Arguire

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“Se il conflitto fosse la soluzione
ai miei problemi
io sarei sempre in conflitto”.

(Caparezza)

Mentre affronta il delicato argomento delle passioni e degli affetti umani, Spinoza dice ad un certo punto che il linguaggio appare carente proprio nella sua capacità descrittiva (per i maniaci come me del rigore bibliografico, il passo si trova in Etica, parte III, Scolio alla prop. LII). Come dire: quel che si agita nel corpo e nella mente di un essere umano è a tal punto complesso e articolato, che il pensiero o la nostra arte classificatoria che trovano nella struttura linguistica il loro mezzo più potente, faticano non poco a stargli dietro. La filosofia arranca dietro alla vita – come si era già detto in altra occasione.
In linea di massima concordo, però sostengo, per amore del paradosso, che si possa affermare anche l’esatto contrario: talvolta la lingua è così ricca di sottigliezze e di sfumature da risultare barocca e sovrabbondante rispetto alla realtà cui si riferisce. O meglio: è la nostra scarsa padronanza del patrimonio linguistico (in primis di quello lessicale e semantico) a costituire una difficoltà. Del resto, quante sono le parole che quotidianamente usiamo? Certo, so bene che i diversi contesti richiedono usi e giochi linguistici diversi (dalla chat al saggio scientifico, dalla convivialità alla cortesia formale la gamma è piuttosto ampia e potenzialmente infinita).
In realtà tutto questo cappello, che non comincia nemmeno ad affrontare la questione, serviva solo ad introdurre il problematico uso di un termine con il quale mi sono recentemente misurato, e cioè arguire.

Di per sé il significato della parola è piuttosto lineare: viene dal latino arguere, che significa “dimostrare”, la cui prima accezione però era “far brillare”, “rischiarare”. Arguire significa, come i dizionari recitano puntualmente, “giungere a una conclusione attraverso indizi e premesse”. Ci metto anche l’esempio: dalla sua espressione arguisco che mente. Dunque arguendo non faccio altro che portare alla luce ciò che già si intravvedeva, e che però era visibile solo parzialmente; illuminare totalmente una scena che prima era fatta di luci e di ombre.
Si capisce però facilmente come il termine, laddove applicato alla relazione tra umani, sollevi non pochi problemi, anche perché sembrerebbe trattarsi di un ragionamento implicito, sottotraccia, non sempre dichiarato: da segni che sono convinto di cogliere, ricavo altrettanto convintamente, ed anzi conclusivamente, qualcosa che ti riguarda. E non è detto che te lo dica in faccia o che te ne chieda conto. Non solo: questo indurre (o dedurre?) mi porterà inevitabilmente ad una catena causale che, di argomento in argomento (altra derivazione dal medesimo verbo) potrebbe condurmi molto lontano rispetto alla posizione del mio interlocutore. D’altra parte, la premessa di tutto il ragionamento sta proprio nel carattere di chi arguisce, che per definizione è, per l’appunto, arguto: dotato cioè di vivace intuizione, prontezza, ingegno, acutezza, persino mordacità (altra parola molto interessante, che però ci porta ancora più lontano, dato che denota anche asprezza, causticità, ecc.).
Pare quindi esserci uno squilibrio relazionale, che potrebbe riequilibrarsi solo a patto che l’uno di fronte all’altro stiano due soggetti arguti allo stesso grado. Il gioco si potrebbe poi complicare con l’intervento di un’altra “facoltà” tutta umana, che è quella della simulazione (o della dissimulazione) e della contromossa dello smascheramento – che ci riporta ancora all’arguire: “sono così bravo che riesco anche a leggere i segni con i quali vorresti mascherare quello che pensi o che sei o che desideri”!
Ma tutto questo mio discorso dove vuole andare a parare? – qualcuno forse si chiederà.
Come sempre credo occorra fare molta attenzione nell’uso delle parole oltre che delle facoltà che quelle sottendono: arguire da ciò che è stato detto scritto o fatto da qualcuno, giudizi affrettati e conclusivi, può rivelarsi molto pericoloso. Anche perché accade lo strano (ma universalissimo) fenomeno per cui la mia lettura dell’altro (e dei suoi segni più o meno tangibili) è sempre condizionata da categorie interpretative del tutto soggettive: e come potrebbe essere diversamente, si risponderà. Quel che conta è allora essere consci di quelle categorie (cioè di se stessi e di come si è fatti), sapere che sono parziali e che un loro uso troppo rigido potrebbe condurre a fraintendimenti quando non a grossi abbagli. Il brillare dell’arguzia si tramuterebbe così nell’abbacinamento dell’illusione.
So bene che si tratta di una pratica diffusa, e di “errori” di valutazione che tutti quotidianamente commettiamo. Forse è inevitabile. Forse siamo così presi dal vortice e dalla frettolosità delle nostre faccende da non farci più caso. O forse siamo solo degli egocentrici e narcisisti inguaribili. Arguiamo continuamente perché è un’operazione rapida che corrisponde ai nostri ritmi e bisogni del momento. Ma dovremmo tener conto del fatto che anche gli altri arguiscono molto su di noi. E se sapessimo per filo e per segno quel che ne concludono forse non ci farebbe piacere.
A tal proposito bisognerebbe ricordarsi che l’altro che si ha di fronte (o di lato o di sotto) non è un oggetto da analizzare, né un blocco granitico né tantomeno un alieno – è semplicemente uno che funziona grosso modo come l‘io arguto e osservatore. Insomma: è un incrocio di sguardi, uno scrutarsi di simili, un magnifico speculum di quel che si è davvero, e senza il quale sarebbe molto più difficile penetrare in se stessi ed autoconoscersi. Una preziosa occasione da non sprecare – cose per le quali occorrono tempo, quiete, disciplina, dedizione. Cioè tutto quello che in genere e per lo più al nostro vivere sociale e alle nostre relazioni manca.

(Naturalmente tutto questo discorso vale innanzitutto per me e può benissimo applicarsi anche alle logiche relazionali sottese alle discussioni di questo blog, per quanto minime e un po’ algide possano talvolta apparire, dato il mezzo…).

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7 Risposte to “Arguire”

  1. P. Says:

    il fatto che la vita possa arrancare dietro la filosofia mi piace…e soprattuto la tua giustificazione della nacessità di una sana dialettica tra esseri umani o almeno così mi sembra di capire. Cmq sarò un tuo lettore è davvero interessante il tuo blog, ovviamente se ti va puoi venire a far visita al mio perchè io e lamia associazione lo abbiamo creato per proporre il libero scambio di idee e opinioni on line; essendo tu una persona molto intelligente(si evince) e curiosa e aperta sicuramente al confronto sono sicuro che sarà un piacere ascoltarti.
    In ogni caso bel blog davvero

  2. md Says:

    Caro P., grazie e benvenuto. Dovresti però segnalarmi il link del tuo blog.

  3. anna Says:

    Ho evidenziato alcune frasi che hai scritto * scarsa padronanza del patrimonio linguistico, in primis di quello lessicale e semantico * arguire… ragionamento implicito… da segni sono convinto di cogliere qualcosa che ti riguarda … e non è detto che te lo dica in faccia o te ne chieda conto … e questo potrebbe condurmi lontano dalla posizione del mio interlocutore * pare quindi esserci uno squilibrio relazionale, che potrebbe riequilibrarsi solo a patto che l’uno di fronte all’altro stiano due soggetti arguti allo stesso grado… riesco anche a leggere i segni con i quali riesci a mascherare quello che pensi o che sei o che desideri * arguire da ciò che è stato detto, scritto o fatto da qualcuno, giudizi affrettati o conclusioni può rivelarsi molto pericoloso * la mia lettura dell’altro è sempre condizionata da categorie interpretative del tutto soggettive… sapere che sono parziali e che un loro uso troppo rigido potrebbe condurre a fraintendimenti quando non a grossi abbagli * ma dovremmo tener conto del fatto che anche gli altri arguiscono molto su di noi. E se sapessimo per filo e per segno quel che ne concludono forse non ci farebbe piacere * l’altro che si ha di fronte NON E’ UN OGGETTO DA ANALIZZARE * è un incrocio di sguardi, uno scrutarsi di simili, un magnifico speculum di quel che si è davvero, e senza il quale sarebbe molto più difficile penetrare in se stessi e autoconoscersi”. Mi è venuto in mente un amico che mi ha insegnato il SILENZIO, lo stare a guardarsi in silenzio. Peccato che anche la comunicazione non verbale abbia i suoi limiti. Credo anch’io che gli altri ci facciano da specchio, ci mostrino parti di noi che NON VEDIAMO o che non vogliamo vedere. Forse oltre ad arguire si potrebbe esaminare ‘sentire’ o credere di sentire quello che l’altro prova, sente. Spinoza, se ho capito bene, parla del linguaggio mentre affronta “il delicato argomento delle PASSIONI e degli AFFETTI UMANI”. (mi scuso se ho fatto errori di trascrizione)

  4. anna Says:

    o forse, EMPATIA. da Il nuovo Zingarelli: (filos. psicol.) fenomeno per cui si crea con un altro individuo una sorta di comunione affettiva in seguito ad un processo di identificazione.

  5. anna Says:

    un ‘sentire’ quello che l’altro prova da quanto ha scritto, un sentire ‘filtrato’ dal soggetto, colorato dai suoi vissuti. Filtrare nel senso figurato “analizzare, elaborare mentalmente” e quindi un’identificazione che coinvolge mente e affetti contemporaneamente.

  6. emiliano Says:

    La parola del resto è sospesa tra un versante oggettivo, come simbolo buono per una comunità; e un altro soggettivo, carico della passione e dell’approssimazione del singolo. E’ in questa sua dualità che si annida forse la sua potenza. In fondo se ci pensi md, nella parola arguire c’è già in qualche sua piega l’umiltà, la consapevolezza del suo limite, della sua luce relativa.

  7. md Says:

    Interessante Emiliano… io avevo valutato invece soltanto il versante “aggressivo” della parola, quello che infrange il limite e che dal visibile vorrebbe ricavare l’invisibile.

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