Il materiale-simbolico

operai innse

Succede talvolta che un “piccolo fatto” finisca per travalicare i suoi confini e diventare altro da sé. E allora 49 persone che difendono con la lotta e i propri corpi il posto di lavoro diventano, specie in un paese smarrito e allo sbando come questo, una sorta di coacervo simbolico e di sintesi di tutti i nodi, soprattutto di quelli che il potere vorrebbe tagliare od oscurare: la dignità del lavoro – anche se si tratta di un lavoro di merda, che non sia fare il calciatore o la soubrette – in una repubblica fondata (ormai solo a parole) su quello; l’eterna dicotomia tra lavoro e capitale, acuita dalla crisi economica in atto, che però è l’anima vera del capitalismo, cioè il primato del denaro e della speculazione su tutto il resto – e dunque la mercificazione e vampirizzazione integrale del mondo; la materialità del conflitto contro i lustrini della politica-spettacolo e il velinismo massmediatico; il richiamo secco alla sinistra (plurale o singolare, radicale o moderata, vecchia o nuova, poco importa) al suo ruolo storico presunto; la nudità dell’imperatore che ciancia tanto di sicurezza, difesa del territorio e simili, e poi balbetta di fronte alla vera insicurezza esistenziale e materiale dei cittadini – e certo a voler scavare c’è dell’altro…

Sarò un veterocomunista, uno che viene da un altro secolo e che non riesce a convivere con il nuovo, ma io negli operai della Innse di Milano che difendono il loro posto di lavoro, vedo sì un atto antico e sorpassato, ormai innominabile, qualcosa che però ha ancora il potere di scoperchiare l’arcano ricoperto dal belletto nuovista e dalle minchiate posticce che ci hanno fatto ingoiare in tutti questi anni: c’è dietro il denaro, ci sono lorsignori, c’è lo sfruttamento, la produzione, le macchine (tecnomostri da smontare e svendere difesi dagli operai, che avrebbero invece tutto il diritto di prenderli a mazzate!) – ed eccola, a sorpresa c’è lei, quella che una volta chiamavamo lotta di classe! Ma guarda un po’…

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20 Risposte to “Il materiale-simbolico”

  1. Luciano Says:

    Salve.

    Partiamo con la solidarietà con quei lavoratori che stanno perdendo il posto di lavoro. Essa è ovviamente, da lavoratore, incondizionata. Solo chi conosce il sapore metallico della paura di non avere alternative né a breve né a lungo termine, la domanda “che cosa do da mangiare ai miei figli” o “come pago la rata del mutuo” può capire che cosa stanno passando quei lavoratori. In una parola, solo chi è già stato licenziato sa che cosa stanno provando, al di là dei dettagli personali di bilancio familiare.
    Detto questo, purtroppo qui non si tratta di denaro, lorsignori, sfruttamento, pallette, lustrini o quanto altro ci offre la politica. Il problema è che nel momento stesso in cui si è determinata la separazione tra chi esegue il lavoro e i mezzi per eseguirlo non si è più nella condizione, come prestatori d’opera, di poter determinare alcunché. Il problema della sinistra è quello che io chiamo “sindrome dell’assalto al Palazzo d’Inverno”. Voglio dire che è un abbaiare alla Luna, un voler conculcare il diritto altrui a disporre della propria proprietà per affermarne un altro. Badate bene. Io non sto dicendo che sia giusto che la fabbrica chiuda. Dico che il proprietario ne ha tutti i diritti e noi non siamo nella condizione di dire che quella fabbrica deve restare aperta. E non si tratta neanche di lotta di classe. A meno che non ci sia solo il padrone e gli operai ci saranno per forza anche degli impiegati. E non credo che un capo reparto che perde il lavoro, magari a 50 anni, sia meno degno di supporto di un operaio.

    A presto.

  2. md Says:

    @Luciano, non sono affatto d’accordo: il lavoro è innanzitutto un’attività sociale non riducibile a questioni proprietarie e quel padroncino avrà anche un “diritto” (che poi sarebbe da discutere in relazione a quanto afferma la costituzione in proposito), ma la fabbrica non è mica roba sua.
    E a proposito di colletti bianchi, non è che loro stanno fuori dai rapporti di classe, oltre al fatto che non si tratta di stilare una gerarchia delle dignità.
    Sulla sinistra: non vedo proprio dove stia quella sindrome, almeno ci fosse!
    Sulla proprietà, poi, avrei così tante cose da dire che ci rinuncio in partenza.
    Certo è che, come ci ammonisce Dante, nulla è più mobile della ricchezza.
    Per non sbagliare, però, io opto sempre per il conflitto sociale.

  3. Daniele Verzetti, Rockpoeta Says:

    Esatto il problema é che si é persa la coscienza di ciò che si é e quindi anche della lotta di classe o cmq per i propri diriti

    Ciao
    Daniele

  4. Vincenzo Cucinotta Says:

    Le persone che perdono di colpo il lavoro e si trovano di fronte all’assenza di risorse di sostentamento non hanno smesso mai di esserci, nessun benedetto giorno di questi anni di lustrini e pailettes come dici tu. Cosa c’è di significativo in questa specifica lotta?
    C’è che invece di vivere la propria angoscia solitariamente, questi operai hanno deciso di viverla pubblicamente e collettivamente.
    Ciò però non significa che esistono le classi, ma solo che essi, soggettivamente, e quindi direbbe Marx su un piano sovrastrutturale, si riconoscono classe. Tanto questo riconoscerci è un atto soggettivo e quindi culturale che, essendo in oggettivo conflitto con altri operai, ben più poveri di loro, resterebbe da chiedersi se siano essi a costituire la classe proletaria o non piuttosto essi una classe già privilegiata che “corporativamente” difende i propri privilegi verso altri più poveri di loro.
    Questo ragionamento, in una certa misura, me ne rendo ben conto, paradossale, serve per evidenziare come il marxismo in una dimensione di globalizzazione mostra ancora una volta i suoi limiti. Se ci chiudiamo all’interno di una nazione, è chiaro chi sono i padroni e chi i proletari (forse neanche…), ma figuriamoci in una dimensione mondiale quali nuovi formidabili interrogativi si pongono, a cui la risposta marxista pare frettolosa e alla fine del tutto insufficiente.

  5. md Says:

    @Vincenzo, obiezione lapidaria: se c’è un pensatore che ha una visione globale quello è proprio Marx (tanto è vero che gli economisti seri, i teorici e gli intellettuali che stanno ai piani alti del sistema globale prendono molto seriamente le analisi del loro nemico, molto più di tanti ex- in circolazione…). E comunque se c’è una cosa su cui la risposta marxista non pare per nulla frettolosa è proprio la questione dell’internazionalismo, visto che ne ha da sempre fatto una battaglia prioritaria.
    Il corporativismo, poi, è esattamente l’accusa ultraideologica di quelli che non hanno nulla da difendere, perché hanno già la pancia piena e privilegi a iosa – e che certo non hanno nemmeno nessun interesse a mettere in discussione le gerarchie di classe.
    Un’ultima nota: le classi esistono comunque a prescindere dal livello di coscienza, e il fatto che ci siano stratificazioni, intersezioni, ecc. non sposta di una virgola la loro entità dovuta al sistema produttivo.

  6. Fabio S. Says:

    Luciano dice che “il proprietario ha il diritto di chiudere la fabbrica” quando vuole.

    E non e’ neppur vero quel che dice MD quando dice che “la fabbrica non e’ del proprietario”.

    Penso che vadano distinti il diritto di proprieta’ sul bene “fabbrica” (riconosciuto e tutelato nella nostra Costituzione) dalla “responsabilita’ sociale d’impresa” che trova fondamento nell’art. 42 della Costituzione secondo comma.

    Laddove la Costituzione ci dice la proprieta’ privata “e’ riconosciuta e garantita dalla legge ma… nei limiti ed allo scopo di assicurarne la funzione sociale..”.

    L’art. 41 comma secondo precisa a sua volta precisa che “l’iniziativa economica privata non puo’ svolgersi in contrasto con l’utilita’ sociale”.

    Insomma: occorre coniugare libera iniziativa imprenditoriale con sicurezza sociale. Benessere collettivo e logica imprenditoriale.

    Questo e’ uno dei pilastri fondanti del patto sociale.

    Per dirla con Rahlf Dahrendorf occorre far “quadrare il cerchio”, tra creazione di ricchezza per gli azionisti, utile d’impresa, efficienza e salvaguardia del benessere economico e sociale.

  7. Luciano Says:

    Salve.
    Ringrazio Fabio per aver chiarito quanto io in modo molto più involuto intendevo dire. Soprattutto per quel che riguarda gli ultimi periodi del suo intervento.

    Mi sembra evidente che deve essere fatto il possibile per preservare l’utilità sociale dell’iniziativa economica privata. Ciò implica fare di tutto per far rimanere in vita detta iniziativa o per aiutare i lavoratoi che possano aver danno da qualsiasi azione che ne preveda l’interruzione. Tutto questo ovviamente nel rispetto del diritto di proprietà.

    Quello sociale è un patto, appunto, soggetto a trattavita per sua natura, e non una costrizione.

    A presto.

  8. md Says:

    dice Fabio: “Insomma: occorre coniugare libera iniziativa imprenditoriale con sicurezza sociale. Benessere collettivo e logica imprenditoriale” – cosa che io trovo un ossimoro;

    dice Luciano: “Tutto questo ovviamente nel rispetto del diritto di proprietà” – che è esattamente quello che io metto in discussione.

  9. Luciano Says:

    Salve.
    @MD
    E’ chiaro che se l’ipotesi di partenza è quella di mettere in discussione la proprietà (privata) e i diritti che da essa conseguono ci avviamo lungo una china di cui non conosciamo l’esatto punto di arrivo. Il concetto di proprietà a ben vedere viene applicato in molti ambiti…..non ultimo quello del a chi spetta decidere come si debba vivere o morire. Se ci pensi l’autodeterminazione (sia individuale che collettiva) è un’affermazione di proprietà. Decido io che fare della vita che sto vivendo o finendo di vivere perché la considero mia (cioé di mia esclusiva proprietà), e quindi io solo ho il diritto di decidere. Questo è vero in tutti gli ambiti. Dunque se è la proprietà privata che metti in dubbio, devi accettare che altri mettano bocca su un qualcosa, che sia materiale o virtuale, che non è di tua esclusiva pertinenza, compreso te stesso.

    A presto.

  10. Antid Oto Says:

    il diritto di proprietà è da contestare unicamente per ciò che attiene la proprietà dei mezzi di produzione, di scambio di comunicazione, non dei beni d’uso immediati tanto meno di noi stessi.
    Consiglio la lettura del libro gli Spossessati: proprietà, diritti e beni comuni del filosofo francese daniel bensaid edizioni Ombre Corte, Verone 2009.

    Roberto

  11. md Says:

    @Luciano: vedi, il punto è che io non considero il mio corpo come una “proprietà”, proprio perché altrimenti farebbe parte di quella categoria di beni disponibili ad essere venduti, barattati, sottomessi, scambiati, ecc., e che lo sono in qualità di una loro acquisizione-accumulazione che va storicamente e socialmente spiegata (e, come faccio io, eventualmente criticata e messa in discussione).
    La Chiesa intende la vita indisponibile perché l’unico proprietario è Dio, io invece sostengo che la vita è indisponibile proprio perché non ha proprietari.
    Cioè: non decido del mio corpo perché ne sono il proprietario (altrimenti lo reificherei e scinderei dalla mia parte cosciente), ma proprio perché lo considero una unità vivente inscindibile. Cosa che non toglie affatto la mia responsabilità etica e sociale nei confronti di altri (anzi la amplifica): il problema è che “altri” (chiunque sia: Dio, lo stato, il conformismo o Paperino) dovrebbe convincermi razionalmente della sua legittimità a decidere in vece mia. Ritengo in definitiva che proprio nella indebita applicazione della categoria di proprietà a ciò che gli è per sua natura estraneo stia la genesi di gran parte dei nostri mali…

  12. Luciano Says:

    Salve.
    @Antid Oto
    Si ma i concetti mica te li puoi modulare come ti pare. Il furto è sbagliato…in assoluto perché prendi possesso di qualcosa che non ti appartiene. Altrimenti dire che il furto vale per questo e questo e non vale per quest’altro mi pare azzardato.

    @MD
    Ho voluto appositamente spingerti in un ragionamento estremo. Se la vita è indisponibile vuol dire che neanche tu ne puoi disporre. Allora che diritto hai tu di decidere?

    A presto.

  13. md Says:

    @Luciano: ci siamo allontanati dall’oggetto della discussione, altro è la “proprietà” altro è il disporre di se stessi.
    Il concetto di indisponibilità cui faccio riferimento – lo ripeto – è radicalmente altro dal diritto proprietario: ho una cosa, ne faccio quel che voglio (che, oltretutto, reputo sbagliato e in alcuni casi scellerato), ho un corpo, posso anche venderlo…
    Io non ho un corpo, io sono un corpo e in quanto sono dispongo di quel corpo nella misura in cui sono. E di nuovo, se non fosse chiaro, ribadisco: qualunque soggetto esterno a quel mio “essere un corpo” deve provare razionalmente di avere un diritto superiore al mio. Certo, può sempre esercitarlo con la forza, può costringermi a vivere o a morire, e quindi ad essere una cosa, una sua proprietà, ma questo non vuol dire che si tratti di un diritto fondato e legittimo.

  14. md Says:

    In aggiunta al commento precedente: se poi vogliamo vedere il concetto di disponibilità/indisponibilità sotto l’ottica del potere (cioè di quel che può un corpo, può Dio o la chiesa, lo stato ecc.), allora inevitabilmente si deve parlare di un conflitto perennemente in atto, a maggior ragione in questa che è per eccellenza la Bioepoca.
    Resta però il fatto che “che cosa può un corpo” è il corpo stesso a stabilirlo – e in questo caso è proprio la “natura” ad averlo disposto.

  15. Luciano Says:

    Salve
    @MD
    Hai ragione, ritorniamo alla questione della proprietà. Il ragionamento per cui la proprietà o è sempre valida o è sempre un furto (parlo del concetto in generale) credo rimanga valido. Qui non si tratta di inferire se la proprietà di un certo oggetto sia giusta o meno. L’acqua è un bene di tutti quindi a mio avviso non commercializzabile. Si tratta, considerando lo statu quo normativo vigente, stabilire se, come e quando quei lavoratori abbiano il diritto di occupare quella fabbrica. Io sono convinto che vadano aiutati ma se i diritti vanno rispettati questo deve valere per tutti.

    A presto.

  16. md Says:

    @Vedi Luciano, il punto è proprio quello dell’esclusività della proprietà, il concepirla cioè sotto la forma del “questo è mio e ne faccio quel che mi pare” – e ciò può valere per qualsiasi cosa, una fabbrica, un oggetto, un bosco, persino un lago o una costa (ma qui probabilmente siamo alla follia, esattamente come l’esempio dell’acqua che citi tu). Io però estendo la critica di questa concezione esclusivista a tutte le cose (anche ai vestiti che porto o alla tastiera su cui sto scrivendo), non certo perché debbano essere messi in comune gli oggetti e le cose che usiamo (sarebbe semplicemente ridicolo pensarlo, ed era oltretutto uno degli argomenti faziosi e pretestuosi di critica al comunismo), ma proprio perché si basa su una concezione etica precisa, che ho già espresso a più riprese nei miei post e che vorrebbe fondarsi a sua volta su un modo di concepire l’essere alternativo a quello imperante.
    So anche che probabilmente non si potrà tornare ad una visione puramente “utilitaristica”, sganciata dal meccanismo della valorizzazione e dell’accumulazione. Però non mi arrendo e continuo a pensare e ad immaginare che ci possano essere forme più alte, sociali e condivise, di fruizione delle risorse. Dopotutto, il concetto stesso di proprietà non è affatto naturale, ma quanto di più storico e variabile ci sia, e quindi non dispero di contribuire a modificarlo se non abolirlo del tutto…

  17. Luciano Says:

    Salve.
    @MD
    Non concordo sul fatto che il concetto di proprietà sia non naturale. L’uomo è un animale (è un primate, ricordalo sempre) e come tale territoriale. questo implica che considera di suo esclusivo godimento tutte le risorse presenti all’interno di quello che considera il proprio territorio, cioé il proprio spazio vitale (tralasciamo gli aspetti di concessione di condivisione per elementi appartenenti alla propria famiglia, clan etc. etc).Il passo alla generalizzazione concettuale astratta di questo fatto è avvenuto quando siamo passati a quella definita dal Prof. Merlin Donald come “mente teoretica”. Ciò è evidente anche dal punto di vista linguistico in quanto tu parli della vita, della famiglia, moglie, figli e anche animali domestici non in generale ma dicendo la mia vita, la mia famiglia, il mio cane. Ovviamente è un concetto più complesso del considerare tutto come una cosa…ma il pronome “mio” non a caso è definito pronome possessivo.

    A presto.

  18. md Says:

    @Luciano: mi aspettavo questa tua obiezione, ma come ormai dovresti sapere, considero il concetto di “natura” e “naturale” come ambiguo, là dove utilizzato in termini di invarianza biologica; considero cioè l’essere umano quell’animale (animale, non altro) in grado di modificare più di altri animali le proprie condizioni biologiche, tanto da trasformarle in alcuni casi in maniera radicale.
    La “territorialità” biologica è lontana anni luce dalla moderna proprietà globale, che oltretutto è quanto di più deterritorializzato ci sia.
    L’uso del possessivo “mio” è poi una faccenda molto più complicata, dato che si dice tanto di cose effettivamente possedute quanto di cose che con il possesso c’entrano poco, compresa l’appartenenza identitaria (il mio paese, la mia cantante preferita. ecc.). C’è dunque di mezzo anche il meccanismo del riconoscimento, dell’identità, senza però dimenticare meccanismi tipici della cultura occidentale (che è molto narcisista ed egocentrica) e che in altre culture non sono presenti, né concettualmente né linguisticamente: ci sono culture africane, ad esempio, dove ci si rivolge a se stessi in termini di pluralità e non di “io”, o anche culture dove l’idea stessa di “proprietà privata” non esiste. Ma qui si corre il rischio di perdersi nel dedalo degli studi antropologici (e le mie letture in proposito risalgono ormai a parecchi anni fa).

  19. Luciano Says:

    Salve.
    @MD
    Non si tratta di invarianza biologica, naturale è per me sinonimo di presente come comportamento non derivato unicamente da base culturale…ma se ci pensi bene anche la nostra cultura è naturale, perché ciome ho affermato più volte questo è il nostro modo di essere animali. Il problema consiste semmai nel fatto che gli esseri umani siano convinti di essere altro rispetto agli animali e filtrano (in positivo come in negativo) i loro comportamenti secondo le nostre categorie. Il leone che mangia la gazzella viene spesso sentito come cattivo o crudele, come se la crudeltà non fosse una categoria linguistica umana.

    Detto questo, la territorialità non è biologica, è semplicemente un comportamento, presumibilmente comune a tutte le specie, compresi noi. Io parlo di un concetto di proprietà forse più o troppo ampio rispetto all’accezione che gli stai dando tu. E’ chiaro che non esiste una equivalenza, ovvero territorialità = proprietà, ma piuttosto una causa scatenante e cioé dalla territorialità, che significa considerare come esclusivo di un individuo o di un gruppo, l’utilizzo delle risorse presenti in un territorio. deriva lo sviluppo del concetto di proprietà (individuale, collettiva). Poi da qui, e questo è tipicamente umano, è derivata un’accezione sempre più ampia che si è poi coniugata con altri aspetti dell’attività teorica della mente umana. Certamente non c’è una sola risposta….

    A presto.

  20. Yudhistira Says:

    Condivido pienamente.
    Il fatto più grave, secondo me, è che si passa troppo facilmente sotto silenzio che la dirigenza dell’Insse ha goduto di incentivi di varia provenienza e poi, dopo averli incassati, ha scoperto che la fabbrica era improduttva.
    Un saluto

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