Catalogo delle passioni: la (quasi) identità di speranza e timore

La speranza II-Klimt-particolare

Abbarbicate come l’edera l’una all’altra: così Spinoza ci presenta gli “affetti” della speranza (spes) e del timore (metus). Le loro definizioni sono identiche, anche se l’una è una passione “triste” mentre l’altra è “lieta” (come già sappiamo tutti i sentimenti sono riducibili ai due fondamentali). Ma entrambe sono inconstanti:

La speranza (il timore) è una letizia (tristezza) incostante, nata dall’idea di una cosa, futura o passata, del cui evento in qualche modo dubitiamo” (Etica, parte III, Definizioni degli affetti, prop. XII-XIII).

Si resta sempre stupefatti di fronte alla lapidaria essenzialità, e grande precisione, del testo nel quale Spinoza viene distillando concetti correlati ad un pensiero così vasto e stratificato (e la cui ampiezza e disegno complessivo possono essere colti solo a poco a poco). Naturalmente il rischio è anche quello di restare perplessi e a bocca asciutta. Proverò allora ad inferire qualcosa in più.

Spinoza ribadisce qui che la natura umana si trova in permanente oscillazione tra letizia e tristezza e, nel caso specifico, tra speranza e timore. L’uno e l’altro affetto si succedono senza soluzione di continuità, quasi fino a confondersi. In quanto esseri protési verso l’esterno, di cui abbisogniamo per vivere, non possiamo che attenderci dall’esterno un bene o un male, una cosa che aumenti o diminuisca il nostro essere, la nostra vitalità, un polo positivo o uno negativo (la medesima cosa potrà essere l’uno e l’altro, come quando da un aereo militare possiamo indifferentemente aspettarci una pioggia di bombe o del cibo salvifico, la morte o la vita). Si potrebbe ipotizzare anche una tonalità “neutra”, un non aspettarsi nulla – che però epicureamente ascriverei all’aspettativa di un bene inteso come non-male: in questo caso l’aereo ci sorvolerà in maniera placida e indifferente.
In sostanza si ha sempre speranza e insieme paura, dove c’è l’una c’è l’altra: spero di ottenere quella cosa (ma temo di non averla) e reciprocamente temo quella cosa (ma spero di evitarla). Dal che si può arguire, tanto per cambiare, che l‘insicurezza, l’incertezza è in realtà la nostra tonalità ontologica, il nostro fondamentale modo di stare al mondo.
Ci sono poi, a complicare il quadro, le variabili spaziotemporali e immaginative: sperare o temere qualcosa che ho davanti qui e ora oppure entro un orizzonte spaziale e temporale più vasto e indeterminato, fin dove può spingersi lo sguardo ed anche oltre, qualcosa che si caricherebbe così di maggiore imprevedibilità, modificherebbe non poco i miei comportamenti – basti pensare alla morte, all’amore o al desiderio in generale. Ma qui entra in gioco, potente, l’elemento dell’immaginazione (che Spinoza tiene in alta considerazione lungo tutta l’Etica): chi teme o spera qualcosa non fa altro che immaginare, figurarsi, rappresentarsi quella cosa, insieme all’eventuale catena di fatti o cose ad essa connesse. In un precedente Scolio (II, prop. XVIII, parte III), Spinoza aveva infatti considerato tanto la speranza quanto il timore come indotti “dall’immagine di una cosa dubbia“. Si provi ad applicare tale ossatura concettuale al nostro vissuto quotidiano e ne verrà fuori una trama ben delineata. Tralascio per ora di richiamare i concetti di possibilità e contingenza che verranno discussi da Spinoza più avanti, nella parte IV dell’Etica (di nuovo affiora qui lo stile “barocco” e multipiano del suo pensiero).
Andrebbe poi aperto un capitolo sulla trasposizione di tali passioni dal livello psicologico individuale a quello sociale, storico, collettivo: si scoprirebbe magari anche qui che le comunità e i popoli sperano e temono di continuo (magari le stesse cose), anche se si ha talvolta l’impressione che il pendolo della storia si blocchi per qualche tempo ora sull’uno ora sull’altro polo. Il filosofo tedesco Ernst Bloch sul principio-speranza ha edificato un intero sistema, costruendo una vera e propria fenomenologia del non-ancora e dell’attesa utopica.
Mi chiedo se la nostra sia un’epoca prevalente di speranza o di paura, e temo (appunto) che la risposta sia sotto gli occhi di tutti. Se però ha ragione Spinoza, il pendolo non potrà mai arrestarsi, continuerà imperterrito ad oscillare e a riservarci sorprese – ogni giorno insieme un bene e un male.

Infine, Spinoza tratteggia gli esiti passionali estremi di questa oscillante normalità, la sicurezza (securitas) e la disperazione (desperatio), quando la cosa cui si tende o che ci si attende, funesta o gioiosa che sia, diventa indubitabile – e dunque, a rigore, non è più attesa. Ma si danno davvero quelle passioni così radicali? Esiste cioè qualcosa di definitivo e assoluto nella nostra sfera emozionale?
In realtà tanto il disperare quanto l’esser sicuri hanno l’aria di essere affetti “mortali” (o mortiferi): non a caso per scacciare il primo sentimento si suol dire “finché c’è vita c’è speranza”, e a obiezione dell’altro che “di sicura c’è solo la morte”. Non sempre i proverbi sono riducibili a banale doxa

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4 Risposte to “Catalogo delle passioni: la (quasi) identità di speranza e timore”

  1. milena Says:

    “di sicura c’è solo la morte” ….

    …. e le tasse ….

  2. md Says:

    eh eh!
    mi pare fosse anche la fine di un film “minore” di Totò…

  3. milena Says:

    se per questo, nella filmografia più recente anche Joe Black (Bred Pitt) lo dice.
    Ma dire una cosa, lo sappiamo, non basta a farne una verità.
    E penso soprattutto
    alla nuova legge “ter” per il rientro dei capitali dall’estero col 5% di tassa (soltanto!). Rispetto al 20 % di tasse dirette su qualsiasi caramella spillo o chiodo passi di mano in mano. E rispetto alle imposte sul reddito che mi sembra si aggirino ormai sul 45-47 % (sui redditi onesti e dichiarati, ovvio, non gli occulti e/o mafiosi).
    Bè allora – in linea col relativismo illimitato – le tasse (per qualcuno) più che una certezza sono una malattia: neppure un’influenza, ma un banale raffreddore.
    Per tutti gli altri, i soliti poracci, è sempre come la morte che strangola alla gola.
    Ma quello che mi indigna soprattutto è lo sgretolarsi di queste nostre poche certezze.
    Tant’è che più che mai solo la morte è certa,
    mentre le tasse sono una barzelletta che fa ridere i soliti ignoti

  4. milena Says:

    Non riesco ad astenermi dall’ampliare la lista delle citazioni.
    Ieri sera leggevo il primo capitolo de “L’arte di gioire” di Michel Onfray, titolato “genealogia della mia morale”, dove racconta di un infarto subito all’età di 28 anni, e che conclude dicendo
    “ogni esistenza è costruita sulla sabbia, e la morte è la sola certezza che abbiamo”.
    Poi però continua dicendo
    “più che addomesticarla si tratta di disprezzarla. L’edonismo è appunto l’arte del disprezzo”.

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