Leibniz e la trance ipnoide del supermarket

supermarket

“Quanto a me, cara signora,
voi sapete bene che lo stato progressivo
della società non mi riguarda per niente.
Il mio stato, se non retrogrado, è eminentemente
reazionario”
. (G. Leopardi)

Qualche giorno fa sistemando le carte del mio scrittoio, mi è passato per le mani un foglietto con i seguenti appunti scritti di mio pugno: “la trance ipnoide del supermarket“, “il principio degli indiscernibili“. Mi sono chiesto, nell’ordine, cosa diavolo fossero, quando li avevo scritti e, soprattutto, quale ragionamento mi aveva portato ad accostare Leibniz e il suo principio di identità con l’iperconsumo della nostra epoca. I miei lettori e lettrici più assidui dovrebbero ormai essere avvezzi agli accostamenti un po’ eccentrici, quando non improbabili. Fatto sta che questa volta io stesso l’ho trovato fin troppo stravagante. Frugo un po’ nella memoria: niente. Poi finalmente salta fuori la fotocopia di un articolo del quotidiano La Repubblica di qualche mese fa (dovrebbe essere del 3 dicembre scorso), firmato da Pietro Citati e intitolato “Addio consumismo, riscopriamo le cose”, e allora tutto comincia a tornare.
Il celebre scrittore e critico letterario svolgeva un ragionamento, a margine della crisi economica in corso, dove venivano messi in discussione alcuni capisaldi del nostro attuale stile di vita, di produzione e di consumo (cose che peraltro in questo blog, fin dalla sua intestazione, non perdo l’occasione di fustigare ogni volta che posso). Isteria del consumo, con quel perverso meccanismo della trance ipnoide di fronte allo scintillare delle merci; crescita parallela dell’imbecillità, degli italiani in particolare; fede cieca ed incondizionata nel “progresso” ininterrotto (con al cuore del processo il mito del Pil). Ma, soprattutto, un rapporto rovesciato ed irrazionale con le cose, gli oggetti – “cose che – scrive Citati – abbiamo comprato, ingoiato, sciupato, gettato con incredibile leggerezza per tanti anni”. Con il risultato che “abbiamo smarrito la sensazione di come è fatta una cosa: del suo peso, del suo spessore, dei suoi colori, delle sue ombre, e del valore simbolico che può avere nella nostra vita”.

Al centro di questa vera e proprio perversione c’è l’infinita sostituibilità degli oggetti d’uso. A parte il mancato riferimento a Marx (che invece io ci metto), a proposito del rapporto tra valore d’uso e valore di scambio con quel che ne consegue, del feticismo delle merci, dell’alienazione/reificazione e quant’altro – è a questo punto che mi è venuto in mente il cosiddetto principio degli indiscernibili di Leibniz. Ed ecco, finalmente, svelato l’arcano.
Lo scienziato, matematico, logico e filosofo tedesco ne parla, ad esempio, nella sua opera forse più importante di metafisica, La monadologia, un libretto di poche pagine steso in 90 punti dove ci viene data una straordinaria sintesi del suo pensiero filosofico, a partire dal concetto di monade. Il principio in questione è direttamente connesso a quello di identità, e viene utilizzato da Leibniz anche nelle sue ricerche logico-matematiche. Qui, in chiave metafisica, suona così:

Occorre ancora che ciascuna monade sia differente da ogni altra. Infatti non vi sono mai in natura due esseri perfettamente eguali, tali cioè che non si possa scorgere in essi alcuna differenza interna, o fondata su una denominazione intrinseca”.

Cioè: da un punto di vista logico se x e y hanno in comune tutte le proprietà, sono dunque indiscernibili, allora x e y sono identici – ma ciò avviene solo nel campo delle verità di ragione, dove un triangolo può essere uguale ad un altro triangolo. In natura ciò non può essere: la comune espressione uguali come gocce d’acqua è insensata, essendo ogni goccia d’acqua diversa dall’altra per ragioni intrinseche, non solo esteriori. Se così non fosse non vi sarebbe una ragione sufficiente per l’esistenza di una pluralità di cose, di oggetti, di individui: ognuno di essi è infatti se stesso in quanto unico e discernibile da ogni altro.

Se è vero quel che dice Leibniz, per tornare alla nostra trance ipnoide da iperconsumo con connessa valorizzazione (in denaro) e svalorizzazione (simbolica e d’uso) delle cose, quel che stiamo commettendo nelle moderne società d’occidente è una sorta di delitto metafisico. La serialità, l’indiscernibilità, la ripetitività, oltre che espressioni di “cattivo infinito”, sono assurde, irrazionali, ontologicamente ingiustificate. Per non parlare del cattivo gusto, dell’istupidimento che inducono (e non prendo qui in considerazione, anche se ovviamente andrebbe fatto, il lato sociale, ecologico, etico della faccenda).
Mi vengono poi i brividi se solo penso al tipo di concezione che stiamo trasmettendo in proposito ai bambini e ai ragazzi: c’è una tale incoscienza nell’uso delle cose, una tale assenza di consapevolezza del loro valore ontologico, della loro radice e provenienza, del loro significato, delle relazioni sociali e antropologiche in esse implicate, da rasentare la follia – quella di cui spesso parla Emanuele Severino.
Sono quindi d’accordo con le conclusioni di Citati quando scrive: “Dobbiamo recuperare le virtù della civiltà contadina, ritrovando la parsimonia, la sobrietà e quasi l’avarizia all’inizio del ventunesimo secolo”.

Che io stia diventando un vecchio reazionario? Così in anticipo?
O che abbia ragione la mia amica Chiara – trentenne laureata in filosofia, che si è trasferita nelle Marche con il compagno e i due figli, che non possiede la televisione, si fa la pasta e il pane e i dolci in casa, e che ora si è messa a fare la contadina?

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10 Risposte to “Leibniz e la trance ipnoide del supermarket”

  1. Vincenzo Cucinotta Says:

    Io ho una teoria più sofisticata, che sfata uno stereotipo comune alle teorie anarchiche, marxiste e capitaliste. In poche parole, ma mi ci dilungo in un breve capitolo, io metto in dubbio che sia augurabile giungere a una società che sia liberata dai bisogni. Affermo anzi che i desideri, come aspetto sperimentabile dei bisogni, siano necessari per vivere bene, o forse addirittura per vivere. Ipotizzo cioè il bisogno di desiderare.
    Vabbè, questa sintesi, al solito, rischia di non chiarire, ma sono pronto a meglio specificarla, magari rispondendo a specifiche domande e commenti.

  2. md Says:

    Beh Vincenzo, lapidaria obiezione: nessuno (tantomeno Marx, che io sappia) si sogna di mettere in discussione il fatto che si abbiano dei bisogni o dei desideri…

  3. chiarac Says:

    notavo giusto negli ultimi tempi come spesso non mi rendo più conto dell’unicità della cosa tangibile, ma considero tutto come una “istanza di una idea”. in soldoni: non mi rendo conto di aver comprato questa specifica maglietta, magari con la cucitura storta, e che nel corso del tempo si consumerà, ma mi aspetto di aver comprato un esemplare della maglietta x, e mi aspetto che sia sempre valido e sempre uguale, di aver acquistato il diritto a possedere un esemplare della maglieta x
    il che è pura follia – dissociazione dalla realtà delle cose.

  4. Vincenzo Cucinotta Says:

    @md
    Marx vede il bisogno come un ostacolo verso la liberazione dell’uomo. La società comunista, una società sostanzialmente anarchica, sarebbe una società in cui a tutti sarebbe dato secondo i suoi bisogni, giungendo così alla società in cui i bisogni non ci sono più. Certamente non ignora l’esistenza dei bisogni, ma li considera come inconvenienti da eleiminare.
    Quello che io penso è invece che il bisogno è un elemento essenziale di una vita piena e vera, e che quindi il sentire soggettivo che ci sprona a soddisfare i nostri desideri è un inganno della nostra biologia.

  5. md Says:

    @chiarac: bentornata!
    @Vincenzo: potresti per favore citarmi i testi in cui Marx sostiene queste tesi? (a parte la famosa frase “da ciascuno secondo le proprie possibilità a ciascuno secondo i suoi bisogni”, che è più uno slogan o un aforisma di quanto non sia una teoria…).
    Non capisco in che modo il bisogno venga visto da Marx come un ostacolo verso la liberazione dell’uomo, visto che tanto nel Marx giovane quanto in quello del Capitale si sostiene piuttosto un’antropologia onnilaterale dell’umano che vede nell’esplicazione integrale di tutte le possibilità/capacità/sensibilità – e dunque di tutti i bisogni e i desideri bloccati, alienati e reificati dal capitale – la chiave di volta della critica al sistema capitalistico. E ciò non è sostenuto soltanto nei Manoscritti economico-filosofici, ma anche nei Grundrisse e nel Capitale, dunque nella sua opera più matura.
    Non mi pare proprio che Marx auspichi una società in cui i bisogni vengano eliminati, anche perché significherebbe una società priva della sua base materiale (che è comunque fatta di attività, lavoro, produzione per la soddisfazione dei bisogni, che non è esattamente la loro soppressione). Marx non ha mai auspicato un ritorno a modelli produttivi e di consumo precapitalistici, così come non ha mai pensato che il capitale sia solo merda da buttare (anche se in qualche occasione la frase gli è scappata, magari perché non ne poteva più di occuparsene così sistematicamente): si tratta semmai di un processo di cui riappropriarsi, da non consegnare a una cricca di padroni del vapore o di gangster monopolistici… tanto per semplificare.
    Sulla faccenda poi che la società comunista sia una società sostanzialmente anarchica ci sarebbero un po’ di cose da dire, ma mi fermo qui (d’altra parte non esiste propriamente una teoria politica o dello stato elaborata da Marx).
    Ci sarebbe poi un lunghissimo discorso da fare sulla dialettica bisogni/desideri, sulla produzione e l’induzione dei bisogni, ma anche questo richiederebbe un maggiore approfondimento.
    Ho comunque sempre trovato la teoria epicurea dei desideri una buona base di partenza…

    p.s. non ho poi capito la faccenda dell’inganno biologico

  6. md Says:

    Aggiungo che, oltretutto, bisognerebbe preliminarmente rispondere ad alcune domande come: che cos’è un bisogno? che differenza c’è tra bisogni e desideri? Sono sicuro che a seconda dei luoghi, dei tempi e delle relative collocazioni socioeconomiche le risposte sarebbero piuttosto diverse…

  7. Vincenzo Cucinotta Says:

    @md
    A te personalmente , posso rinviare al libro dove definisco dettagliatamente cosa intendo per bisogno e desiderio. Qui riporto il periodo coinvolto:
    “La persona umana, quale essere biologico, ha una serie di bisogni. Questi però non si presentano alla coscienza nella loro spoglia essenzialità, ma travestiti da desideri. La nostra riflessione cosciente, anche la più approfondita introspezione, poiché si esprime sotto forma di linguaggio, non può accedere a questa dimensione primordiale. Definisco appunto desiderio una manifestazione cosciente di bisogni inconsci”
    L’inganno biologico a cui accenno, sta nella moltiplicazione dei desideri, che in fondo è la base della cosiddetta “società consumistica”.
    Ritorno dunque a Marx. Temo di non essere stato abbastanza chiaro prima. Io mi riferivo al fatto che egli pensa a una società in cui i bisogni siano soddisfatti: come tu dici bene, egli non pensava affatto al ritorno a modelli precapitalisti, perchè egli, in questo allineato agli illuministi e prima di loro alle religioni monoteiste, crede che l’uomo sia il padrone della natura, sia in ogni caso altro da essa: egli parla esplicitamente di “umanizzazione della natura”. Lo sviluppo delle forze produttive, che egli mette al centro della storia, vede quindi la progressiva capacità dell’uomo di sfruttare le risorse naturali tramite, diremmo noi, lo sviluppo tecnologico, come un processo augurabile, un processo di liberazione.
    Secondo me in fondo, Marx è un uomo che ben esprime il suo proprio tempo. Ben cronologicamente collocato rispetto alla rivoluzione industriale, vede il suo presente come una fase di un processo storico complessivo del tutto immaginario, ottenuto per estrapolazione del suo presente appunto. Pensa che il materialismo storico lo collochi al di fuori della sovrastruttura che domina nella società in cui vive, ma, ovviamente, il materialismo storico non può, nelle sue stesse teorie, che definirsi una sovrastruttura anch’essa.
    L’ideologia che io ho elaborato, invece, parte da un’antropologia definita in modo molto più dettagliato, a partire dal collocare l’uomo nella natura, come essere biologico tra altri esseri biologici. La struttura quindi non è data dai rapporti di produzione, ma dalla nostra stessa costituzione biologica, con cui dobbiamo fare sempre i conti.

  8. md Says:

    @Vincenzo: “collocare l’uomo nella natura” è pur sempre un’operazione “ideologica”. Cioè, non possono esistere per definizione teorie (sia il materialismo siano antropologie) che sfuggano del tutto all’antropocentrismo. Qualunque concezione l’essere umano elabori sul suo rapporto con il sé biologico, con la natura, ecc. parte sempre da una scissione che si è prodotta (o che è stata immaginata/desiderata, ecc., ma che comunque è tale) e che poi si immagina altrettanto venga superata, ricucita, ecc. Che gli umani si ritengano parte o meno della natura producono pur sempre queste visioni, non se ne esce.
    (Ho discusso queste tesi – che partono dal presupposto che tutto ciò che viene nominato e concepito in termini di “bios”, “naturale”, “natura”, ma anche “umano” sia comunque una produzione della specie e non un dato ontologico immodificabile, – talvolta in maniera molto proficua con alcuni frequentatori del blog, in diversi dei post contrassegnati con il tag “natura umana”).
    Ecco perché, al di là dei limiti temporali e storici da te indicati, ritengo la concezione materialistica di Marx ancora di grande attualità. Ha messo il dito sulla piaga.
    Per quanto concerne i concetti di “bisogno”, “desiderio” cui avvicinerei anche quello di “necessità”, stimolato dalla lettura di Spinoza e dalle reminiscenze epicuree, roussoiane e marxiane, rinvio ad un futuro post cui vorrei lavorare.
    Naturalmente quello che compare qui, per i limiti stessi del mezzo (oltre che del tempo) è solo la forma sintetica ed ellittica della riflessione.

  9. Vincenzo Cucinotta Says:

    @md
    Io, difatti, non nascondo di abbracciare una specifica ideologia. Il libro s’intitola appunto “L’ideologia verde. La rivoluzione necessaria”. Io stavo entrando nel merito delle ideologie, facendo un raffronto tra quella marxista e quella che io ho elaborato.
    La tua insistenza sull’inevitabilità dell’antropocentrismo non vorrei si trasformasse in un’equivalenza. Qui, non si tratta di stabilire chi sia il meno antropocentrico, ma di entrare appunto nel merito delle cose e delle ideologie, in quanto strumenti di intervento nel mondo. Per me, come forse sai, la filosofia va costantemente collegata al sapere complessivo.
    Purtroppo, proprio in Italia, sulla base della tradizione gentiliana e crociana, molti vedono la filosofia come qualcosa di scisso dal resto dei saperi. In passato, come forse ricordi, abbiamo anche avuto una garbata polemica su cosa sia filosofia e cosa non lo sia. Questo volere a tutti i costi delimitare uno specifico della filosofia potrebbe forse avere attinenza appunto con certe concezioni idealistiche.
    Il problema è che in filosofia non ci si può accordare preliminarmente su nulla: ogni filosofia finisce per definire cosa sia filosofia e cosa non lo sia. Io preferisco optare per un ambito quanto più largo possibile, come oggi mi pare facciano tanti filosofi nel mondo.

  10. md Says:

    @Sì certo, in Italia si sconta ancora la faccenda della scissione tra i saperi (in verità non per colpa della sola filosofia).
    D’altro canto Marx, nonostante la scuola hegeliana, lavora proprio in direzione anti-idealistica.
    Ma cos’altro può essere la filosofia se non, in ultima analisi, “idealismo”?
    Essa ha a che fare con concetti, si fa domande, tenta risposte, poi si generano altre domande e così via all’infinito. Una teoria di “idee”. Ma mi attengo al significato originario del termine: l’atteggiamento filosofico non può mai prescindere da una visione che contempli la totalità (con tutte le cautele su questo termine), e dunque tutto ciò che accade, tutte le forme di saperi, tutti i linguaggi non possono che costituire la sua stessa condizione di possibilità.
    Ho già detto in un aforisma che il sapere filosofico consiste nella forma del “non poter prescindere da”. Appunto.
    Ma, tanto per cambiare, ci siamo spostati ancora su altri terreni ed altre questioni…

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