Piccola razionalizzazione del suicidio al fine di…

Già: al fine di che? Per allontanarne lo spettro? Renderlo più comprensibile, o accettabile? Onde prosciugare l’acqua in cui nuota? Per normalizzarlo oppure per esorcizzarlo?

Edouard Manet suicidio

(Sono, quelli che seguono, “ragionamenti a voce alta”, riflessioni e note sparse senza alcun valore di sistematicità).

Al di là del continuo oscillare emotivo a causa dei boli di angoscia che ci soffocano da un lato o delle esplosioni di gioia e di vitalità che ci invadono dall’altro, con tutte le più o meno percettibili tonalità intermedie – un oscillare ontologico, costitutivo dell’umano, come ci testimoniano i più acuti osservatori, siano essi poeti (uno a caso, come Trakl, per il quale ogni giorno ha in serbo un bene e un male), scrittori (come Dostoevskij) o filosofi (come Spinoza) – al di là di tutto questo, si pone l’esigenza razionale di comprendere fenomeni così estremi quali il suicidio, volti a recidere tutti i fili del “destino” o a sottrarsi proprio a quell’intemperanza emotiva di base, che ad un certo punto diventa insostenibile.
Non intendo parlare qui del suicidio in termini psicologici, sociologici o antropologici, e tutto sommato nemmeno storico-filosofici; vorrei solo provare a schizzare qualche riflessione da cui partire per costruire le basi per una (eventuale ma non garantita) comprensione essenziale del fenomeno. Sgombro quindi il campo dalla pretesa di una comprensione integrale, totalizzante: rimane, io credo, un atto con una sua dose di insondabilità, e pertanto di irrazionalità, irriducibilità alla ragione, anche se i filosofi spesso si illudono che non ci siano lati oscuri che non siano prima o poi illuminabili. (Un’illusione che personalmente mi trova piuttosto partecipe anziché no).

D’altra parte, questo carattere spurio del suicidio – quel suo essere emotivo e mentale ad un tempo – ne rende ancor più imprescindibile la ricerca del senso, dell’essenza (si dia qui a questi termini un’accezione piuttosto generica).
Emotivo, perché deriva indubbiamente dal lato passionale da cui siamo spesso invasi e come posseduti, dall’incapacità di controllo di fronte all’abisso che talvolta ci si spalanca dinnanzi.
Ma ancor più mentale, poiché credo sia impossibile pensare al suicidio senza il correlato della pre-meditazione, dell’arrovellarsi, di un qualche percorso mentale – più o meno lungo, più o meno coerente, poco importa. Sondare l’insondabile: questo sembra essere lo sbocco, e il blocco, di quel tragitto tutto interno alla mente (non mi interessa qui nemmeno darne una caratterizzazione psicotica o psichiatrica).
Lascio dunque in sospeso queste premesse, che rischiano fin da subito di avvinghiarsi in se stesse e di condurre in un vicolo cieco, e provo ora a far emergere due modi di caratterizzare il suicidio che alludono da una parte ad una qualche forma oggettiva di spiegazione e razionalizzazione, dall’altro ad una conseguente espressione di un giudizio morale. Le troviamo entrambe, espresse molto chiaramente, nella Commedia dantesca.
Nel canto XIII dell‘Inferno, straordinario affresco anche visivo del mondo dei suicidi, Dante fa dire a Pier della Vigna “credendo col morir fuggir disdegno / ingiusto fece me contra me giusto” – ponendo chiaramente il suicidio come un comportamento in sé illogico e contraddittorio, oltre che una violazione della legge naturale e divina. Nonostante questo, la pietà aleggia per tutto il canto, giungendo all’apice in quella straordinaria (e ammutolente) chiusa con le parole di un altro, meno celebre, dannato: “Io fei giubbetto a me delle mie case”. Ad ogni modo il suicidio a parere di Dante va condannato: si tratta di un peccato grave, di una forma assurda di sottrazione e deresponsabilizzazione, tant’è che il contrappasso per l’anima “feroce” è d’essere “balestrata” dal caso, “strascinata” e resa scissa per l’eternità.
Tuttavia, nel canto I del Purgatorio il registro cambia radicalmente, e il suicidio di Catone appare addirittura come un gesto eroico, così come ci viene testimoniato dai celebri versi: “libertà va cercando, ch’è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta”. Catone adotta qui lo stile stoico di intendere la vita (e la morte), mettendo in pratica la massima di Seneca che sostiene: “Chiedi quale sia la strada per la libertà? Una qualsiasi vena nel tuo corpo”.
Tralasciando di discutere degli aspetti strettamente morali (di condanna cristiana o di apologia stoica, con le eventuali contraddizioni con cui anche Dante dovrebbe fare i conti), cercherò di ridurre ai minimi termini i due lati che appaiono così irrimediabilmente opposti e inconciliabili – ma che forse convivono sempre in ogni fenomeno suicidario:
a) la rottura della catena causale (Dio, la società, la famiglia, i legami, la specie) cui si appartiene per nascita, e non per scelta, e la riprovazione che tali strutture o codici mostrerebbero quasi che fossero messi in discussione alla radice;
b) l’ergersi oltre, sopra tali strutture rivendicando (o illudendosi?) di liberarsene una volta per tutte.
La necessità, l’impotenza, la costrizione, la vischiosità dei legami, la chiamata ad un qualche livello di responsabilità da una parte; la libertà sregolata, la potenza, la decisione, l’illusione della autodeterminazione più assoluta dall’altra.
Come il nostro caro Diogene, che vuole mordere il respiro per poter decidere liberamente anche della propria morte, per far proprio l’inevitabile rovesciandolo in un atto scelto, voluto, non determinato da altro o dal caso. Stiamo parlando qui, naturalmente, di una morte che non è di per sé un suicidio, ma che condivide con quello un’espressione assoluta della volontà e dell’autodeterminazione.
Poiché si è introdotto il concetto di volontà, non posso esimermi dal fare un cenno, seppur fugace, a Schopenhauer, il quale a tal proposito obietta che l’atto suicidario, proprio perché affermazione estrema della volontà, contiene in sé l’esatto opposto dell’intenzione individuale con cui è messo in opera: la vita e la volontà ne escono strutturalmente confermate, ed anzi potenziate, laddove il singolo che si fa fuori non riesce nemmeno a scalfire il vero motivo della sua angoscia, che gli è costitutiva e che è tutt’uno con la vita e la volontà stessa.
Ma lasciando perdere anche il buon vecchio Arthur, resta da capire se questa caratterizzazione duplice del suicidio ne catturi o no l’essenza, o se invece non finisca per lasciar fuori proprio l’essenziale, che diventerebbe così per sua natura insondabile e irrazionale, vanificando alla base la nostra ricerca. Questo, tra l’altro, rimetterebbe in questione proprio la potenza umana e i limiti della sua espressione e capacità di irretire il mondo; ma ci rivelerebbe anche l’impossibilità di concepire la natura umana come pura singolarità o pura struttura. Chi si suicida che cosa effettivamente fa, che cosa revoca in dubbio, da che cosa si distacca davvero?
Il suicidio non è una morte come un’altra (naturale o spirituale che sia), cioè il succedersi biologico o culturale di un ordine, la sua incessante riaffermazione, l’andarsene ordinatamente di una cellula o di una tessera del mosaico per lasciare il posto alla seguente. Vuole essere semmai la rottura di quell’ordine, la ridiscesa nel caos o, specularmente, la denuncia dell’illusione dell’esistenza di un cosmo, di un ordine, di un senso.
Eppure, come già detto, è un atto quantomai mentale, poco importa che chi si suicida lo faccia in maniera premeditata o con un gesto secco e immediato. E’ la mente che tocca con mano il caos (in sé oltre che fuori di sé) e, atterrita, se ne ritrae. Ma non può più far finta che non ci sia.
Siamo così tornati al preambolo e, di nuovo, al vicolo cielo, all’ineffabile, all’indicibile. O forse, di nuovo, alla pretesa illusoria che un senso ci debba essere per forza, anche in un atto o un oggetto che per sua natura non può averlo. O perché non ne ha uno essenziale e assoluto o perché ne ha così tanti e variegati, membra disjecta, da risultare irriducibili a un denominatore comune.
Ciascuno si suicida come vuole, come deve o come può, sottraendosi – di nuovo – all’indagine, anche perché il suo atto resta in ultima analisi muto, ossificato, una sorte di sfinge. Ma noi, la mente indagatrice, insistiamo lo stesso, non ci arrendiamo, vogliamo sapere, capire, comprendere, afferrare, irretire. Non possiamo farne a meno. Anche quando si tratta dell’inafferrabile – del caos, dell’angoscia, dell’abisso. Guardare la cosa in faccia, fissare diritto gli occhi di Medusa, senza però rimanerne pietrificati.
La mente resta pur sempre l’unico punto di contatto, ciò che accomuna l’indagato e l’indagatore – ma l’indagato mette in atto un distacco assoluto, si pone su un territorio così altro (e forse altero) da risultare irraggiungibile. Che salto dovrà fare la mente per andare al di là dell’abisso, senza caderci dentro?
O non sono forse la socialità e le tonalità affettive che la caratterizzano ad essere pur sempre l’unica possibile cura?
Rimane il fatto che mente, scrittura, razionalizzazione, sono gli strumenti chiarificatori di cui disponiamo, quasi fossero vitali ed irrinunciabili terapie. Non risolvono nulla, certo: non fermano nessun cappio o nessuna lama, nessun letale pharmakòn – ma almeno per un po’ allontanano da noi l’amaro calice.

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Una Risposta to “Piccola razionalizzazione del suicidio al fine di…”

  1. Zingari del cosmo « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] tempo fa mi ponevo alcune domande circa la possibilità di una razionalizzazione di quel fenomeno sfuggente e talvolta insondabile che è il suicidio. E […]

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