Proprietà, deiezioni, deviazioni

SerresNel suo breve e però densissimo saggio Il mal sano: contaminiamo per possedere? (Le Mal propre, edito in Italia dal Melangolo nel 2009), il filosofo francese Michel Serres delinea con il suo linguaggio tipicamente enigmatico-allusivo una sorta di fenomenologia umano-animale delle strategie di appropriazione. La domanda cruciale, per quanto antropomorficamente posta, è se gli esseri viventi, esistenti in quanto insediati in un luogo, sono di questo “proprietari” o “affittuari”. Naturalmente non sarebbe così fondamentale rispondervi se una specie animale non avesse sopraffatto tutte le altre proprio per quanto concerne le dinamiche di appropriazione e non si fosse messa così nella situazione di farsi domande vagamente apocalittiche. Resta però il fatto che quella specie, autodenominatasi Homo sapiens, si innesta originariamente nello spazio che ha poi via via integralmente occupato, attraverso modalità del tutto “naturali”: gli umani (specie maschi) marcano in origine gli oggetti, i territori, gli spazi, ed anche gli altri corpi (specie di donne e bambini), attraverso le secrezioni del corpo – dall’urina allo sperma, fino ad arrivare al sangue che inzuppa le terre delle nazioni in guerra.
Questo marcare (Serres, che è anche un linguista, ci apre spesso interessanti scenari etimologici), in origine “duro“, cioè secondo la terminologia utilizzata dall’autore attinente alle forze fisiche, all’energia, alla materia, si propaga lungo tutta la storia ominescente della specie fino alla modalità “dolce” dell’epoca attuale, una forma cioè eminentemente costituita da codici, segni, linguaggi – quelli ad esempio dei marchi pubblicitari, dei loghi, delle firme.

(A tal proposito sarebbe interessante riflettere sul termine “pubblicità” e sulla sua apparente paradossalità, al limite dell’ossimoro, laddove viene reso massimamente pubblico ciò che è massimamente proprio e privato – il marcare l’oggetto con la firma, un’orina simbolica e inodore, e il renderlo desiderabile, disponibile, “proprio” per chi lo acquista, tramite quell’altro incredibile arcano denominato “denaro”… anche se in realtà, come suggerisce Serres, il recare sul proprio corpo o intorno a sé i segni di quel marchio finisce per significare non che l’oggetto sia mio, ma che io appartenga all’oggetto, e, dunque, per proprietà transitiva al suo reale proprietario-detentore).
Questo processo naturale e in linea con i comportamenti animali (in particolare dei mammiferi) smentirebbe clamorosamente l’assunto roussoiano della convenzionalità della proprietà (“Il primo che, avendo recintato un terreno…”): al contrario, sostiene Serres, vi si percepisce “un sentore di urina, deiezioni, sangue, cadaveri in putrefazione” (p. 20).
Il problema sorge nel momento in cui tale massa di deiezioni  si fa pressante ed intollerabile, non solo sulle altre specie ma anche sulla specie emittente: da una parte con montagne di rifiuti, di emissioni “dure”, dall’altra con il profluvio di quelle “dolci”, la bolla inquinante cioè costituita dalle “immagini e i vari tsunami della scrittura, del segno, del logo”, da quell’affollamento di codici, con il proliferare di rumori, di informazioni, il bombardamento costante di messaggi, l’induzione sistematica a desiderare ogni cosa e ad espandersi in ogni luogo – una contaminazione moderata ma ancor più invasiva di quella sottesa delle scorie e dei dissesti ambientali.
Da questo punto di vista, Serres ci fa notare come le strategie di appropriazione siano strettamente connesse ai saperi, in primis a quelli geografici (in senso lato): il nostro mappare – ed irretire – il mondo e lo spazio, costituiscono la crosta dura dell’appropriazione, anzi si potrebbe dire, rovesciando, che è l’appropriazione in quanto copertura originaria del mondo, il modo in cui noi lo guardiamo e lo consideriamo: la proprietà diventa così rappresentazione e codice unico del mondo – cioè, parafrasando Schopenhauer, il mondo come proprietà e rappresentazione. Mi verrebbe da aggiungere che il mondo appartiene in primo luogo alla classe più o meno ristretta e storicamente variabile di possidenti che se ne appropria perché sa e sa perché se ne appropria – esso è così la rappresentazione di questa classe, e a tutti gli altri in via gerarchica e verticale vengono lasciate le briciole, e sempre più spesso la monnezza

Che fare, giunti a questo punto?
Solo una rimozione e un costruire riserve ci potrà salvare.
Rimuovere: innanzitutto quella crosta, quella patina contaminante e insozzante, e scoprire dietro di essa l’in-definito, il non-proprio, ciò che non può essere irretito: un’assenza, probabilmente, oppure territori i cui nomi evocati da Serres sono il bello, il niente, persino dio!
Riservare: considerarsi affittuari, non proprietari: “Affittuario, libertario”, lo slogan che ci viene suggerito. Serres tiene costantemente a vista il “dato” duro e assodato della nostra condizione animale e naturale: sprovvisto di luogo nessun essere vivente può esistere, cosa che denota una sorta di “debolezza universale”, una vera e propria fragilità ontologica e costitutiva.

(En passant,  il filosofo francese trova nella figura di Gesù un interessante esempio di deviazione da tale condizione naturale: colui che nasce da madre vergine, dunque privo di collocazione fin nell’utero, il nato senza tetto, il nomade che vaga nel deserto e in giro per la Galilea, e che verrà infine sottratto anche al luogo ultimo, quello della tomba… Vorrei a tal proposito accostare a quella di Gesù una figura molto più modesta e dimessa, il mio personale eroe libertario e antimilitarista, e cioè il Michael K di Coetzee, colui che fugge da tutti i luoghi della reclusione forzata, dai campi, dai fili spinati, e la cui casa provvisoria è un piccolo orto con qualche zucca, ma ancor più la strada, e un cucchiaino ripiegato per cavare l’acqua dal pozzo – tutto quello che basta per vivere…).

“Il primo che, avendo chiuso un giardino, osò dire ‘questo mi basta’ e rimase egonomo senza ambire a più spazio, fece la pace con i suoi vicini e mantenne il diritto di dormire tranquillo, di scaldarsi, e inoltre il diritto divino di amare” (107). Ecco del Jean-Jacques in versione Serres… Riserva diventa qui la parola-chiave, in un triplice significato: il mondo come scorta e tesoro; la nostra disposizione soggettiva fondamentale dovrà essere a sua volta riservata (“cautela, organizzazione, moderazione, modestia, rispetto, discrezione, decenza, pudore, ammirazione sconfinata…”); infine, il dovere ereditario di riserva per le future generazioni.

Non ho fondamentalmente nessuna obiezione (per lo meno in termini generali) da muovere al discorso di Michel Serres – anche la solita di tipo politicistico, che scatta in me come un riflesso condizionato (cioé: come passare dalla teoria alla prassi, dalle parole ai fatti? quali proposte politiche concrete, quali prospettive, forme di organizzazione, ecc.) – ebbene quell’obiezione risulta essere sempre meno pertinente, anche perché mi sto vieppiù convincendo che al “fare” smanioso occorre contrapporre un “non fare”, un astenersi o un contro-fare critico, che non vuol dire certo ritirarsi in campagna o rinunciare.
Bisognerebbe però indagare meglio il presupposto di base (forse presente nei suoi testi Hominescense o Qu’est-ce que l’humain? ), a proposito del rapporto della specie umana con la sua base naturale, non tanto perché essa abbia una base meta-naturale, un non-luogo immateriale da cui prende le mosse o a cui dovrebbe tendere, ma perché deve poter rispondere alla domanda sulla capacità di gestire ed eventualmente di modificare questo rapporto.
Seguendo il filo del ragionamento di Serres, si aprirebbero in sostanza i seguenti scenari:
A) il processo di appropriazione è naturale e siamo predestinati a percorrerlo fino in fondo, fino all’esito finale, foss’anche il disastro e l’estinzione – e ogni alternativa è puramente illusoria;
B) vi sono risorse sia a livello razionale che a livello istintivo (magari nello stesso impulso all’autoconservazione) che possono essere mobilitate per modificare quel corso, gestirlo e dargli sbocchi diversi;
C) né necessitàlibertà: solo il caso, l’ignoto, le sorprese riservateci dalla possibilità potranno interrompere e deviare la mega-macchina su altri binari.
Ma tutto questo ci riporta agli eterni dilemmi, e alla magnifica (e ingegnosa) sintesi che ne ha dato il grande Epicuro: siamo una cascata lineare, una pioggia atomica inarrestabile (come voleva il padre del materialismo Democrito), ma qualcosa ad un certo punto può sempre indurre una leggera deviazione, un clinàmen che potrà condurci in altri luoghi – o non-luoghi….

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19 Risposte to “Proprietà, deiezioni, deviazioni”

  1. Miriam Says:

    Sono giunta al tuo interessantissimo blog attraverso quello di Kinnie, la curiosità e l’avidità di trovare l’essenza che ha caratterizzato questo tuo illuminante post, mi ha spinta a divorare parola per parola tutto quello che hai con attenta valutazione riportato.
    Premetto che non ho basi filosofiche su cui appoggiarmi per discutere in modo altrettanto preciso e analitico, tuttavia leggerti è molto arricchente e carico di spunti per ampliare e riflettere sul proprio e personale “modo” di concepire l’argomento che hai trattato.
    In famiglia c’è già chi si è occuppato di Filosofia…io resto affascinata ma poi ho un bisogno quasi fisico di ricondurre ogni ragionamento e anche ogni astrazione di pensiero ad un “ordinamento” più pratico e concreto, meno teorico. Scusa, deformazione professionale oltre che caratteriale.
    Ma giusto per non divagare e annoiare…concludo e concordo con te quando dici “mi sto vieppiù convincendo che al “fare” smanioso occorre contrapporre un “non fare”, un astenersi o un contro-fare critico, che non vuol dire certo ritirarsi in campagna o rinunciare”.
    Penso che continuerò a seguirti, sempre che non sono fuori luogo!
    Ciao!

  2. md Says:

    No che non sei fuori luogo, cara Miriam!
    Grazie per i complimenti, troppo buona…
    A presto

  3. Aldo Says:

    @Md
    tu dici:
    . .come passare dalla teoria alla prassi, dalle parole ai fatti? quali proposte politiche concrete, quali prospettive, forme di organizzazione, ecc.?
    … mi sto vieppiù convincendo che al “fare” smanioso occorre contrapporre un “non fare”, un astenersi o un contro-fare critico, che non vuol dire certo ritirarsi in campagna o rinunciare”.

    io vedo nelle “descrizioni” di Michel Serres un’intelligente, ma amara presa d’atto di una situazione che definirei “trascendentale” rispetto alla razza umana che, scherzando con il fuoco (prometeo), accentua via, via la propria naturale propensione all’auto-massacro.
    Qualunque “prassi” (fare/non-fare), ritengo, non potrà mai arrestare il processo. Richiederebbe uno sforzo coordinato e condiviso da parte di sei o sette miliardi di persone!!!
    Nel nostro DNA si è impiantato un gene impazzito che ha tolto il freno all’agire consapevole, o meglio, che si auto-limita (per gli animali è l’istinto). Che differenza c’è tra noi e i dinosauri, rispetto all’universo che ci ospita ?
    Buona giornata

  4. md Says:

    @Aldo, mi pare di capire che tu propenda per lo scenario A.
    In effetti, non trovo ci sia nessuna differenza sostanziale tra noi e i dinosauri. Diciamo che si tratta solo di differenze “specifiche”, che includono (almeno in teoria) una qualche risorsa previsionale in più…

  5. kinumeno Says:

    ARCHIVIO DELLA DISLOCAZIONE
    L’archivio della dislocazione documenta il trasferimento continuo di sé.
    Ad ognuno dei partecipanti al progetto è richiesto di realizzare fotografie di sé nel contesto di panorami più o meno noti, esibendo nella mano la cartolina del proprio luogo di provenienza.
    ES PRODUZIONI 2009
    http://dislocazione.altervista.org

  6. anna Says:

    “bello”, “ammirazione sconfinata”, “libertà”, “Gesù”, “persino Dio”: parole che mi ricordano Kant: “chi prende interesse alla bellezza della natura puo’ farlo solo in quanto ha già fermamente fondato il suo interesse sul bene morale”; “io devo sempre condurmi in modo che io possa anche volere che la massima da me seguita diventi una legge universale”; L’esame della conoscenza ci impone “di non vedere negli oggetti dell’esperienza come tali (ivi compreso anche il nostro soggetto) che dei fenomeni, ma di porre a fondamento di essi delle ‘cose in sè’ e percio’ di non considerare ogni soprasensibile come una chimera ed il suo concetto come vuoto di contenuto”; “Questa radice (del dovere) non puo’ essere se non in cio’ che eleva l’uomo, al di sopra di sè come parte del mondo sensibile… essa non è altro che la personalità, cioè la libertà e l’indipendenza dal meccanismo dell’intera natura”; “l’uomo comune intende per religione la sua fede ecclesiastica, mentre la religione è qualche cosa di intimo e di segreto che si riferisce alla disposizione morale” Kant. “con il dogma del peccato originale il cristianesimo esprime un’essenziale verità morale e cioè che in noi, in contrasto con la legge morale, si manifesta l’inclinazione a porre i valori sensibili al di sopra della stessa ragione; la volontà ha la possibilità di invertire il rapporto che la stringe alla razionalità e cio’ per un ‘male radicale’ di cui non possiamo dare alcuna spiegazione conoscitiva… Il dogma dell’incarnazione del figlio di Dio esprime poi, sotto la forma di narrazione storica, un’altra importante realtà morale e cioè che pur nella nostra natura esposta alla corruzione di un male radicale, vi è un principio opposto al male stesso, per cui la coscienza morale tende al bene e realizza in noi l’ideale dell’uomo-Dio”. Dal Pra. A proposito di Gesù non credo sia stato un esempio di ‘deviazione della condizione umana’, ma soltanto uno dei precursori dell’uomo razionale, morale kantiano, e non solo, che è in tutti noi. Ho anche sentito parlare di esseri umani che si nutrono prevalentemente di ‘energia’ e raramente di qualche vegetale o di qualche chicco di cereale. Sciocchezze? (Tali dovevano sembrare all’inizio del ‘600 le immagini della Nuova Atlantide di Bacone: “microscopi, telescopi, condotti capaci di trasmettere i suoni a grande distanza, sommergibili, macchine per volare”.) Chissà, una modificazione del nostro Dna che libererà l’essere umano dal bisogno di nutrirsi di altri animali, di seguire l’istinto, dal bisogno di possedere corpi e oggetti. Non credo che tutto cio’ sia da imputare al caso, ma piuttosto a quella forza di cui parlava Empedocle, l’amore, o al Dio-Uomo che non riusciamo a conoscere con l’intelletto, ma che sentiamo quando usciamo dal nostro piccolo ego, angustiato dalla preoccupazione per la sopravvivenza del solo corpo che vediamo, quello fisico, ed entriamo nell’io ‘grande’ che ci connette agli altri esseri viventi attraverso i sentimenti filantropico ed ecologico, la compassione, l’ascolto della natura, del silenzio, la contemplazione del cielo stellato, di una formica o di un filo d’erba. A proposito di “moderazione, modestia, rispetto, decenza”, un conoscente sostiene che Gesù non avesse operato alcun miracolo ma suscitato il cambiamento negli altri (“alzati e cammina”). Ad esempio il miracolo della moltiplicazione dei pesci avvenne, a suo parere, quando la folla, vedendo Gesù distribuire ad altri parte dei suoi averi-pesci, decise di imitarlo. Beh, se il papa, Berlusconi ed altri iniziassero ad imitare Gesù e donassero agli altri ciò che hanno ‘in più’, di cos’altro si potrebbe parlare se non di miracolo! No comment per quanto riguarda la madre vergine! Con la denigrazione del corpo operata dalla Chiesa il corpo non può che essere sporco e quello delle donne fonte di perdizione per i preti che non riescono a fondere amore e sessualità! Approfondirò il pensiero di Democrito (interessante!) sul Dal Pra; il sommario è piuttosto stringato. Buona domenica!

  7. md Says:

    @anna maria: una precisazione sulla “deviazione” di cui sarebbe esempio Gesù, oltre naturalmente alla faccenda della proprietà (“vai, vendi tutto quello che hai”, od anche l’esempio dei fiori di campo ed altre parabole interessanti), ciò che viene sottolineato da Serres, e che mi è parso interessante, è il suo essere integralmente senza-luogo, dalla nascita alla morte, che sono poi le delimitazioni proprie del vivente. Chi non ha luogo non possiede nulla e, forse, non è nulla. E di fatti Gesù non è di questo mondo…lui è l’alfa e l’omega di un mondo radicalmente altro…

  8. anna Says:

    Ti ringrazio, md, per la precisazione. Premetto che non frequento la chiesa da quando avevo 13 o 14 anni e che non conosco molto di gesù. “Ciò nonostante”, (e qui dovrei aprire una parentesi che ci immetterebbe in un campo “pericoloso”, come dici tu, e quindi…), credo sia nato da un utero, come tutti gli esseri umani, e volesse insegnarci semplicemente a guardare con il cuore (“se non tornerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli” giusto?), a cercare Dio in noi e negli altri (un dio immanente?), ad imitare i fiori del campo per non vivere di sola materialità, di solo corpo fisico, perchè c’è una parte di noi che sentiamo con il cuore (e non solo, ma meglio approfondire…) che sopravvive alla morte del corpo fisico? Ho sentito che Jung aveva detto: “Bisogna immaginare che l’inconscio abbia una dimensione spaziale”, l’inconscio occupa uno spazio attorno al corpo. Ci sono persone che si nutrono di energia, che vedono il campo energetico, e così via. Noi tutti lo percepiamo molto bene: quando viviamo emozioni negative (paura, rabbia) produciamo energia pesante; se entriamo in un ambiente carico di questa energia, stiamo male. Al contrario, se proviamo emozioni positive o sentimenti produciamo energia ‘leggera’, che fa star bene noi e gli altri. Tornando a Gesù, credo avesse un luogo, il corpo fisico, veicolo (non credo sia il termine giusto) di quello ‘energetico’, di cui più persone iniziano a fare esperienza. Per il resto, anche noi non possediamo un luogo, ci viviamo; sì, ci sono persone che si illudono di essere ‘qualcuno’ perchè posseggono delle cose, si identificano con quello che hanno, contenti loro! Preferisco essere un fiore. E dato che per il momento devo ancora nutrirmi di cibi solidi, cerco di vivere con semplicità, ma non ho alcuna intenzione di sminuirmi al punto da credere di essere ciò che ho o ci che faccio, il lavoro che svolgo. Siamo molto più grandi. Ho idee un po’ strane, sono così. Ho un libro interessante su Gesù (ma non sono quel libro, sono più piccola del libro!); al momento è in vacanza da un’amica, appena torna lo rileggo e ti scrivo qualcosa. Buona domenica!

  9. anna Says:

    se non avessi un lavoro e due locali in cui vivere, probabilmente non direi “contenti loro”! cosa si puo’ fare? oltre al CERCARE il “conosci te stesso”, la consapevolezza di “sapere di non sapere” e quindi l’umiltà, l’apertura verso il ‘nuovo’, l’ascolto del cuore (Saint-Exupèry, e non solo naturalmente!), il dialogo soprattutto con i giovani (“io son figlio di levatrice e mi occupo della stessa arte solo che essa … riguarda le loro anime e non i loro corpi…. come assistiti dal dio…essi stessi da sè hanno ritrovato molte e belle cose, che GIA’ possedevano” Socrate) e la coerenza tra le parole e i fatti ( “nessun uomo commette peccato volontariamente, nè volontariamente commette azioni brutte e cattive, ma tutti quelli che fanno azioni brutte e cattive, le fanno per ignoranza” e ciò, perchè “nessuno, il quale sappia o creda, che ci siano cose migliori di quelle che egli fa, e che siano possibili per lui, continua a fare queste, avendo la possibilità di cose migliori; ed il lasciarsi vincere da se stesso non può essere altro che ignoranza, ed il riuscire a vincere se stessi altro che sapienza” Socrate) oltre a CERCARE di fare questo, cos’altro si può fare? una rivoluzione silenziosa, senza armi? quella operata da Gesù

  10. milena Says:

    Sempre in linea con il principio di “avere” ben poco, e soprattutto ben poche certezze – oltre alla morte, naturalmente – oggi mi pare che tutto ciò che si condensa attorno al nome di Gesù, la sua figura idee e connessioni, sia stato largamente prodotto da uomini in tempi successivi alla nascita e morte dell’uomo Gesù.
    Tant’è che non si sa neppure come sia stata fatta la scelta fra Vangeli “ispirati” e Vangeli apocrifi.
    Voltaire, che amava giocare fra serietà e ironia, relativamente al concilio di Nicea diceva che
    “i Padri del Concilio distinsero tra libri delle Scritture e apocrifi grazie ad un espediente molto bizzarro: avendoli collocati alla rinfusa sull’altare vennero detti apocrifi quelli che caddero in terra”.
    Probabilmente l’aneddoto è inventato. Nello stesso tempo è improbabile venire a conoscenza di quale sia stato il criterio di scelta. Se non (forse) il beneficio d’uso e consumo che poteva implicare una scelta rispetto ad un’altra.
    Anche per questo oggi posso dire “grazie a dio sono atea”

  11. milena Says:

    Mi pare molto appropriata l’idea di considerarsi “affittuari” anziché “proprietari” di qualsiasi cosa esista su questa terra.
    Azzardo a dire che siamo affittuari persino del nostro stesso corpo: la materia, gli elementi che si sono uniti per costituire casualmente, accidentalmente o fortuitamente, il nostro stesso corpo, e gli elementi che lo conservano in vita per un certo lasso di tempo.
    Un esempio. Qualche settimana fa ho dovuto salutare una parte che consideravo mia: un bellissimo molare, ancora sano, ma che ha deciso di abbandonarmi quando ancora avrei avuto bisogno dei suoi servigi. Ma dal momento che non ne ho avuto la necessaria cura, l’ovvia conseguenza è stata di averlo perso.
    E’ solo un molare, è vero, ma è significativo che nulla è nostro in assoluto né per sempre.
    Esistono soltanto utilizzatori, non proprietari. E quando utilizziamo la materia, qualunque essa sia, ma che in sintesi non può essere altro che terra /acqua/aria, lo facciamo per un periodo limitato, dopodichè passerà in mano ad un successivo utilizzatore.
    E la principale regola di ogni onesto affittuario sarebbe quella di comportarsi da “buon padre di famiglia”, ovvero non distruggere o danneggiare il bene in suo momentaneo possesso, alfine di renderlo non peggiore – usura del tempo permettendo – di come gli era stato consegnato.
    Poi ci sono i “beni virtuali”, ossia il danaro, le ricchezze attraverso le quali qualcuno può accedere all’utilizzo di beni materiali, che generalmente sono ricchezze accumulate attraverso il furto e la rapina, poiché, anche considerando che nessuna risorsa è infinita, l’aumento di ricchezza da una parte corrisponde ad una diminuzione dall’altra. E più aumenta l’una, più diminuisce l’altra.
    D’altronde la legittimità all’accumulo indefinito di ricchezza è un principio che lo stesso sistema si è dato, non è un valore assoluto. Ma sembra ovvio che i detentori di enormi ricchezze accumulate attraverso il furto e la rapina, continueranno ad utilizzarle attraverso i medesimi principi con cui le hanno inizialmente accumulate, ovvero con la finalità di accumularne ancora, all’infinito.
    Di essere così i padroni del mondo – di un mondo, ahimé, destinato alla miseria –
    Padroni del mondo con le pubbliche virtù e i loro vizi privati in allegato.
    E con vizi privati non intendo tanto le recenti vicende italiche di letti e affini che hanno imperversato nell’ultima orrida estate, quanto nel potere di corruzione del danaro sulla politica e, via dicendo, sul potere di condizionare la mentalità morale pubblica

  12. Paolo Lapponi Says:

    Non credo sia solamente casuale se nei cosiddetti Contratti di Comodato d’uso è ancor oggi utilizzata la formula “Il comodatario è tenuto a custodire e conservare le cose con la diligenza del buon padre di famiglia” … si tratta effettivamente di una tipologia nell’uso di un bene che ha probabilmente radici nel passato, ma è in qualche modo testimonianza di una modalità di relazione conviviale (uso il termine nell’accezione che ne fa Illich) nella società umana di cui si conservano tracce … mi limito a questa brevissima osservazione, ma certo il post ed i commenti mi sembrano assai utili ad una riflessione più attenta
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