Specchio delle mie brame

Ragazza davanti allo specchio Picasso

Se è corretto ridurre la sfera umana alla sua essenza istintiva e primordiale – la cupiditas, il Desiderio, l’affermazione vitale che è insieme conservazione e aumento del proprio essere; ammesso (e non del tutto concesso) che sia un’operazione legittima, sorge inevitabilmente un problema etico e politico ogni qual volta tale nucleo della natura umana – che si ritiene, a torto o a ragione, indomabile – viene, per qualche motivo, posto sotto controllo. Cioè: viene fatto “ragionare” – in genere per essere ridimensionato e composto con le altre sfere vitali.
(Metto per ora tra parentesi la questione, non certo secondaria, della storicità dei bisogni e desideri: quel che desideriamo oggi o qui in Occidente è differente dai desideri del Seicento o di quel che resta del popolo indios Nambikwara).
Torno al nocciolo: finché cozzano le cupiditates di Tizio o di Caio – di singoli individui – poco importa (se non a Tizio e a Caio). Si tratterebbe tutto sommato di conflitti limitati e più o meno “naturali” (con le virgolette del caso). Il bellum omnium diventa devastante non quando gli individui sono sciolti, ma al contrario, quando sono associati. Dalla tribù all’impero, dal partito all’associazione mafiosa, dall’ultimo staterello alla potente nazione confederale, il problema è quello della cupiditas organizzata. In stato, in classe, in etnia o razza dominante, in genere, e così via. Di nuovo, poco importa la specificità di tali forme (se non agli stati, classi, etnie eventualmente soccombenti).

Solo in tal caso la “misura” può saltare davvero, e la hybris – la tracotanza – diventare pericolosa. Direi che il problema della cupiditas diventa esiziale nella nostra epoca perché la misura è colma, e anzi deborda in termini ecosistemici. Cioè le diverse cupiditates, oltre alla perenne guerra intestina, sono entrate ormai in conflitto con il loro principale generatore – madre Natura. Come a dire che la cupiditas rischia di annichilire se stessa autodivorandosi!

Bene (anzi male!). Introduciamo ora l’altro attore sulla scena: la Ragione (che comunque era sempre stata lì: la cupiditas non può ragionare di se stessa per definizione). Se io (mettiamo tra parentesi il significato di questa particella ambigua) ne prescindo e “ragiono”, cosa faccio fondamentalmente se non organizzare meglio la mia cupiditas in termini spaziali e temporali? Disloco ed eventualmente differisco la soddisfazione dei desideri; metto in relazione e commisuro le mie brame alle risorse che ho a disposizione; economizzo, programmo, investo, progetto, ecc. ecc.
Se una società “ragiona” fa altrettanto. Se poi lo fa la specie, dovrebbe farlo all’ennesima potenza, soprattutto per quanto concerne l’attività razionale più importante, e cioè la visione d’insieme e il calcolo delle conseguenze delle azioni.
Ma, si sa, la ragione è ancipite (oltre al fatto, un po’ noioso visto che mi tocca sempre di ricordarlo, che diviene ed è storicamente determinata, come del resto tutte le cose umane). E’ insomma un Giano bifronte con un volto posato e lungimirante, e l’altro scarmigliato e pazzoide, dato che può diventare un terribile moltiplicatore della cupiditas, mentre contraddittoriamente ne è anche un censore e un controllore. Cioé: la brama, è anche e propriamente brama conoscitiva, espansione di sé attraverso tecniche e protesi, dominio della natura, razionalizzazione progressiva del mondo, biotecnologia – cioè assoggettamento razionale del bios medesimo. Come si esce da questa eventuale impasse?
In teoria l’arte politica (la politica vera, non il pattume cui quotidianamente assistiamo) dovrebbe avere proprio la funzione plasmatrice e tessitrice – il lungo e paziente lavorìo della mediazione – al fine di consentire alla cupiditas di non traboccare, alla “follia razionale” del fare di non strafare (e di non “sbroccare”), contenendo magari non solo gli impulsi ma anche i nostri “scienziati pazzi” e apprendisti stregoni, e, in ultima analisi, ponendo agli individui, ai gruppi, alle società, alla specie tutta l’obiettivo finale di con-vivere e con-essere senza procurare a sé e al mondo circostante danni eccessivi.
Non si pretende la pace universale e perpetua (che assomiglia un po’ troppo al requiem eterno), ma un conflitto che non sia guerra, una forma vivace e dinamica di convivenza dei diversi e di armonia dei disarmonici che tenga sotto controllo la cupiditas nelle sue forme estreme e violente. Una politica razionale del limite e un limite politico imposto tanto alla cupiditas quanto alla ragione.
In pratica un’arte difficile, anzi impossibile, ma quantomai necessaria.

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14 Risposte to “Specchio delle mie brame”

  1. kinnie51 Says:

    “In pratica un’arte difficile, anzi impossibile,ma quantomai necessaria”
    Mi piace la conclusione del tuo lungo e condivisibile discorso.
    Io mi sto accostando adesso ai problemi filosofici, di cui ho riscoperto l’importanza, dopo un periodo in cui li consideravo chiacchiere da perditempo.
    Non so se ho interpretato bene quello che ho scritto nel mio ultimo post.

  2. Andrea Says:

    per kinnie
    Complimenti per la lucidità di analisi delle tendenze filosofiche nell’ultimo post del tuo blog.
    Condivido appieno l’idea che una vera liberazione sorga solo mantenendo ben saldo il concetto di verità, e quindi la possibilità di distinguerla dal falso, pur abbandonando pretese incondizionate di ordine metafisico, e che tale concezione si debba far risalire all’illuminismo e al razionalismo critico di matrice kantiana.

  3. md Says:

    @Kinnie51: ho letto il tuo post e lo trovo interessante, anche se avrei alcune obiezioni – io sono molto scettico (e qui mi rivolgo anche ad Andrea) sul mantenere ben saldo il concetto di verità, e quando ne sento parlare sono sempre tentato di porre un aut-aut: o la si intende nei termini classici del fondamento immutabile di cui si è alla ricerca, o (come gran parte delle filosofie successive a Nietzsche) si decide che quel fondamento semplicemente non c’è, è illusorio o non è alla nostra portata (naturalmente si tratta di ipotesi molto diverse tra di loro). Ma delle due l’una: o la verità è data tutta in un blocco ed è indiscutibile, perché la si ha sempre dinanzi, è già da sempre chiara ed evidente, non c’è nemmeno bisogno di cercarla, oppure non è così e la si ricerca, e allora è inevitabilmente esposta al rischio di essere riconducibile alla non-verità.
    Cioè: o sta fuori di noi (e allora è salda e inevitabilmente meta-fisica), o è in noi, e allora è solo “hegelianamente” il divenire di se stessa, dunque qualcosa cui sarebbe meglio assegnare un altro nome.

  4. Aldo Says:

    @Md
    la cupiditas, richiama non tanto il Desiderio, quanto la dis-misura che qualifica l’uomo come soggetto che tendenzialmente è portato a trascendere i limiti della propria natura. L’animale, al contrario, guidato dall’istinto, si attiene alle regole che l’evoluzione gli ha assegnato, evidenziando, così una
    inconsapovole saggezza … Diceva Trilussa: “più conosco gli uomini più amo le bestie”. L’uomo, parafrasando Protagora, è dis-misura di tutte le cose, “di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che non sono in quanto non sono”.

  5. AndreaCati Says:

    Impossibile non direi. La storia ci dimostra che le guerre vanno a mano a mano ad essere regolamentate, burocratizzate. Prima che scoppi una guerra, almeno nei nostri paesi occidentali, c’è bisogno di un grave scontro diplomatico. L’esempio dell’Iran è lampante. Certo, si dirà che la seconda guerra mondiale ha confutato del tutto l’idea di un progredire inesorabile della condotta umana. La mia idea è invece la seguente: esiste un’evoluzione multilineare che procede anche per arresti, inversioni, ma comunque, osservando tre millenni d storia, l’uomo è diventato capace di controllare il proprio istinto distruttivo, lo ha trasformato in ragione strumentale, retorica, volontà di potenza attenta a non esplodere in quel Polemos che rimane insito nella struttura dell’essere uomo e che talvolta, purtroppo, ci fa ritornare indietro di secoli…
    Per cui concluderei lo scritto eliminando quell'”impossibile”, lasciando l’aggettivo difficile e spronandoci a quell’inesauribile Necessario.

  6. md Says:

    @AndreaCati: naturalmente quell'”impossibile” era un’iperbole, o se vuoi un artificio letterario. Anche se con questi chiari di luna non c’è molto da stare allegri…
    Un’osservazione su quanto sostieni: è stata proprio quella che tu definisci “evoluzione multilineare” a condurci alla situazione paradossale dell’eccesso di potenza, che ci può condurre tanto alla catastrofe quanto a ulteriori interessanti sviluppi della specie (quel che anche in questo blog è stato discusso nell’ambito delle tesi transumaniste): cioè il polemos distruttivo o il conflitto foriero di nuovi assetti. Non intendo con ciò dire che si debba o si possa tornare a stadi precedenti (anche se avverso radicalmente ogni tesi di progresso lineare o finalistico).
    E però: sei proprio sicuro che l’istinto distruttivo di cui parli non sia contiguo se non del tutto funzionale alla ragione strumentale e alla volontà di potenza?
    Sulla gestione “razionale” della guerra ho poi parecchi dubbi. In realtà, nella guerra è sempre e solo in gioco la nuda e cruda logica di potenza. Solo un’eliminazione di entrambe potrà consentire la nascita di una nuova fase della storia umana.

  7. AndreaCati Says:

    “Sulla gestione “razionale” della guerra ho poi parecchi dubbi. In realtà, nella guerra è sempre e solo in gioco la nuda e cruda logica di potenza. Solo un’eliminazione di entrambe potrà consentire la nascita di una nuova fase della storia umana”.

    Quest’ultimo pezzo mi ha ricordato la lettura marxiana dei rapporti di classe, secondo cui l’unica lettura vera, anzi, scientifica, risiederebbe nel considerarlo impari e produttore di discriminazione, nonché il reale motore per una futura rivoluzione in cui le classi scompaiano del tutto. In realtà, come osservò già Weber i rapporti tra gli uomini sono molto più delicati e più organici e non esiste una sola chiave di lettura, come non esiste solo il borghese e l’operaio.
    Questo per dire che la radicalità di quelle ultime righe assomiglia ad una generalizzazione troppo vasta che include una visione teleologica orientata o alla dissoluzione del polemos, per una nuova rifondazione, o la deriva dell’umanità.
    Insomma, una visione che mi ricorda tanto il compito che Dio ha dato agli uomini di redimere il male dal mondo per compiere la definitiva salvezza.

  8. md Says:

    @AndreaCati: attenzione a non equivocare, io non dico mai e non penso che ci sia un compito, una finalità o una qualche necessità nelle vicende umane, ma che esiste la possibilità di andare in una direzione piuttosto che in un’altra.
    Io non so se il “polemos” sia dissolvibile, ma certo la tesi di coloro che lo considerano una struttura ontologica e immodificabile della realtà non mi convince granchè.
    Anche Marx sapeva molto bene (e a mio parere anche più di Max Weber) che le relazioni umane sono ben più complesse, tanto è vero che la sua principale preoccupazione è quella di criticare e andare oltre le riduzioni, semplificazioni e omologazioni prodotte dal capitale (che considera merce ogni cosa e ogni relazione). Che poi questo sia stato inteso da qualcuno come “missione” redentrice universale è un altro discorso. Di sicuro così non lo intendo io.

  9. AndreaCati Says:

    Ok, grazie per il chiarimento e per la disponibilità al dialogo, buon lavoro!

  10. Andrea Says:

    a md
    perché il concetto di verità, una verità “fattuale”, terra terra, legata al sensibile, al fenomenico kantianamente parlando, è fattore di liberazione, come dice kinnie51? Perché semplicemente questa verità, la verità dei fatti nudi e crudi, può ad esempio svelare che il re è nudo, anche se dice il contrario. Può svelare – un semplice fatto, talmente terra terra da essere rivelato da un’intercettazione telefonica – che qualcuno ha usufruito di prestazioni sessuali a pagamento anche se in modo ipocrita condanna il “sesso mercenario”. Può svelare la falsità di un ministro che nega che ci siano tagli nel comparto scuola anche se i numeri (fatti) ci dicono che l’anno prossimo la scuola avrà 42000 insegnanti in meno… e via dicendo.
    Questa verità, dei fatti, può renderci – un po’ più – liberi, una libertà umana, condizionata, limitata, probabilmente l’unica cui possiamo aspirare.

    Vedo che tu dici: o ha ragione Hegel, e quindi solo l’Intero è vero, e non i singoli fatti (e quindi i “fatti”, i numeri, anche gli insegnanti tagliati, non hanno nessun valore), oppure non si dà alcuna verità.
    Io ritengo che l’unica verità che può “salvarci” (umanamente) è quella strappata, attraverso i fatti, all’ipocrisia del potere, che quei fatti vuole occultare.
    Questa è, credo, la lezione sempre valida dell’illuminismo.

  11. Vincenzo Cucinotta Says:

    Ma siamo poi certi che sia la “cupiditas” la caratteristica precipua degli umani? A me piace il concetto di “libido”, che condividiamo con tutti gli esseri viventi, perfino con le piante, e che ci ricorda il partecipare all’universo biologico. La libido intesa quindi come volontà di vivere, come la forza vitale stessa che manifestandosi come fame ci costringe a procacciarci il cibo, che facendoci sentire dolore, ci fa allontanare dalla fonte del dolore…
    Non potrebbe la “cupiditas” come ne parli tu piuttosto frutto di una specifica cultura, dell’ideologia occidentale in particolare? Perchè diamo per scontato che l’uomo in quanto tale sia portato a volere sempre di più?
    Eppure, non mancano certo studi etnologici che mostrano l’esistenza di comunità umane che sono vissute per molti secoli sempre badando alla propria sola sopravvivenza, utilizzando sempre gli stessi strumenti e gli stessi procedimenti, esattamente come un uccello che mangia frutta fino a saziarsi, mai pensando di raccogliere tutta quella che cresce sull’albero.
    A volte, la collocazione in uno specifico contesto storico, ci impedisce di scorgere qualcosa che ne sta al di fuori, ci fornisce una prospettiva parziale che fatalmente crediamo essere l’unica prospettiva esistente.

  12. md Says:

    @Andrea: condivido quel che dici, ma il mio discorso sulla “verità” (e sulla sua impossibilità) ha sempre a che fare con il suo concetto originario totalizzante e unificante. Ecco perché preferirei che quel termine non venisse utilizzato, anche se, come Lenin ha molto ben detto, “la verità è rivoluzionaria”.

    @Vincenzo: di fatti ho premesso “ammesso e non del tutto concesso” e ho messo tra parentesi l’elemento della storicità e dunque della specificità culturale di bisogni e desideri.
    Lungi quindi da me voler generalizzare: tanto la mia formazione mentale quanto i miei studi e letture mi portano a tenere sempre presente l’argomento etnocentrico ed antropocentrico.
    Certo che la “cupiditas” così intesa è un modo di essere innanzitutto occidentale (ma non solo), che però in questo momento è un modello vincente sul pianeta; dunque bisogna partire da questo “fatto”, che non è un destino ma un processo suscettibile di variazioni e, si spera, drastici ribaltamenti.

  13. Andrea Says:

    La butto lì: da un blog così illuminato e avvertito mi aspetterei un articolo di commento sugli ultimi fatti che riguardano la repubblica islamica dell’Iran…

  14. md Says:

    Andrea, hai sollevato un vespaio nella mia testa, con il corollario di un quarto di secolo di militanza politica internazionalista in crisi… comunque ti (e mi) risponderò

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