Micromacro

Europa_blog

Penso ci siano diversi livelli di lettura di quel che è accaduto nella tornata elettorale del 6-7 giugno. Naturalmente si deve partire dall’empiria, dai dati, dai flussi elettorali, ecc. – materia della quale non sono esperto e che in genere, oltre una certa misura, mi annoia. Ovviamente anche i dati empirici devono essere a loro volta  interpretati – e qui si innesca il solito gioco retorico tanto caro ai politici dell’omettere, edulcorare, indorare (specie le pillole più amare), stabilire piani di lettura, fare raffronti sottolineando quelli più congeniali, ecc. Tant’è: anche questa è “arte” politica.
Fatta questa premessa, mi pare che si possa in estrema sintesi ricavare che:

1. Il ducetto nostrano è stato (almeno per il momento) fermato nel suo progetto cesarista: il “prendo tutto io”, “ghe pensi mi“, “lasciatemi lavorare”, la demagogia populista e l’appello diretto alla “gente” e alle sue tasche, tutti quei marchingegni ammalianti e vellicatori che hanno funzionato molto bene in passato, appaiono mordere un po’ meno. Prima o poi i fatti e la retorica entrano in rotta di collisione;

2. Anche il progetto bipolare sembra essere in affanno. I due grandi schieramenti, poli e partitoni pigliatutto con quella immarcescibile vocazione moderata, piccolo-borghese e democristiana, arrancano intercettando poco più del 60 % dei voti (meno di quelli di un tempo della balena bianca e del PCI);

3. Il Partito democratico ha preso una sonora sberla (non capisco il sollievo dei suoi miopi dirigenti); la sinistra-sinistra è a pezzi, nonostante il suo zoccolo duro (tra cui c’è anche il voto di chi scrive); l’Italia dei valori intercetta voti “irrappresentati” di sinistra, ma anche l’indignazione girotondina e la protesta legalitaria;

3. Il vero vincitore è, naturalmente, il movimento leghista che, oltretutto, penetra vistosamente nelle regioni rosse. La Lega Nord – unico partito “tradizionale” rimasto, con tanto di militanza, sedi, radicamento territoriale, quadri, ecc. (sul modello del PCI), a forte tasso ideologico – con buona pace dei fautori della fine dei partiti, avanza clamorosamente.

4. Una parte dell’elettorato meridionale, inevitabilmente, storce il naso di fronte a questo asse preferenziale Bossi-Berlusconi, e lo manda a dire dalla Sardegna, e, ancor più, dalla Sicilia. Il messaggio è chiaro: attenzione, voi parlate di “questione settentrionale”, ma qui la “questione meridionale” rimane la vera ferita purulenta del paese;

5. C’è poi un’evidente avanzata (per la prima volta) del PdL in ambito locale. Prima non era stato possibile (se non in alcune zone) poiché mancavano il ceto e l’esperienza amministrativa, oltre ad una netta spinta popolare che andasse in quella direzione. I due fenomeni sembrano ora essersi incrociati.

***

C’è però un secondo livello di lettura, che deve inevitabilmente farci guardare oltre il solito localismo e provincialismo italiano – che in verità sembra essere un problema un po’ più esteso, dato che tocca l’intero continente.
In realtà quel che viene fuori in maniera evidente dal voto della scorsa settimana, è la profonda disaffezione dei cittadini europei per il progetto di cittadinanza comune che li dovrebbe riguardare. In che misura un italiano, un belga, uno scozzese, un ceco, un danese o un basco si sentono europei? C’è qualcosa dietro a questo nome, al di là delle banche, delle commissioni, della moneta, delle regole comuni e delle eterne questioni in gioco? So bene che si tratta di processi lunghi, ma è pur necessario chiedersi e chiederne conto.  Anche perché le risposte elettorali – al di là del plateale chissenefrega dell’astensione – possono essere piuttosto sgradevoli: la xenofobia, il fanatismo nazionalista e il razzismo di svariate forze premiate in questa consultazione (compresa, ovviamente, la nostrana Lega) costituiscono ben più di un segnale. Ora come ora la parola “cittadino europeo” appare più che altro un caput mortum.

***

C’è poi un ultimo livello, ancor più generale ed “epocale”, che è quel che a me personalmente preme di più, e intorno al quale butto giù qualche riflessione in ordine sparso riservandomi di tornarci con più calma. La crisi del progetto socialista, che è poi la crisi della “sinistra” italiana ed europea, e che coincide, a mio parere, con la crisi dell’idea stessa di “politica”, per lo meno così come è stata storicamente intesa dai movimenti operai e democratici novecenteschi, con tutto quel collaterale e benefico emergere di soggetti e minoranze tradizionalmente oscurati e conculcati dal potere.
Il discrimine netto tra destra e sinistra – il laissez-faire economico condito di vocazione all’ordine con un sostanziale lasciare le cose (e le ingiustizie) così come sono da una parte, contro la pretesa “plasmatrice” e “tessitrice” di un nuovo ordine sociale e di un inedito modello antropologico dall’altra – quel confine oscilla ormai vistosamente, non è più così chiaro e delineato come un tempo. Sempre più spesso le forze politiche che si richiamano all’uno o all’altro campo navigano a vista, si fanno guidare da un pragmatismo a dir poco discutibile, anche perché in genere guarda sempre all’ora e al qui dei problemi senza saperne valutare il corso e le conseguenze (a dire il vero spesso senza nemmeno saper risolvere qui e ora le questioni aperte). Senza ragionare, appunto, sulla dimensione progettuale.
Questa era una caratteristica tipica della storia (per quanto plurale e contraddittoria) della sinistra, dalla Rivoluzione Francese in poi. Quel modello è entrato in crisi e pare aver lasciato ampio spazio di intervento alle alternative di destra – che però mentre navigano a vista, sanno molto bene quali sono i valori (specie pecuniari) da difendere.
La sfida che ha di fronte quel che resta della sinistra italiana ed europea (meglio non azzardare nulla di globale per ora, dato che la parola internazionalismo sembra essere un ferrovecchio da mettere in soffitta) – e cioè coniugare il micro e il macro, il radicamento ambientale e comunitario insieme al cosmopolitismo – è una sfida che sembra sempre più assomigliare alla quadratura del cerchio. Ma non si può che ripartire da lì.

***

(In verità ci sarebbe un ultimo livello, forse il più importante, che coincide con una semplice domanda: che tipo di “rappresentazione” o “rappresentanza” politica hanno all’interno del grande quiz elettorale che tanto ci appassiona, i soggetti “marginali” – e cioè i migranti, le donne – non i loro spettri televisivi -, i precari, i richiedenti asilo, i nomadi e via digradando versa l’irrappresentabile e impresentabile feccia sociale e corte dei miracoli di sempre?).

Annunci

Tag: , , , , ,

9 Risposte to “Micromacro”

  1. fnstb Says:

    “La sfida che ha di fronte quel che resta della sinistra italiana ed europea (meglio non azzardare nulla di globale per ora, dato che la parola internazionalismo sembra essere un ferrovecchio da mettere in soffitta) – e cioè coniugare il micro e il macro, il radicamento ambientale e comunitario insieme al cosmopolitismo – è una sfida che sembra sempre più assomigliare alla quadratura del cerchio. Ma non si può che ripartire da lì”

    Sono perfettamente d’accordo con te. Bisogna ripartire da lì. Dalla realizzazione locale di un progetto globale… 🙂 Un aspetto senza l’altro è privo di senso come un significante senza significato!

  2. greta Says:

    tristemente mi chiedo: ma dove vuole andare un qualcosa chiamato europa nel 2009 quando le chiusure mentali e le paure la fan da padrone, quando il nostro omuncolo rifiuta la multietnicità, e quando ciò che avrebbe fatto urlare allo scandalo chiunque avesse un minimo di senso civico fino a 20 anni fa (tipo le dichiarazioni di cossiga in merito alle proteste studentesche, le esternazioni sul senso del parlamento da parte dell’ometto, gli attacchi alle istituzioni… insomma, le “solite” cosine) oggi non smuove nemmeno una foglia? pare che la vicenda calcistica di kakà possa spostare voti a sfavore di podestà…
    banalizzo in modo addirittura squallido, lo so, ma quel che resta della sinistra, incollata al cadreghino e a qualche suo ideale mai rinnovato, è un contenitore con poco, poco contenuto che non è nè carne nè pesce nel tentativo di accontentare tutti, senza però soddisfare nessuno.
    (io voto da 14 anni e non mi sono mai sentita soddisfatta, come tanti). hai ragione nel sostenere l’assurdità del livello di autocompiacimento post-urne dei “nostri”: non c’è proprio motivo di stare allegri, e se da decenni sostengono di dover riflettere sulle sconfitte elettorali forse è anche il caso di farlo e, in certi casi, di cambiare mestiere.
    per esempio, riflettano sul connubio crisi economica e pesante virata a destra: se anche dopo il ’29 è successo qualcosa del genere in europa, forse solo le destre riescono ad arginare le paure e ad offrire un pseudo tranquillità sociale, pur parlando alla pancia degli elettori e raramente alla testa, mentre il modello socialista non ce la fa. perchè non partire anche da qui?
    in merito al micro e al macro… certo che bisogna ripartire da lì, ma mi sembra così difficile se c’è ancora chi pensa possano essere risolti solo con una contraddizione!

  3. Vincenzo Cucinotta Says:

    Per una volta almeno, siamo abbastanza d’accordo 😀
    Non ripeterò quindi le cose che condivido. Vorrei piuttosto ripartire da quello che anch’io, nei miei commenti, avevo sottolineato come il dato politico più rilevante: la crisi dei partiti socialisti europei, che io ritengo epocale.
    Tu dici che la sfida è coniugare il micro col macro, e naturalmente lo credo anch’io. Io però penso che manchi il macro, che manchino delle ideologie che siano all’altezza dei tempi. Il micro e la sua compatibilità col macro è proprio il ruolo della politica. Il problema preliminare nel mondo della comunicazione globalizzata è però costituito innanzitutto di come avere un punto di vista indipendente, davvero altro rispetto alla cultura dominante. Gli eventi drammatici del secolo passato hanno prodotto nel pensiero politico-filosofico una vera e propria paura delle ideologie. C’hanno spiegato in tanti che le ideologie portano agli stermini, che dobbiamo avere società aperte, non ideologiche.
    Il risultato credo sia sotto gli occhi di tutti: siamo in un mondo col monopensiero. I partiti socialisti sono in crisi perchè non sono in grado di elaborare strategie indipendenti, e a loro volta non ne sono in grado perchè viviamo tutti allo stesso modo, avendo le stesse aspirazioni vitali e gli stessi disvalori, quelli che apprendiamo sopratutto attraverso la TV.
    L’errore dei filosofi politici è di avere trasformato delle ideologia cattive nella generalità delle idoelogie: le ideologie quindi non sono cattive in base ai loro contenuti, ma già di per sè per essere ideologie.
    Io, al contrario, penso che ci sia un bisogno disperato di una nuova ideologia: solo attraverso strumenti di interpretazione della realtà che vadano aldilà del successo personale come parametro di riferimento essenziale della propria vita, sarà possibile cambiare le società occidentali e salvare l’umanità dall’estinzione.
    Se c’è il macro, se c’è questa chiave di lettura adeguata della realtà, solo in questo caso, sarà possibile passare allo stadio due, alla politica, e quindi alle vie attraverso cui fare camminare un progetto concreto che si misuri anche con la dimensione locale.

  4. md Says:

    @Vincenzo, anch’io concordo in linea di massima con quanto dici a proposito dell’ideologia e del monopensiero (la parola coniata da Vandana Shiva, “monocultura” rende molto bene l’idea).
    Dopo di che: naturalmente l’idea di “società aperta” è a sua volta una posizione ideologica, non può cioè non esserci un modello sociale senza una ideologia che lo sorregge.
    La (a mio parere) insuperata concezione critica marxiana sull’ideologia è proprio quella del suo essere storicamente determinata e prodotta da una delle classi al potere che “paga” i suoi intellettuali per giustificare idealmente quel determinato sistema sociale, stile di vita, Weltanshauung, ecc. – dietro cui vi sono, naturalmente, corposissimi interessi materiali.
    (Detto proprio all’ingrosso).
    Dopo di che, lo stesso comunismo (che per Marx doveva essere il superamento della scissione tra idee e struttura sociale, apparenza e realtà materiale, movimento storico-scientifico volto a superare tutte le alienazioni della modernità) è diventato un sommo esempio di “ideologia”, in taluni casi della peggior specie.
    Sulla scorta di quel che nel Novecento è accaduto, non credo tanto che non si debbano avere più ideologie (cosa peraltro impossibile), ma che si debba andare cauti sul posto che le ideologie devono avere nella storia e nei processi di trasformazione a venire. Plasmare ex-novo la “natura umana” (che pure io ritengo non fissa né naturale e plasmabilissima) è un’operazione su cui occorre riflettere molto attentamente. In questa fase, ad esempio, un’ideologia dominante è senz’altro lo “scientismo” – e una “società libera” o “aperta” o come dir si voglia, deve poter controllare e decidere da che parte andare, quali limiti porre ai biotecnocrati, ecc.
    C’è poi la faccenda del “bene comune” e della dialettica individuo/società (che la tradizione socialista e comunista avrebbe dovuto risolvere) quantomai aperta. Naturalmente i due lati si tengono: per quel che mi riguarda è oggi urgente ripensare il concetto di “bene comune” – una nuova possibile via al comunismo (ma si può anche chiamare diversamente se questo disturba certe sensibilità o menti prevenute) passa proprio attraverso la costruzione di una dimensione planetaria di “bene comune”, e dunque di relazione delle individualità e delle diverse società e culture tra di loro e in vista di quel “bene comune”.
    Ma non può essere calato dall’alto o imposto da uno degli attori in campo – si tratta di quello che Sartre definiva “universale da costruire”, e non già dato o pensato. In tal senso, posso solo immaginare un’ideologia siffatta, un universale da fare…

  5. Vincenzo Cucinotta Says:

    @md
    Anche a rischio di andare fuori argomento, vorrei approfittare della tua competenza riguardo al marxismo.
    A me pare che la migliore definizione a tuttoggi di destra e sinistra possa essere correlata a due differenti parole d’ordine della rivoluzione francese. La destra sostiene di privilegiare la libertà, la sinistra l’uguaglianza. Il marxismo è visto dalla maggior parte dei propri sostenitori come una dottrina politica che va verso una maggiore uguaglianza di mezzi economici.
    Come forse sai, nel dibattito politico-filosofico contemporaneo, si fronteggiano due differenti gruppi di teorie, che possono essere etichettate come liberali le une, comunitariste le altre.
    La differenza tra loro sta che per i liberali dev’essere l’individuo il soggetto centrale della politica, mentre, al contrario, per i comunitaristi, è la società nel suo complesso che dovrebbe costituirne l’interesse fondamentale. Naturalmente, schematizzo per brevità.
    Ecco, io penso che oggi l’antagonismo individuo-società dovrebbe stare al centro del dibattito politico, piuttosto dellìantagonismo libertà-uguaglianza, che appunto io critico aspramente in un modo che richiede però un’argomentazione difficile da sviluppare in un commento.
    Pertanto, anche la dicotomia sinistra-destra potrebbe basarsi proprio sulla dicotomia società-individuo.
    Per quanto posso ricavere dalle mie insufficienti conoscenze di marxismo, mi pare che esso sia contraddittorio rispetto a questo genere di dicotomia. Mentre il materialismo dialettico viene descritto in funzione di fattori in qualche modo automatici che prescindono dai singoli individui, mi pare di ricordare che in Marx l’individuo risorga in una società liberata. Sarebbe insomma il bisogno a missificare la società e la liberazione dal bisogno porterebbe alla liberazione dei singoli individui. Da questo punto di vista, l’individuo sarebbe il fine stesso della teoria marxista. Se così fosse, una nuova sinistra dovrebbe, nella mia opinione, essere più comunitarista della sinistra marxista.
    Vorrei conoscere la tua opinione in merito, se ritieni la questione di un certo interesse.

  6. md Says:

    @Vincenzo: direi che non sei proprio andato fuori argomento e che hai centrato quella che secondo me è la vera questione irrisolta, quella appunto del rapporto individuo/società.
    Che in Marx ci sia una prospettiva “libertaria” è indubbio (tutta la sua analisi critica, dalle opere giovanili al Capitale è proprio volta a smascherare le “potenze” alienate e alienanti che “cospirano” alle spalle degli individui, sovradeterminandoli). E’ però vero che Marx, almeno mi pare, non considera mai gli individui come monadi scisse e irrelate, ma sempre come modi sociali di essere: cioè si è individui in relazione ad una determinata configurazione storico-sociale. La “fede” marxiana, o la sua scommessa più profonda, è che tali meccanismi possano essere tutti quanti portati alla luce, attraverso una rigorosa analisi scientifica, al fine di poter riplasmare la società (e forse anche la natura umana) in vista di una società libera dallo sfruttamento, senza classi, i cui bisogni siano razionalmente determinati e quindi soddisfatti, ecc. Una società che non esiterei a definire “onnilaterale” composta da individui altrettanto “onnilaterali” (è una definizione che si trova nei Manoscritti economico-filosofici), nella quale cioè tutte (ma proprio tutte) le facoltà umane possono liberamente dispiegarsi e concorrere alla vita della comunità.
    Marx non ha però steso un vero e proprio programma politico o un progetto di trasformazione, quel che a lui prioritariamente interessa è l’analisi, la critica, il disvelamento dei meccanismi – solo attraverso e insieme a ciò si può dare una prassi efficace.
    Naturalmente questa è un’interpretazione possibile, altre ce ne sono state (si è parlato non a caso di diversi marxismi), altre ce ne possono essere.
    Ci sono poi alcune questioni aperte, alcuni “correttivi” necessari – dopo tutto è passato un secolo e mezzo, e c’è stato nel frattempo un tentativo piuttosto fallimentare di costruire delle società comuniste…
    Me ne vengono in mente un paio, cui ho già accennato: la questione del plasmare o riplasmare la natura umana – questione delicatissima. Prospettare un “uomo nuovo” non è questione da poco, e può anche portare ad immani disastri. E c’è poi la faccenda del “produttivismo”: non si può più pensare ad un modello economico alternativo al capitalismo, senza porsi il problema del perché, cosa, a che condizioni produrre, soprattutto in relazione all’ecosistema. Naturalmente questi due problemi sono a loro volta connessi: quale tipo di individui per quale genere di società, quali bisogni compatibili con le altre specie, ecc.
    Tanto la libertà quanto l’eguaglianza, vecchie parole d’ordine come giustamente sintetizzi delle due grandi ideologie dal 1789 in poi, non sono più a mio parere concepibili in maniera antropocentrica (così come, ovviamente, devono riguardare tutte le culture e le società del pianeta).
    Natura umana; rapporto interculturale; rapporto con la terra e le altre specie – mi sembrano le tre grandi questioni che devono ridisegnare tanto la nostra concezione dell’invidualità quanto quella della società.

  7. Aldo Says:

    il tema in discussione (la natura umana e la società ottimale (utopia platonica: il governo dei filosofi)) non credo che possa avere sbocchi pratici (la storia è maestra). Le variabili in gioco sono troppe e fuori controllo. Caino e Abele insegnano… Marx era un ottimo analista teorico ma l’azione richiede strumenti che non sono a portata di mano (umana) … allora cerchiamo di assumerci, a livello individuale, la responsabilità di essere uomini integri anche se è scontato che in un’isola di “ladri” (dato antropologico) l’onestà non può avere cittadinanza.

  8. md Says:

    @Aldo: sono sempre più convinto anch’io (segni della vecchiaia incipiente?) che l’idea di riplasmare integralmente la natura umana e dunque l’organizzazione sociale affidandone la conduzione se non ai filosofi, per lo meno alla “ragion politica”, sia da prendere molto con le pinze (come si suol dire, l’inferno è lastricato di buone intenzioni…).
    Si deve partire dall’empiria, da quel che siamo, e tentare magari altre strade fin qui poco battute… ma come si possono accordare alcuni miliardi di anime?
    D’altra parte, non mi sento nemmeno di escludere dalla prassi la dimensione utopica e sognante (gli umani non si accontentano mai di quel che sono, anche se poi nel volersi migliorare fanno magari dei disastri e da comuni “ladri” diventano terribili aguzzini) – e quindi: piedi per terra e testa tra le nuvole?

  9. Aldo Says:

    @Md
    La dimensione utopica /mondo delle idee è un astrazione che ci intriga quando non teniamo conto della dura realtà dei fatti (antropologici).
    Un caro saluto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: