Argento e nevi filosofiche

Forme di resistenza by chourmo

La bio-grafia è per certi aspetti una duplice scrittura: da una parte il dispiegarsi concreto della vita individuale, di quel più o meno originale percorso di vita e di autoplasmazione che ciascuno persegue (o dovrebbe o vorrebbe). Dall’altra è la riscrittura o la trascrizione o la rappresentazione di quel percorso: una sorta di romanzo di se stessi, di autonarrazione, che la gran parte degli umani per fortuna non scrive (già bastano e avanzano i narcisi pieni di sé, sempre pronti a pubblicare e concionare su ogni sciocchezza che li riguarda), ma che, a parere di alcuni, invece dovrebbe essere scritta. E’ ad esempio quel che pensa Romano Màdera, in quel piccolo gioiello filosofico che è il saggio La filosofia come stile di vita. Qui l’autore delinea una sorta di filosofia della biografia, o di biografia filosofica, volta ad operare una scelta tra costruzione biografica e smarrimento del sé nella serialità; la filosofia viene strettamente connessa al bios e concepita come ecumenismo biografico, fatto di dialogo, raccordo, comunicazione. La biografia così intesa è anche da leggersi come terapia (in senso lato) e valida alternativa tanto al determinismo genetico quanto all’ossessione identitaria e alla frammentazione post-moderna. Màdera profila quindi una sorta di “utopia bio-ecumenica” basata sull’autorealizzazione solidale.
La biografia, da questo punto di vista, non è soltanto un raccontare la propria vita (cosa peraltro a rigore impossibile), ma darne un verso, una direzione, un senso (più che un significato, dato che si rischierebbe di travalicare nel genere fantasy): un partire da qui per arrivare , un segnare alcune tappe, uno scandire il tempo, forse anche un progredire – con tutte le cautele del caso a proposito del termine “progresso”. D’altra parte è esattamente quello che succede con la scrittura: si comincia da qualche parte, si snocciolano parole, righe, pagine, capitoli uno in fila all’altro, fino ad una qualche conclusione. Inizio, fine – e in mezzo la storia, la trama, l’ordito, l’intreccio – che però la scrittura dovrebbe essere in grado di sbrogliare e ordinare.
Proprio quest’anno celebro le mie “nozze d’argento” filosofiche. Correva l’anno 1984, quando incontrai per la prima volta Philosophia.

Ora, non so dire se questo incontro – di cui tra poco darò un breve resoconto – abbia dato una svolta radicale alla mia vita. Se sia stata cioè un’ansa larga o una cascata o un’alluvione lungo il mio corso fluviale. Non so quanto sarei stato diverso – non dico certo in termini di temperamento o di carattere, quella è una zona del’io piuttosto imperscrutabile, in parte predeterminata e comunque ben poco modificabile. Posso però ipotizzare che se avessi proseguito nel mio corso di lettere ad indirizzo storico mi sarei laureato più in fretta, e avrei intrapreso la strada dell’insegnamento – e quindi avrei fatto un altro lavoro, incontrato altre persone, magari cambiato regione. Chissà. Ma è inutile giocare con i se e con le ipotesi – anche perché si dovrebbe continuamente retrocedere ai bivii precedenti, esaminare tutte le possibili variabili perdendosi nei meandri dell’ignoto. Divertente per la trama di un film, magari, o per tener viva la facoltà immaginativa, ma un po’ meno nella pratica biografica.
Fatto sta che in quell’estate del 1984 è cominciato un percorso del tutto imprevisto, che ha finito per complicarmi la vita, e che reputo però una delle cose più straordinarie che mi siano capitate – tanto che del capitolo biografico intitolato “Io e Philosophia” non vorrei spostare una sola virgola. Su tutto il resto avrei da ridire, talvolta parecchio, ma su quella parte proprio no!
Poiché questo incontro deve essere narrato (romanzato, scritto e trascritto – gli dev’essere cioè attribuita una forma), lo faccio rievocando tre modalità attraverso cui è avvenuto e ha finito per cambiare la mia vita. Una persona, un libro, una serie di lezioni universitarie… L’oralità, la scrittura, la cattedra – tre facce di un’unica figura, quella cioè del maestro.

La prima esperienza è stata la più forte, stavo per dire “carnale”, dato che si tratta di quella determinante e sorgiva: l’incontro con una persona in carne e ossa che assommava in sé lo sguardo penetrante, la voce profonda e la parola ammaliatrice e fascinosa della filosofia – il tutto intercalato da qualche lampo di follia. E’ per me una parte meravigliosa e insieme dolorosa – dato che quella persona, per motivi biografici che preferisco tenere per me, ha finito per assumere in seguito un significato totalmente diverso. Ma tralasciando il particulare-particulare, e passando al particulare-generale, proseguo con la narrazione: durante quell’estate, l’amico e maestro di allora mi impartì quattro straordinarie lezioni sulla filosofia antica (nell’ordine: presocratici, Socrate, Platone ed Aristotele) di cui non avrei dimenticato una sola parola. Quella su Socrate rimane poi indelebilmente legata ad una cena eritrea in un ristorante di Porta Venezia a Milano: fuoco sulla lingua per il mio primo zighinì, sulla pelle per l’atroce caldo e nella testa per la malìa di quelle parole.

Ci fu poi, nel tardo autunno, la lettura del libro di Severino La filosofia antica, edito per la prima volta proprio in quell’anno 1984. Ho qui sottomano la copia regalatami dal mio maestro, e sottolineata con foga, densa di frecce e di simboli. Emanuele Severino, nell’Introduzione, invita il lettore a salire con lui in alta montagna, disponendolo così a misurarsi con uno degli “eventi più decisivi nella storia dell’uomo”: l’apertura dello spazio originario nel quale la cultura occidentale, e conseguentemente buona parte del pianeta, si muove tuttora. “La filosofia nasce grande”, scrive Severino, perché evoca concetti potenti, strutturali, inauditi: verità, totalità, episteme, cosmo, arché, physis… L’impatto con questo “spazio originario” e con la sua “grandezza” – una radicalità in grado di stravolgere la mente – non mi ha più abbandonato. Così come negli anni successivi le “discussioni severiniane”, in particolare con un caro amico che avrei voluto mi considerasse a sua volta un maestro, hanno fatto da contrappunto ai miei studi, dubbi, pensieri, domande.

Infine, ci fu, sempre in quel (per me) annus mirabilis 1984, il corso di Emilio Agazzi sul giovane Marx, i Manoscritti economico-filosofici, la genesi e la formazione del materialismo storico. Non ne ricordo il titolo, ma furono lezioni indimenticabili – specie quelle, su Feuerbach, che mi rivelarono per la prima volta il mio ateismo. L’entusiamo per quel corso rasentava l’adorazione: ricordo che nel corso della memorabile nevicata del gennaio 1985 (quella degli 80 centimetri di neve a Milano) avevo cercato in tutti i modi di raggiungere l’Università Statale per non perdere nemmeno un minuto di lezione – ma il caro professore veniva da Pavia e l’idea di mettersi in viaggio con quel tempo da lupi non lo aveva nemmeno sfiorato! Tornai a casa delusissimo, mettendoci svariate ore, ma pur sempre fiducioso in un recupero nella settimana successiva. Mica poteva nevicare per sempre…

Quei tre capitoli – tanto per continuare con lo stile narrativo e per rievocare di nuovo la neve e i rigori dell’inverno con cui l’anno mirabile si andava concludendo – avrebbero trovato un vertice nel corso di una solitaria passeggiata filosofica proprio in mezzo alla neve: ricordo per filo e per segno il mio stato d’animo, un ardore al limite del delirio, una vera e propria esperienza estatica che mi portò per la prima volta sulla soglia del panteismo (e della follia). Contemplare quei fiocchi di neve che cadevano nelle acque vorticose del fiume, sui campi, sulla vegetazione, sui tetti, su di me e su tutte le cose, mi fece sentire per la prima volta parte di un tutto, gioire di quel sentire ed esserne insieme consapevole. Io ero quella neve, quella neve era me; nevicavo insieme a quei fiocchi fuori di me, mentre essi cadevano dentro di me – e tutto sprofondava in un biancore assoluto, indeterminato, infinito. Qualcosa di inaudito (e forse di pericoloso) stava accadendo…

(La foto – vera e propria metabasi in altro genere – è di chourmo)

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23 Risposte to “Argento e nevi filosofiche”

  1. Melandroweb Says:

    Bel post complimenti

  2. md Says:

    grazie Melandroweb!
    a proposito: bei luoghi, decisamente da visitare!!!

  3. Vincenzo Cucinotta Says:

    Storia di un innamoramento, narrata con una passione che evidentemente continua nel ricordo,e non sappiamo se il ricordo si nutre di una passione ancora presente o invece c’è una passione ancora viva perchè di quei ricordi si nutre.
    Potrei a mia volta narrare il fascino che subii al liceo dal mio professore di italiano, ma infine non sta nell’insegnante il dato fondamentale, ma nella nostra adolescenza-primissima giovinezza, in cui il mondo si svela ai nostri occhi e questa visione fulminante di un universo non soltanto ignoto, ma la cui stessa esistenza si ignorava, forse ci nutre ancora.
    Complimenti, mi hai coinvolto.

  4. anna Says:

    grazie, md. mi hai ricordato momenti ‘straordinari’ della mia vita! forse è il ‘perdersi’, il perdere i confini del proprio corpo, nell’immensità del pensiero che può far avvertire un senso di ‘pericolo’. Forse sono momenti in cui esploriamo spazi più grandi di quelli che la ragione è solita offrirci, forse questi spazi immensi hanno qualcosa a che fare con quel vertice in alto…

  5. md Says:

    @Vincenzo @anna
    grazie per gli apprezzamenti e per la condivisione

  6. milena Says:

    @md:
    Bel racconto Mario, bello davvero. E una cosa ben scritta ha il potere di coinvolgere il lettore, concordo.
    E mi sono talmente immedesimata da mettermi al posto del protagonista, che non sei tu, ovviamente, perché tu sei molto di più e ben altro. Perché entrambi sappiamo che ogni interpretazione è la maschera del fatto, e che la verità è il fatto, appunto, ed è tutta un’altra cosa.
    Ergo: dopo essermi tanto coinvolta, ti riferisco l’interpretazione successiva che la mia mente è riuscita a dare di questa storia, la mossa, che è il mio modo personale di muovermi, di non stare ferma, di cercare di liberarmi dalle pastoie del mondo, e che è stata in parte provocata dalla lettura di questo brano.
    Confido nel fatto che tra solidali, tra amici, sia permesso strizzarsi l’occhio oltre che stringersi la mano, ma se ti incazzerai, tanto meglio, perché io stessa sono stata presa da una sana, onesta e legittima incazzatura.
    E vengo al punto.
    “Un annosa questione dibattuta tra gli alpinisti è se convenga o meno essere legati fra loro nello scalare le montagne per raggiungere le vette.
    C’è chi preferisce unire le forze e altri procedere in solitario.
    Avanzare legati comporta il rischio o di venire travolti dagli errori o incidenti altrui ma anche il vantaggio di poter essere salvati dal compagno di cordata o, viceversa, il merito di poterlo salvare.
    Nel procedere in solitario invece il rischio o il merito è tutto solo del solitario e della casualità – ma quella esiste in ogni caso.
    La scorsa settimana è accaduto un evento tragico (e non è una metafora ma un fatto vero!): un alpinista principiante con la sua guida sono precipitati a valle per cinquecento metri mentre stavano scalando il Gran Paradiso. Nessuno sa cosa realmente sia successo – se sia stata la guida a mettere un piede in fallo o il suo protetto, o magari un masso che ha ceduto sotto uno di loro o sotto entrambi. Fatto sta che alcuni alpinisti nella zona hanno sentito delle urla, un tonfo ed è finita lì.
    Naturalmente non posso che dispiacermene. Ma anche se me dispiaccio non cambia il fatto che loro sono morti e io sono (per il momento) ancora viva.
    E sono talmente viva che mi son detta “ma pensa! se a Dante e a Virgilio fosse successa una cosa simile ora non avremmo la Divina Commedia …”.
    Lo so, sono una perfetta cretina, ma che ci vuoi fare … intanto sono una cretina, sì, ma una cretina viva.”
    Eccetera eccetera. Magari continuerò domani, perché domani, si sa, è sempre un altro giorno. Mentre oggi mi sono già tolta gli scarponi e ho intenzione di sbrigare tutte le mie faccende per poter andare presto al mare con secchiello, paletta e salvagente con l’ochetta
    Un bacio.
    Milena.

  7. milena Says:

    ah dimenticavo! camminare a piedi nudi sul bagnasciuga …

  8. anna Says:

    @ milena: oggi mentre pranzavo, stavo ripensando al tuo commento “io sono più propensa a credere che la parte più importante potrebbe essere il centro, o il cuore… come luogo,non-luogo,in ogni luogo dove ogni cosa si congiunge, unisce, tiene insieme, e da cui partono tutte le diramazioni” ed ho scritto due righe: la pienezza vitale, il sentirsi collegati agli altri ‘anche’ nell’amore, nel dare se stessi, per quel che si è in quel momento, alle altre persone, agli animali … A volte ‘dare’ anche i propri errori, ma, con tanta umiltà si può imparare parecchio sia dai nostri che da quelli altrui. Anche il perdono (sa un po’ di religioso) è una forma di amore, un dare a se stessi e agli altri. Poi, per i fortunati, c’è anche l’amore di coppia! Poi ho acceso il computer e ho letto questo commento. Ma io ti immaginavo già in auto, con lo stereo acceso, mentre pensavi “ho preso tutto? le pinne… la maschera… il boccaglio… porca miseria! ho dimenticato lo stoino! Bellissimo “avanzare legati comporta il rischio o di venire travolti dagli errori altrui o da incidenti ma anche il vantaggio di poter essere salvato dal compagno …o il merito di poterlo salvare”. Lasciarei perdere il merito, punterei sulla ricchezza dell’esperienza vissuta insieme

  9. anna Says:

    anche a me piace camminare in riva al mare, sì ma… al mattino presto o alla sera… nei momenti romantici e più ‘contemplativi’ della giornata

  10. milena Says:

    Sì, Anna, va bene. No, non sono ancora partita, però forse domani mattina. E sai come si dice, che partire è un po’ come morire, per cui bisogna lasciarsi dietro le spalle ogni cosa ed è meglio che sia anche pulita e in ordine. Io e il mio compagno stiamo facendo grandi e piccoli lavori in questi giorni dividendoci i compiti e le parti. Devo ancora preparare la valigia e spero di riuscire a metterci l’essenziale e a lasciarmi dietro quello che non serve. Che sia leggera, insomma, e se non lo sarà fa niente. Poco fa stavo scrivendo la lista e ti ringrazio di avermi ricordato di portarmi appresso maschera boccaglio e stoino.
    Sì, “merito” non è la parola esatta e propongo di cambiarla con “occasione”.
    Quando poi mi ricordi il perdono, sì, credo che tutti noi abbiamo grandi o piccole cose da perdonare e farci perdonare, e non è certo dando la colpa a qualcuno per qualcosa che si possono lenire le ferite. Qualche anno fa avevo visto un film interessante e letto il libro – “il dolce domani”, non ricordo l’autore.
    Racconta di un autobus pieno di bambini che precipita nel lago ghiacciato. Molti bambini muoiono, altri rimangono menomati. Arriva un avvocato e cerca di convincere le famiglie a trovare il responsabile che deve ripagare il malfatto. Ma alcuni di loro capiscono che in questo modo sarebbero rimasti intrappolati nelle vicende del passato, nel dolore, e decidono di fare in modo che la “causa” non venga nemmeno aperta. Ed è così, insomma, che forse riusciranno a vivere un “dolce domani”.
    Io capisco che il più delle volte non c’è nulla da capire perché le cose sono e basta, ma perlamordidio non venitemi a parlare di “maestri” che ti conducono sulle vette! e per di più legati a loro a filo doppio!
    Sono stata brutale ma ormai l’ho detto.
    Ah, gli uomini, gli uomini – e anche le donne, beninteso – vogliono andare in cima alle montagne, sulla luna e fra le stelle, e si dimenticano di ancora i piedi piantati nella terra. Ho visto Coco Chanel qualche sera fa in un filmato, che diceva “gli uomini vanno sulla luna. E a fare cosa?”
    Cosa ci sarà da fare sulla luna che non si possa fare dappertutto e ancor meglio qui su questa terra? dico io
    Il gioco delle metafore mi è andato bene per un po’ ma adesso mi sono stufata di giocare. Perché io non sono un bambino e in realtà c’ho già una barba così.
    Ma attenti a voi “maestri” a non riempire la testa dei bambini di troppe metafore e idee inutili

  11. md Says:

    @milena: temo che i “maestri” siano inevitabili, un po’ come le madri e i padri – che di fatti dovrebbero essere anche maestri, non solo genitori o fornitori di oggetti – così come sono inevitabili i parricidi e i matricidi.
    Sta di fatto che ora in alta quota ci sto anche senza maestri, e un po’ ovunque e non sempre e solo quando mi va. Non ho più maestri (né buoni né cattivi), ma solo buoni amici (alcuni morti); e non intendo fare da maestro a nessuno.
    La mia disposizione è quella di una canzone di Giovanni Lindo Ferretti di qualche anno fa, che nonostante la svolta papalina riesce pur sempre a dire cose belle e giuste:

    “Me ne voglio andare
    Per monti a camminare
    essere migliore
    studiare, lavorare
    me ne devo andare
    voglio respirare, al galoppo urlare
    farmi bene, farmi male”

    Buone vacanze!

  12. anna Says:

    @milena: ho sbagliato, non è vero che saliamo alcune montagne da soli. siamo sempre accanto ad altre persone, solo che, a volte, siamo talmente concentrati su di noi da non accorgerci dell’altro. in realtà, siamo tutti collegati.

  13. milena Says:

    E’ un po’ tardi, ma riporto lo stesso la revisione
    (che non avevo avuto modo di postare perché ero via)
    sul mio ultimo commento datato 4 agosto 09:

    “Avevo appena premuto ‘invio’ e già sapevo che qualcosa non andava in ciò che avevo scritto. Ma allora, sul momento, non avevo tempo per rettificare – avevo già preso la rincorsa, necessariamente presa da un bisogno vacanziero impellente, trascinante come un capitombolo. Che se si esclude un viaggio lampo il cui ricordo è andato disperso, era un anno esatto che non mi muovevo da casa; e in quegli ultimi giorni prima di partire quei brevi scritti testimoniano solo il mio dolore e il desiderio di essere via.
    Ora sono qui, in questo mondo limbo, per questa licenza premio cui tutti avrebbero diritto, e perché no, anche dovere di poter accedere. Qui al mare, in particolare, il mare che, come si dice, scioglie i dolori del mondo. Lava e dissolve. O districa i pensieri contorti ed ingarbugliati.
    Così vengo ora, anche se sono trascorse alcune settimane, a spiegarmi su quella rabbia cieca verso ‘il maestro’.
    Come a me, parrà anche a voi abbastanza naturale che alla mia età anagrafica (cinquantuno) io nutra una certa propensione verso l’autonomia, e nel contempo una qualche diffidenza verso coloro (chiunque essi siano) che, incontrati per caso o meno, dimostrino di volersi imporre come ‘maestri’, e per i più svariati motivi: che sono in possesso di più esperienza, intelligenza, cultura, scienza, sapienza, eccetera eccetera – anche se potrebbe essere vero, e molto spesso è vero davvero e non ho difficoltà ad ammetterlo.
    Nello stesso tempo, però, se un ‘maestro’ in carne ed ossa permettesse (anche senza volerlo) che io subisca una sorta di fascinazione che mi trascinasse al suo seguito, oggi (e in gran parte anche ieri e sempre) non mi sentirei a mio agio e farei di tutto per liberarmi da quelle spire. O non comincerei nemmeno a considerarlo ‘maestro’, ma piuttosto un gran coglione.
    E lo spero bene, per lo meno, perché, anche se è vero (forse) che a tutte le età e per i più svariati motivi (non ultimo quello di bramare la dipendenza per via dell’ebbrezza d’irresponsabilità che ne deriva) possiamo essere esposti alla tentazione d’incorrere in una infatuazione, un uomo di ragione non può essere infatuato – che davvero non mi pare il caso, e non sarebbe che una contraddizione.
    Ammetto però che le priorità di un uomo (un adulto, s’intende) non siano le stesse di un bambino o un giovane. Mi sembra anche ovvio, infatti, che un buon insegnante usi il suo fascino (o carisma) per svegliare, attirare e smuovere delle giovani menti, sempre che il fine conduca e non ostacoli la presa della loro indipendenza e autonomia – cosa per altro non così scontata, che di equivoci nella storia se ne sono visti tanti. Troppi!
    Tornando poi a quel mio furore (che ribadisco dopo aver ben calcolato) verso il “maestro” al singolare – che tra l’altro mi ricorda tanto il ‘maestro unico’ stile Gelmini, così nemico di un sano pluralismo – mi chiedo se non potremmo tutti quanti trovare un punto d’accordo nell’utilizzare il sinonimo (più semplice umile e comune) di insegnante.
    E’ solo un facile gesto d’igiene mentale. E anche un vero maestro non potrebbe che esserne felice. Convenire.
    Che in realtà di maestri, io so, sono certa di averne tanti, compresi quelli che non ho ancora conosciuto.
    Sono dei giganti, non un gigante solo. Non una vetta, ma una Cordigliera delle Ande. Una catena montuosa, le Alpi col monte Bianco. E salirò lassù per strappargli il dente d’oro – anche solo un pezzetto (prima di perdere i miei) per riuscire ancora a masticare questa vita.”

  14. milena Says:

    “.. salirò lassù per strappargli il dente d’oro .. ecc”

    premetto che mi sono imposta di accendere il computer e collegarmi solo dopo cena e oltre, dopo aver adempiuto a tutte le mie faccende, perciò non so se qualcuno (ma probabilmente siete ancora in vacanza) abbia già mosso critiche a questa mia frase (o ad altre) che, ripensandoci fin da stamane mi suonava pretenziosa. Che infatti avrei dovuto utilizzare una dubitativa. Ad esempio:

    “.. e chissà se non mi riuscirà di arrivare fin lassù .. ecc”,

    unitamente alla speranza e al proposito di far del mio meglio per potervi giungere.
    Per qualsiasi impresa che intendiamo intraprendere, infatti, occorrono ingredienti senza i quali ogni speranza è vana. Occorre essere forti anzitutto nel corpo e quindi nella mente, e se si è ancora deboli bisogna imparare a fortificarsi. E per diventare forti occorre disciplina, oltre ad un retto giudizio per distinguere cosa ci fa del bene e cosa del male.
    So di dire cose banali e risapute, meno scontato però è riuscire a progredire e migliorare, e tener fermi i propositi che nei momenti di grazia riusciamo a concepire.
    Essere motivati, avere un obiettivo da raggiungere, naturalmente aiuta. Ma in ogni caso, qualsiasi sia la meta – scrivere, studiare, o anche solo (e non è poco) essere in buona salute – non è detto che la si potrà ottenere, né sapere quando o per quanto tempo. Quindi mettiamoci anche una buona dose di prudenza e di onesto pessimismo.

    E qui termina la mia breve pausa pomeridiana, durante la quale fumo una sigaretta (ahimé non riesco a rinunciare) e scrivo a matita appunti su un quaderno a righe, e via

  15. milena Says:

    @ anna, carissima, ciao. Guarda che avevo capito che stavi scherzando, e non avevo frainteso. E ti ringrazio ancora di avermi ricordato di portare la maschera perché così ho potuto fare delle bellissime immersioni. E per l’occasione ti dedico queste quattro righe di diario – visto che in questo periodo vacanziero (visti anche gli ultimi post) sembra sia concesso.

    9 agosto 09
    “Oggi siamo andati fino a Cervo in bicicletta passando nelle stradine secondarie dell’entroterra oltre la ferrovia. A metà strada ci siamo fermati a riposare nell’ampia piazza di fronte alla chiesa dell’immacolata. Sul frontone un ovale racchiude il rilievo di una quercia e in un lato della piazza una quercia maestosa pare tale e quale a quella.
    Sotto Cervo la spiaggia di sassolini neri, non troppo bella, e l’acqua è torbida. Ci siamo riposati per cinque minuti e ci siamo tuffati entrambi con la maschera, io anche con il boccaglio. L’acqua è fredda al punto giusto e scende subito profondamente – a un metro e sessanta dalla riva già non si tocca e i sassi sono più grossi e scivolosi – e così torbida che non si capisce a che scopo portarsi la maschera.
    Ma andando verso il largo, nuota e nuota, si comincia ad intravedere qualcosa. Grandi massi ricoperti dalle alghe, ricci e spugne e pesci, non tanti, ma abbastanza da non sentirsi soli. E più in là si staglia verso il fondo un grande blu (profondo). Arrivare fin lì e trovare quel blu (per me) è stata una sorpresa meravigliosa per cui è valsa la pena di tanta fatica. Non ho osato entrarci, per oggi, ma domani …
    Per oggi, sdraiati sulla riva ci siamo lasciati cullare dalle voce del mare che cantava sulla battigia.
    Ah, dimenticavo: oggi siamo arrivati fin quasi alla boa.”

    Ciao ancora e a presto

  16. anna Says:

    Grazie,Milena

  17. anna Says:

    il “grazie” era riferito sia alle “quattro righe di diario” che mi hai dedicato, sia ai consigli “per qualsiasi impresa intendiamo intraprendere”. ciao

  18. milena Says:

    Sì, anna, anch’io ho molto da ringraziare per essere giunta a questo punto. E’ stato un viaggio straordinario, durante il quale ho potuto anche fare delle ottime letture, e ora sento in me un grande debito di riconoscenza.
    Questa estate ho scoperto di essere una raccoglitrice o, in altri luoghi e se capita, una pescatrice di perle. Perciò, per quanto riguarda i consigli “per qualsiasi impresa intendiamo intraprendere”, più che ringraziare me e la mia sintesi stiracchiata, per cominciare potremmo ringraziare Fichte (in “Sulla missione del dotto”) e Norberto Bobbio (in “Politica e cultura”) dei quali, attraverso la lettura di “A passo di gambero” di Umberto Eco, ho potuto leggere alcuni brani. Una bella cordata, non c’è che dire! Appena ho un po’ di tempo ne trascriverò i passaggi

  19. Madeleines filosofiche « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] avventori che fuggivano terrorizzati! Associo poi la neve al panteismo (come ho già raccontato qui); la Sicilia straboccante di elementi estremi ai presocratici; Schopenhauer all’occupazione […]

  20. maria pia lippolis Says:

    L’incontro con Philosophia…..con Sophia….per aprire e liberare la mente e il genio creativo….sempre creativo e mai distruttivo….per accorgersi che….l’amore per la sapienza non è contraria alla Sapienza dell’Amore..poichè quest’ultima è la Sapienza di ogni sapienza… e una liberata….si espande nell’universo…. come una goccia nel mare…Oceano mare……

  21. maria pia lippolis Says:

    L’incontro con Philosophia…..con Sophia….per aprire e liberare la mente e il genio creativo….sempre creativo e mai distruttivo….per accorgersi che….l’amore per la sapienza non è contraria alla Sapienza dell’Amore..poichè quest’ultima è la Sapienza di ogni sapienza… e una volta liberata….si espande nell’universo…. come una goccia nel mare…Oceano mare……dove tutto risuona e si Ascolta

  22. Il punto in 18 punti « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] nascono dai ghiacci. Almeno a me capita così. Sia il mulinare della neve – che apre inusitate prospettive filosofiche – sia le lande ghiacciate, sortiscono nella mia mente effetti stranianti e febbrili. Camminavo, […]

  23. Il flâneur | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] mio primo impatto serio con la filosofia – ne ho già narrato qui – avvenne esattamente 30 anni fa. Ed è indissolubilmente legato ad una persona – […]

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