Sedicenti blog e Medioevo 2.0

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Sedicente blog filosofico: era stata questa l’espressione utilizzata qualche tempo fa da Vincenzo Cucinotta, in un commento sul suo Sito dell’ideologia verde, nel riferirsi al “mio” blog. Chiarisco subito che il termine non sembrava voler avere nessuna connotazione particolare, tantomeno negativa, anche se non ho potuto esimermi dal rimarcare, un po’ piccato, la stranezza di quel “sedicente”. Eppure, forse involontariamente, direi che quella qualificazione mostrava uno dei nervi più scoperti del mondo Web 2.0, in particolare della blogosfera. La parola “se-dicente” ci rivela il suo significato nel modo stesso in cui è stata costruita: “ciò che uno dice di sé”, l’autodefinirsi e autonominarsi, con la connotazione però negativa dello “spacciarsi per ciò che non si è”, “che si qualifica in modo abusivo”, come recita lo Zingarelli (ecco perché, mi perdoni l’amico Vincenzo, un po’ mi ero risentito).

Fabio Metitieri nel suo interessantissimo libro Il grande inganno del Web 2.0 uscito di recente per i tipi di Laterza, purtroppo in concomitanza con la sua morte improvvisa, indica come uno dei grandi problemi oserei dire “ontologici” dell’informazione in rete, proprio quello della validazione delle fonti.
Premetto subito che non dovrei essere molto contento di quel che in questo libro viene detto a proposito dello strumento blog e del mondo dei bloggher – dunque anche dello spazio che quotidianamente sto utilizzando da due anni e mezzo circa – dato che l’autore non perde occasione per criticarli e, talvolta, in modo piuttosto rude e impietoso, non sempre condivisibile. Autoreferenzialità, poca autorevolezza, diffusa pratica del copia-e-incolla, superficialità, ideologia nuovista, una rigida linkogerarchia – e soprattutto un mare di inutile e ridondante “fuffa”: queste in soldoni le caratteristiche principali della blogosfera. Mi verrebbe da dire: e come dargli torto? senonché significherebbe propriamente sputare nel piatto in cui sto mangiando.
Ma vediamo meglio, anche se per sommi capi, i punti più salienti delle tesi esposte da Metitieri (che, giova ricordarlo, si è occupato di Internet fin dal 1992, è stato giornalista, esperto di comunicazione e di biblioteche in rete – argomento quest’ultimo al quale sono oltretutto direttamente interessato).

1. Metitieri parte con il denunciare il problema cruciale della riduzione delle fonti informative e della conoscenza (non sto qui a sottilizzare sulla distinzione tra informazione e conoscenza, che pure è notevole). Paradossalmente, nell’era dell’accesso e della libera circolazione del sapere, il rischio è invece quello di un suo drastico impoverimento, di una più rigida gerarchizzazione e, soprattutto, quello del riduzionismo: il sapere ridotto-ad- internet ridotto-a-google ridotto-a-wikipedia, e via restringendo e semplificando. Prova ne sia la modalità con cui le nuove generazioni di studenti, i cosiddetti nativi digitali, svolgono le loro ricerche: dal copia-e-incolla wikipediano che anch’io osservo quotidianamente nella mia biblioteca alle richieste universitarie di validazione bibliografica a posteriori. “Tutto è google“, questo è il motto generale, con una pericolosa quanto generalizzata assenza (e mi ci metto anch’io) di una corretta mappa mentale della rete e degli adeguati strumenti metodologici per un suo utilizzo. Ci si dovrà prima o poi porre, anche in Italia, questo problema, e conseguentemente il compito di operare in direzione di una diffusa, capillare e sempre più indispensabile information literacy.

2. Critica dell’idea stessa di Web 2.0: si tratterebbe in verità di una semplice operazione di marketing, dato che il web per definizione contiene già l’elemento dell’interazione tra le persone. 2.0 non è nient’altro che ideologia nuovista, una rivoluzione sbandierata quanto inesistente. Non ci sarebbe cioè, a parere di Metitieri, una cesura tra il web (presunto) 1.0 e il web (autonominatosi, e dunque davvero sedicente) 2.0: tutti gli strumenti presenti ora in rete c’erano già prima, l’unica differenza, semmai, è che sono più facili da usare.

3. La blogosfera sarebbe l’emblema della fallita rivoluzione Web 2.0: quella che doveva essere una grande avanzata della libera informazione, della democrazia dal basso, della circolazione orizzontale del sapere, della discussione appassionata e dell’arricchimento contenutistico dei luoghi virtuali e delle menti, si è in verità rivelata come il regno della caoticità, dell’inadeguatezza, dell’autoreferenzialità, di un nuovo sistema piramidale rigido e gerarchico dominato dalla “struggle for attention“, con il risultato di un sistema quantomai discutibile di linkocrazia. Metitieri denuncia come in realtà, specie in Italia, il fenomeno dei blog sia pura apparenza: un mare magnum di siti che mai emergeranno in superficie, dove beccheggia la casta dominante dei Vib letti, quando va bene, da non più di 500 lettori fissi ciascuno – una cifra davvero risibile.

4. Metitieri non le manda a dire nemmeno agli old media (soprattutto quotidiani e periodici), in profonda crisi, non solo di vendite ma anche di autorevolezza informativa. D’altro canto, l’alternativa dei new media – il giornalismo dal basso annunciato dall’ideologia Web 2.0 – decisamente arranca. I cosiddetti UGC, gli user generated content, cioè i contenuti generati dagli utenti, non si stanno rivelando all’altezza del compito, anch’essi in difetto per quanto riguarda la puntualità, l’autorevolezza, la precisione, l’approfondimento, ecc. Fuffa e copia-incolla, insomma, la farebbero anche qui da padrone.

5. L’unico strumento del Web 2.0 che viene “salvato” da Metitieri è il sistema wiki: nonostante i difetti presenti (validazione, affidabilità, stabilità, neutralità e, aggiungerei io, il pericolo “riduzionista” di cui sopra), gli esperimenti in rete come quelli di Wikipedia si stanno rivelando molto interessanti e produttivi, poiché sfruttano e si rifanno alle intenzioni originarie dell’attività in rete, cioè al principio comunitario, orizzontale e democratico. L’anonimato, in questo caso, non sarebbe deleterio come per altre sezioni della rete (specie la blogosfera), poiché a prevalere è qui lo spirito collaborativo e interattivo, il disinteresse e non le mire per quanto innocenti di un individuo x in cerca di visibilità. E’ un po’ il motto di Ubuntuio sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti“. Oltretutto la cosiddetta swarm intelligence può funzionare molto meglio in questo caso.

6. Tra l’altro, a proposito di quest’ultimo aspetto, Metitieri auspica la convergenza, almeno virtualmente, delle nuove potenzialità del lavoro intellettuale in rete con le vecchie manie classificatorie e tassonomiche dei bibliotecari: una produzione e una condivisione vorticosa e continua di contenuti, razionalizzata (ma non posta sotto controllo) tramite nuove metodologie tassonomiche. Basti pensare alla potenzialità dei tag (e della cosiddetta folksonomia) o alle recensioni dei lettori, materiale che, se ben utilizzato, potrebbe benissimo entrare a far parte a tutti gli effetti del patrimonio biblioteconomico e informativo a disposizione di tutti.

Mi pare che i punti 5 e 6 rivelino un altro degli assi portanti del discorso critico di Metitieri (oltre a quello, senz’altro da riprendere ed approfondire, delle fonti e della loro autorevolezza): ci sarebbero in sostanza in lizza due modalità di intendere il web e la comunicazione in rete. Un’idea collaborativa e socializzante, per ora incarnata essenzialmente da Wikipedia (ma forse si potrebbero aggiungere gli sviluppatori delle forme open source o anche esperimenti comunitari come Second Life), contro un’idea più individualista e vippista, incarnata essenzialmente dalla blogosfera, che nonostante le grandi promesse si sta rivelando piuttosto deludente. Rimane certamente sullo sfondo la questione dei contenuti e della loro validità: la swarm intelligence cui abbiamo già accennato, che dovrebbe essere una sorta di wisdom of crowds, di saggezza delle folle, non si sarebbe rivelato uno strumento attendibile, anzi, talvolta sarebbe vero il contrario, anche perché il funzionamento dei motori di ricerca risulta alquanto discutibile e presenta ancora non pochi problemi.
Chi immette cosa e perché e con quali competenze da una parte, chi legge cosa e perché e con quali capacità di discernimento dall’altra: questo il vero nodo da sciogliere – per quanto la vera web-rivoluzione (e il vero problema della validazione) passa proprio attraverso la caduta della barriera tra produttore e fruitore di contenuti, tra scrittore e lettore, laddove ogni lettore può ora diventare facilmente scrittore. Cosa di per sé straordinaria, se non ci fosse il piccolo dettaglio della “responsabilità autoriale” e della autorevolezza delle fonti (qualità quest’ultima che, ovviamente, era, è e rimane del tutto convenzionale, anche nel vecchio regno culturale cartaceo, a meno di voler reintrodurre l’elemento divino o l’illuminazione dall’alto…).

***

Per concludere, devo dire che, sempre sputacchiando nello stesso piatto, non posso non convenire con la buona parte dei giudizi di Metitieri. In particolare chiuderei (lasciando però apertissime le questioni sollevate) con due osservazioni, una più specifica l’altra di ordine generale:

1. Il blog è uno strumento di scrittura tra gli altri. Certo, a differenza degli altri è più facile, più immediato, ma anche più problematico. In questi due anni (come ho già osservato) è stato per me un’esperienza utile, che ha assolto ad una pluralità di funzioni: una sorta di scrittoio virtuale, un luogo dove mettere ordine e fare sintesi, un’area di discussione e di confronto, ecc. Ma i difetti denunciati da Metitieri restano tutti: come si misura l’autorevolezza di quel che scrivo qui? serve a qualcosa o a qualcuno, davvero? e poi: non c’è forse troppo individualismo e narcisismo in uno strumento che mette sempre in primo piano quel che pensa l’autore e, piuttosto nascosti e in secondo piano, gli argomenti degli altri? Ho sempre pensato che questo blog dovesse essere un passaggio provvisorio verso qualcosa di più collettivo, e devo dire che ne sono ancor più convinto oggi.

2. Rimane il problema epocale dell’accesso alla conoscenza: al di là di internet (che pure si trova al centro di questo problema), la mia più grande preoccupazione è che si riproponga, contraffatto dalla finta orizzontalità della rete, lo schema di sempre: sapere di alto livello, più o meno specialistico e approfondito, per pochi, con relativi nuovi assetti verticali e gerarchici della conoscenza, contro un mare di fuffa per tutti gli altri, con in sovrappiù la pia illusione di partecipare ad un grande quanto sedicente progetto epocale di rinnovamento del sapere. Quello che Metitieri definisce con una formula efficace il pericoloso riproporsi di un Medioevo 2.0.
I suoi critici e detrattori, cui peraltro ora non può più replicare, ritengono che la rete abbia in sé gli strumenti per autogestirsi ed autodeterminarsi, e quindi per ovviare ai problemi che via via si presentano – ma ciò mi ricorda un po’ troppo la favola del mercato e della mano invisibile… (d’altra parte, lungi da me l’idea di invocare interventi regolatori, soprattutto da parte di politici o delle accademie o di qualsivoglia potere – molto meglio una sana e caotica anarchia rispetto a quella che sarebbe comunque una forma di controllo e di censura). E’ vero però che l’astuzia della ragione e, soprattutto, la condivisione delle intelligenze potranno anche riservare delle sorprese…

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10 Risposte to “Sedicenti blog e Medioevo 2.0”

  1. Vincenzo Cucinotta Says:

    Certo che quel vocabolo, scritto senza tanto rifletterci, ti ha proprio colpito, se lo richiami ancora, anche se ne capisco la funzione di spunto!
    Mi pare alla fine che ciò che dice Metitieri, sia in qualche misura accennato da te stesso alla fine: il mercato.
    Qui, non si tratta a mio parere di fare blogs o fare giornali, nè che la dimensione media dei lettori sia numericamente adeguata o non lo sia, qui si ritorna al problema della certificazione, che nel mondo dei blogs, ma direi un poì in tutta la nostra società è affidata a un meccanismo di mercato. Perfino i poteri politici in un sistema parlamentare sono affidati al mercato, si governa come si suol dire per consenso, cioè passando per il mercato del voto.
    Il mio libro fa appunto una critica spietata del meccanismo di mercato, tentanto di trovare vie alternative, anche se non sono certo così semplici da individuare.

  2. Marco "Sgrunt" Mattioli Says:

    Concordo con molte delle cose che dici. La distinzione tra web 1.0 e web 2.0 esiste certamente, ma si tratta talvolta di una riverniciata alle facciate. Strumenti (oggi deprecati in quanto “vecchi”) come forum e chat oggi vengono ridipinti e fatti passare come “nuovo web conversazionale”, caratteristica che appartiene al web dalla sua nascita.

    E’ vero che l’informazione in rete spessissimo si riduce alla copia della copia della copia della traduzione, o che molti dei contenuti reperibili sono scritti per Google più che per i lettori.

    Qui entra in gioco secondo me anche un pauroso ritardo del mercato: i bloggers in Italia spesso sono pagati 3/5 euro a post (nei rarissimi casi in cui postare sia retribuito e non fatto passare come stage o trampolino per il cartellino da pubblicista o puro “prestigio”), e quindi con queste cifre assai meglio copiare due righe di sunto da un sito estero. E quella fetta enorme di bloggers che non viene retribuita, cerca di prendere qualcosa dal truffaldino meccanismo di adsense, e quindi scrive mettendo in fila sterminate serie di keywords trendy ignorando quasi l’umano lettore. Questa brutta abitudine di non pagare i contenuti o deprezzarli, comunque i “nuovi media” l’hanno assolutamente imitata dal cartaceo.

    Del resto in Italia un ragazzo su tre sembra volersi infilare nel mondo della comunicazione, e con i chiari di luna che ci sono, queste piccole gratifiche fanno gola. All’estero ci sono meccanismo diversi, contenuti pagati anche 300 dollari, ma ampiamente ripagati da cifre e statistiche confortanti. In quel caso ci puoi perdere anche due giorni a scrivere un articolo con approfondimenti, ricerche, analisi, e questo è un grosso stimolo per la blogosfera.

    Certo, se vogliamo rimanere affezionati all’idea del blogger “duro e puro” che non ci guadagna una lira, che non ospita inserzioni pubblicitarie, che non promuove prodotti in campio di recensioni, allora il discorso certamente cambia. Ma in questo momento difficile mi sembra lecito che dal blogging si cerchi di ricavare qualcosa, non dico un vero stipendio ma almeno una piccola integrazione.

    Chiedo perdono se sono andato fuori tema, ma credo che il mercato alla fine c’entri sempre, anche quando si parla di informazione.

  3. md Says:

    @Marco: grazie per il tuo intervento, ci hai dato un’altra prospettiva da cui guardare la cosa (in effetti oltre che di mercato bisognerebbe parlare di lavoro, di attività e di precariato intellettuale, di general intellect, ecc. ecc. – ci sarà modo per tornarci).

    @Vincenzo: di fatti Metitieri a più riprese parla della questione profit/no profit, anche se solo per cenni
    (p.s. ho finalmente aggiunto il tuo libro nella mia pila estiva)

  4. Daniele Verzetti, Rockpoeta Says:

    Il Blog diventa un mezzo individuale quando l’autore é uno solo. Blog con più autori già sono un tentativo di collettivizzare il mezzo.

    Detto questo, non tutti possono aver voglia di scrivere e dire delle cose e quindi automaticamente si crea la divisione tra blogger che vogliono cmq dire qualcosa e chi vuole fruirne magari anche solo leggendo.

    Casomai resta il problema legato a molti blog che si aprono per raccontare di solito banalità ma questo é un altro problema.

    Poi che i blog siano tanti e sia difficile emergere é vero ma é anche vero che cmq ci sono più mezzi di libera informazione e chiunque può scegliere quale preferisce.

    Ciao
    Daniele

  5. Fabrizio, the wings Says:

    Difendono solo la loro “se -dicente” aurorità.
    😉

  6. Un nuovo medioevo Says:

    […] Scopro che ne aveva parlato anche Fabio Metitieri. […]

  7. enricodesimone Says:

    Il viaggio e’ liberatorio diceva Froid, ….il blog anche aggiungo io

  8. enricodesimone@fastwebnet.it Says:

    Depersonalizzazione da negazione, di che dell’io nel mascheramento?

  9. Dialégesthai in chat « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] formula “il medium è il messaggio”. Si è più volte discusso in questo blog (qui e qui, ad esempio) della forma problematica della riflessione filosofica, relativamente ai nuovi (e […]

  10. Piccola apologia dell’opacità | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] 3. Tutto questo fa naturalmente il paio con la presunta ed illimitata libertà e democraticità della rete: proprio perché siamo tutti in rete – irretiti – (o lo siamo tutti potenzialmente) e tutto tende a diventare se non trasparente traslucido, si punta ormai a misurare il tasso di partecipazione dei cittadini sulla base della loro presenza nei social o del loro accesso alle informazioni che circolano nel mare magnum della rete, dove tutto è sotto gli occhi di tutti, ed è accessibile a tutti. Il collettivo Ippolita – gruppo di ricerca interdisciplinare che vanta ormai 10 anni di attività – si è chiesto giustappunto se La Rete è libera e democratica? in un recente pamphlet della collana Idola di Laterza, e naturalmente la risposta è stata: falso! Con un’operazione sistematica (anche se non molto approfondita, data la brevità del testo) ci vengono svelati una serie di trucchi e di meccanismi che proprio mentre sbandierano il mito della trasparenza e del libero accesso, sono in realtà quanto di più opaco ci sia nel funzionamento della rete. A partire innanzitutto dalla sua riduzione e mistificazione: la Rete non è il Web (il www è solo uno dei tanti servizi disponibili), anche se da sempre si tende ad applicare qui forme retoriche tipiche quali la sineddoche o la metonimia – come quando si dice di cercare in google o in wikipedia, allargando a dismisura la copertura informativa (e dunque formativa) di una delle tante risorse disponibili e possibili (ne avevo parlato qui). […]

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