Trinacriablog – 1. Ipocondriache vigilie

zombie

“Se noiosa ipocondria t’opprime…”
(G. Parini)

Se non ho commesso errori nella programmazione del buon vecchio WP, questo post dovrebbe comparire mentre sarò in volo per l’isola. Nelle prossime settimane, fino al mio ritorno alla base, avrei intenzione di pubblicare pensieri ed impressioni legati ai miei periodici ritorni “a casa”. Vecchi pensieri – se riemergeranno – e nuovi – se ce ne saranno. A metà, inevitabilmente, tra l’intimità biografica e la generalità filosofica. Chi quindi non gradisce lo stile diaristico (genesi del mezzo stesso sul quale sto scrivendo) salti pure a piè pari tutta questa parte e attenda, se vuole attendere, la metà di settembre.
Devo però preventivamente registrare un disagio che m’assale ormai ogniqualvolta torno laggiù. Sarà per l’acuirsi della sensibilità e della “tonalità emotiva” (rieccola!), sarà per una maggiore eccitabilità dovuta al sovraccarico di aspettative, o perché la “vacanza” è innanzitutto una disposizione (e una voragine che si va aprendo) dell’anima – fatto sta che la “scheggia nelle carni” dell’angosciatissimo danese s’infiamma sempre più spesso quando sono in procinto di partire. E così quest’anno si è presentata in forma di ipocondria. Già il “mio” omeopata di una stagione di molti anni fa mi disse senza peli sulla lingua che ero affetto da ipocondria. Chissà, magari aveva ragione. E allora una piccola ferita diventa un purulento anfratto che si fa incunabolo del tetano (so che il termine giusto è “incubazione”, ma l’assonanza è evidente, e cunabula sta per culla); ogni passo può essere foriero di una brutta caduta; e persino una pedalata nei boschi può diventare un incubo (di nuovo: da cubare, giacere, che quindi pesa sul dormiente).
E però quest’ultimo episodio ansiogeno ha ben poco a che fare con l’ipocondria…

Il bosco è fresco, le more più buone stanno nelle zone più ombrose, ma io sfreccio con la bicicletta e le sfioro senza raccoglierle questa volta. Nuovi sentieri, mai battuti, si aprono. Qua e là una radura, una distesa verde inaspettata, poi di nuovo il tunnel di fronde. Chissà cosa mi aspetta alla fine. Un altro bivio, indicazioni che si perdono. I segni e il loro funzionamento: geniale la semiotica, ma com’è facile fraintendere! E perdersi. Raccolgo la sfida, non c’è vero piacere nel battere sempre gli stessi percorsi. Su entrambi i lati muraglie di granturco, così alto che non si vede l’estensione del campo. In mezzo la strada sterrata ricolma di cespugli di ambrosia già in fiore – altro segnale ansiogeno e allergenico, ma non starnuto nemmeno una volta. Una vecchia cascina diroccata compare alla mia sinistra. Un cartello perentorio dice di non entrare, non solo è “privato” ma è anche pericolante. Naturalmente me ne frego ed entro. Cosa mi può succedere? Al massimo una tegola (o un balcone) in testa. Il casolare è diroccato e leso irreparabilmente. Tracce di fugaci passaggi. Esco e il sentiero torna a biforcarsi. Prendo quello sbagliato (semicosciente dell’errore), ma tanto tornare indietro è un attimo. Il bosco (e i cespugli d’ambrosia) si fanno più disordinati e minacciosi. Finora non ho incontrato anima viva (ma si potrà anche dire “anima morta”?). Ecco, forse ho trovato un termine che si avvicina allo stato dell’umano che sto per incontrare. Ma prima devo pedalare un altro po’, trovare dell’ambrosia così alta e un sentiero così poco battuto da farmi finalmente desistere e decidere di tornare indietro. I primi due umani che incontro stanno confabulando tra loro. Scarto velocemente, non è raccomandabile interessarsi ai commerci che avvengono nel fitto del bosco. Poi lo vedo: eccolo laggiù, alla mia destra, tra le robinie. Anima morta, zombie, morto vivente – ma si muove con destrezza, io lo saluto e lui apre la bocca a mostrarmi qualche dente avariato. Non faccio in tempo a realizzare se si tratta di una smorfia o di un normale scambio simpatetico oppure di un ghigno, dato che a quel punto mi accorgo della siringa che stringe in una mano. E’ gocciolante, sembra piena di sangue, io proseguo veloce senza rallentare e lui si avvicina a me proprio mentre gli passo accanto, né io né lui rallentiamo. Il tipo brandisce l’ago che si trova ormai a pochi centimetri dal mio braccio. Non ho il tempo di decidere se il gesto è beffardo, minaccioso o del tutto innocente. Nè lo saprò mai. Non mi giro, accelero mentre sento un brivido di terrore lungo la schiena. Solo alcune centinaia di metri dopo trovo la forza di fermarmi: mi tasto a lungo la pelle rinfrancato e i polmoni mi si riaprono ad un respiro largo. Del resto fin da bambini si viene avvertiti su certi brutti incontri che si possono fare nel bosco. Anche se hanno la maschera di un povero derelitto che vorrebbe solo iniettarsi in pace la sua sostanza, senza essere disturbato da avventori curiosi.
Bene, ora posso davvero partire. La Sicilia mi aspetta.

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10 Risposte to “Trinacriablog – 1. Ipocondriache vigilie”

  1. Daniele Verzetti, Rockpoeta Says:

    E tu non sai quanto anch’io vorrei raggiungere quei luoghi che tu ami così tanto.

    A presto!
    Daniele

  2. kinnie51 Says:

    Questo è il grnere di post che preferisco perchè da esso emerge la parte naturale ed emotiva della parsona che scrive , e la sua sensibilità.
    Bella quella lunga metafora finale!
    Per quando riguardo l’ipocondria, in me , se può interessarti, in questi giorni ha preso la forma di un improvviso calo della visione “da vicino”.
    Non voglio rassegnarmi che si tratti di vecchiaia, e voglio credere che sia l’espressione del mio bisogno di vedere spazi più ampi.
    Infatti la leggere miopia che avevo è di colpo scomparsa.Misteri della fede, pardon, della natura.
    Ti auguro sinceramente buone vacanze nella nostra bella e amata Sicilia. Ciao.

  3. anna Says:

    credo che tornare ‘a casa’, nei luoghi dove siamo nati, dove abbiamo trascorso la nostra infanzia, ci aiuti a ‘ritrovare noi stessi’.

  4. anna Says:

    Ho riletto questo post: è davvero ansiogeno, e anche doloroso. Avevo sempre vissuto nella semplicità dei giardini e degli orti, e adoro gli scoiattoli del parco. Tutte zone protette. Avevo un’altra idea del bosco e anche della campagna, e così negli ultimi anni ho iniziato fiduciosa ad esplorarli. Credevo di trovarci altri tipi di giardinieri, comunque esperti di fiori e di piante. Ma gli esseri umani possono fare così tanto male?!

  5. md Says:

    grazie a tutti/e;
    @kinnie: è vero, si tratta di metafora, nella misura in cui qualcosa che ti accade davvero può farsi metafora;
    @anna: il bosco mette ansia già di per sé, sono però convinto che il modo migliore per sconfiggere la paura sia quello di socializzarla (socializzando i luoghi più ansiogeni). Dopo di che i “brutti incontri” si possono fare anche nelle alcove più calde e accoglienti…

  6. anna Says:

    @ Sono d’accordo! Ma, mi hai letto nel pensiero? Ieri sera avevo scritto “due” righe ripensando a questo post. Nei giorni scorsi ho incontrato luoghi e personaggi simili a quelli che hanno animato il tuo racconto, o forse gli stessi, non so. Anch’io sono entrata in un casolare. Ne ho osservato attentamente la struttura: pareti, balconi e tetto sembrano ancora in ottimo stato. Credo che il tocco di un bravo muratore sia la soluzione migliore. Ho guardato il panorama dalla finestra del soggiorno, poi da quella della cucina e, di locale in locale, ho cercato di immedesimarmi nella persona che lo ha abitato: i fiori, l’orto, gli alberi da frutta, il bosco, campi e montagne in lontananza. Poi ho avvistato due che confabulavano nel bosco ed ho rallentato. Mi hanno salutata. Li ho sentiti parlare di alberi, alberi che necessitavano di un buona potatura e altri solo di una sfoltitura delle fronde. Mi affascina il lavoro del giardiniere! Ho percorso un altro tratto del tuo percorso ed ho incontrato una persona con un braccio sanguinante ed un falcetto nell’altra mano. Mi sono fermata a chiederle se avesse bisono di aiuto. Si era ferita tagliando un vecchio tronco ormai morente: Mi ha mostrato che dalle stesse radici ne era nato uno nuovo, più forte e rigoglioso. L’ho aiutata a medicare il braccio e mi sono congedata. Mi ha offerto delle more.

  7. anna Says:

    UN BRUTTO INCONTRO. Problemi di semiotica? no. Paura di ferirsi che colpisce profondamente le persone molto sensibili. Continui messaggi contrastanti, un abbraccio non corrisposto e finalmente il chiarimento: paura del transfert, causata da una ferita non ancora rimarginata. Ero raggiante. Stava per nascere una grande amicizia o forse qualcosa di più profondo! Ma ecco che la mia “migliore amica”, che in passato mi aveva confidato il suo rapporto di odio-amore per lui, arrogandosi il diritto di chiedere spiegazioni, riaprì la sua ferita. Purtroppo, non mi arresi subito. Avevo commesso l’errore di accettare di farmi carico del suo cambiamento. Ma possiamo soltanto comprendere ed aiutare gli altri, non muovere dei passi al loro posto! La libertà è sacra ed ognuno è responsabile di sè. Di recente è riaffiorato il ricordo quasi paralizzante di quel momento. Ora comprendo la sua paura. P.S.: per “brutto” intendo “doloroso”, come quando da bambini, mentre stiamo imparando a salire le scale, diciamo che un gradino è brutto e cattivo perchè ci ha fatto picchiare il ginocchio. Spesso la causa della nostra sofferenza siamo noi.

  8. anna Says:

    PIENEZZA VITALE. Senza nulla togliere al dare incondizionato e alla gioia del ricevere inaspettato, credo che alla base (basi) di quei due tetraedri e, quindi, dei rapporti umani più profondi di amicizia e di amore, ci siano la comprensione reciproca ed il movimento reciproco. Il tendere verso l’altro e il vedere l’altro tendere verso di noi, il nostro camminare verso gli altri e il loro verso di noi, una “pienezza vitale”, condivisa, partecipata, che fa cambiare, crescere tutti coloro che lo vogliono. Imparare a chiedere “scusa”, a ringraziare, a perdonare, ad aspettare mentre l’altro si è fermato a togliere dalla scarpa i sassolini che lo facevano zoppicare, … Stupendo! Come lo stupore che vivi quando un caro amico ti offre il suo tempo e le sue risate, e nuove e vecchie amiche i loro sorrisi e i loro abbracci. Da questa condivisione, partecipazione dei nostri vissuti e stati d’animo possono riaffiorare vecchi dolori che riusciamo a dissolvere con la comprensione e il perdono. E allora con il cuore leggero come una farfalla puoi volare verso nuovi fiori.

  9. milena Says:

    Tambien – anche se non so se nel “mio” caso sia corretto parlare di “ipocondria”, ma – da qualche anno ho notato che con l’approssimarsi delle vacanze estive si acuisce in me la sensibilità verso gli “incidenti” che, mediati dalla telegiornali, entrano direttamente nel salotto delle nostre case o sul tavolo dove si mangia, diventando parte inevitabile delle nostre vite.
    So che sono fatti realmente accaduti, solo una minima parte di quelli che accadono ogni giorno nel mondo, filtrati dalle agenzie di stampa così che te li ritrovi pari pari in tutti i canali, e ho il sospetto che ancor più nei periodi estivi i giornalisti tendano a raschiare i fondi dei barili.
    Comunque non siamo ciechi né sordi, e sono abbastanza certa che udiamo e ascoltiamo anzitutto quello che vogliamo vedere e udire, come se il bisogno l’attenzione o la paura guidasse la scelta inconsapevole di alcuni elementi risaltanti in primo piano tralasciando il resto sullo lo sfondo.
    Perciò non credo sia casuale che ogni anno, prima di partire, il primo piano (che io vedo) mi offra uno spettacolo di piccole e grandi tragedie affastellate l’una all’altra, alle quali, come una ciliegia che tira la vicina, aggiungo le mie personali, e insieme compongono un quadro che grida “all’enigma!”.
    E se è vero che, dato un enigma , o emerso, necessiterebbe di un’interpretazione se non anche di una soluzione provvisoria, l’effetto immediato è l’aumento di paura che fisicamente si traduce in una sorta di paralisi psicomotoria che mi trattiene immobile e non mi lascia andare, mentre la mia disperazione cresce e si aggira rapida fra le stanze di quel castello d’imperscrutabili orrori, ed errori, che possono capitare – a me, a te, a noi, a voi, a loro, a chiunque – finché si è ancora in vita.
    Anche gli altri animali hanno ognuno il proprio modo di reagire di fronte al pericolo: c’è chi fugge, chi si immobilizza, chi si mimetizza. Io sono il genere di animale che apparentemente s’immobilizza e guarda in faccia la sua paura. O, per lo meno, questa volta lo sono stata.
    Fatto sta che, non avendo prenotato alcun volo e potendo partire quando e come più m’aggrada, tendo a procrastinare il momento della partenza all’infinito, o quasi, o finché non mi decido a dire, Basta, è finita! o, come si dice, a chiudere la partita.
    E, mi raccomando, senza voltarmi indietro – che gli strascichi, si sa, si diluiranno nella corsa verso il tempo, di un domani che sarà altrove

  10. milena Says:

    A testimonianza di quanto detto, invio alcuni appunti che avevo scritto prima di partire, all’inizio della mia particolare forma di “ipocondria”, e un terzo di quando ero già in vacanza, a conclusione della serie. So che ormai sono fuori tempo massimo: casomai non vi curate di loro, voltate pagina e passate oltre …

    (è così che è iniziato, col ricordo della strage)
    2 agosto 2009, nel pomeriggio
    Non mi ero ancora ricordata del due d’agosto di ventinove anni. Non so come si possa rimediare a tanto dolore. Non so chi o cosa possa offrire consolazione, alleviare la sofferenza che si rinnova. E’ terrificante ed incomprensibile.
    Riprendendo la metafora del “calice”, appare evidente che il suo contenuto ci possa venire offerto dall’esterno, da altri esseri umani, e qualche volta non è né acqua né vino bensì aceto, cicuta, varechina o acido muriatico e in certe circostanze non si sa neppure esattamente di chi sia la mano che l’ha versato. E talvolta non è solo un calice ma la botte intera o una valanga o l’oceano che travolge ogni cosa, senza essere però un evento naturale come uno tzunami o un terremoto, perché allora non sapresti proprio con chi prendertela se non alzando gli occhi al cielo e maledicendo Dio, che anche questo poi non fa star meglio. Fare il processo a Dio non serve a molto, ma farlo agli uomini e condannarli finché morte non li raggiunga, in definitiva non riporterà in vita i nostri cari. La legge degli uomini, per quanto imperfetta, si spera possa fare il suo corso, ma in ogni caso gli uomini rimangono soli col proprio dolore. E’ lì che si gioca la battaglia estrema. (Eloì, eloì, lamà sabactani. O Signore, allontana da me questo calice). Quasi in qualunque modo la morte è oltraggio.

    2 agosto 2009, nella sera
    In questi giorni succede che qui in famiglia si commentino i ripetuti incidenti che accadono nel mondo. Incidenti d’auto e incidenti in montagna, per lo più. Fatti circoscritti che sembrano ormai parte della normalità delle nostre vite, ovvero che potrebbero capitare a chiunque di noi quando meno ce li si aspetta. Capita, si dice, come può capitare di pestare una cacca di cane, anche se in questo caso si suppone un minimo di responsabilità personale per l’essersi distratti. Ma anche nel caso fossimo prudenti ed attenti ad ogni più piccola cosa, può capitare il fatidico vaso di gerani che cade sulla testa dal quinto piano, il tir che si schianta sull’utilitaria, l’albero sul motorino, la fontanella con dieci centimetri d’acqua nella quale affoga la bimba di diciotto mesi, il muschio rorido di rugiada sul quale il piede del tuo compagno di cordata non può non scivolare, e che ti trascina a valle per cinquecento metri mentre passeggiavi spensieratamente su un sentiero del Gran Paradiso. Forse volevi raggiungere la vetta, forse volevi andare direttamente in Paradiso. E forse ci sei riuscito.
    Incidente assurdo, dicono i cronisti. E quando mai un incidente non è assurdo? Se non fosse assurdo non sarebbe un incidente. Incidente, lo dice la parola, è un evento in cui co-incidono svariate circostanze. Accidentale, casuale, che non si può prevedere, che capita e non puoi far nulla per impedirlo. Contingente, nel senso di cosa che avrebbe potuto non essere, ma evidentemente è stata: che nel caso contrario saresti qui a raccontarlo e non parlerebbero di te al telegiornale.
    Qui da noi in famiglia abbiamo idee diverse per cercare di spiegare queste cose.
    “Esse” per esempio sostiene che quando sta per accadere o l’uno o l’altro di questi fatti tragici “c’è qualcosa nell’aria che si sente”.
    “Si sente cosa?”, gli ho chiesto io.
    “Che qualcosa sta per accadere”.
    Beh, certo, qualcosa accade sempre, anche se non sempre è un incidente mortale. Bisogna dire che lui è un tipo dai sensi molto acuti, è vero, anche se secondo me varrebbe la pena di essere un po’ più ottusi, visto che – geometricamente parlando – si conviene che l’angolo ottuso è il più ampio, mentre la più provata specialità di “Esse” è proprio quella di incunearsi negli anfratti più ristretti. Perciò ho cercato di spiegargli che probabilmente nello sperimentare eventi tragici in cui erano stati coinvolti alcuni suoi famigliari aveva rielaborato queste “sensazioni” a posteriori deducendone una norma errata, a mio parere, dato che se fossimo davvero in grado di sentire gli eventi tragici che stanno per accadere, verosimilmente li potremmo evitare. E che se qualche volta abbiamo evitato un incidente che crediamo avrebbe potuto essere tragico, questo può essere dovuto in parte alla nostra abilità, in parte ancora al caso più fortuito che tragico. Ma alla fin fine il fatto vero che conosciamo è che non è accaduto l’irreparabile, e niente altro.
    Invece “Erre” pensa che quando uno va nel mondo con una carica negativa, attira a sé la negatività. Un po’ come il simile che cerca il simile, l’acqua che cerca l’acqua, o il fuoco il fuoco, così qualcuno pieno di rabbia troverà qualcuno con cui litigare, o qualcun altro che sente il bisogno di essere fermato troverà un bel muro che lo fermerà.
    Mentre io, metaforicamente parlando, mi sganascio dalle risate per queste idee fantasmagoriche, ovvio, non certo per i fatti tragici che accadono.
    Tutti però siamo concordi su un punto: che se nessuna di quelle persone fosse stata in quel luogo in quel preciso momento, (forse) non sarebbe capitato loro alcun male. Quel “forse” tra parentesi lascia un alone di incertezza, è vero. D’altronde non è certo che non potesse capitare loro qualcosa di male in un altro luogo e in un successivo o precedente momento e per altre casualità. Chi lo può dire?
    “Vita incerta” cantava Carotone. E’ una grande verità. Chi può dire che non sia vero?
    Così come i fatti che accadono sono veri, molto meno vere sono invece le interpretazione che noi diamo essi. L’interpretazione è la maschera del fatto, il travestimento della verità

    9 agosto 09
    Ore 4:40. E rieccomi di nuovo sveglia. In realtà la sveglia va avanti di dieci minuti perché è appena suonata la mezza. E vediamo se riesco a riprendere il filo di quello che scorreva poco fa tra me e il guanciale.
    Sì, insomma, che non è facile accettare la morte, sia la propria che quella degli altri, perché la vita è così bella e meravigliosa. Così sembra che la morte stessa invii dei segnali, impartisca delle lezioni. Tante piccole morti intermittenti, come luci di segnalazione sulla pista di atterraggio di un aeroplano.
    Per qualcuno, forse per tutti, per lo meno per coloro che se ne accorgono, c’è una serie di piccole morti – abbandoni, separazioni – da sperimentare. Perché non può essere – anche se talvolta lo è, eccome! – che la morte ci colga impreparati.
    Per questo le morti violente, improvvise, sono così atroci, così difficili da sopportare, qualunque ne sia la causa e di chiunque la “colpa”, non cambia. Ma anche le agonie lente ed estenuanti (anche) per chi assiste. La morte offre il suo spettacolo indecente e noi stiamo a guardare, e molto spesso non possiamo fare molto di più che tenere la mano, asciugare il sudore.

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