Le milizie (poco celesti) di San Michele

San Michele vince il diavolo - Gonzalo Perez XV secSancte Michael Archangele,
defende nos in proelio; contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium.
Imperet illi Deus, supplices deprecamur: tuque,
Princeps militiae caelestis,
Satanam aliosque spiritus malignos,
qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo,
divina virtute in infernum detrude.
Amen.

“Credi in Dio e fottitene dei santi” – o qualcosa del genere – era un modo di dire che un mio spiritoso prozio siculo soleva ripetere. In verità, spesso i santi balzano in primo piano, scalzando il loro diretto superiore, soprattutto grazie alla valenza immaginifica e alla loro potenza simbolica. E’ il caso del santo del giorno – oggi 29 settembre – e cioè Michele Arcangelo, con la sua spada dardeggiante.
L’interessante pamphlet di Saverio Ferrari, edito da BFS, e intitolato Le nuove camicie brune, fa riferimento in uno dei suoi capitoli più raccapriccianti proprio a San Michele, simbolo della famigerata Guardia di ferro a lui dedicata e fondata nel 1927 in Romania da un tal Codreanu. Era questi un fervente cattolico nazionalista che intendeva usare la spada del santo a capo delle celesti milizie per “purificare” la sua nazione corrotta, estirpare ebrei, borghesi e comunisti, e restituire così “la Romania ai rumeni”. Per alcuni anni tali legioni imperversarono organizzando persecuzioni, attentati, omicidi politici (anche tra i governanti, che pure se ne servivano) – fino al terrificante pogrom di Bucarest, nel gennaio del 1941, quando centinaia di ebrei vennero riuniti nel macello comunale, sgozzati, scorticati vivi, decapitati ed appesi ai ganci.

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La Gazzetta di Diogene – nr. 1

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♦ L’Iran filonuclearista sfida la comunità internazionale. Le potenze (più o meno super, a seconda della lunghezza delle ogive) in possesso dell’atomica dove stanno, su un altro pianeta?

Ah già, ma l’Iran è un paese canaglia, pieno di estremisti e terroristi. Gli USA, Israele, la Russia, l’Inghilterra, la Francia, la Nato e compagnia bombardante, invece, sono mammolette aureolate…

Ma non è che ci stanno preparando l’ennesima guerra preventivo-umanitaria? Compagno Obama, che cazzo fai?

Morte a credito: non è solo il titolo del romanzo di Celine, ma anche il senso dell’ Earth Overshoot Day, cioè della nostra “impronta ecologica” sul pianeta: quest’anno le risorse annualmente rinnovabili sono scadute il 25 settembre, “sforiamo” cioè del 40%. Bisognerebbe poi andare a vedere dove l’EOD scade già ai primi di gennaio…

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Catalogo delle passioni: la (quasi) identità di speranza e timore

La speranza II-Klimt-particolare

Abbarbicate come l’edera l’una all’altra: così Spinoza ci presenta gli “affetti” della speranza (spes) e del timore (metus). Le loro definizioni sono identiche, anche se l’una è una passione “triste” mentre l’altra è “lieta” (come già sappiamo tutti i sentimenti sono riducibili ai due fondamentali). Ma entrambe sono inconstanti:

La speranza (il timore) è una letizia (tristezza) incostante, nata dall’idea di una cosa, futura o passata, del cui evento in qualche modo dubitiamo” (Etica, parte III, Definizioni degli affetti, prop. XII-XIII).

Si resta sempre stupefatti di fronte alla lapidaria essenzialità, e grande precisione, del testo nel quale Spinoza viene distillando concetti correlati ad un pensiero così vasto e stratificato (e la cui ampiezza e disegno complessivo possono essere colti solo a poco a poco). Naturalmente il rischio è anche quello di restare perplessi e a bocca asciutta. Proverò allora ad inferire qualcosa in più.

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La Gazzetta di Diogene – nr. 0

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♦ Funerali dei sei parà della Folgore: vortice emozionale tra insopportabili fanfare di pseudounità nazionale, immagini epocali (a priori) di bambini vampirizzati dai media, lacrime di coccodrillo e dibattiti geostrategici in TV. Un minuto di silenzio contro ore di retorica nazionalpopolare (ho spento la TV per tutto il tempo, anche se dovrei farlo per sempre).
Tolto questo restano i corpi: le italiche (per lo più meridionali) spoglie “legate strette perché sembrassero intere”, e quelle afghane, un po’ più discoste, mute e sparpagliate.
La guerra è sempre merda; la afghana, poi, è eterna e senza sbocchi: come se ne esce senza troppi schizzi?
(Ciò non toglie che l’autore della scritta “-6” su un muro di Milano sia un perfetto imbecille).

♦ C’è poi la guerra “incivile” di casa/cosa nostra: Domenico Gabriele, 10 anni, è morto a Crotone ucciso dal terrore mafioso, dopo 3 mesi di coma. Un altro “danno collaterale”. Un ulteriore esercizio di stupida e umanissima crudeltà contro l’innocenza. L’ennesimo pasoliniano regicidio.

♦ Bagnasco richiama i politici alla sobrietà. Commento di Cicchitto: “Il cardinale ne parla sub specie aeternitatis“. In effetti la citazione in odore di spinozismo è pertinente, dato l’alto livello sia teologico che politico del buon Baruch. Che stona però radicalmente con quello rispettivo dei due sopracitati.

♦ Il presidente di confindustria Marcegaglia parla di “guerra tra bande” a proposito della classe politica. Dimenticandosi che una delle bande in causa è proprio la sua.

♦ Le regioni vogliono avere voce in capitolo a proposito di scelte nucleari. Giustissimo. Purché ce l’abbiano anche le province, i comuni, le frazioni, i quartieri, il mio cortile di casa (e anche il mio gatto). E purché le eventuali scorie vengano stipate nell’altra regione, provincia, città, vallata, cuccia…
(Si sa che Diogene è e resta antinuclearista convinto, dato che l’unica lampada di cui ha bisogno è quella della ragione. Beato lui!)

Titus, il re dei gorilla, è morto a 35 anni. Gli andrebbe consegnata una medaglia alla memoria, per aver difeso la sua “gente” dal folle genocidio ruandese del 1994. Nell’unico modo ragionevole: rivendicando il diritto (naturale e assoluto) alla fuga.

♦ Cronaca locale, anzi localissima: è nata “La Gazzetta di Diogene”, periodico virtuale indipendente, supplemento del sedicente blog filosofico “La Botte di Diogene”. In rete da oggi il numero 0, in attesa di autorizzazione ma, soprattutto, di approvazione critica: dalle lodi, alle sberle, agli sberleffi, è tutto ammesso.

Proprietà, deiezioni, deviazioni

SerresNel suo breve e però densissimo saggio Il mal sano: contaminiamo per possedere? (Le Mal propre, edito in Italia dal Melangolo nel 2009), il filosofo francese Michel Serres delinea con il suo linguaggio tipicamente enigmatico-allusivo una sorta di fenomenologia umano-animale delle strategie di appropriazione. La domanda cruciale, per quanto antropomorficamente posta, è se gli esseri viventi, esistenti in quanto insediati in un luogo, sono di questo “proprietari” o “affittuari”. Naturalmente non sarebbe così fondamentale rispondervi se una specie animale non avesse sopraffatto tutte le altre proprio per quanto concerne le dinamiche di appropriazione e non si fosse messa così nella situazione di farsi domande vagamente apocalittiche. Resta però il fatto che quella specie, autodenominatasi Homo sapiens, si innesta originariamente nello spazio che ha poi via via integralmente occupato, attraverso modalità del tutto “naturali”: gli umani (specie maschi) marcano in origine gli oggetti, i territori, gli spazi, ed anche gli altri corpi (specie di donne e bambini), attraverso le secrezioni del corpo – dall’urina allo sperma, fino ad arrivare al sangue che inzuppa le terre delle nazioni in guerra.
Questo marcare (Serres, che è anche un linguista, ci apre spesso interessanti scenari etimologici), in origine “duro“, cioè secondo la terminologia utilizzata dall’autore attinente alle forze fisiche, all’energia, alla materia, si propaga lungo tutta la storia ominescente della specie fino alla modalità “dolce” dell’epoca attuale, una forma cioè eminentemente costituita da codici, segni, linguaggi – quelli ad esempio dei marchi pubblicitari, dei loghi, delle firme.

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Psicosofista

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“Cacciatore di ricchezze”, “commerciante”, “venditore”, “atleta della lotta fatta col discorso”;
“Purificatore dell’anima dalle opinioni che sono d’impedimento alla acquisizione delle cognizioni”;
“Un uomo che possiede una scienza apparente su tutto, ma è privo della verità”.

Queste sono alcune definizioni della figura del sofista fornite da Platone nel dialogo omonimo (231d-232c).
Subito dopo, lo straniero invita a figurarsi qualcuno che non solo sia in grado di dire e contraddire su tutto, ma – forzando e potenziando l’immaginazione – di “saper fare e realizzare con un’arte sola tutte le cose…”. Una sorta di artefice geniale capace di produrre rapidamente ogni cosa vendendola per di più ad un ottimo prezzo (233e-234a). In questo modo, tra l’altro, ci si riavvicina al significato originario (e privo di connotazioni negative) del termine sofista, dal verbo sofizesthai, cioè “operare o parlare abilmente”.
Ora, si provi a togliere lo spessore culturale del contesto filosofico-critico e ad aggiungere l’elemento patologico, la mania (non certo la filosofica ma la narcisistica, quella di grandezza), e verrà fuori grosso modo la figura di Silvio Berlusconi, il suo sistema in-formativo totalitario-televisivo, e il deserto antropologico nel quale ha precipitato negli ultimi 25 anni gran parte di questo paese. Che, naturalmente, vi si è fatto precipitare ben volentieri…

Finché il muschio raggiunse le nostre labbra

Morii per la Bellezza – ma a mala pena
mi ero sistemata nella tomba
quando un altro, morto per la Verità,
fu adagiato nel sepolcro vicino.

Piano mi domandò perché ero morta –
“Per la bellezza”, gli risposi –
“E io per la Verità – è una sola cosa”
disse lui, “siamo fratelli”.

Così, come congiunti che di notte s’incontrino –
conversammo da una stanza all’altra –
finché il muschio raggiunse le nostre labbra –
e ricoprì i nostri nomi.

(E. Dickinson, da Quel che sappiamo dell’amore, ed. Acquaviva)

Trinacriablog – 8 (e ultimo). Physis kai techne

Con la circolarità tipica del pensiero, concludo questa parentesi siciliana con un post che doveva in realtà stare all’inizio, dato che è sorto un mese fa dalle acque che circondano l’isola, subito dopo il mio arrivo in Sicilia. Del resto non c’è inizio, non c’è fine, se non attraverso segni e convenzioni che spezzettano il mondo e ce lo rendono fruibile.
Siccome avrei potuto intitolarlo anche “natura ovvero tecnica”, un po’ come succede per il sive spinozista, potrebbe anche servire a riprendere il filo dei discorsi lasciati in sospeso, a connettere il prima con il dopo – anche se quel vacuum del mezzo è solo illusorio, se è vero che i pensieri e le questioni aperte sono sempre le medesime e agiscono sottotraccia, senza mai concedere un’effettiva tregua. Forse, soltanto il respiro riesce talvolta a farsi più largo e disteso, e questo è sempre un bene. Del resto ero “a casa” nella mia isola, sono “a casa” anche qui, per quanto costretto nel flusso angusto della quotidianità. Cercherò allora di far mio il motto filosofico-nostalgico di Novalis provando a trovarmi dappertutto come a casa – ma perché, in ultima analisi, la mia vera casa è dappertutto.
Ad ogni modo ben ritrovati, amiche e amici della Botte!
Si ricomincia ancora una volta a filosofare…

Torreciavole

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Trinacriablog – 7. Teoria e prassi del viaggio in generale e di quello siculo in particolare

EtnaParco dei NebrodiGangi panoramicaGangi vecchi in piazzaMorgantina teatroPiazza Armerina S.Maria della NeveSofianaNoto balconeScicli

Dopo avere percorso oltre mille chilometri di strade secondarie interne alla Sicilia, avere attraversato i Peloritani e i Nebrodi e lambito le Madonie, essere andato alla ricerca del cuore dell’isola (una sorta di centro del suo centro); dopo avere visitato decine di città (molte delle quali piccole e poco note, e forse anche per questo le più belle, poste quasi sempre sopra rocamboleschi colli o poggi), avere ammirato le facciate di centinaia di chiese e palazzate di ogni epoca, veduto cupi dipinti, lignee agonie, gaginiani stucchi, cadenti balconi barocchi; calcato pietre e resti millenari, essermi perso lungo le sfuggenti linee delle colline divorate dal sole o ristorato all’ombra di fitte foreste di eucalipti, di faggi o di pinete… – ebbene, che cosa è rimasto di tutto ciò?

Il viaggio mostra sempre impietoso il lato inesauribile delle cose da attraversare, vedere, conoscere, in qualche raro caso da far proprie – così stridente con la sua natura transeunte ed effimera. Il viaggiatore reca sulla propria fronte il segno del rinvio e della provvisorietà, con quell’impronunciato ma visibile “tanto tornerò” in punta di lingua – anche se sa che non sempre sarà vero o possibile.
Del resto, come si possono visitare integralmente zone, paesi o città che contengono (o che sono contenuti in) luoghi naturali bellissimi, oggetti artistici innumerevoli e incastrati tra di loro come matrioske, spesso pregevoli quando non straordinari? Si può solo restare annichiliti dallo splendore e, storditi, ripetere quell’inutile ritornello: “prima o poi tornerò” – con la cauta aggiunta di un forse (come se tornando anche mille volte cambiasse davvero qualcosa!).

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