Lezione spinozista 3 – Il concetto di “conatus”

boccioni

C’era un mio compagno di università che un giorno, al bar della Statale, se ne era uscito con questa faccenda del conatus. Era un tipo che mostrava sempre di saperla lunga e di aver letto tutto. Lo arrovellava in particolare il concetto spinoziano di conatus, e diceva che aveva a che fare con il potere e le sue determinazioni. Sembrava dovesse passare i successivi dieci anni della sua vita – e forse aveva passato i dieci precedenti – a meditare sul conatus… Il conatus suonava sulle sue labbra umide e voluttuose e dentro i suoi occhi ammiccanti come la chiave per accedere ad ogni segreto…

***

La parte terza dell’Etica – intitolata Origine e natura degli affetti (De origine et natura affectuum) – si apre con una delle vigorose e categoriche obiezioni tipiche di Spinoza ai “si dice” e ai “per lo più” della doxa (o della filosofia poco dotta):

“La maggior parte di coloro che hanno scritto sugli affetti e sul modo di vivere degli uomini, sembra che trattino non di cose naturali, che seguono le comuni leggi della natura, ma di cose che sono al di fuori della natura. Sembra anzi che concepiscano l’uomo nella natura come un impero nell’impero”.

Spinoza lo ha già detto più volte e non perde occasione per ribadirlo: bisogna 1) sgombrare il campo da antropocentrismi e finalismi campati in aria e 2) considerare le cose umane, comprese le azioni e i desideri, alla stregua di cose naturali, “come se si trattasse di linee, superfici e di corpi”.

Ne consegue che se le cose stanno davvero così, siccome in natura non c’è né ci può essere vizio (natura essendo ciò che è e non può essere altrimenti, dunque fondamento ontologico), ma solo virtù e potenza, allora anche le manifestazioni umane vanno trattate depurandole opportunamente da categorie soggettivistiche, esteriori e fantasiose, quali appunto vizio, mancanza, difetto, innaturale, ecc.: “le leggi e le norme della natura – precisa Spinoza – secondo le quali ogni cosa accade e da una forma si muta in un’altra, sono ovunque e sempre le medesime”.
Regola generale e non smentibile dell’essere delle cose, della loro natura, è quella che conferisce loro lo statuto di perseverare nell’essere (proposizione VI). Spinoza ribadisce tale tesi allineando i concetti di sforzo, essenza e attualità: “Lo sforzo (conatus) con cui ogni cosa cerca (conatur) di perseverare nel suo essere non è altro che l’essenza attuale (actualem essentiam) della cosa stessa” (prop. VII).

La sostanza (cioè Dio) si esprime, si manifesta, si rende visibile, trova il modo di determinarsi nell’essere della cosa, che è conatus, cioè potenza di essere, cioè essenza ed attualità. Avevamo già sottolineato questa sorta di conflagrazione immanente delle categorie ontologiche nella filosofia di Spinoza: l’essenza della cosa, dell’ente, dell’oggetto, non sta da un’altra parte, ma è tutta nel suo manifestare la sua propria potenza di essere. E questa potenza è il conatus – si potrebbe quasi dire il cono d’ombra, la direzione del suo essere.
Ma perché Spinoza parla di “sforzo” (conatus significa tentativo, impresa, oltre che impulso e inclinazione), come se l’essere della cosa dovesse, appunto, sforzarsi di essere, forzare la sua natura per manifestarsi, o addirittura esporsi alla possibilità dello smacco? Il tentativo potrebbe cioè fallire, l’impresa non riuscire, l’impulso non dispiegarsi e rimanere trattenuto. Non sarebbe questa una patente contraddizione con l’intera linea della filosofia spinoziana?
Tale sforzo in realtà è proprio del perseverare, del rimanere sé, del continuare ad essere indefinitamente. E di fatti connettendo le proposizioni IV e VIII, si conclude che la cosa di per sé, per quel che la concerne, resta indefinitamente in essere – la morte, la distruzione o la dissoluzione provenendo solo dall’esterno. Ogni cosa ha un tempo d’essere indeterminato (a rigore non ha tempo), senonché le altre cose si mettono di traverso sulla sua strada, e così facendo le impediscono di essere indefinitamente.

Ma vediamo ora cosa succede applicando questa tesi alla sfera umana. Qui entra in gioco, come già sappiamo, il livello mentale, e dunque la consapevolezza di questo sforzo d’essere: la Mente, dice Spinoza, “è conscia del proprio sforzo” (prop. IX). Lo scolio che segue è di fondamentale importanza, poiché da una parte sostiene la continuità, anzi la sovrapponibilità dei concetti di volontàappetitodesiderio, e dall’altra giunge su questa base, e su quanto precede, a determinare “l’essenza stessa dell’uomo” che altro non è che sforzo e Appetito (Appetitus), esattamente come ogni altra cosa o vivente, salvo tradurre quell’Appetito in Volontà, quando ci riferiamo alla sola mente, o in Desiderio (Cupiditas), in quanto gli uomini sono consci del loro appetito: “Il Desiderio è l’appetito unito alla coscienza di sé”.
Tra lo sforzo a perseverare nel suo essere di un tavolo o di una pietra e il desiderio umano non c’è dunque alcuna differenza qualitativa o sostanziale, ma solo una differenza di grado e di intensità. Una diversa potenza di essere.

Come si può vedere, Spinoza opera qui secondo una modalità che potremmo definire “riduzionistica” (con tutte le cautele circa l’uso di termini in contesti eterogenei). Ne abbiamo un’ulteriore conferma nello Scolio della successiva proposizione XI, quando vengono finalmente introdotte le passioni di base che affettano la Mente – ciò che la fa grandemente mutare, causando un più o un meno, un aumento o una diminuzione della sua perfezione, secondo una specie di moto oscillatorio perpetuo. Tali passioni di base sono Letizia (Laetitia) e Tristezza (Tristitia), che insieme al Desiderio costituiscono l’ossatura del nostro specifico modo di funzionare, gli affetti primari che ci muovono ad agire e ad essere quel che siamo (agire ed essere sono insieme lo sforzo d’essere che è tutto quanto l’essere di un ente, non essendoci né al di qua né al di là nulla che non sia questa sua traiettoria specifica ed immanente). Tutti gli altri affetti sono matematicamente determinati dalle combinazioni di questi tre. Come dire che l’essere umano è essenzialmente un ente, o meglio un corpo, che desidera perennemente di potenziarsi e che fa di tutto, o per meglio dire quanto è in suo potere, per aumentare la propria potenza, mentre è insieme portato ad impedirne ogni sua diminuzione. Fine del discorso.
La Mente, da parte sua, “per quanto può, si sforza di immaginare ciò che aumenta o favorisce la potenza del Corpo (quae Corporis agendi potentiam augent vel juvant)”, prop. XII; mentre d’altra parte rifugge da tutto ciò che diminuisca o coarti la potenza sua e del corpo. Tutto il resto – ma proprio tutto il resto, cioè quell’immenso castello che è lo spirito umano, la civilizzazione, la cultura, compresa la filosofia e quindi anche Spinoza e la sua Etica, l’impero nell’impero – consegue semplicemente da questo meccanismo primario. “Sono”, “desidero” e più sono più desidero, più posso essere e ciò mi rende felice, mentre meno sono contro il mio desiderio meno posso essere e più mi deprimo e mi intristisco. La letizia è aumento di essere, la tristezza è diminuzione di essere. La pietra probabilmente (e per quanto crediamo di sapere) non prova queste emozioni, mentre i viventi a diversi livelli sì, e l’essere umano probabilmente (e per quanto crediamo di sapere) se ne preoccupa in massimo grado. Questa eccitabilità e massima sensibilità nel percepire ed affermare la propria potenza è semplicemente il grado ed il livello di coscienza che se ne ha.
Sembra così avvertirci Spinoza che se noi ne prescindiamo, disconosciamo cioè la nostra natura – che è poi la natura di tutte le cose – non riusciremo mai a capire come funzioniamo, e dunque saremo del tutto incapaci di gestire i problemi che dagli eccessi di conatus e di potenza e dal loro squilibrio possono, e anzi necessariamente, derivano. E possiamo ben immaginare quali! Ma prima di passare a quella parte del discorso, dobbiamo approfondire lo studio degli affetti, dei sentimenti, delle emozioni. E costruire un vero e proprio catalogo delle passioni.
Ma per ora direi che può bastare.

(immagine: Boccioni, Forme uniche della continuità nello spazio, 1913).

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7 Risposte to “Lezione spinozista 3 – Il concetto di “conatus””

  1. just another effort Says:

    there’s nothing more to say … the “effort” could be with you!
    Hi guy!!!

    Spinoza

  2. md Says:

    aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhh ah ah ah!!!
    Hi guy!
    m.

  3. Lezione spinozista 7 – Sintesi delle precedenti, prima dell’ultima « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] 3. Ovvio. La chiave sta nel concetto di conatus. Nell’elemento dinamico (dynamis) della potenza di essere. Ma nel far questo bisogna smontare la macchina antropologica che tende a vedere l’essere umano come un fine extranaturale (un “impero nell’impero”, dice Spinoza). Noi siamo naturalmente determinati a perseverare ed espandere (nei limiti del possibile) il nostro essere – lo abbiamo già detto. Quel che ci caratterizza (e che insieme ci porta fuori strada) è l’essere consci di tale sforzo. Quel che noi denominiamo volontà (e che ci fa sentire liberi di agire) va in realtà ricondotto alla dinamica del desiderio. La nostra “essenza” sta tutta nel transitare da una minore a una maggiore potenza (dolore/gioia, tristezza/letizia), attraverso la spinta del desiderio. La mente immagina in favore del corpo ciò che ne può far aumentare la potenza vitale. […]

  4. AMichelle Says:

    Leibniz osserva la realtà con la tipica visione meccanicistica del 600, quindi osservando che non puo(e nn vuole) contenere le spinte della passione, formula la teoria del conatus per giustificare il suo mancato controllo sulle passioni. Prima quindi si inventa le risposte, poi si fa le domande su misura. Afferma che tutto è preordinato e deterministico, ma intanto dispensa consigli sul come limitare le passioni, masturbandosi pensando ad una ragione onnipotente; spiega la realtà con la sostanza, la res divina, composta di infiniti Attributi, i quali a loro volta si determinano finitamente in Modi, ecc.. ma a livello gnoseologico la struttura spiniziana è come quella storia di un tizio che chiede ad un indiano su cosa poggi il mondo e lui risponde sul dorso di un asino, e alla domanda su cosa poggi l’asino lui risponde su un elefante,e alla domanda su cosa poggia l’elefante lui dice: “nn lo so!”. Infine dopo aver studiato Spinoza capiamo di aver perso solo un altro pò del nostro tempo e che i nostri bisogni veri non sono ancora stati minimamente soddisfatti, al limite solo sfiorati.

  5. AMichelle Says:

    Il soggetto di tutto il commento è ovviamente Spinoza. Mi scuso per il lapsus. (froidiano nn so)

  6. md Says:

    @AMichelle
    naturalmente non posso concordare con te praticamente su nessun punto, e non perché io sia l’avvocato di Spinoza, ma perché tanto la teoria del conatus, quanto l’ontologia-etica e la teoria spinoziana delle passioni sono tutt’altro che riducibili alla “tipica visione meccanicistica del 600” – anzi mi pare proprio che Spinoza scardini radicalmente le visioni tipiche del suo tempo e, soprattutto, l’impianto cristiano e razionalista-cartesiano che vede l’ente umano come gerarchicamente ordinato a presiedere l’universo.
    Noi siamo uno tra gli infiniti modi della sostanza (che è natura in senso lato, più che res divina), e non abbiamo particolari diritti (per lo meno non giustificabili razionalmente, ma solo perverso frutto di potente facoltà immaginativa) sulle altre forme di vita.
    La questione del rapporto tra determinismo, necessità e libertà umana è un punto dolente, ma credo che anche qui Spinoza sia difficilmente criticabile, poiché tutte le definizioni (prima e dopo di lui) del termine “libertà” sono piuttosto banali ed insufficienti. Ciò non toglie che il fronte etico-politico sia parecchio fecondo (come spero di poter mostrare più avanti con lo studio degli scritti politici).
    Per la questione mente/corpo, che è un altro degli ambiti fecondi del pensiero spinoziano, rinvio a Damasio e a quanto discusso in proposito su questo stesso blog.
    E a proposito dei “bisogni veri” (o dei desideri), credo che anche Spinoza concorderebbe con te, ma metterebbe tra questi come potentissimo l’impulso alla conoscenza, che se non risolve certo la nostra ondivaga passionalità, può (può!) contribuire a rendercene più coscienti. Più felici? Forse no, ma certo un po’ meno in balìa delle passioni tristi…

  7. AMichelle Says:

    Concordo pienamente sull’ aver scardinato la concezione cristiana con la critica al finalismo ed alla creazione da parte di un Dio personale, non posso però concordare (o solo in parte) sullo scardimento dell’impianto razionalistico-cartesiano. La sua “Etica dimostrata alla maniera geometrica” si inserisce perfettamente nel filone razionalistico-meccanicistico proprio del 600 e inaugurato con Cartesio; certo poi Cartesio in riferimento alla sostanza (dove anche qui non mi pare abbia senso dire se era più natura che divina, visto che x Spinoza i due termini erano sinonimi “Dio ovvero Natura”) dice che per esistere ha solo bisogno di sè e di DIO, mentre Spinoza “toglie” Dio”, visto che x lui Sostanza e Dio coincidono.
    L’altro punto è che: o l’uomo è libero; o l’uomo è determinato; oppure dobbiamo ammettere e costruire un ulteriore “castello” per elaborare e rendere valida una tesi intermedia fra le due; e questo conduce però a ulteriori aporie, cui Spinoza non è riusciuto a sottrarsi.
    Infine ringrazio per la risposta pronta e il tono pacato(a dif del sottoscritto, ma non è colpa mia direbbe Spinoza); mi associo all’augurio espresso nella parte finale(sull’esser un pò meno in balia delle passioni tristi) e sicuramente questo nostro scambio ..è servito anche a questo.

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