti conculcati, altrimenti non se ne esce.
    La filosofia però credo abbia qualche carta in più da giocare rispetto ad altri settori sociali o culturali, perché è maggiormente in grado di mettere in discussione i suoi stessi presupposti. Ma per far questo ci vuole il contributo della pluralità dei soggetti…
    Però questo è solo l’inizio del ragionamento.

  14. fnstb Says:

    Caspita, md. Hai risposto coi fiocchi alla provocazione! In effetti, si tratta di ri-mettere in questione tutto, domanda domandato domandare domandante, ecc. ecc., e la filosofia è l’unica strada percorribile.
    Mi piacerebbe molto continuare il ragionamento 😉

    P.S. non volevo rifarmi a tali storici pamphlet ma solo evidenziare che se la biografia prende il sopravvento si rischia di rendere umano-troppo-umano il pensiero e quindi inficiarne alla base la validità… una sorta di fallacia logica… sbaglio?

  15. carla Says:

    che bella immagine…

  16. Lipesquisquit Says:

    Era molto più compromesso il nostro Gentile col fascismo, che Heidegger col nazismo.
    Quello di Heidegger era tacito consenso, Gentile era fissato col suo Stato Etico, e il suo attualismo filosofico gli imponeva di identificarlo con lo stato che aveva a portata di mano: quello fascista.
    Heidegger era stato un opportunista, ed era troppo lontano da cose come la politica o la guerra; si era solo limitato a ringraziare i nazisti che lo avevano fatto rettore dell’università.

    Quanto a Hegel, preferisco citare un passo delle “Lezioni sulla storia della filosofia”, che la dice lunga sulla sua umanità.
    “Lo spirito universale non si turba per il fatto di dover chiamare a questo lavoro di conquista della propria coscienza tanti popoli e tante generazioni d’uomini, di dover fare tanto spreco di nascite e morti; è ricco abbastanza da permettersi tale lusso, e lavora in grande, lieto di usare ed esaurire nazioni ed individui.”

  17. md Says:

    @Lipesquisquit: beh però ad essere disumano non è Hegel, ma quello che lui chiama “spirito universale”. Che poi esista qualcosa come uno “spirito universale”, la cui storia viene scritta attraverso fiumi di sangue (visto che le pagine della storia senza sangue sarebbero vuote e noiose) è tutto da dimostrare… Il sangue, però, scorre sempre in abbondanza a prescindere.

  18. Diego Says:

    In verità, usare l’argomento nazismo per gettare Heidegger nel cestino è solo un modo per non pensare. Questo non tanto perché si dovrebbe separare il buon Heidegger dal cattivo Heidegger né separare la vita dal pensiero. Piuttosto perché è uno pseudoragionamento dire che Heidegger, se è nazista, è cattivo. Si dovrebbe prima dimostrare che nazista = cattivo. Si dirà: ma come? e l’Olocausto? e i campi di concentramento? Certo, ovvio: il nazismo è cattivo. Ma ogni nazista è per questo cattivo? Intanto: Heidegger ha mai ucciso qualcuno? no. Heidegger ha mai fatto espellere qualcuno perché ebreo? no (ha invece scritto pareri sfavorevoli contro qualcuno perché neokantiano, magari, o per la pochezza filosofica!). Heidegger ha mai rifiutato di prendere in considerazione qualcuno perché ebreo? no (la Arendt, come la Blochmann, dovrebbero bastare, insieme alle altre numerose relazioni con ebrei che Heidegger ha intrattenuto anche durante il periodo di rettorato). Quindi: Heidegger non è né antisemita né assassino. Heidegger era guerrafondaio? no – se uno si prendesse la briga di leggere i carteggi si renderebbe conto che condannava la guerra come un male. Heidegger ha mai fatto il doppiogiochista? no: nei discorsi pubblici non ha mai inneggiato né alla guerra né al razzismo né alla superiorità della razza ariana. Anzi, ha sempre combattuto le teorie razziste e il paradigma biologista. Di cosa parlava lo Heidegger nazista? Di “rinnovamento spirituale”, di “rinascita dell’Occidente”, di un nuovo consesso di tutti i popoli, di superamento del dominio tecnico e capitalista e di appello dell’Essere. Se uno si va a leggere i discorsi dell’epoca ci troverà queste cose. Se queste cose sono naziste… Allora si dirà: si può essere nazisti senza essere razzisti, guerrafondai, biologisti etc.? Evidentemente sì, oppure Heidegger ha creduto di essere nazista, salvo poi rendersi conto che il nazismo era tutt’altro. Qui non si tratta di salvare quello che di buon ci sarebbe in Heidegger. Si tratta di andare a vedere il contenuto delle cose. Si tratta di decidere se fare filosofia o fare gossip. Si può essere filosofi e nazisti? Per me la domanda è una scappatoia per rifuggire l’altra: si può essere filosofi senza pensare?

  19. md Says:

    @Diego: ho pubblicato questo post oltre 4 anni fa e non mi ricordavo nemmeno che cosa avessi scritto. Rileggendolo velocemente non mi pare sia ascrivibile al “gossip” (magari non lo è nemmeno al “pensiero”, non saprei).
    A suo tempo “il contenuto delle cose” ero andato a vederlo, seguendo un corso proprio sulla questione del rapporto Heidegger-nazismo (tenuto da Alfredo Marini, che era in disaccordo con questa sovrapposizione un po’ frettolosa). Né Heidegger né il nazismo (né tantomeno il pensiero, la filosofia, ma a ben vedere nemmeno il “gossip” o le mode del momento) sono questioni o fenomeni liquidabili in poche battute.
    E di fatti prima di “Gettare Heidegger” (così come aveva a suo tempo fatto Parinetto) occorre per lo meno averlo letto e meditato.
    Ma giusto per essere lapidari l’impressione che continuo ad avere è che Heidegger sia stato solo un pensatore enormemente sopravvalutato.
    Se poi – visto che gli è sopravvissuto di alcuni decenni – avesse enunciato qualche giudizio un po’ più tranchant sul regime nazista (per esempio nell’intervista “Ormai solo un dio ci può salvare”), personalmente lo avrei apprezzato di più. Ma è, appunto, un mio giudizio del tutto soggettivo.

  20. Diego Says:

    Va bene. Il mio intento non era quello di fare polemica, ovviamente. Ed ognuno è libero di pensarla come vuole. Per carità. Volevo solo invitare ad una riflessione più meditata su Heidegger. Forse è sopravvalutato, d’accordo. Ma finora nessuno è mai riuscito realmente a dimostrare l’inadeguatezza del suo pensiero e, a parte pochissimi casi (penso a Zizek), nessuno si è nemmeno voluto cimentare in questa impresa. Di solito chi si impegna seriamente in un confronto critico con Heidegger finisce con l’apprezzarlo. Mentre l’unico argomento che trovo in giro contro di lui è il suo nazismo. Ed è un argomento debole. Tutto qui.

  21. md Says:

    No certo, il tuo intento era chiarissimo e senz’altro apprezzabile.

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