1/6750000000: l’infimo, il narciso e il colosso

francisco_goya_colosso

Non avevo ancora vent’anni quando pieno di speranze e di buone intenzioni partecipai al mio primo corteo “internazionalista”, a sostegno della Rivoluzione Sandinista

Qualche giorno fa, l’amico Andrea mi sollecitava ad intervenire sui recenti fatti iraniani. Ciò che scrivo qui non è proprio una risposta, dato che – al di là della generica e dovuta solidarietà con il movimento di protesta – parte da quella richiesta per provare a porre la “questione internazionale” sotto un’altra luce, quella cioè della biografia e dei destini personali. Nulla di più lontano e divaricato si dirà – le sorti del mondo da una parte, la piccola e miserevole vita di un individuo dall’altra (qualcosa come 1:6.750.000.000, volendo considerare tutti gli abitanti umani del pianeta alla stessa stregua, cosa che purtroppo non è).
Ma è proprio la presa di coscienza di un distacco apparentemente incolmabile a dover costituire la misura o la base di partenza per una qualche considerazione sensata su questo argomento (similmente lo si potrebbe fare per le distanze siderali dell’universo o per le immense distese temporali che ci hanno preceduto). Un io piccino piccino – che è fondamentalmente un io predeterminato e preconfezionato, che però ha l’ardire di ritenersi quantomai originale – di fronte a strutture macroscopiche che lo sovradeterminano. Entro una catena causale piuttosto ferrea: dalle amministrazioni locali, passando per le leggi di uno stato e la sua forza coercitiva fino alle convenzioni internazionali o ai reali poteri economici con tutta la coorte dei pupazzi del G8 (o G14 o G20 o GX, non si è ben capito), compresi gli eventuali (quanto rari) sommovimenti e rivoluzioni della storia – tutto converge nell’estremizzare quella dicotomia.
Dunque, mi verrebbe da chiedere, cosa contano le mie osservazioni o analisi o prese di posizioni su quel che va accadendo in Iran, nella già martoriata L’Aquila in questi giorni, in Palestina (da 60 anni a questa parte), in Honduras, nello Xinjuang Uygur (la cartina della Cina che tengo qui ben in vista sopra al mio scrittoio dice così), o in qualsiasi altro luogo della Terra? Anche perché, a rigore, dovrei occuparmi di tutti i luoghi contemporaneamente e a lungo, con rigore, lucidità e profondità, e non in modo così approssimativo e schizofrenico. Impossibile, si risponderà. Infatti.

E ancora, qualcuno obietterà che non è vero che non conta quel che pensano i singoli, anche a migliaia di chilometri di distanza (d’altra parte è l’epoca globale, con Twitter e YouTube e quant’altro a connetterci, che però è tutt’altro dall’avvicinarci), dato che il convergere di molti singoli (la moltitudine!) e delle loro idee, delle pressioni, e delle proteste, potrà davvero cambiare le cose. Ecco: quel davvero dovrebbe essere meglio indagato.
Ma ripartiamo dall’inizio e dall’elemento biografico (ho già detto più volte che è da sé che si deve partire, se non altro perché quel è il ricettacolo provvisorio del mondo, la lente attraverso cui ciascuno vede il suo mondo e da cui gli è impossibile prescindere, alienata o meno che sia quella visuale).

Come ho già scritto aprendo questo post: non avevo ancora vent’anni quando pieno di speranze e di buone intenzioni partecipai al mio primo corteo “internazionalista”, a sostegno della Rivoluzione Sandinista. Erano i primissimi anni ’80, un ciclo di lotte (interne e internazionali – che quindi apparivano tutt’uno) si andava chiudendo repentinamente, ma subito un altro sembrava in procinto di aprirsi. Data da quel momento la mia convinta adesione ad un’ottica internazionalista, cosmopolita, universalistica, antimilitaristica, antiimperialistica. Per cinque lustri non ho mancato un solo appuntamento importante, non ho perso occasione per testimoniare la mia solidarietà, schierarmi, marciare, dichiarare, urlare. Veniva (e viene ancora) piuttosto naturale a chi come me aderisce a posizioni, ideali, progetti che hanno a che fare con il grande sogno illuminista prima e (ancor più) marxista poi di riplasmare e rivoluzionare il mondo, appianando ingiustizie, schierandosi con i deboli e gli oppressi, contro i rapaci, le multinazionali, i guerrafondai. Ovvio, semplice, persino banale.
Senonché le questioni internazionali si rivelavano via via sempre più sfaccettate: che giudizio dare della rivoluzione khomeinista? o dell’invasione dell’Afghanistan? o delle infinite guerre civili sparse ovunque in giro per il pianeta, più o meno foraggiate dalle grandi potenze? Nel frattempo (finalmente) crollava l’URSS e il blocco sovietico, ma subito scoppiava la prima guerra del Golfo, si apriva la macelleria balcanica, e a ruota quella del Rwanda, poi ancora la seconda guerra del Golfo… Nel mezzo di tutto questo nasceva il movimento contro la globalizzazione liberista, impropriamente definito no global, e accadeva l’imprevisto ed imprevedibile attacco al cuore dell’Impero dell’11 settembre (evento che ha sparigliato parecchie cose), ecc. ecc. Non è qui il luogo di fare l’analisi di tutti questi eventi e fenomeni, che pure sono intrecciati e concatenati tra di loro, vorrei solo tornare al punto: l’io solitario che osserva tutto quel che accade intorno a sé deve per lo meno avere 2-3 punti fermi per poter prendere posizione, schierarsi o anche solo esprimere un’opinione, e cioè:

in primis la conoscenza di quel che accade;

-poi una fede o un’ideologia che dia un senso o una direzione auspicabile a quel che accade (cosa che sta più spesso al primo posto e precede la conoscenza razionale, anche se mi è dura accettarlo);

-ancor più, la convinzione di non essere del tutto inane e impotente (in quanto individuo pur appartenente a una comunità) di fronte alla storia e a quel che accade.

A proposito del primo punto, ho sempre ritenuto cruciale la conoscenza storica e geografica, a tutto campo: dietro ogni luogo e ogni fatto c’è un tale spessore, un tale intreccio spaziale e temporale, una tale concatenazione causale (e talvolta casuale) da far tremare i polsi solo a pensarci. Prima di esprimere un giudizio o un’opinione o un atto, occorrerebbe avere accesso a tutto quel fascio di conoscenze e di informazioni, sempre e comunque. Cosa praticamente impossibile per il singolo (e su cui anche lo storico deve faticare parecchio). Eppure è il modo di porsi più razionale, genuino e se vogliamo filosofico: so, e dunque giudico, e dunque agisco. Cosa c’è di più ovvio e trasparente? Sta di fatto che tale attitudine indurrebbe nel nostro attento osservatore una sorta di paralisi. Perché se si osserva, ci si scervella, si studia, si approfondisce, si mette in relazione, si va alla radice… ci si è già persi nel labirinto della conoscenza, e non si è combinato un bel niente. Spesso la via d’uscita sta in una sorta di agire emotivo, un prendere posizione piuttosto secco e forse simile a un riflesso condizionato: si sta da quella parte perché si sente di doverci stare.

Sul secondo aspetto non mi dilungo: ho già più volte espresso la carenza progettuale della politica, a maggior ragione internazionale visto il grande respiro che le questioni in campo richiederebbero (e su cui la solita coorte illegittima di pupazzi con i vari lacché, riunita all’Aquila, va cianciando da anni, da un vertice all’altro, con tutti i loro giri di valzer, senza cavare un ragno dal buco – e senza soprattutto che le “moltitudini” li mandino una buona volta a cagare): l’ambiente terrestre è uno e interconnesso e noi ci stiamo comportando come se fossero tanti pezzetti di cui ciascuno possa disporre come gli pare (in genere malissimo). Si è aperta così la lotteria dell’inquinamento globale, da morir dal ridere se non fosse che davvero di morte futura si tratta…

Infine: una delle critiche che ho sempre mosso alla prospettiva utopica e rivoluzionaria (che evidentemente o è internazionale o non è), è proprio quella della discrasia temporale tra attesa individuale e attesa collettiva. Lotto oggi per una trasformazione (per nulla garantita) che potrebbe avvenire non domani e forse nemmeno dopodomani. Sol dell’av-venire si diceva un tempo, future generazioni si blatera oggi, ma l’orizzonte (non solo utopico) resta buio e impenetrabile. Figuriamoci poi quanto questi argomenti possano oggi far presa sulla mente bacata dell’omino occidentale (vieppiù planetario), così narcisista e immerso nel suo presentucolo sospeso, senza passato e senza futuro. L’ideologia della fine della storia aveva esattamente quell’obiettivo, e direi che l’ha raggiunto. Anche se, almeno per ora, non è finito un bel niente, com’è ovvio che sia.

Tanto per cambiare, concludo con le solite domande in stile “quadratura del cerchio” – e mi chiedo: non è proprio più possibile mettere in movimento il presente, coniugare l’io al noi, porre al centro la relazione (relazione intraumana, interspecifica, tra noi e l’ecumene, ecc.), pensare che l’autodeterminazione sia un’autodeterminazione dei molti, anzi di tutti? Sono forse io (di nuovo!) a non saper uscire da questo (mio e personale) spazio mentale comunista originario – l’onnilateralità che nel realizzare me realizza anche gli altri?
Anche perché la questione di fondo, cari miei e caro il me stesso discrasico, rimane sempre quella: le risorse, la roba, la proprietà. O si condividono o salta tutto.

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46 Risposte to “1/6750000000: l’infimo, il narciso e il colosso”

  1. Vincenzo Cucinotta Says:

    Bell’analisi razionale sull’impegno internazionalista!
    Ma cosa conta poi la razionalità? Non è poi questa la carenza di tante belle politiche, di ignorare l’uomo com’è effettivamente, alla ricerca dell’uomo individuo libero e razionale?
    Niente da dire sui primi due punti, ma sul terzo, permettimi di obiettare. L’obiezione è che nessuna nostra azione merita di essere portata avanti soltanto per il raggiungimento di un obiettivo. Essa deve soddisfarci quando la compiamo, o almeno quesrto rapporto tra stare bene e agire non merita di essere ignorato.
    Personalmente, credo con le mie parole di potere influenzare il mondo, poco, molto non posso dire, si vedrà. Ma per me conta molto il fatto che quest’opera di comunicazione del mio pensare è in sè soddisfacente: senza tale requisito, non la farei, e penso anche che non vada fatta. I cosiddetti sacrifici richiedono motivazioni, a tal punto che quando trovano motivazioni adeguate, non sono più sacrifici e si torna al punto di partenza.

  2. kinnie51 Says:

    @MD: con tutti questi discorsi pessimistici, non starai mica pensando di chiudere il blog? Non lo fare proprio ora che io l’ho scoperto!
    Si ,in findo la nostra infima opinione sevirà forse a poco, ma l’importante è comunicare e poi le soluzioni si trovano.
    Io non credo alle rivoluzioni, o meglio ci credo, ma a quelle pacifiche che si verificano spontaneamente quando la misura è colma.
    Condivido con Vincenzo il fatto che l’opera di comunicazione del proprio pensiero è in sè soddisfacente e che ogni nostra azione merita di essere portata avanti a prescindere dal raggiungimento o meno di un obiettivo, ma solo se ci fa stare bene.

  3. md Says:

    @Vincenzo: naturalmente, se non trovassi “soddisfazione” nel mio agire politico (anche se diverso rispetto a quando avevo vent’anni), nel mio comunicare idee, nel mio criticare, ecc., non credo che lo farei. Tuttavia ho trovato e tuttora trovo piuttosto insoddisfacenti le forme tradizionali di “militanza” – cosa che non mi fa desistere dal ricercarne altre.
    La razionalità per me non solo conta, ma è tutto: non certo perché nego che via sia una parte di me “animale”, emotiva, “irrazionale”, ecc. – ma perché ritengo che la parte razionale sia quel meraviglio marchingegno in grado di far dialogare le altre, oltre che gli umani tra loro un po’ meglio – e trovo ciò davvero straordinario.

    Ecco perché – e rispondo a kinnie51 – nessun discorso “pessimistico” potrà mai spaventarmi, oltre al fatto che non sono per natura pessimista (per lo meno non in modo ideologico o acritico), e non ho nessunissima intenzione di chiudere il blog…
    Anzi, ho appena cominciato a divertirmi!

  4. Andrea Says:

    md, ti ringrazio per non avere ignorato la mia richiesta di un articolo sui fatti iraniani, richiesta che in parte era provocatoria, come forse in parte lo è la risposta, nel senso di ignorare il tema per procedere a una riflessione generale sull’opportunità di esternare il proprio punto di vista su quanto accade nel mondo.
    In modo lievemente polemico potrei dire che questi dubbi metodologici non sono affiorati quando l’indignazione ha prodotto spontaneamente articoli appassionati sulla Palestina o su altre ingiustizie planetarie.
    Ma è quello che tu stesso riconosci quando parli delle pre-comprensioni che comunque velano le nostre interpretazioni del reale.

    Però… e qui tornano altre discussioni, e il valore illuministico della conoscenza – mi fa piacere che tu ti ci riferisca – i FATTI sono irriducibili anche alle interpretazioni più faziose. E i fatti talvolta ci fanno cambiare opinione. I fatti d’Ungheria, quelli di Cecoslovacchia, piazza Tienanmen, ecc. Per evitare fraintendimenti, la mia Weltaanschaung ideologica non è molto distante dalla tua.
    Aggiungo solo che quando nell’articolo affermi che per esprimere un qualche giudizio razionale su un fatto, essendo tutto interconnesso, bisognerebbe avere la comprensione razionale dell’universo-mondo, e quindi una sorta di visione sub specie aeternitatis, pecchi di spinozismo e soprattutto di hegelismo (sono entrambi dei grandissimi, si prenda quanto dico cum grano salis): non c’è bisogno di conoscere tutto lo scibile per esprimere un giudizio fondato su Hitler, basta conoscere Auschwitz.

    E un’altra cosa: anch’io contesto il punto 3, ma non dal punto di vista utilitaristico di Vincenzo e Kinnie, ma semplicemente da quello che un’azione è doverosa, se la si ritiene giusta, indipendentemente dal risultato (ditemi pure che pecco di kantismo).

    Se poi ti andrà di scrivere qualcosa sui fatti iraniani, credo che lo farai, come sempre, a ragion veduta.

  5. Andrea Says:

    errata corrige: Weltanschauung (sono sempre un prof, diamine…)

  6. md Says:

    Grazie per il tuo intervento Andrea, concordo con gran parte di quello che sostieni.
    Il problema però non sta tanto (o non solo) nel giudizio sui fatti, ma nel semplice accesso alla conoscenza dei fatti. E non è detto che la rete ci faciliti davvero.

  7. Umberto Says:

    Bello succoso questo post. Al solito tempi biblici di preparazione della risposta, nel senso che uno deve stare attento a quello che è stato detto nel post, poi leggersi i commenti al post per evitare di ripetersi, e via dicendo, insomma ‘na palla…. Per fortuna la natura dei commenti mi mette spesso al sicuro dal rischio di ripetere involontariamente qnto già affermato da altri…
    Infatti per questo post (e anche per quell’altro che avevo intenzione di commentare ma che poi non commentai) non sono d’accordo con le affermazioni che compaiono nei commenti. Il discorso sull’importanza o meno della razionalità, fatto tanto “pour parler” a parere mio, per cui sorvolo. Sull’importanza della comunicazione, sorvolo anche qui per l’ovvietà del significato – critico invece -fermamente- l’idea di una rivoluzione pacifica quando la misura è colma! Abbiamo ancora un’idea di noi stessi come di pecoroni con mooolta pazienza (che in realtà altro non è che spregevole masochismo) che però qndo si incazzano sono dolori?? Niente di più sgradevole ai miei occhi del popolaccio che sopporta con (falsa)pazienza le angherie dei potenti per poi ribellarsi, uccidere il re, scannarsi fra di loro e in-consci della propria meschinità di popolaccio invocare con ansia l’avvento di un nuovo re.
    Sul fatto che una rivoluzione per raggiunto limite di sopportazione sia pacifica, forti forti dubbi.. Sorvolo anche sull’ultimo commento, e quindi entro nel merito del post.

    Prima una osservazione “critica”: i grassetti non mi aiutano affatto a capire il senso del post. Anzi a mio parere esprimono la volontà di mascherare il senso sotteso al post, che poi comunque è chiaro anche senza che se ne grassettino le parole chiave. C’è comunque una volontà di dissimulazione, ma tutto sommato comprensibile nel momento in cui affiora qualcosa che fa a pugni con qualcos’altro.
    Queste grassettature infatti si riferiscono per buona parte a luoghi geografici (in ottica “global”), o a concetti ideologici (anche questi piuttosto “global”) come “marxismo”,”utopia”,”rivoluzione”,”illuminismo”,”ambiente”,”G8,”11 settembre”, etc.
    Si salvano dalla scomoda inquadratura “global” solo quelle poche grassettature che possono fregiarsi della ben più ampia etichettatura di “universali”: mi riferisco a “conoscenza”, “fede” e perchè no anche “narcisismo”. Qui siamo su tutta un’altra ottica: anche questa in un certo senso globale, ma si tratta di un “altro globo” non saprei come dire 🙂
    Mi sorge il dubbio sempre più forte specie quando vedo il grassetto su “Xinjuang Uygur” che a malapena so cosa sia, apprezzo la meticolosità da bravo studente nell’averlo scritto penso correttamente (magari hai fatto un copia incolla, ma ad ogni modo non ho nessuna intenzione di controllare!), che sarà mica quel posto dove vivono gli “Uiguri”?, la minoranza etnica oppressa dai cinesi che ha costretto il premier cinese a tornare in fretta e furia in patria disertando i lavori del G8. Ah già. Beh come vedi anche io sono un tipo che “si informa” (oh gesù, quasi me ne vergogno).
    NOTA: sul significato della parola INFORMAZIONE, in-formazione, cioè “inserito in una forma”? Ehi, non è che qui c’è puzza di bruciato?
    Che differenza passa fra dire “informatevi” e “conformatevi”?????
    Cosa sono i “mezzi di informazione”? Perchè è così importante che anche i più ribelli e recalcitranti dell’ordine costituito (vedi anarchici di centri sociali) diano così tanta importanza alla informazione, alla libera diffusione delle informazioni e ad altre amenità di qsto tipo?
    Questo è troppo off-topic per cui mi stoppo.

    Comunque, per ora ipotizzo che quella serie di grassettature sia ironica, provocatoria, perchè diversamente mi riesce difficile interpretarla se non come un diversivo come accennavo in partenza.

    Ora faccio questo esperimento: siccome il commento che avevo in mente era davvero troppo lungo e spropositato, aspetterò una tua risposta a questo primo commento, dopodichè ne scriverò un altro e via dicendo così che si formi un dialogo e non una specie di alternanza di monologhi, che è cosa molto triste e poco efficace a parere mio.
    Ti anticipo che vorrei parlare di quel senso di inaudita piccolezza di fronte alle soverchianti strutture nazionali e sovra-nazionali di cui hai accennato nel post, e sulle conseguenze possibili nella vita quotidiana di questo sentimento, e sulle possibili soluzioni, qndi sarà un discorso piuttosto lungo e articolato dove si dovrà restare diligentemente nel tema, pena la dissoluzione di ogni possibile soluzione 🙂
    Detto questo, attendo tue nuove 😉

  8. md Says:

    Caro Umberto, direi che anziché occuparti della “fenomenologia delle grassettature” (che pure, come rilevi, hanno una certa importanza, che quindi mi induce a chiedermi, da filosofo, perché le uso, perché sottolineo certe parole e non altre, perché alcune le grassetto e altre le corsivizzo – si potrà dire così? – ecc. ecc.) potresti venire al sodo – insomma, concentrati sull’essenziale, e snocciola pure la seconda parte del tuo commento, anche perché l'”inaudita piccolezza” era proprio uno dei temi chiave del mio post…

  9. md Says:

    Stavo anche pensando un’altra cosa: che a livello “globale” ha avuto molto più peso la morte di Michael Jakcson, di tutte le rivolte, i conflitti e le guerre attualmente in corso sul pianeta messe insieme…
    Qualcuno dirà che sono fenomeni di ordine incomparabile – ma ne è proprio sicuro?

  10. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Umberto
    Guarda che quando vuoi commentare un post, nessuno ti costringe a commentare anche i commneti. Non dico che sia vietato, ma certo non è obbligatorio, anche quando non si ha nulla da dire in proposito, come sulla questione della razionalità che è stata avanzata, evideentemente da me, tanto “Pour parler”…
    Ma si può commentare così? Adesso pretendi di sostituirti a me, e di conoscere anche le mie motivazioni più riposte. La questione del rapporto dell’uomo con la sua razionalità è uno dei cardini del libro che ho scritto, e tu dici che lo sollevavo “pour parler”?
    Sarebbe fin troppo facile dire che il tuo commento sia tanto pour parleur, e difatti non lo dirò 😀

  11. Umberto Says:

    Mario non riesco a lasciare commenti, che c’ha sto blog che non va accidenti

  12. Umberto Says:

    forse era troppo lungo il commento. provo a spezzare

    parte #1

    Premessa, in merito al commento di Vincenzo: ci sarà sicuramente tempo per chiarire meglio ciò che si voleva intendere nei rispettivi commenti; in merito al commento che ho criticato, qui di seguito ho sollevato qualche altra piccola obiezione, dopodichè sono disposto a fare volentieri un po’ di dialettica.

    Ma si venga dunque al dunque. Mi si perdoni l’esordio con citazione, ma quando ce vò ce vò: cito Fromm, “Fuga dalla libertà”. In questo libro Fromm presenta le caratteristiche principali della società moderna, capitalistica e tecnologica, contrapponendola alla precedente società medievale. Non mi soffermo sulle caratteristiche, ma chiarisco subito quali siano le sensazioni del singolo che si trova a vivere in una società di questo tipo: “L’uomo, pur avendo raggiunto un grado notevole di dominio della natura, non controlla le forze della società che ha creato. La razionalità tecnica del sistema di produzione è accompagnata dall’irrazionalità dei suoi aspetti sociali. […] (L’uomo) non è più davvero padrone del mondo che ha costruito; al contrario, questo mondo fatto dall’uomo è diventato il suo padrone, davanti a cui egli si inchina, che cerca di placare o di manipolare come meglio può”.
    Che ne consegue? Ebbene, secondo Fromm tutto ciò provoca nell’uomo un “sentimento di isolamento e di impotenza”. C’è dell’altro ma credo sia opportuno fermarsi qui con le citazioni.

  13. Umberto Says:

    parte #2

    L’uomo dunque, nella società contemporanea, si sente “isolato” (che, come mi ha insegnato un amico, è diverso dall’essere “solo”) e “impotente”.
    E’ naturale che emerga molto più spesso il senso di impotenza che quello di isolamento. Quest’ultimo viene accettato spesso anche benvolentieri (per lo meno all’apparenza, razionalizzando – del resto la misantropia aiuta), ma è dura rassegnarsi all’impotenza…. Specie al giorno d’oggi, dove vige la dura legge dell’homo homini lupus e tu devi dimostrare all’altro di essere “potente” per conquistarti il tuo tozzo di pane..
    Di impotenza parli tu stesso esplicitamente quando affermi che “la convinzione di non essere del tutto inane e impotente (in quanto individuo pur appartenente a una comunità) di fronte alla storia e a quel che accade” sia uno dei punti fermi per prendere posizione (notare l’origine semantica ->militaresca<- di una espressione come "prendere posizione"…….). E che dire, ormai il dado è tratto.

  14. Umberto Says:

    parte #3

    INTERESSANTE ora rilevare il fatto che:
    1) sia Vincenzo, che kinnie51 che Andrea hanno fatto obiezioni al punto 3… Evidentemente il tema della “fede” o “fiducia” (perchè è di questo che stia parlando Mario, o mi sbaglio? non è forse questa cosa qui la “convinzione” di cui parli?) risulta essere anticonformista e quindi solleva obiezioni. Inoltre, e forse più importante, è questo il punto in cui il tema dell’impotenza emerge ben preciso, insomma lì hai fatto vibrare la nota dolente e le risposte non sono mancate – ora non mi azzardo a fare i pelucchi, ma in effetti vorrei capire se queste risposte siano state una “reprimenda” per aver osato sollevare il tabù dell’impotenza (non sessuale birboni..), o se abbiano voluto incoraggiare a proseguire con la disamina. Boh ci pensino altri per ora a stabilirlo.
    Vedo per esempio la volontà di “rassicurare” sia da parte di Vincenzo che di Andrea: per il primo e per kinnie l’azione o la comunicazione sono cose che valgono per se stesse in quanto “soddisfacenti” (ma in che senso lo sono?) oppure che “ci fanno stare bene” (ma cos’è veramente quello “stare bene”??). Per Andrea l’azione è da riportarsi come dovere di fronte a una cosa che si ritiene giusta: con il che penso ci si riporti allo stare bene di nuovo (agire secondo coscienza, dunque essere in pace con la propria coscienza, dunque stare bene).
    D’accordo, ma tutti e tre hanno svicolato alla grande sul punto chiave: la miserrima situazione del singolo posto di fronte alla schiacciante superiorità delle meccaniche globali. Qui secondo me anzichè accampare qualche soluzione provvisoria faidatè che esorcizzi (furbescamente) la paura, conviene fermarsi un attimo e pensarci sopra come si deve – cioè AFFRONTARE il senso di impotenza – questa volontà di “rassicurare” di cui ho accennato in precedenza, siamo sicuri che non sia più che altro una volontà di rassicurare se stessi più che impomatare sul nascere lo sfogo del dubbioso Mario?
    Per quanto mi riguarda, siccome sono un po’ birichino, quando vedo un pertugio mi piace spiare per vedere cosa c’è dentro..
    2) non è un argomento molto valido, tuttavia nessuno ha avuto da dire sul punto 1 mi pare. Del resto il tema della “conoscenza” è così politically correct

  15. Umberto Says:

    Sempre sul punto 3: è interessante notare come le risposte al punto non abbiano posto la questione sul senso e sulla effettiva validità dell’agire. Cioè, il “perchè agire?” non mi sembra essere problema scottante. Semmai è un problema come motivare l’agire in quanto tale, visto che dall’azione non si può (così pare) prescindere. Andrea parla anzi di “azione doverosa”, come se agire sia la conseguenza di un dovere piuttosto che di un volere… Mah.
    Cita anche Kant, ora non so in che termini perchè sono piuttosto ignorante in materia, però in effetti è molto curioso rilevare il fatto che, a Kant, Fromm nel suo libro riserva un posto fra gli ideologi della mentalità del nostro tempo: l’affascinante Kant (che, guardacaso, è molto in voga oggigiorno, almeno così parmi..) con la sua “legge morale in me”, ha preparato ideologicamente il terreno a quel senso di impotenza di cui oggi noi tutti ci lamentiamo – e come precursori di Kant in quest’opera, gli esimi Martin Lutero e Calvino – Kant fedele continuatore dell’opera loro. Non parliamo poi di Hegel e della sua idea di Stato, che ricordo molto poco ma quel poco mi basti…

  16. Umberto Says:

    parte #5 (e sticazzi)

    Per motivare un po’ la mia ostilità verso questo genere di difese dell’azione, una nota biografica: a suo tempo questa ideologia dell’azione mi espose a una critica che mi ferì: perchè mi si accusò di essere uno che “non fa nulla”,”non agisce”… Lì per lì la presi male, perchè capii l’arroganza e l’infondatezza dell’argomentazione, ma non la realtà sottostante: oggi quando sento gente che inneggia all’azione capisco che si tratta di impotenti che non hanno il coraggio di ammettere di fronte a se stessi la loro impotenza, e dunque proiettano al di fuori di sè questo senso di impotenza, inneggiano all’azione tout court, riprendendo quanti sembrano non agire o non volerlo fare, e dimostrandosi con ciò i più esimi rappresentanti del conformismo piccolo-borghese, cioè la classe sociale da sempre maggiormente esposta al senso di impotenza. Alè.

  17. Umberto Says:

    (forse ho capito solo ora perchè non mi faceva mandare il commento per intero – evabbè)

    Ora, per i più volenterosi, compreso Mario ovviamente, è stato lui a tirare in ballo la questione…: come uscire da questo senso di impotenza? La fede è fondamentale, ma secondo me non è sufficiente. Prima però vorrei avere qualche feedback per sapere se ho sparato un sacco di minchiate 😉

  18. md Says:

    Oh bé, ci vorrebbe una giornata per risponderti, caro Umberto.
    Sulla inanità/impotenza individuale aggiungo un paio di cose, magari contraddittorie:
    resto convinto del fatto che un individuo-uno non conti nulla sull’arena della storia (a meno di tirare in ballo la teoria hegeliana degli individui cosmico-storici, e di sostenere che gente come Hitler o Pol-Pot non siano solo generati dai meccanismi, ma che ci abbiano messo del loro individuale – e allora bisognerebbe anche rispolverare la faccenda del tirannicidio, ma la cosa si farebbe ancor più complicata);
    d’altra parte non c’è altro modo per l’individuo che quello dell’agire sociale (anche perché non è pensabile, come già detto e discusso più volte, un individuo irrelato e scisso dalla società): io, cioè non conto nulla, e forse nemmeno io+io+io+io… contiamo poco (una testa un voto, per intenderci), ma un’idea, un modello alternativo di convivenza desiderato, condiviso, sognato e progettato magari qualche chance ce l’ha. Certo, la carenza oggi sta forse nella “condivisione” – cosa che io, alla fine del post, riferivo un po’ marxianamente e del tutto “fuori moda” alla questione della proprietà, che a mio parere resta cruciale. Oggi, per lo più, si preferisce essere tutti quanti proprietari (di desideri, non solo di oggetti), piuttosto che… già, piuttosto che cosa?

  19. Umberto Says:

    Quando dici che l’individuo di fronte alla cosiddetta storia ha un valore molto limitato, dici bene, ma secondo me non è questo il punto. Qui non si sta parlando di storia, giacchè la storia è comunque fatta da individui, e la sorte o il caso o i meriti determinano il corso della vita di questi individui nel contesto storico: cioè la storia presuppone comunque che ci siano degli individui che “interagiscano” (parola orrenda) fra loro.
    Ma la novità del mondo moderno non sta tanto nel minuscolo ruolo che gioca il singolo nel grande afflato del cosmo (che appunto non è una novità), quanto nel fatto che ogni individuo non ha più a che fare con il suo simile, ma con la struttura burocratica che inquadra il suo simile nel meccanismo di produzione/consumo etc!
    Non c’è più l’uomo, c’è l’uomo funzione di qualcosa (mi ricordo bene quel post sulla persona che “è inutile”…), c’è l’uomo immagine di questa funzione (il marketing di se stessi), e tutto il resto (cioè le vere peculiarità umane) se non viene messo in secondo piano viene addirittura represso. Questa non è farina del mio sacco, ci tengo a precisare, è tutta roba di Fromm: ovviamente sono cose che si sono pensate (non credo di essere stato l’unico) in forma più o meno definita e cosciente prima di leggere Fromm, ma c’è arrivato prima lui a mettere le cose in chiaro per cui mi sembra giusto riconoscerne i meriti e invitare alla lettura delle sue opere.

    Ora, cerco di capire un po’ com’è la faccenda.
    Parli di agire sociale, e mi trovo d’accordo con te. Critico la parola “condivisione” perchè secondo me è troppo diffusa e viene usata impropriamente. Le critiche a Facebook mi misero la pulce nell’orecchio, devo dire che ora sono ben sgamato a proposito. La “condivisione” è a parere mio la forma “nevrotica” di un’altra cosa, che potrei che ne so chiamare “coscienza comune” o altro proprio non so che nome dargli.
    Ma con una similitudine credo sia chiaro cosa intendo per “condivisione”:
    secondo me “condivisione” sta a quella cosa lì, come “sentimentalismo” sta a “sentimento”. Chiaro no? 😉

    Comunque vorrei capire meglio cosa intendi con “condivisione” e con idee comuni, progetti comuni, desideri comuni etc.
    Vediamo cosa ne pensi tu, e poi cerco di pensarci un po’ su anche io 🙂
    Ricordo che qui si tratta di escogitare metodi che portino a vincere il senso di impotenza.

  20. Andrea Says:

    a Umberto

    Non voglio rassicurare proprio nessuno, stai tranquillo.
    md si poneva il problema del senso dell’agire qualora si dubiti che la nostra azione possa incidere sulla realtà. Io semplicemente credo che se si agisse soltanto quando si è certi dei risultati delle nostre azioni probabilmente non si compierebbero la maggior parte delle nostre scelte.
    Su Kant il discorso è un po’ complesso. Tu dici: l’azione è frutto del volere e non del dovere. Nel caso di Kant trattasi di dovere autoimposto, e proprio dalla volontà. Semplifichiamo: (esempio tratto dalla ragion pratica kantiana) un testimone in un processo sa che un imputato è innocente, ma viene minacciato di morte dal vero colpevole. Ci sono due possibilità: dice il falso e salva la pellaccia; dice la verità e corre il rischio della ritorsione del reo. Questa è la nostra libertà, e il nostro potere di scelta: scelte simili, anche se magari – e per fortuna – non così estreme, capitano tutti i giorni, e tutti i giorni abbiamo la possibilità (il potere) di agire seguendo esclusivamente il nostro interesse particolare o ciò che possiamo considerare il bene comune (in questo caso la giustizia).
    Anche il testimone che dice la verità lo fa per “stare bene”? Ammesso e non concesso, è comunque uno stare bene assai diverso da quello che deriva dal perseguimento del proprio vantaggio personale.
    Non mi stupisce che Fromm consideri Kant un “ideologo”. Da buon marxista si tiene fedele all’ortodossia che vede in Kant un corifeo – magari inconsapevole – degli interessi della classe dominante nel ‘700, cioè della rampante borghesia alla vigilia della rivoluzione industriale. Ma, se mi permetti, è una lettura un po’ vecchiotta, e tutta da dimostrare (con tutto il rispetto per Marx, sempre più grande dei suoi epigoni).
    Poi non ho ben capito che c’entri il punto 3 di md con la “fede” o la “fiducia”, quello semmai era il punto 2, che nessuno mi pare abbia contestato (si fa per dire).

    ps (scherzoso) Umberto, ho dato un’occhiata al tuo blog: mi fa piacere che in quelli altrui tu accetti di intrattenere conversazioni anche con perdigiorno non lombardi (sono di Roma)

  21. Umberto Says:

    @Andrea
    Il tema dell’azione è scottante, si sa. In questo senso mi sento di respingere senza troppo esitare una argomentazione come quella esposta nel commento. Esordire con un “semplicemente” mi fa pensare a una scarsa riflessione in proposito, la volontà semplificazionista nasconde troppo sovente un intento minimizzatore, anestetico. La frase in sè, suvvia, mi sembra anche un po’ banalotta, e non lo dico con intento polemico sia chiaro:
    “Io semplicemente credo che se si agisse soltanto quando si è certi dei risultati delle nostre azioni probabilmente non si compierebbero la maggior parte delle nostre scelte”.
    Direi che il problema serio del significato dell’agire per l’uomo moderno pretenda una riflessione ben più articolata di questa. Si tratta di discorsi che potrebbero farmi equivalentemente mia madre o il primo passante che capita per strada, e che ovviamente ho già sentito in altre occasioni.
    Affermazioni di questo genere secondo me ammettono in un certo senso, in forma implicita, l’inconsapevolezza delle motivazioni che ci spingono ad agire. Dare maggiore importanza all’azione in sè, svuotandola perciò di valore e significato, e sospendendo il giudizio critico sulle proprie azioni, non può che lasciare campo aperto alle motivazioni inconscie, il che implica la rinuncia alla consapevolezza di sè. Brutta roba.
    Tornerei anche sullo “stare bene”: chi è che decide cosa sia meglio per noi? Perchè noi stiamo bene dopo che abbiamo preso una decisione o compiuto un’azione? A chi è che gioviamo quando questo accade? A noi stessi o a qualcun’altro? E se a qualcun’altro, di chi si tratta?
    Molte persone si sentono bene perchè hanno obbedito al loro super-io, cioè alle imposizioni che gli sono state inculcate in un più o meno lontano passato – Bern (uno psicologo canadese, contemporaneo) direbbe che hanno agito seguendo il volere del loro “genitore”, cioè secondo la tripartizione della mente umana in “adulto” “genitore” e “bambino” hanno obbedito come “bambini” in risposta alle imposizioni di un “genitore”. Aver obbedito è in un certo senso fonte di piacere in un bambino, l’educazione è tuttora pesantemente incentrata sull’obbedienza.. Per cui si fa del bene a se stessi, ci si sente bene, ma siamo sicuri che si tratta di vero benessere, e non di un’illusione?

    Tornerò invece in seguito sulla critica a Fromm.

  22. Andrea Says:

    a Umberto
    D’accordo, la mia affermazione sarà anche banalotta, e giustamente tu hai incentrato tutta la tua replica su di essa, lasciando da parte il cuore del mio intervento, cioè Kant (un po’ meno banalotto del sottoscritto) e l’esempio tratto dalla ragion pratica.
    Quell’esempio metteva in chiaro la possibilità di due scelte diverse e reciprocamente escludentisi (se vuoi, è l’analogo di un aut-aut kierkegaardiano): una tesa a soddisfare esclusivamente un interesse personale (l’istinto di conservazione); l’altra a perseguire un fine comune, come una società più giusta, con un delinquente di meno in giro e un innocente di meno in galera.
    E, al di là dell’esempio in questione, che per essere efficace dev’essere estremo, ci troviamo costantemente di fronte a “bivi” di questo genere, in cui interesse privato e collettivo confliggono. Kant parla di dovere quando si fa prevalere l’interesse generale (in termini kantiani, quando “la massima della nostra azione possa valere come principio di una legislazione universale”), di “egoismo” o “amor di sé” quando si segue il secondo. E, in modo apparentemente paradossale, solo col dovere coincide la massima libertà di scelta, perché significa non tenere affatto in conto i condizionamenti esterni che potrebbero portarmi a non agire o ad agire diversamente (di qui la mia affermazione che a te è sembrata il consiglio della nonna). Agire prescindendo dai risultati, dagli effetti, dalle condizioni di fatto, e avendo soltanto di mira la massima universalità della mia azione è la vera moralità e la sola libertà, secondo Kant.
    E il piacere, o lo stare bene, in quest’ambito non hanno alcuna rilevanza, riguardando semmai l’altro modo di agire, quello mosso dai nostri desideri particolari, dalle inclinazioni individuali, dalla ricerca della felicità. Sempre con Kant, ritengo che l’azione giusta non sia quella che ci rende felici (e quindi soddisfa un desiderio), ma che ci rende degni di esserlo.

  23. Umberto Says:

    L’argomentazione è interessante, ma lungi dall’essere risolutiva continua ad esporre il fianco a critiche in senso Frommiano.
    Innanzitutto vorrei capire meglio cosa intende Kant con “egoismo” e cosa invece è per lei l’egoismo.
    Dopodichè un’obiezione che mi sento di fare subito, è che il suo modo di argomentare suona un po’ troppo simile al sillogismo improprio quando si riferisce agli esempi di scelte nella vita quotidiana: per come la mette lei sembra quasi che in ogni scelta che noi facciamo ci sia sempre un dissidio fra volontà del singolo e volontà collettiva, come se ogni scelta dell’individuo egoista sia destinata ad essere smussata dalla granitica presenza del principio di realtà. D’accordo, si dice nel commento che capita “costantemente”, che non vuol dire “sempre” ok, però quanto ampia è la distanza, o quale impressione potrebbe ricavare da questa affermazione un lettore distratto?
    Più che filosofia, questa mi sembra un tipo di etica che si avvicina pericolosamente al moralismo, spiegherò in seguito perchè. E ho notato che è una scelta condivisa per esempio anche da Mario, seguendo qualche suo commento sulla mia pagina di facebook, e non credo affatto che sia l’unico a pensarla così.
    Tuttavia siccome a me le situazioni monocolore piacciono molto poco, dico che probabilmente esistono anche (e forse sono in misura maggiore, o minore, ma comunque confrontabili) scelte in cui la volontà del singolo e quella del collettivo non cozzano. O forse no? Ipotesi troppo azzardata? O forse si tratta di un pericoloso dare “via libera” al “fate come vi pare che tanto così si fa anche il bene del collettivo”?

    Ma veniamo a Kant.
    Rispondo all’apparente paradosso:
    “solo col dovere coincide la massima libertà di scelta, perché significa non tenere affatto in conto i condizionamenti esterni che potrebbero portarmi a non agire o ad agire diversamente”.
    con un ulteriore apparente paradosso.
    Quel dovere è proprio frutto dei condizionamenti esterni che secondo lei intaccano la libertà di scelta, a mò di serpente che si mangia la coda. In altre parole, una persona si illude di essere libera dai condizionamenti, perchè in realtà è perfettamente definita da questi. E’ talmente così ben modellata che quando agisce non sente nemmeno su di sè il peso o la spinta di questi condizionamenti, e pensa dunque di stare agendo “liberamente”.
    Tra l’altro mi sembra un modo di pensare, francamente diciamocelo, abbastanza cattolico, e qui mi pare che si sia tutti ai ferri corti con i preti o sbaglio?….. I condizionamenti esterni sanno molto di “tentazione” che allontana dalla retta via, il dovere (l’ “obbedisco”) la nostra quotidiana personale vittoria contro il serpente tentatore, e la nostra rinuncia è una giustizia per noi e per tutti..
    Mio padre cattolicissimo fa questo stesso discorso: solo che lui invoca la Chiesa, lei invoca Kant. Come la mettiamo?
    Forse non è tanto un problema di religione, quanto piuttosto di autorità a cui affidarsi. Il cattolico si affida all’autorità della Chiesa, in tal senso alleviando la pena che provoca per via del suo io smarrito, il laico si affida ad una autorità interiorizzata, per alleviare la stessa pena del cattolico!
    Sia laici che cattolici hanno a che fare con il senso di impotenza di fronte all’elefantismo delle strutture socio-economico-politiche della società moderna, solo che trovano vie diverse per risolvere (in maniera semplicistica) questa situazione pericolosa per il loro equilibrio.
    E, divertente, trovano pure le risorse e il coraggio per difendere i loro totem! Fosse consentito dalla mentalità dominante (che in quanto relativista in realtà non lo consente..) lo spaccerebbero persino per l’unico Dio..
    Insomma, guerra fra poveri, e il seguente passo di Fromm chiarirà spero ulteriormente il perchè, oltre a motivare il perchè del mio scetticismo verso Kant:
    “Tutto lo sviluppo del pensiero moderno, dal protestantesimo alla filosofia di Kant, è caratterizzato dalla sostituzione all’autorità esterna di un’autorità interiorizzata. Con le vittorie politiche della classe media in ascesa, l’autorità esterna ha perduto prestigio e la coscienza dell’uomo ha preso il posto una volta occupato dall’autorità esterna. Questo mutamento è apparso a molti una vittoria della libertà. Sottomettersi a ordini provenienti dall’esterno (almeno nel campo spirituale) è apparso indegno di un uomo libero; [..] l’analisi dimostra che la coscienza domina con un’asprezza non minore di quella delle autorità esterne, e inoltre che spesso il contenuto degli ordini emanati dalla coscienza non è in definitiva regolato da esigenze dell’io individuale, ma da richieste sociali che hanno assunto la dignità di norme etiche. Il dominio della coscienza può essere anche più duro di quello delle autorità esterne, dato che l’individuo ne considera gli ordini come propri; come può ribellarsi contro se stesso?
    [Ora veniamo al dunque] Negli ultimi decenni la “coscienza” ha perduto gran parte della sua importanza. Sembra a questo punto che nella vita dell’individuo ne le autorità esterne ne quelle interne giochino una parte rilevante. Ognuno è “completamente libero”, sempre che non interferisca nelle aspirazioni legittime degli altri [toh…]. Ma invece scopriamo che l’autorità, piuttosto che scomparire, si è resa invisibile. Invece dell’autorità manifesta, regna l’“autorità anonima”. Essa ha assunto le sembianze del senso comune [il rimedio della nonna], della scienza, della sanità psichica, della normalità, dell’opinione pubblica. Non pretende nulla, se non ciò che è di per sè evidente. Sembra che non impieghi alcuna pressione, ma solo la dolce persuasione.
    [conclusione] L’autorità anonima è più efficace dell’autorità palese, perchè non si sospetta mai che ci sia un ordine che si è tenuti ad osservare. Nell’autorità esterna è chiaro che c’è un ordine, ed è chiaro chi lo da; si può combattere contro questa autorità, ed in questa lotta l’indipendenza personale e il coraggio morale si possono sviluppare. Ma mentre nell’autorità interiorizzata il comando, benchè interno, resta visibile, nell’autorità anonima sia il comando che chi lo da sono diventati invisibili. E’ come trovarsi sotto il fuoco di un nemico invisibile. Non c’è nessuno e non c’è nulla contro cui combattere.

    Direi che per ora non c’è altro da dire, ora vorrei capire come già esposto all’inizio cosa pensa Kant e cosa pensa lei del concetto di “egoismo”.

  24. Vincenzo Cucinotta Says:

    L’analisi finale la condivido.
    Ciò a cui apparentemente nè i filosofi della scuola di Francoforte, nè Fromm pervengono, è che la libertà di cui parlano non è in realtà necessaria, o meglio, non è un’esigenza di default. La vera libertà può essere solo conquistata. Pensare di fornire la libertà per decreto è un’idea assolutamentwe stupida.
    In altri termini, invece di immaginare un sistema istituzionale che dovrebbe eliminare fonti esterne, interne ed invisibili di privazione della libertà, forse sembrerebbe abbastanza logico immaginare un sistema istituzionale che contempli specificamente il concetto di autorità.
    Un’autorità esplicita ed esplicitata, ma impersonale per non ricadere nella tirannide, è in fondo l’unico reale antidoto a una pura logica di mercato.
    Anche questa baggianata che c’hanno fatto bere per secoli dell’uomo spontaneamente libero confligge in tutta evidenza con la socialità dell’uomo, e tra le conseguenze più rilevanti della socialità ci sta anche il senso “spontaneo” dell’autorità. Il mercato infati ci priva della libertà proprio facendo leva sul nostro innato istinto di riconoscimento di autorità: senza questo, in verità, neanche sarebbe possibile insegnare alcunchè ai propri piccoli!
    Detto questo, immaginare un sistema istituzionale che riconosca lo stato nel suo complesso come fonte di autorità, e ne impedisca allo stesso tempo la sua personalizzazione, è un problema davvero formidabile: meglio comunque che continuare a menarsela con i trucchetti per garantire la libertà anche a chi con tutta evidenza non sa proprio che farsene!

  25. Umberto Says:

    Questo commento mi è quasi per intero incomprensibile, mi sembra un po’ confuso.
    Non ho capito: ma di che libertà starebbero “apparentemente” (in che senso apparentemente?) parlando Fromm e Marcuse e compagnia? Per caso si lasciano andare ai doppi sensi quando scrivono, cioè dicono una cosa ma in realtà ne vogliono dire un’altra? Si sono espressi male? E questa libertà per decreto, che c’entra?

    Inoltre: quel sistema autoritario ed estremamente impersonale di cui lei invoca la scoperta a me pare proprio il sistema democratico moderno! In questo sistema il potere non sta negli uomini ma nei meccanismi economici/sociali/politici, nei parametri negli indici tipo “deficit”, “pil”, “inflazione”, “tassi”, etc.. Più impersonale di così!! Che fa il politico, per caso ha autorità? Ma neanche per sogno! Il politico ha da fare continuamente i conti con questi impersonali indicatori economici: appartiene ad essi l’autorità, e che autorità ragazzi!!
    L’uomo, l’ha scritto Fromm, e l’ho riportato qui nei commenti…., è schiavo del sistema che egli stesso ha costruito con le proprie mani! E’ schiavo di un sistema, non di altri uomini! Altro che problema formidabile, la soluzione ce l’abbiamo già realizzata davanti agli occhi..
    Quell’ “impedirne la personalizzazione” poi, mi mette un’angoscia, come di qualcosa di molto sinistro… Che vogliamo fare, dare il potere ai computer come in “io robot” di Asimov? Demandare a un calcolatore le scelte di responsabilità?

  26. Vincenzo Cucinotta Says:

    Caro Umberto,
    purtroppo, non capisco perchè, ma mi pare che tu legga distrattamente.

    !. Apparentemente, danno per scontato che la libertà generalizzata, assicurata come dico per decreto, sia una cosa desiderabile: lo ripeto qui, ma mi sembrava estremamente chiaro, eppure siamo entrambi Italiani, suppongo…

    2. Mi pare tu faccia confusione tra la non-personalizzazione dell’autorità, e nel libro cito il potere giudiziario come tipico esempio di autorità diffusa e anonima, e l’automatismo del potere, che nella foga identifica otu cour con l’autorità (sono due concetti differenti). Questa breve precisazione dovrebbe aprirti già gli occhi. Essere impersonale, significa che non si identifica in una persona, nè in un gruppo di persone, il che non vedo come implichi un suo automatismo.
    Per fare un esempio, nelle moderne società occidentali si da’ per scontato che il PIL debba continuamente aumentare, che bisogna produrre un bene a costi il più possibile contenuti. Il problema non sta nel sistema democratico in sè, ma nel fatto che il sistema democratico si riconosce come parte di un più generale sistema di mercato. L’elezione del parlamento rappresenta quindi solo uno degli aspetti della logica di mercato, appunto il mercato dei voti.
    Se si ammette che esiste un’autorità massima, superiore quindi a qualsiasi logica di mercato, allora è possibile compiere scelte consapevoli, anche le meno popolari. E’ come insomma in un’aula scolastica: quel che dice l’insegnante non ha bisogno dell’approvazione degli studenti per essere assunto come vero, proprio perchè agisce un principio di autorità consapevole e in qualche misura indiscutibile.

    Un’ultima nota, che poi potresti anche prendere come un consiglio paterno, visto che credo che ci sia una bella differenza d’età tra noi: quando non capisci qualcosa, prova a rileggerla, a rifletterci su, prima di sentenziare che è confusa. La prima dote di un buon filosofo dovrebbe essere l’attenzione, la capacità di comprensione, e non, come mi pare tu ami credere, la vis polemica, che magari va benissimo in altri contesti. A volte, attaccarsi mani e piedi a una teoria, anche la più bella, e non dico che Fromm non sia un pensatore interessante, insterilisce la comprensione dell’altrui pensiero. Bisognerebbe avere un atteggiamento più aperto. Se non capisci cosa scrivo anche quando è agevole da comprendere, non è perchè tu non possa capirlo, ma solo che hai inforcato delle lenti che ti deformano tutto, del tipo: “vediamo questo tizio come si pone rispetto a Fromm”. Ecco, questo è già un atteggimento inadeguato, senti a me.

  27. Umberto Says:

    Continuo a non capire il punto 1……………..
    “Apparentemente, danno per scontato che la libertà generalizzata sia desiderabile”.
    Non mi sono ancora chiare le seguenti cose:
    1) chi sia il soggetto di quel “dare per scontato”
    2) in che senso essi “danno per scontato”
    2) cosa sia questa “libertà generalizzata”
    3) in quali precise occasioni i soggetti di quel “dare per scontato” fanno l’affermazione che la “libertà generalizzata sia desiderabile”.
    4) che attinenza ha con il discorso il riferimento al fatto che siamo Italiani, visto che sia Fromm che Marcuse che compagnia hanno vissuto in America e anche un po’ di tempo fa.
    5) Dato che conosce bene il pensiero di Fromm, vorrei capire quale sia il suo “vero” concetto di libertà, cioè quello che viene espresso “oltre l’apparenza”.

  28. Umberto Says:

    Mi scuso per l’errore nella numerazione, ho aggiunto la 1a 2) dopo aver scritto le altre, inoltre ringrazio anticipatamente per le risposte

  29. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Umberto
    Beh, dovrei scrivere almeno un capitolo di un libro per essere esauriente. La sintesi che lo stile dei commenti richiede apparirebbe, a mio giudizio, abbastanza comprensibile, ma la domanda sugli italiani mi ha lasciato di sasso. Lascio alla tua intelligenza e di quella di eventuali altri lettori l’interpretazione, io ho già dato 🙂

  30. Umberto Says:

    Sul fatto che potrebbe (o dovrebbe) scrivere un capitolo di un libro per essere esauriente, sono d’accordo.
    D’altra parte potrebbe cmq tentare di rispondere sinteticamente alle domande, magari tralasciando quella sugli italiani, che ne pensa? Se pensa che pur restando sintetico riuscirebbe comunque ad essere comprensibile, beh cogliamo quest’occasione.

  31. Umberto Says:

    Cito:
    “E’ come insomma in un’aula scolastica: quel che dice l’insegnante non ha bisogno dell’approvazione degli studenti per essere assunto come vero, proprio perchè agisce un principio di autorità consapevole e in qualche misura indiscutibile”.
    Se interpreto la parola “autorità” come comunemente viene interpretata (magari erroneamente, ci sta), questa frase mi sembra poco lontana da una sorta di reazionismo anti-sessantottino postumo. Fromm si rivolterebbe nella tomba, visto che qui mancano (o forse non li vedo io) gli elementi fondamentali della sua visione della “autorità”, o più in generale di ogni rapporto di superiorità/inferiorità (come è quello fra insegnante e studente), i quali saprà bene in cosa consistono visto che ha molti anni in più di me.
    Inoltre in questo rapporto che lei tratteggia (ma solo come esempio di un qualcos’altro di più grande, ci mancherebbe, non voglio fare di un’erba un fascio) fra insegnante e studente non c’è nessuna traccia di un abbozzo di metodo maieutico, vecchia scuola socratica: nell’approccio maieutico la verità non si dà tutta nuda d’un colpo solo come nei giornaletti porno, come parmi accadere nel tipo di rapporto educativo da lei tratteggiato (quel che dice l’insegnante, cioè la sua parola, il suo verbo, “viene assunto come vero”, cioè assume in un certo qual modo “naturale” il valore di verità..). Nella maieutica invece mi sembra che la verità si sveli gradualmente, confutazione dopo confutazione, si mostri cioè in tutta la sua nuda maestosità solo dopo che un certo numero di veli si è posato per terra, il che mi si consenta sembra assai più erotico

    Ora vorrei riprendere questo frammento di quanto sopra citato: “quel che dice l’insegnante non ha bisogno dell’approvazione degli studenti per essere assunto come vero” per capire meglio alcuni dettagli, sui quali spero ci sarà modo di confrontarsi.
    Qui vengo dritto al dunque: negata l’interpretazione Frommiana, negata l’interpretazione Socratica (e queste due interpretazioni mi sa che a conti fatti si somigliano parecchio), siamo di fronte a qualcosa di veramente nuovo, inaudito, e dunque degno di essere comunicato al mondo?
    Ebbene, talvolta mi è sembrato di notare una certa affinità formale con talune affermazioni storicamente archiviate, e di stampo squisitamente “dogmatico”, ora vado a riprendere quanto scritto qualche riga più sopra perchè la cosa risulti più chiara.
    “quel che dice l’insegnante” [cioè la sua parola, il suo verbo?], “viene assunto come vero” [cioè assume in un certo qual modo “naturale” il valore di verità] – [assoluta?], in ragione della “autorità consapevole” che è così alta che “non ha bisogno dell’approvazione degli studenti e risulta quindi “indiscutibile” [aldilà di ogni dubbio?]. Questa la frase, quelli i commenti.
    Ora mi chiedo, fra l’altro, cosa si intende con quel “consapevole”? Cioè, consapevole per chi? per chi la esercita o per chi ne è oggetto/beneficiario?
    In quanto all’ “indiscutibilità” invece, riporto: “Discutere: agitare ad una ad una le idee o i vari punti di una questione, onde ne scaturisca la verità”. Indiscutibile, presumibilmente, può essere o una cosa già completamente falsa in partenza, o una verità tanto luminosa che si dà immediatamente [in maniera oserei dire rivelatoria, miracolosa..].

    Venendo al punto, ho l’ardire di cercare una parola che possa interpretare questo modo di intendere il rapporto insegnante-studente: ecco, non è forse che questa mossa qui si chiami Assolutismo?
    Assolutismo… E’ una faccenda sempre di moda, cerchiamo di dare qualche connotazione storico-geografica interessante..
    Nella Francia seicentesca avevamo il celeberrimo Re Luigi XIV aka Re Sole, che si dichiarava regnante per “diritto divino”. Nel settecento l’ “assolutismo” si fa oltre che necessario anche trendy per cui abbiamo l’ “assolutismo illuminato” dei vari Federico di Prussia, Maria Teresa d’Austria & co. Nel territorio di Roma esiste un piccolo stato retto da una monarchia assoluta il cui re si chiama Papa; lungo più o meno tutta la storia del mondo industrializzato dà bella mostra di sè la figura del padrone di fabbrica, con il ben noto “paternalismo”. Tolto il Re Sole, tutte le altre figure sono animate dalla santa volontà di fare il bene di tutti, e sono inoltre depositari della verità, cioè, si suppone, l’insieme di conoscenze che permettono di identificare con precisione in cosa consista effettivamente questo “bene di tutti”.

    Diamo a questa interpretazione il beneficio del dubbio, non sono certo io il depositario della verità assoluta, nè di certo mi sento di dare consigli paterni (o paternali?) agli altri, che tra l’altro qualora capitasse a me di ascoltarne, li dovrei “prendere”, ovviamente assumendoli come veri e indiscutibili e senza bisogno che io li approvi, o mi sbaglio? Curioso il fatto che anzichè “dare [lei] un consiglio”, si sia sentito (in dovere?) di propormi di “prendere” [io] un consiglio.
    Ripeto, l’interpretazione è solo un’ipotesi, nonostante altrove abbia parlato di una “autorità massima, superiore quindi a qualsiasi logica di mercato, allora è possibile compiere scelte consapevoli, anche le meno popolari”. Di nuovo: consapevoli per chi?
    Non sta forse ipotizzando una società retta da una “autorità” che se stabilisce che la testa di qualcuno deve cadere, questo qualcuno obbedirà lasciandosi tagliare la testa senza battere ciglio?

    Ma del resto, l’ho detto, è una interpretazione la mia che è soggetta a dubbio, e soprattutto ha questo grande difetto (e lei è stato molto attento da questo punto di vista), che insomma tutti questi esempi che ho fatto per descrivere l’assolutismo, sono esempi di persone, e soprattutto sono piuttosto personali, cioè “non impersonali”. Perlomeno credo. A tutt’ora, ancora non ho capito bene cosa intenda per “impersonalità”, davvero proprio non mi è entrato in testa. Questo potere giudiziario di cui parla per esempio, non è forse composto da persone, tutt’altro che anonime? E non è forse personale, non si possono forse identificare queste persone?, come in effetti si è fatto e si fa tuttora, basti pensare a Tangentopoli o a De Magistris! E questo “insegnante” di cui parla, non è forse anch’esso una persona, in cui ci si può identificare? Non so veda lei, io proprio non ne esco da questo labirinto.
    Questo potere può diventare “impersonale” solo nel momento in cui non è identificabile in persone o gruppi di persone???? E allora da cosa è fatto????
    A) da persone che sono sconosciute a tutti: cioè vuole che ci sia una autorità massima che prenda decisioni anche impopolari, ma che non sia identificabile perchè è come se non esistesse? Ma che roba è, i servizi segreti? La P2, le lobbies del petrolio?????
    Per inciso poi sa a cosa assomiglia questa roba qui, questa massima autorità impersonale? A Dio… Una cosa che non si vede ma che c’è e decide tutto quanto.. Ok d’accordo, non è esplicita ed esplicitata, ma qualora lo fosse come fa ad essere anche impersonale??
    B) altra faccia della medaglia: una autorità impersonale perchè non si identifica in persone o gruppi di persone non tanto perchè queste persone sono sconosciute, ma perchè a nessuno glie ne frega niente che ci siano o meno……. Cioè auspica un mondo di lobotomizzati, dove per esempio gli studenti accettino passivamente tutto quanto viene loro affermato perchè riconoscono nell’insegnante l’autorità ma non la persona che hanno davanti agli occhi?
    C) una autorità impersonale perchè, di nuovo, non si identifica in persone proprio perchè non è fatta da persone ma da cose. E di nuovo: leggi economiche, PIL e roba varia, oppure robot, computers, etc…
    Mi è ancora sfuggito qualcosa? Francamente, spero proprio di sì! L’unica mia speranza di capire questa faccenda, è che io abbia frainteso il significato di “identificarsi in”.
    Un’autorità Esplicita ed esplicitata, ma impersonale… E questa che è?
    Ok, mi arrendo. Se lei vorrà gentilmente spiegarmi ancora che cosa sia questa cosa, magari risolvendo anche quella che lei afferma essere “confusione tra la non-personalizzazione dell’autorità, e l’automatismo del potere, che nella foga identifica otu cour con l’autorità”.
    Insomma, purtroppo la sua precisazione non mi ha ancora aperto gli occhi (ancora non vedo la luce).
    Una cosa semmai mi sembra di intravedere: mi faccia capire, “potere” e “autorità” sono due cose diverse? Uhm, da pensarci su.
    Inoltre quando cita il “potere giudiziario come tipico esempio di autorità diffusa e anonima”, di nuovo rimango perplesso. Che c’entra? A me pare essere una autorità diffusa e anonima soltanto perchè non ha la stessa visibilità mediatica di quella politica per esempio, non mi pare esista una legge che stabilisce che i giudici debbano essere anonimi, cosa sono agenti segreti dell’FBI, o infiltrati in organizzazioni mafiose? Falcone e Borsellino secondo lei facevano parte di una autorità non-personalizzata?

    Aspetto ancora, fra l’altro, le risposte alle mie domande, sono fiducioso che anche solo una risposta sintetica a ciascuna di esse (magari tralasciando quella sugli italiani, visto che è ovvia) potrà risultare comunque ampiamente soddisfacente ed esauriente.
    Nel qual caso non abbia intenzione di illuminarmi, perchè è evidente che ciò non sia ancora accaduto, allora spero con tutto il cuore che ci pensi qualche altro lettore di buona volontà come auspica.

  32. md Says:

    Quel che a me, francamente, preoccupa molto del discorso di Vincenzo è quel riferimento all'”innato istinto di riconoscimento di autorità”, che detto così suona come un dato biologico originario e immodificabile (non a caso viene poi esplicitato con l’esempio dell’allevamento dei piccoli) – questa sì è una posizione “ideologica” (in senso marxiano) che credo debba essere fortemente criticata. Cioè si tende a fare di un elemento squisitamente ideologico (di nuovo) e culturale, storicamente determinato, qualche cosa di equiparabile agli istinti primari – nutrizione, conservazione, ecc. (già sulla riproduzione ho svariati dubbi).
    Ma sono solo all’inizio della lettura dell'”Ideologia verde” e quindi, a proposito del primo postulato che consiste nel “riconoscimento degli uomini innanzitutto come esseri biologici” non ho ancora elementi sufficienti per esprimere un giudizio compiuto, che rinvio quindi a lettura terminata.

  33. Vincenzo Cucinotta Says:

    Umberto, davvero molto divertente: ho riso tanto leggendoti 🙂
    Non ti manca certo la verve, questo lo devo ammettere!
    Questo “impersonale” lo devo davvero spiegare meglio, su questo ti devo dare del tutto ragione: ti prego però di smetterla di chiedere di spiegarti quello che invece in sostanza hai già capito, è un artificio polemico che impedisc il dialogo stare a chiedere il significato di ogni singola parola, perchè l’unico modo di definire un termine è esprimerlo in altri termini, e quindi la richiesta di spiegazione dei termini può proseguire all’infinito in maniera del tutto inconcludente.

    Voglio un’autorità impersonale nel senso, non che non si sostanzia in persone fisicamente definite, ma che la loro autorità non discende da quale persona sia. Un giudice è tale perchè ha superato un concorso, concorso la cui funzione dovrebbe essere quella di verificare una competenza. Quindi, in definitiva, il giudice è tale proprio perchè gli vengono riconosciute delle competenze, e non perchè a qualcuno risulti simpatico. Inoltre, il potere del giudice è limitato nello spazio (competenze territoriali) e nel tempo (incarico differente e svolto altrove). In definitiva, che io sappia il nome del giudice che mi deve giudicare, o che non lo sappia, è del tutto ininfluente: in questo, è impersonale.
    Tu te la prendi tanto con l’esempio dello studente e del professore.
    Prima di entrare nel merito però, permettimi di dire qualcosa sulla maieutica, su cui sin dagli anni di liceo, mi avete abbastanza rotto (si può dire? 😀 ). La maieutica sarà una bella cosa, ma è semplicemente un metodo. Perchè mai da tante parti della Grecia venivano da Socrate? Perchè solo Socrate sapeva estrarre la verità da loro stessi come Socrate: quindi, Socrate, maieutica o non maieutica, era il requisito essenziale.
    Socrate aveva dunque autorità. Io non sto teorizzando un modello didattico, stavo solo portando un esempio per dire che anche in una società come la nostra votata al mercato, alla fine un principio di autorità connesso con una competenza esiste ancora. La mia autorità di insegnante sta nelle mie competenze e solo in quelle. Non importa chi io sia, se sono alto o basso, biondo o bruno, se sappia sorridere in un certo modo, insegno perchè ho qualcosa da insegnare. Certamente, ci sono tanti modi di impostare l’attività didattica, se ne può discutere, ma per stabilire quanto fa due più due non si può votare. Quando il maestro dice che due più due fa quattro, gli alunni non possono che accettarlo come verità assoluta ed indiscutibile. Avranno tempo altrove e in altre occasioni della vita di contestarlo: lì, possono apprendere solo se ammettono che ciò che il maestro dice, è vero.

    Io vorrei che tu non perdessi il punto fondamentale, andando dietro agli esempi che come certo saprai sono un modo per chiarificare un concetto, ma non ne possono riprodurre in ogni caso tutti gli aspetti.
    Io dico quindi che spontaneamente l’uomo ha il senso dell’autorità, che questo senso non è meno innato del concetto di libertà: come dire, sono due polarità opposte che si equilibrano. Io quindi intendo solo sottolineare un aspetto che dall’illuminismo in poi sembra essere stato del tutto dimenticato.
    Applica quello che dico alla TV ad esempio. Se è il mercato che comanda, avremo magari dei programmi che stimolano i nostri più biechi istinti, ottenendo l’audience necessaria per diventare economicamente convenienti. Ad esempio, in questo stesso web tramite cui sto comunicando, i siti porno costituiscono la percentuale prevalente di traffico: il mercato è esattamente questo. Adesso, o accettiamo pedissequamente questo, pensando fideisticamente che il mercato ci salvi, oppure violiamo le regole del mercato.
    Se accettiamo che l’audience comandi in TV, il livello dei programmi continuerà ad abbassarsi, come ha già fatto ampiamente, con la conseguenza che l’autorità che la TV porta con sè condizioni negativamente il modo di concepirsi delle persone. Se ammettiamo insomma che a tante persone la libertà freghi ben poco perchè la loro socialità prevale e quindi prevale la tendenza ad attribuire a qualcuno o qualcosa un’autorità, se questo è in qualche misura, come io credo, un processo inevitabile, stabiliamo di porre l’autorità lì dove c’è competenza.
    Accuso insomma un po’ tutta la filosofia politica degli ultimi secoli (che presuntuoso!!!) di avere privilegiato il bisogno di libertà dell’uomo, negando l’esigenza dell’autorità con tutti i pericoli connessi dello sfruttamento di tale riceca dell’autorità da persone che badano solo al loro arricchimento. Se come dicevo esiste questa polarità qutorità – libertà, allora porre l’accento su soltanto uno dei due poli porta a un pericoloso squilibrio.

    Infine, a me interessa molto la mia libertà, ma ti assicuro che già la storia della mia vita porta i prezzi pagati per difendere la mia libertà. E questo mi va bene, mi va bene cioè che la libertà non mi sia stata regalata, ma al contrario l’ho pagata a caro prezzo, perchè solo così, col fatto che sia richiesto un cammino di conquista, essa è vera libertà. Dire a un ragazzo che egli è libero perchè la legislazione e magari i soldi del suo babbo glielo garantiscono, è farne di fatto il peggiore schiavo.

    Naturlamente, non pretendo di essere stato esauriente, è impossibile, ma qualcosa forse ho chiarito. Se vai sul mio sito, puoi trovare gli estremi per ordinare il mio libro, ove fossi interessato 🙂

  34. Vincenzo Cucinotta Says:

    @md
    Certo che anche il concetto della ricerca innata dell’autorità è innato, almeno quanto quello della libertà! E cosa ci sarebbe di male nell’essere ideologico? Se usiamo un linguaggio, e sin da quando usiamo un linguaggio, come ampiamente argomento nel libro, siamo inevitabilmente ideologici.
    L’imitazione, l’apprendimento sono possibili proprio per questo riconoscimento spontaneo di un’autorità che, nel momento del riconoscimento è indiscussa, ma che ovviamente successivamente può essere rimessa totalmente in discussione. Comunque, su qeusti aspetti, torno negli ultimi due capitoli.

  35. md Says:

    Vedi Vincenzo, io invece ritengo che nessuno dei due sia innato, semplicemente sono delle costruzioni culturali.

  36. Vincenzo Cucinotta Says:

    @md
    Caspita, che materialista doc ti rivelasti!!!
    Sai che mal di pancia a tanti filosofi, e a praticamente tutti i filosofi politici degli ultimi secoli!
    Vada per il senso dell’autorità, quello ce lo impipiamo in pochi, ma anche la libertà sarebbe una esigenza culturale? Ma tu sei mai stato padre? Se avessi fatto questa esperienza, le evidenze del senso innato della libertà e dell’autorità l’avresti. L’esigenza di scegliere è innata almeno quanto quella di nutrirsi, così come l’esigenza di imitare e di apprendere, tutto assolutamente istintivo, anzi premessa indispensabile della cultura.
    Del resto, se non hai vissuto queste esperienze col loro contenuto immediato di evidenza, non sarò certo io a convincerti del contrario.

  37. md Says:

    Caro Vincenzo, non sono padre ma osservo con molta attenzione da anni gli altri padri e madri e le dinamiche che attengono alla loro relazione – oltre al fatto che ho a che fare da molti anni con i bambini e i ragazzi e la dialettica libertà/autorità la sperimento quotidianamente.
    Appunto: l’esigenza di imitare e di apprendere può essere innata – perché serve immediatamente alla vita – ma non quella dell’autorità, che si costruisce attraverso la relazione. Così come attraverso la relazione si costruisce l’esperienza della libertà e della possibilità e responsabilità di scegliere.

  38. Umberto Says:

    A me questo discorso dell’impersonalità dell’autorità suona sempre più come la scoperta dell’acqua calda.

    ° Innanzitutto, mi pare che l’esempio del “giudice” sia ancora una volta inadatto, e ci riprovo a farle capire perchè.
    Quando lei afferma: “che io sappia il nome del giudice che mi deve giudicare, o che non lo sappia, è del tutto ininfluente: in questo, è impersonale”, usa la parola sbagliata, e di nuovo questo “impersonale”, per dirla con un (ex)giudice, che c’azzecca???
    Non sta forse esprimendo il fatto (piuttosto ovvio) che il giudizie deve dare garanzia di imparzialità nel suo giudizio? Non si dovrebbe parlare quindi di “imparzialità” del giudice anzichè di questa famigerata “impersonalità”?
    Inoltre, quando afferma: “il giudice è tale proprio perchè gli vengono riconosciute delle competenze, e non perchè a qualcuno risulti simpatico” non sta forse esprimendo il fatto piuttosto banale, trito e ritrito che nei posti di responsabilità non ci devono essere raccomandati?

    ° Brevissima anticipazione sulla maieutica, tanto poi ci ritorno non si preoccupi.
    “La maieutica sarà una bella cosa, ma è semplicemente un metodo”… Ok. Bene. Ma:
    non sarebbe ora di farla finita con i “semplicemente” da sempliciotti? Un po’ di serietà per favore, mettiamo da parte questi vagiti di supponenza da pifferaio magico, non siamo mica a un comizio di paese.. E’ già il secondo commentatore in questo stesso post che si lascia scappare l’avverbio fatato, di fronte a questo vizietto non mi resta che sperare ardentemente che la cosiddetta autorità impersonale di cui invoca tanto l’avvento non si faccia spazio a suon di “semplicemente” eh…

    ° Quanto a questa sua affermazione: “Infine, a me interessa molto la mia libertà, ma ti assicuro che già la storia della mia vita porta i prezzi pagati per difendere la mia libertà. E questo mi va bene, mi va bene cioè che la libertà non mi sia stata regalata, ma al contrario l’ho pagata a caro prezzo, perchè solo così, col fatto che sia richiesto un cammino di conquista, essa è vera libertà”.
    Ritengo che il “cammino di conquista” sia un incidente di percorso espressivo: leggendo le sue affermazioni sulla libertà mi faccio l’idea di un cammino di conquista che somiglia molto più a un mutuo, o all’acquisto a rate di una utilitaria di lusso, che a qualcosa di magari un pelino meno mercantile. Lei dunque considera la libertà una “merce”?

    Fortuna che in tempi non sospetti affermava che: “Il mercato infatti ci priva della libertà proprio facendo leva sul nostro innato istinto di riconoscimento di autorità“!! Mi faccia capire, da una parte il mercato ci toglie la libertà, mentre dall’altra ci consente di acquistarla?

    Le cito (tanto per cambiare) Fromm, che ripeto sicuramente conoscerà molto bene, e che sarà stata magari anche un’utile fonte nello scrivere il suo libro, il quale Fromm chiarisce come nella società contemporanea ci sia l’illusione che, come recita l’adagio, “ogni cosa abbia un prezzo”:
    “Nella nostra civiltà [..] produciamo non per una soddisfazione concreta, ma per il fine astratto di vendere la nostra merce; riteniamo di poter acquistare ogni bene materiale o immateriale [anche la libertà magari?] comprandolo, e così le cose diventano nostre senza alcuno sforzo creativo nostro nei loro confronti. Analogamente consideriamo le nostre qualità personali e il risultato dei nostri sforzi come merci che possono essere vendute in cambio di denaro, prestigio e potere”.

    Mi vien quasi da pensare che anche il rapporto fra lei e il suo libro, cioè l’opera sua, sia di questo tipo, per cui il libro è per lei il prodotto che aspira ad essere venduto come merce, così come merce è la sua competenza in qualche ramo dello scibile umano, merce che è destinata ad essere venduta in cambio di “denaro, prestigio e potere”. Penserei diversamente se non fosse che in chiusura di ogni suo commento suggerisce allo sprovveduto lettore il fatto che sia autore di un libro, e in alcuni casi arrivi a caldeggiarne esplicitamente l’acquisto:
    – 12 luglio: “La questione del rapporto dell’uomo con la sua razionalità è uno dei cardini del libro che ho scritto, e tu dici che lo sollevavo “pour parler”?”
    – 16 luglio: “nel libro cito il potere giudiziario..”
    – 16 luglio: “Beh, dovrei scrivere almeno un capitolo di un libro per essere esauriente. ”
    – 17 luglio: “Se vai sul mio sito, puoi trovare gli estremi per ordinare il mio libro, ove fossi interessato”
    – 17 luglio: “sin da quando usiamo un linguaggio, come ampiamente argomento nel libro, siamo inevitabilmente ideologici”.
    Sembra quasi che molti dei suoi sforzi sono portati a “incuriosire” il lettore con le sue affermazioni piuttosto che a farlo veramente “capire”, in una blanda e anche un po’ sconveniente operazione di marketing di se stessi e del proprio prodotto. Diamo qualche anticipazione, esprimiamo qualche parere, poi se uno vuole veramente capire fino in fondo, si deve comprare il libro no?

  39. md Says:

    @Umberto: punto primo mi pare che tu “arguisca” un po’ troppo, punto secondo, dubito fortemente che un libro intitolato “L’ideologia verde: la rivoluzione necessaria” edita da una piccola casa editrice di Ragusa possa portare nelle tasche del suo autore molto denaro o conferirgli chissà quale potere – del prestigio francamente non saprei dire.
    Comunque puoi sempre fare orecchie da “mercante” (tanto per citare di nuovo le merci) a quelli che tu interpreti come spot pubblicitari, e, se proprio ti interesserà leggerlo, prenotarlo presso la mia biblioteca – a cui il buon Cucinotta, da diabolico stratega di marketing qual è, lo ha recentemente donato.
    Dopo di che non sono nemmeno il suo portavoce, e se avrà da replicare replicherà…

  40. Umberto Says:

    La questione non è sul quanto, mi sembra evidente. Non sono mica Emilio Fede che dice che Saviano sì ok è contro la camorra però vendendo il suo libro ha fatto un sacco di soldi.
    Ciò che ho sottolineato e su cui non mi pare tu abbia fatto riferimento, è altro. Per come la metti tu il senso della mia critica ne esce ridotto in maniera un po’ subdola a una mera faccenda di avidità e desiderio di successo, ma ripeto non è di questo che si tratta, la citazione di Fromm speravo lo rendesse evidente ma pare che non sia così.

    Il punto fondamentale, dicevo, è un altro: io qui non sto criticando la volontà di fare danè ma la forma mentis che porta oserei dire “inconsciamente” a considerare l’oggetto/soggetto come merce e le relazioni che questi oggetti/soggetti hanno con l’esterno come rapporti di mercato. Chiaro no?
    Per inciso, il fatto che una copia di questo libro sia stata donata alla biblioteca di Rescaldina non significa nulla, in tal senso potrei argomentare oltre se volessi abboccare all’interpretazione che mi sembri dare della mia critica, ma ovviamente non è questo che mi interessa.

    Per fare un esempio facile e anche un po’ provocatorio diciamocelo, sto dicendo che il prof. Cucinotta come più o meno la stragrande maggioranza della popolazione italiana e più in generale occidentale, indipendentemente dalla professione, ha la stessa forma mentis, solo molto meno patologica, di un Silvio Berlusconi – intendendo il S.B. uomo d’affari, non certo il politico, così evito fraintendimenti si spera. Forse si salvano solo le casalinghe a tempo pieno, nemmeno per gli studenti p.es. c’è molta speranza, perchè il sistema dello studio è già stato corrotto forse già molto tempo fa da questo indotto sistema di pensiero.

  41. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Umberto
    Ti rispondo, e sarà, spero, l’ultima replica, perchè mi pare, sono costretto a dirla brutalmente, che con te sia tempo perso, perchè è evidente in te uno spirito di fanatismo che non si capisce come si concilii col pensiero di Fromm (credo che egli si sarà rigirato almeno una dozzina di volte nella tomba) ed impedisce il dialogo, cioè non il convenire con l’interlocutore, ma l’ascolto dell’altro, l’attenzione che è appunto un presupposto essenziale per il dialogo.

    L’imparzialità del giudice è certo una dote che tutti dovremmo pretendere. Il signor B., a cui tu fantasiosamente mi accomuni, dichiarò che è assurdo dare tanto potere a una persona soltanto per il fatto che ha superato un concorso, paragonandolo quindi al proprio potere dovuto a un consenso popolare. Io dico nel mio libro, che cito malgrado la tua campagnia terroristica, che invece proprio l’accesso tramite concorso è l’aspetto positivo, quello da preservare. Quindi, un potere anonimo, nel senso che specificavo nel precedente commento, parziale, perchè esercitato in uno spazio e in un tempo limitato, un potere quindi anonimo e diffuso. L’imparzialità sarebbe quindi un effetto di questo tipo di designazione. Dire solo che dev’essere imparziale senza specificare quali sono le condizioni trramite cui ciò venga assicurato, è dire pressocchè nulla: sarebbe più o meno come dire “voglio essere felice”, senza sapere come si possa conseguire la felicità (è solo una similitudine, non scriverci su un romanzo!!!). Non dico quindi soltanto che non debba essere raccomandato, anche i politici eletti non sono necessariamente raccomandati, ma hanno dovuto sottoporsi a un gradimento popolare: non capisco proprio perchè non cogli il significato di quello che dico.

    Passiamo avanti: mai sentito parlare di linguaggio figurato? Quando dico di avere pagato dei prezzi, non intendo che ho dovuto sborsare degli euro, non devi interpretare alla lettera: dico, ma dove vivi tu? Leggi un po’ di più prima di scrivere, visto che mi pare che non hai dimestichezza con espressioni perfino abusate senza capirne il significato! Avrei, semmai, potuto accettare la critica opposta, di usare un linguaggio convenzionale, perchè usare il termine prezzo o pagare fuori dal contesto finanziario ha un uso comunissimo!!!

    Ancora: non puoi stare lì a fare le pulci ai tuoi interlocutori sui singoli termini. Io usavo il termine “semplicemente” per significare che il discorso della maieutica non cambiava di una virgola la sostanza di ciò che dicevo. Semplicemente sta a dire che ti invitavo a non complicare il discorso su un aspetto marginale, e che non coinvolgeva la mia linea di ragionamento. In questo senso, l’uso del termine “semplicemente” è perfettamente adeguato, malgrado a te dia tanto fastidio.

    Infine, andiamo al punto che mi coinvolge in quanto persona, non “semplicemente” come pensatore. Tu mostri quanto frequentemente abbia fatto riferimento al mio libro, e io non lo nego certo.
    Io promuovo il mio libro, perchè, sembrerebbe banale e superfluo specificarlo, chi scrive un libro, vorrebbe, guarda un po’, che fosse letto. Fonte di potere, fonte di arricchimento? Ma siamo seri, chi lo può davvero credere? Ho delle cose da dire, le ho scritte ed adesso deisdererei che fossero lette dal maggior numero possibile di persone (magari un po’ più attente e tolleranti di te!).
    Tu, non conoscendo nulla della mia vita, ti permetti di giudicarmi. In questo senso, sei maleducato, nel senso che non rispetti gli altri. Noi dobbiamo rispetto ai nostri interlocutori, e tu non ti devi permettere di attribuirmi nulla di cui non hai prove conclamate.
    Sei davvero un ragazzino viziato, che imbraccia il libretto giallo di Fromm e lo agita davanti a chi gli sta di fronte, tentando grottescamente di imporgli come verità ciò che ci sta scritto.
    L’unico rammarico che mi rimane è quello di avere tentato di intraprendere un dialogo con una persona il cui fine appare quello di gettare discredito immotivato e del tutto gratuito sui propri interlocutori: cresci, diventa una persona civile, e poi ti potrai anche occuparti di Fromm e di interlocuire con altri.

  42. Umberto Says:

    Non credo proprio che sarà l’ultima replica, perlomeno non da parte mia. Se pensa di avermi rimesso in riga con l’ennesima paternale pseudobuonista, ha proprio capito male.
    Trovo davvero patetico, insolente ed offensivo il suo definirmi:
    “un ragazzino viziato, che imbraccia il libretto giallo di Fromm e lo agita davanti a chi gli sta di fronte, tentando grottescamente di imporgli come verità ciò che ci sta scritto”. Credo che per questo dovrebbe chiedermi scusa. Ma in realtà non mi interessano le sue scuse, non saprei che farmene, ciò che mi interessa è ragionare seriamente, far ragionare seriamente, giungere seriamente a delle conclusioni, ed è quello che ho fatto in tutti i commenti e che farò anche in questo, continuando senza battere ciglio la mia critica alle sue idee e alla sua prassi di comportamento.

    Ritengo che lei sia poco adatto a fare delle discussioni serie con argomentazioni precise ed esaurienti e volontà di entrare in profondità nelle questioni, non tanto per superficialità o per stupidità, ma per altro, ed esporrò compiutamente i motivi che mi hanno portato ad esprimere questa opinione.
    Innanzitutto Non mi sembra in grado di affrontare il più semplice contraddittorio. In tal senso si aspetta che ogni domanda che le viene posta sia animata unilateralmente dalla buona volontà di capire e fare proprie le sue opinioni, in sostanza le piace tanto ricreare il rapporto autoritario del professore ex cathedra che fa discendere per mezzo dello Spirito Santo la verità sullo studente tutto proteso verso la sapienza, rapporto molto più pretesco che Socratico, visto che applica un metodo (semplicemente?) molto differente da quello del filosofo greco. Infatti il discepolo di Socrate (quello volenteroso, perchè non erano mica tutti così ben disposti in effetti…) si poneva in relazione con lui con la fiducia che ciò l’avrebbe portato alla verità, attraverso un processo che lo avrebbe coinvolto in maniera attiva. Palese questo fatto nel senso stesso della parola maieutica, per cui Socrate (con la sua autorità) aiutava gli altri a tirar fuori ciò che essi avevano dentro. Ma mi scusi se io con questo tirar fuori così spesso Socrate, “su cui sin dagli anni di liceo, mi avete abbastanza rotto”, solletico la sua insofferenza verso il filosofo greco e i suoi apologeti, però sa com’è io ci tengo a Socrate, ogni tanto vado in giro nelle piazze ad agitare il suo libretto verde.

    Nel suo caso invece, spiace dirlo, la relazione fra discepolo e insegnante pone il discepolo come elemento prettamente passivo, e la fiducia non sta tanto nella potenzialità di giungere alla verità attraverso il ragionamento, ma qui si richiede invece una specie fede a priori (quasi dogmatica?) nella verità dell’affermazione che unilateralmente (in tal senso il discepolo è passivo) l’insegnante proferirà. Il classico caso della sottomissione all’autorità.

    Il suo metodo non è maieutico, è il classico precettismo arrogante secondo cui il discepolo è una tabula rasa da riempire a proprio piacimento, tabula rasa che non deve fare in alcun modo resistenza perchè qualora ciò avvenisse sicuramente si tratta di un cervello bacato ed è da scartare. Che senso avrebbe infatti il “tirar fuori da una persona qualcosa che giace nel profondo di sè” nel momento in cui si nega brutalmente e pessimisticamente a questa persona la peculiarità di avere qualcosa dentro?

    Tutto il suo giro di parole sui titoli sui concorsi di ammissione etc etc sta a giustificare questo affermarsi dell’ autorità impersonale che lei intende un grande punto d’arrivo perlomeno per la nostra nazione (e che io considero invece una involuzione piuttosto sgradevole, e non credo di essere stato l’unico qui ad averlo notato) – il titolo o il concorso superato brillantemente sarebbero come una autorizzazione de iure ad esercitare l’autorità in maniera totalmente acritica – un obbrobrio.
    E’ chiaro poi che in tal senso i discepoli non riconoscerebbero l’autorità nella persona (quindi sarebbe impersonale, EUREKA!), ma nel suo titolino o concorso superato: la persona perderebbe le sue qualità e caratteristiche umane, e verrebbe identificata e (peggio ancora) si identificherebbe con il suo titolo. Inevitabile che la ricerca affannosa di un titolo a cui aggrapparsi altro non è che una ammissione implicita della crisi dell’identità, e un dilettantistico rimedio a questa: Fromm parla dell’autoritarismo proprio in questo senso, se vuole cito ma non ho intenzione di farla troppo lunga ora, magari dopo. Ma senta approposito, ma l’ha letto si o no, o perlomeno, giocando come gioca lei, l’ha letto attentamente si o no Fromm??.
    No perchè sentenziare in apertura che Fromm e Marcuse etc dicevano tante belle cose però avevano frainteso delle cose (quello che grossomodo affermò in uno dei suoi primi commenti) senza sapere un’acca di quello che i suddetti hanno affermato, beh intendiamoci, non è certo una cosa carina, non tanto per loro che sono morti (ma anche per loro ci mancherebbe), quanto per i vivi cui non piace farsi prendere in giro…
    Tornando alla questione dell’impersonalità come confondimento del titolo con la persona, si può dedurre senza troppi problemi che la figura dell’insegnante sia del tutto intercambiabile, potrebbe essere il prof. Cucinotta come anche il benzinaio lungo la Tuscolana, Minnie o un calcolatore elettronico.
    Del resto a fare la maieutica sono capaci in pochi, a proporsi come dispensatori di verità c’è sempre la fila.

    Tornando cmq all’allergia per il contraddittorio, lei è sempre ben disposto ad esporre le proprie idee e a raccomandare la lettura del libro dove queste idee sono espresse in maniera più compiuta che altrove, e il suo atteggiamento nei confronti dell’interessato sono di ampia disponibilità e apertura, ma nel momento in cui sorge il dubbio che la persona che si interessa alle sue opinioni non lo fa per farle proprie ma per contestarle, ecco cosa accade… comincia ad innalzarsi un muro di difesa.
    Esempi:
    – Non ha risposto alle domande che le posi, con l’intenzione di capire meglio, nel commento del 16 luglio, questo qui. Si è limitato a dire di “aver già dato”, e subito prima: “Lascio alla tua intelligenza e di quella di eventuali altri lettori l’interpretazione”. Gesù Cristo perlomeno si degnava di spiegare le parabole ai suoi discepoli dopo che questi si crucciavano di non aver capito. Ma chiaramente lei non è Gesù Cristo, per fortuna.
    – il 17 luglio mi supplica di non fare altre domande: “ti prego però di smetterla di chiedere di spiegarti quello che invece in sostanza hai già capito”, invocando poi a motivazione di questa esortazione il fatto che io la sto provocando gratuitamente su di una cosa che ho già capito (maccerto) e che quindi voglio solo menare il can per l’aia. Peccato che io invece non ho ancora capito, e gli elementi che mi sono stati forniti per capire non hanno fatto altro che accentuare la mia tendenza a capire per contraddire quanto va affermando. Le mie non sono certo provocazioni.
    – 18 luglio: oggi il tocco di classe, “ti rispondo, e sarà, spero, l’ultima replica, perchè mi pare, sono costretto a dirla brutalmente, che con te sia tempo perso” – della serie: “io ci ho messo tutta la mia buona volontà, però il ragazzo è distratto e non si applica…”. Chiedo umilmente perdono per queste mie manchevolezze, è sicuramente un problema mio che sono venuto fuori male, io ci provo mi sforzo ma niente da fare proprio non ci riesco, sono davvero uscito storto dalla concessionaria..
    Il cappello a questa sentenza di bocciatura, sta in questa riga anch’essa dal deciso sapore paternalista: “cresci, diventa una persona civile, e poi ti potrai anche occuparti [notare la forma – se nell’argomentare mette la stessa attenzione con cui cura la forma, campa cavallo..] di Fromm e di interlocuire con altri”.
    Oh no, rimandato a settembre! Va bene, conscio di tutti i miei difetti, sincero nel mio pentimento, tornerò quando sarò più preparato…
    E per inciso, se per me “crescere” significasse “leggere Fromm” allora cosa vuol dire, che non potrò mai ne crescere ne leggere Fromm????? Oh mio Dio sono spacciato!!! Se leggo Fromm prima di essere cresciuto non va bene, ma non posso crescere se non leggo Fromm, come farò maledizione???

    Mi spiace davvero che lei si sottragga in questa maniera un po’ facile al confronto aperto, nascondendosi dietro esempi inappropriati, facendo appello continuamente alla propria autorità per titolo conseguito (rientra in questa tipologia anche il fare appello all’età avanzata conseguita, come se fosse conseguenza logico/matematica dell’acquisizione di verità inconfutabili derivate dalla lunga esperienza….. poi alla fine diventa solo il pretesto per sparare a zero con il classico consiglio paternalista).
    Oppure invocando (toh, questa mancava davvero!!!) l’autorità di sè come padre (ha fatto così con Mario, o mi sbaglio forse?).
    Una roba del tipo: “uè mario stai zitto e senti a me che sono padre e quindi lo so io come funzionano le cose”.
    Massì facciamo i seri e riportiamo le frasi per come stanno:
    “Ma tu sei mai stato padre? Se avessi fatto questa esperienza, le evidenze del senso innato della libertà e dell’autorità l’avresti. [eccerto – purtroppo Mario non ha conseguito il titolo di “padre”, quindi non ha potuto accedere a queste rivelazioni]. Dopodichè, non pago: Del resto, se non hai vissuto queste esperienze col loro contenuto immediato di evidenza [una perla], non sarò certo io a convincerti del contrario [Beh grazie, grazie al c…].
    E così anche Mario rimandato a settembre per mancanza di requisiti! Non ha consegnato il progetto “essere padre” entro i termini prestabiliti?

    Devo dire che come individuo è straordinariamente coerente, se non fosse coerenza dalla parte sbagliata sarebbe veramente da elogiare.
    Del resto poi, perchè scappare così, senza affrontare quanti affermano di voler confutare le sue tesi? Non ci insegna forse Popper che una teoria è tanto più forte quante più prove volte alla sua confutazione supera? E dunque perchè non approfittare seriamente di questa rara occasione di rafforzare le proprie tesi uscendo vittoriosi dal confronto, perchè accontentarsi di una verità sulle stampelle quando si può avere una verità in grado di reggersi da sè? Si tratterà di un’occasione mancata, e sarebbe un vero peccato.

    Ma ora credo sia giunto il momento del dulcis in fundo.
    Io credevo che tutta questa faccenda fosse solamente una questione personale (altro che impersonalità) fra me e lei, così oggi per avere conferme oltre al breve siparietto con Mario, ho dato una breve occhiata al suo blog e ho letto il commento della povera Chiara Milanesi, e la sua risposta mi ha fatto provare una specie di dolce-amaro amarcord…
    “Mi pare, per come ti possa conoscere attraverso le cose che scrivi, che tu non sia tanto d’accordo con me, e io lo attribuisco ai tuoi pregiudizi illuministici, che traspaiono chiaramente da quello che dici”.
    Ma come? Rimango basito. Ma non ero io quello di cui ha detto che “non conoscendo nulla della mia vita, ti permetti di giudicarmi. In questo senso, sei maleducato, nel senso che non rispetti gli altri. Noi dobbiamo rispetto ai nostri interlocutori, e tu non ti devi permettere di attribuirmi nulla di cui non hai prove conclamate”.
    A parte che dandomi del ragazzino viziato non fa altro che rispondere alla mia (presunta) maleducazione, mancanza di rispetto, giudizio senza conoscere nulla della mia vita etc., con la stessa maleducazione, mancanza di rispetto etc., ma io sono buono e non me la prendo, dopodichè in base alle 5 righe in croce buttate giù da questa poveretta ecco cosa ne esce:
    – arguisce che non sia d’accordo con lei (e su questo non ci voleva un Einstein per capirlo),
    – sentenzia senza nulla conoscere della sua vita (“per come ti possa conoscere attraverso le cose che scrivi”), invocando il solito “pregiudizio”, il quale traspare chiaramente dalle affermazioni della commentatrice.
    Ovviamente da parte sua non si tratta di un “giudizio negativo”, ci tiene a precisare subito dopo, certo è che bonariamente ha posto la lettrice di fronte a una verità su se stessa, e intanto il sassolino dalla scarpa se l’è levato..

    La perla finale:
    “tu non ti devi permettere di attribuirmi nulla di cui non hai prove conclamate”. Perchè, per caso mi sono permesso di fare ciò? A me sembra invece di aver espresso la mia opinione (parafrasando) per come la posso conoscere attraverso le cose che scrive, o sbaglio forse? Non faccio altro che citare e riportare sue parole da quando sono su questo blog, non è forse questo? Dove sto sbagliando?
    Se per caso dovessi concludere che lei ha dei pregiudizi riguardo alla maieutica Socratica, così come Mario ha dimostrato in precedenza di avere dei pregiudizi riguardo alle teorie di Fromm, sarebbe un atteggiamento maleducato ed offensivo il mio?
    Se poi le opinioni suonano un po’ dirette, beh è chiaro che:
    1) qui si tratta di critiche, non di giudizi, per cui le lascio senz’altro il beneficio del dubbio e soprattutto:
    2) le lascio la possibilità di contraddirmi con le argomentazioni o smentirmi con i fatti, avrebbe tutto l’interesse a farlo anzichè richiamarmi spazientito all’ordine, cosa che spesso fa pensare che in realtà questi fatti e queste argomentazioni manchino..

    Ad ogni modo, rimetto ogni parola di questa discussione all’occhio critico dei lettori, che confido essere dotati di buona intelligenza e buona volontà, io per quanto mi riguarda attendo fiducioso la sua postultima replica.

  43. md Says:

    @Umberto: a parte la fatica nel leggere questo vostro “contraddittorio”, che non intendo certo moderare (vedetevela un po’ voi, anche se alcune delle questioni sollevate – maieutica, impersonalità, ecc. – sono molto interessanti, ma visto il tono irritato e piccato passano decisamente in secondo piano, e dunque dubito possano intrigare “i miei 25 lettori”, a meno che essi non siano morbosamente interessati a sapere come andrà a finire la tenzone, se all’arma bianca o meno) – dicevo, a parte la fatica ribadisco di non avere nessun pregiudizio riguardo alle teorie di Fromm, a tal punto da avere già detto (ma mi sa che t’interessa di più confliggere) che me le ritrovo inconsciamente introiettate, come se si trattasse di parte del mio Dna culturale – cosa ovvia, visto che buona parte della farina frommiana viene da Marx…
    Un consiglio ad entrambi (per nulla paterno, naturalmente): concedetevi un poco di ironia e di autoironia – “eironeia” nell’accezione aristotelica questa volta, non socratica, e cioè di “diminuzione” del vero, l’altro estremo del suo sbandierarlo!

  44. Umberto Says:

    Rispondo brevissimamente: per quanto mi riguarda di ironia credo di averne messa a sufficienza, quindi mi sento soddisfatto in merito. Di “diminuzione” invece non se ne parla per niente, non sto mica giocando al gioco dell’oca che c’è la casella torna al via: ho preso una strada e la percorro fino in fondo; aldilà di far prevalere le mie ragioni o cose simili, in realtà tengo di più a vedere quanti altarini riesce a scoprire.
    Questa “eironeia” mi è nuova, credo che mi farò un giretto su wikipedia o simili per farmene un’idea veloce, potrebbe essere interessante.

    Riguardo Fromm, dolentissima nota (inutile negarlo), non sono del tutto convinto che la tua introiezione inconscia sia una cosa esclusivamente positiva. Una ragione di questo fatto è che anche io mi sono reso conto, pur non avendolo mai letto, di avere pensato parecchie delle cose che ho letto nei libri di Fromm. E questo, diciamocelo, a me pare piuttosto maieutico. Ma tuttavia quando penso a come vedevo il mondo e a come interagivo con il mondo prima di leggere Fromm, Marcuse Adorno Baumann e compagnia, e a come invece lo vedo e interagisco con esso ora, ecco insomma mi accorgo di quanto abbiano giovato queste letture…
    Ad ogni modo il tuo ritrovarti d’accordo con Fromm non è secondo me perchè Fromm è entrato nel profondo etc, ma perchè in realtà è uscito quello che nel profondo c’era già, e cioè quelle stesse istanze fondamentali dell’uomo di cui Fromm parla diffusamente e che ti fanno sembrare così familiare il suo modo di porre le questioni fondanti dell’esistenza. Questo a prescindere dal fatto che tu l’abbia letto a suo tempo.

    Parentesi: mi si perdoni l’enfasi eccessiva con cui celebro le glorie Frommiane, però non mi va davvero di fare il solito minimizzatore degli entusiasmi, se vi crea imbarazzo che si esprima dell’entusiasmo, beh andate a farvi fottere, en passant.

    Un’altra ragione sta nel fatto che secondo me far diventare Fromm una cosa inconscia, significa in un certo senso “perdere” questa cosa, affondarla in una palude, insomma rimuoverla. Ti sei stupito forse di come sia riaffiorata, ma non credo sia positivo il fatto che sia finita così in fondo. Qui secondo me c’è della resistenza in proposito: che buona parte del pensiero di Fromm sia marxista va bene, ma la maggior parte è freudiana, la formazione di Fromm è prima di tutto psicanalitica e poi filosofica di stampo marxista. Per non trascurare la componente ebraica poi.
    Può darsi che sia il Fromm marxista quello che ti ritrovi tanto familiare, ma allora non è più Fromm, è un Marx-bis a cui ti stai riferendo, ed è chiaro che a questo punto se devi raffrontarti con il mondo contemporaneo è a Marx che fai riferimento, e Fromm passa in secondo piano come “Marxista minore”; in questo senso p.es. citare Fromm sarebbe come citare l’apostolo Pietro anzichè Gesù Cristo in persona.
    Se poi aggiungiamo il fatto che Fromm sia uno psicanalista e rileviamo la tua diffidenza verso le barbe e gli occhiali dei vecchi austro-ungarici, ecco che il povero Fromm si deve accollare oltre che l’infamante etichetta di “pappagallo” anche la nomea di seguace di Freud, insomma due buone ragioni per farlo cadere in secondo piano…

  45. md Says:

    @Umberto: meno male che era “brevissimamente”…
    Per quanto riguarda Fromm, vabbé, pace e amen, in questo momento ho altro per la testa… senza voler togliere nulla a lui e al tuo entusiasmo.
    Mi pare proprio che la voce “ironia” di wikipedia (almeno nelle versioni italiana, inglese e tedesca) non parli di Aristotele… quindi, bisogna andare a leggersi direttamente lo stagirita; domani comunque posto sull’argomento

  46. Andrea Says:

    Eh sì, Umberto si sente investito della missione di “scoprire gli altarini” di quanti scrivono su questo blog, di svelare i nostri pensieri reconditi e inconfessati, la nostra falsa coscienza, il tutto gratis e senza nemmeno lo sforzo di sdraiarsi su un lettino: di questo non possiamo che essergli riconoscenti.

    ps chissà quanti altarini riuscirà a scoprire da questo post…

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