Biomedicaepoca

house

1. Un aneddoto, per cominciare
Qualche mattina fa, ho accompagnato i miei anziani genitori a trovare una altrettanto anziana coppia di loro amici e paesani che non vedevano da tempo. Tutti insieme facevano qualcosa come 320 anni di età. Dunque dovrei correggermi e dire: si è trattato di una riunione di vecchi, senza tanti giri di parole. La visita si è protratta per un’ora e mezza circa e ho calcolato che, tolti i convenevoli, qualche reciproco ragguaglio su figli, amici comuni e parenti stretti e il tempo del caffé con biscotti, almeno l’80% del tempo è stato dedicato al parlar di malattie. Si badi, un parlare fitto fitto, specie da parte della padrona di casa, reduce oltretutto da un lungo periodo di raucedine al limite dell’afonìa, dovuto proprio ad una malattia.
Con dovizia di dettagli, iter più o meno conseguenti delle varie anamnesi, plateali errori di dizione di alcuni termini (con involontari effetti comici), ciascuno ha esposto agli altri i suoi guai sanitari e medici – con un netto prevalere, in verità, delle narrazioni da parte delle mogli anche per ciò che riguardava i mariti. Un po’ a disagio all’inizio, via via sono sempre più entrato in sintonia con quei discorsi e quell’interminabile cahier de doléances, non senza una punta di divertimento – facilitato forse dal fatto che si trattava comunque di quattro vecchietti tutti lucidi e coscienti, almeno per il momento. Ma il bello è che non bastavano le loro patologie, dovevano anche, di tanto in tanto, effettuare incursioni nei territori delle patologie altrui, talvolta solo per sentito dire, con l’acuirsi quindi del livello di approssimazione.
Ma al di là del quadretto, ciò che più mi ha stupito è stato come un certo linguaggio biomedico (tranne gli inevitabili scivoloni, alcuni da bestiario, come quando è venuto fuori il lupus eritematoso sistemico, la cui trasformazione linguistica non sono qui in grado di riportare), si sia insinuato e abbia messo radici nelle nostre teste. Certo, da che mondo è mondo si parla di “malattie” e relative disgrazie, ma mai come in questa epoca, credo, si è arrivati ad una tale diffusione e profusione di discorsi, informazioni, immagini, ansie in proposito. La nostra non è solo la Bioepoca ma più precisamente la Bio-medica-epoca. Processo inevitabile nelle nostre società invecchiate, con quel prolungamento della vita tanto benvenuto ma che al momento comporta anche grossi problemi, specie nelle fasi tarde e, poi, terminali. E ci si mette anche il complesso reciproco di fenomeni a contribuire: il giovanilismo, il salutismo e il sempre più diffuso desiderio di immortalità.
Tutto ciò mi fa anche dire che non è tanto la morte (e dunque la vita) al centro dei nostri interessi, ma il loro labile confine, tutto quel che ci sta attorno: in primis le malattie, o quel che si presume siano tali. E del resto, non si può avere paura di qualcosa che sembra essere più un punto o una sottile linea di confine, quasi un velo trasparente e illusorio, un fenomeno poco chiaro e distinto (Epicuro docet) – laddove sono piuttosto gli eserciti e i fantasmi a ridosso di quella linea a provocare ansia e timore…

2. Un intermezzo sul dottor House
A proposito di lupus, ho scoperto cos’è grazie al Dr. House (per chi non lo sapesse, visto che non è obbligatorio, si tratta di una malattia autoimmune, una disfunzione cioè del sistema immunitario che produce auto-anticorpi – mentre do per scontata la conoscenza del geniale e misantropo dottore, anche per chi non guarda mai la TV). Non starò qui a sottolineare l’alto valore filosofico ed etico (un po’ meno quello medico e scientifico, a sentire qualche amico dottore) della celebre serie televisiva, cui tra l’altro sono stati già dedicati dei veri e propri saggi filosofici (così come ai Simpson o a Lost). In effetti, nel mare magnum della spazzatura televisiva, alcune serie, quasi tutte d’oltreoceano, si stanno distinguendo per la serietà dei temi, il livello estetico ed interpretativo, la capacità di suscitare non solo emozioni ma anche riflessione e dibattito. Ma giusto per tornare al dottor House, è proprio il filone biomedico quello che si è distinto in questi ultimi anni, a partire naturalmente dalla capostipite E.R., fino alle serie più recenti. Linguaggio medico di livello altamente specialistico, dilemmi etici a cascata, macchinari e strumenti d’ogni tipo, l’occhio della telecamera (e dello spettatore) che penetra e s’infila fin nelle cavità più remote dei corpi malati o morenti, facendosi strada tra fiotti di sangue, ferite purulente, virus e batteri a go go, per non parlare della discesa nei recessi più intimi della mente, entro l’aut-aut delle scelte o il groviglio dei dubbi. Spesso il bisturi della dissezione etica attorciglia ancor più le cose, anziché tagliare i nodi gordiani.
(In verità il geniale film Viaggio allucinante del 1966, da cui Asimov ricavò il romanzo e non viceversa, come erroneamente si pensa, batté tutti sul tempo – come spesso succede nel campo della fantascienza).

Six-Feet-Under-six-feet-under-111588_1024_768Ce n’è una in verità di queste serie che si situa su un territorio di confine, che ho scoperto di recente e che trovo tra le più belle del genere, e cioè Six feet under. Qui non è più la malattia, la biologia, la tecnica ospedaliera, i dilemmi morali su quando staccare la spina ad essere al centro della scena, ma la morte nella sua finale e definitiva materialità: si tratta cioè di funerali e di casse da morto, di preparazione dei corpi, composizione delle spoglie, sistemazione di visi tumefatti e deturpati ed esposizione dei cadaveri… O per essere più precisi: la sovrapposizione tramite il rito al fine di coprire e nascondere la materia bruta e brutale della morte, fatta di irrigidimento, macerazione, autolisi, putrescenza, disfacimento. Il rito sposta l’attenzione su ciò che sopravvive: il ricordo, il lutto, la continuità… Qui si è appena oltre la linea, e si cerca di dare un senso e un ordine al filo che si è improvvisamente spezzato, a partire dal rendere più “presentabile” il volto della morte (anche dopo una lunga malattia o un lento decadere c’è sempre un filo che si spezza di colpo e che va ritessuto e compreso).
Ma in Six feet under non c’è solo questo: perché i destini dei morituri si intrecciano con i piccoli e grandi drammi della famiglia che gestisce l’impresa funebre, con il risultato di instaurare un inedito, intenso ed insieme pacato dialogo, tra il senso del vivere e del morire. Di nuovo, situandosi lungo quella labilissima linea di confine.

3. Le campane di Bicêtre, per finirele-campane-di-bicetre-simenon
Nella sterminata produzione di Simenon, c’è poi questo straordinario romanzo, cui l’autore teneva particolarmente, che racconta del ricovero in ospedale del direttore di giornale René Maugras, colpito da ictus, e di tutto quel che gli va accadendo fin dalle prime ore di risveglio lungo il crinale di questa “nuova vita”. Le sensazioni, i pensieri, la nausea, l’ansia, l’incertezza, ma soprattutto il profondo senso di impotenza. Un sentimento “animale”, da animale terrorizzato perché in balìa e alla mercé di altri, senza poter decidere nulla per sé, sballottato qua e là, costretto ad un percorso obbligato, al protocollo ospedaliero, con tutto quel che comporta: la manipolazione degli infermieri, il senso di superiorità dei medici, il contrasto con il mondo dei sani, il clima ovattato, i bisbigli e i sorrisi di circostanza, una certa inevitabile ipocrisia… Maugras è oltretutto un pezzo grosso, una delle persone più influenti del mondo pubblico francese, e ciò non fa che acuire quel disagio, quel senso di impotenza.
Il lungo periodo di degenza, la costrizione a letto, saranno però anche un’opportunità, come è ovvio che sia, per ripensare al senso della vita e della morte, per farsi attraversare da quella sensazione dell’inutilità del tutto così caratteristica in certe situazioni estreme, e per chiedersi se esista e dove si nasconda la “felicità perfetta”, in quali pieghe della propria vita e se davvero valga la pena di voler “arrivare a una verità assoluta, a una sincerità totale”. Ma è solo su quella soglia, da quel letto, ascoltando l’eco di quelle campane, sentendosi così impotenti e astiosi, che quelle domande, per quanto dolorose, possono limpidamente stagliarsi per quel che sono: vita pulsante, non solo ozioso esercizio intellettuale.

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5 Risposte to “Biomedicaepoca”

  1. anna Says:

    Leggendo il tuo commento al romanzo di Simenon, ho rivissuto le ultime settimane di vita di mio padre. Un ricordo molto doloroso. E pertanto ho bisogno di scappare con l’immaginazione e con la speranza, ripensando a Martin Brofman, a Mamani e a coloro che sono guariti grazie alla filosofia orientale, alle erbe, ai massaggi, alla psicanalisi (Affetti e cancro di Fornari). Ho davanti agli occhi l’immagine, forse romanzata, dei Pellerossa che si allontanavano per prepararsi alla morte, a lasciare il corpo per tornare al Grande Spirito, e la tua frase “il mio essere quel che sono è eterno, non può essere distrutto”

  2. milena Says:

    Mi ero detta di non scrivere più finché non avessi conosciuto l’esito dell’esame istologico sul testicolo asportato a mio figlio Riccardo circa tre settimane fa. Oggi finalmente è giunto, e per fortuna non è un carcinoma ma un seminoma, per cui dovrà sottoporsi soltanto ad un ciclo di radioterapia preventiva. Per questo oggi rompo il digiuno e posso dire di essere relativamente felice, perché fra le ipotesi possibili si è verificata la meno peggio. Sono state tre settimane sulle spine, ma il colpo iniziale – quando dicono “è un tumore” – è stato piuttosto forte. Se fosse toccato a me, alla mia persona, con tutta la meditazione sulla morte praticata negli ultimi anni, forse sarei stata più preparata, se è mai possibile essere preparati. Ma quando capita a un figlio, in un primo tempo perdi letteralmente la testa, lo posso assicurare, e se avessi potuto mettermi al suo posto per me sarebbe stato meno doloroso da sopportare. D’altronde io le palle non ce le ho, quindi è inutile parlare di “se fosse”. Però se per caso qualcuno si ricorda gli ultimi commenti che scrissi in quei giorni, facendo due più due forse adesso risulteranno più comprensibili. Una mia amica medico dice che nei momenti di crisi si regredisce. Dev’essere vero.
    Comunque al posto del testicolo asportato durante l’operazione gli hanno inserito una protesi, così che lui ha detto “vorrà dire che giocherò a palla”. Oggi invece mi ha riferito una frase di Lao Tze, “la vita è un gioco dal quale non si esce vivi”.
    Riccardo ha trentaquattro anni, è già un vecchietto. Quando lui è nato io ne avevo diciassette. Siamo cresciuti insieme. Spero che potremo continuare a crescere ancora per un po’.
    Questo è il “bene” di oggi. Sull’altro lato invece c’è che ho saputo che mio padre (ottant’anni) ha un nodulo ad un polmone. E su questo c’è poco da immaginarsi esiti felici. E domani, staremo a vedere

  3. anna Says:

    @ milena : sono felice per te e per tuo figlio. Continuerete a crescere insieme. In bocca al lupo per tuo padre.

  4. md Says:

    Già, un bene e un male… ieri mio padre ha compiuto 81 anni, ed ero felice. Mi (e gli) era stato preparato un bene.

    Quella frase di Lao Tze è angosciante, ma è la nuda verità.

    cara milena, abbraccio te e Riccardo

  5. milena Says:

    Grazie Md. E grazie Anna. Oggi mi sento molto coccolata. Come la sensazione di aver passato un guado. E Spero di non dover tornare sull’argomento.

    Ma visto che questo post è dedicato all’epoca biomedica, gli affido una traccia lasciatami oggi (ieri) da Andrea, un mio amico di gioventù, che è passato a trovarmi dicendomi che sarà operato al cuore la prossima settimana. “Nel caso non ci si veda più”, diceva.
    Così per solidarietà gli ho raccontato la storia di Riccardo.
    “Sì”, lui mi ha detto “però il testicolo rimasto fa il lavoro di due”.
    “Ma il cuore è uno solo” abbiamo detto insieme.

    (Dimmi tutto, amico mio, dimmi tutto e fatti vedere presto. O di sicuro verrò io a trovarti)

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