Lezione spinozista 5 – “Ipse dixit” cum summa summae

Pagina dell'Ethica

1. Noi siamo natura, nient’altro che natura.

2. I desideri sono azioni, in quanto indicano la nostra potenza – passioni, in quanto siamo in balia del mondo esterno.

3. Le azioni, in quanto desideri razionali, sono sempre buone.

4. Fine ultimo e suprema felicità dell’uomo è la comprensione adeguata di sé e del mondo.

5. Cattivo è ciò che impedisce di godere razionalmente della vita.

6. Il male ha cause esterne.

7. La vita sociale, in accordo con la natura, favorisce la potenza di agire.

8. L’utilità propria è un supremo diritto di natura.

9. Niente è più utile all’uomo che un uomo guidato dalla ragione. L’eccellenza è l’educazione razionale.

10. L’inimicizia tra umani è la più temibile, perché in natura la più potente.

11. Solo l’amore e la generosità, non le armi, possono disinnescare l’inimicizia.

12. L’utilità massima per gli umani ha nome relazione, unità, amicizia.

13. Ma per lo più gli esseri umani sono irrazionali e mutevoli.

14. Occorre andare controcorrente e sopportare i mali in vista del bene comune.

15. La religione e la moralità sono necessarie alla vita sociale e alla concordia.

16. La paura, che non è mai razionale, è però funzionale alla concordia.

17. Alla carità privata è preferibile lo stato sociale.

18. Massima cautela nell’accettare doni e benefici.

19. Massima cautela nella gestione dell’eros.

20. Il matrimonio è l’organo che contempera la libido con le necessità procreative e sociali.

21. Il servilismo genera una pace terrificante.

22. L’abiectio (avvilimento), apparentemente morale, è superbia dissimulata.

23. La vergogna è un elemento irrazionale della concordia.

24. L’indignazione e i consimili affetti tristi contribuiscono solo apparentemente all’equità.

25. La virtù è potenza razionale priva di paura e ricolma di letizia. Il virtuoso non è il fustigatore ma il moltiplicatore della potenza di agire.

26. Tutto ciò che non è umano è asservibile all’umano.

27. Maggiore il godimento e l’esercizio della corporeità nella sua massima estensione e molteplicità, maggiore sarà l’attività mentale.

28. Il denaro è compendio di tutte le cose e droga della mente.

29. La conoscenza consente di regolare la ricchezza solo in relazione al bisogno.

30. E’ buono ciò che procura gioia e piacere, cioè espansione del corpo e della mente. Ma la teoria va commisurata ad una prassi prudenziale, poiché: a) il mondo è indifferente se non contrario al nostro utile; b) il piacere è spesso disarmonico, eccessivo o confinato al presente.

31. Natura è pieno e lieto godimento di sé e del mondo; fare il bene per evitare il male ed essere guidati dalla paura è superstizione.

32. La comprensione del limite e del nostro essere parte dell’ordine naturale – potenza relativa e non assoluta – comporta l’accettazione piena e serena della tetragona necessità delle cose. L’esercizio della ragione è desiderare solo ciò che è necessario – ed è l’unica verità possibile.

***

Ho sempre avuto una qual certa attrazione per le summae sintetiche, quelle piccole (ma vaste) trattazioni suddivise in capitoli brevi, densi ed essenziali, preferibilmente numerati. La Monadologia di Leibniz, ad esempio, è organizzata in questo modo: 90 brevi proposizioni che condensano un intero sistema filosofico. Certo, per farlo bisogna essere dei geni, non solo del pensiero ma anche della scrittura. Pur non essendolo, i miei primi tentativi di scrivere qualcosa di filosofico hanno comunque risentito di questa inclinazione: 1, 2, 3, 4… pensieri ordinati e concatenati, sintesi allusiva, sistematicità – tutto condito di linguaggio essenziale e brevità. Una vera goduria, per gli occhi e per la mente.
Naturalmente quei primi (pretenziosi) tentativi furono dei sonori fallimenti. Mi vergognerei oggi di pubblicarli qui. Col tempo ho anche capito che un po’ di analisi, di disordine e di propensione al “non raccapezzarsi” non guastano affatto alla ricerca filosofica. Eppure, il mio ideale di scrittura resta, in ultima analisi, sempre quello: l’esito (quel che appare all’esterno) deve essere il più possibile levigato e prosciugato. La quintessenza del nitore e della chiarezza. Il lago limpido e profondo di Schopenhauer. Cosa che non sempre la mia attitudine un po’ barocca mi consente di realizzare.

A proposito di scrittura e di struttura barocca, veniamo finalmente al vero motivo di questo post, dove il buon vecchio Baruch torna protagonista, anche se con qualche grave manomissione. Per chi ha seguito le “lezioni” precedenti, siamo giunti ormai alla parte quarta dell’Etica – quella dedicata, lo ricordo, alla Schiavitù umana, ossia le forze degli affetti. Una parte densissima, dove le proposizioni e le loro dimostrazioni si alternano in maniera quantomai arzigogolata agli scolii e corollari – forse così barocca e complessa che alla fine Spinoza ritiene utile apporre un’Appendice, nella quale confessa un difetto di organicità (si tenga presente che le questioni qui trattate sono tutte di alto profilo, e pur analizzando gli effetti che le “passioni”, o affetti, producono su di noi, mettono in campo l’intero “sistema”):

“Le cose che ho esposto circa la retta maniera di vivere, in questa parte, non sono state ordinate in modo da poterne avere una visione d’insieme, ma le ho trattate qua e là nella misura in cui potevo dedurle più facilmente l’una dall’altra. Per questo mi sono proposto di riunirle qui e di riassumerle per sommi capi.”

Non mi pareva vero che seguisse una vera e propria summa di 32 brevi capitoli. A quel punto ho raccolto la sfida e ho deciso di sovrapporre all’esposizione spinoziana la mia, condensando in pochissime righe (preferibilmente una) quei capitoli già ultraconcentrati, per vedere che cosa sarebbe successo. Una sintesi della sintesi con, però, l’immodesta pretesa di una reinterpretazione e rilettura. Insomma, devo avvertire il lettore che non è detto che l’intenzione del testo sia stata da me rispettata fino in fondo.
Potrà apparire strano cominciare dalla fine, ma rileggendo le asserzioni (anche così manipolate) ci si rende facilmente conto dell’enormità delle questioni poste, quasi della loro esaustività, come se affacciandosi da questa (come da qualsiasi altra) finestra dell’Etica si finisca per arrivare sempre al cuore insieme etico ed ontologico dei vari nodi. L’opera di Spinoza appare così sommamente barocca: sfarzo e magnificenza in ogni dove, squarci che si aprono, labirinti, stupore – e però continua riconduzione ad un unicum, il nodo della natura e della natura umana, che sono poi il medesimo. Ma non aggiungo altro, anche perché sulla parte quarta intendo soffermarmi ancora a lungo e tornarvi a più riprese.
Per non complicare la lettura con ulteriori commenti, mi sono limitato alle seguenti notazioni grafiche: a) ho sottolineato le parti somme della summa; b) ho segnato in corsivo le parti su cui ho dei dubbi o con le quali non mi trovo d’accordo (lo dico con la reverenza e il timore dovuti a un filosofo a sua volta sommo, cui s’attaglia, in compagnia di pochi altri, la formula dell’ipse dixit…).

Annunci

Tag: , , , , , , , , ,

9 Risposte to “Lezione spinozista 5 – “Ipse dixit” cum summa summae”

  1. Aldo Says:

    @Md
    Titolerei: il fascino di Spinoza.
    Spinoza, grande pensatore solitario, a mio giudizio, nel complesso delle sue riflessioni, mostra, alla luce delle nostre attuali conoscenze, due crepe “logiche” di non poco conto: 1 – enuncia un dato per nulla epistemico, senza fondamento, un postulato da cui inferisce tutto il suo pensiero sotto-stante: che dio non é altro che la realtà stessa considerata nella sua totalità, che dio e natura coincidono. Se al posto della locuzione “deus sive natura ” avesse proposto “la natura è energia/massa” , allora se ne potrebbe discutere…
    2 – considera la “razionalità” dell’uomo, come una questione assiomatica, in virtù della quale, egli (l’uomo) può pro-porsi come ente-privilegiato in grado di gestire al meglio sè stesso e il mondo.
    Ogni giorno su questo arrivano smentite clamorose …
    Il linguaggio spinoziano tradisce la sua contingenza. E’ figlio del soggettivismo cartesiano, che, con tracotanza, rende l’uomo/dio baricentro di tutte le cose … mentre è molto più plausibile che il logos umano non sia altro che “flatus vocis” …
    Questo è quello che io penso in prima battuta.

  2. md Says:

    @Aldo, anch’io ti rispondo in prima battuta:
    alla prima obiezione: difficile credere che nel Seicento si potesse così facilmente aggirare la questione teologica, però aver pensato che Dio e la natura sono la medesima cosa, che non c’è alcuna trascendenza e che l’eterno è la medesima sostanza, cioè l’appartenere di tutte le cose a un piano immanente – beh, non mi pare sia poca cosa: forse i concetti di energia/massa derivano anche da Spinoza;
    sul secondo punto: ho anch’io dei dubbi (che ho solo evidenziato graficamente nell’esposizione della summa) su quegli aspetti antropocentrici che sembrano qua e là emergere nel pensiero spinozista. Però ho l’impressione che esistano due piani da tenere distinti: quello, appunto, della contingenza, là dove noi siamo una tra le tante e infinite manifestazioni della sostanza, che dunque sta sullo stesso piano di tutte le altre – Spinoza insiste spesso sulle “finzioni” finalistiche: non c’è alcun fine, centro o privilegio, ma tutti gli enti si pongono sullo stesso piano;
    però dall’altra parte il concetto di “potenza” (il grado attraverso cui ogni ente può manifestarsi ed espandersi) sposta la prospettiva: l’essere umano, non per privilegio divino ma solo perché per natura è così, si trova ad essere più potente di altri esseri. Questo però comporta maggiore responsabilità.
    Ed è ovvio che risulti più chiaro a noi che a Spinoza, dopo oltre tre secoli di manifestazioni spesso scellerate di quella potenza.

  3. milena Says:

    La prima cosa che (a me) salta all’occhio è che “necessario” e “utile” sono parole diverse, perché utile è “tutto ciò che serve o può servire al bisogno”, mentre “necessario è ciò di cui non si può fare a meno”. Ma in che modo, mi chiedo, sono concetti diversi? Nel considerare l’utile c’è da dire che si riferisce a situazioni contingenti e particolari, mentre necessario è ciò che non può non essere, né essere altrimenti da ciò che è. Quindi utile e necessario stanno su due piani diversi.

    Sul piano contingente, per esempio, se è utile “dare una carezza ai bambini”, mi dico che è più utile dargli prima da mangiare, perché altrimenti in breve non sarebbero più lì a poter ricevere le nostre carezze. Quindi, all’interno dell’utile, “dare da mangiare” è più utile di “dare una carezza”. Quest’esempio mi serve soltanto per notare che vi sono vari gradi di utile che (forse) portano dall’utile al necessario, anche se ogni cosa può essere utile e necessaria allo stesso tempo.

    Ora però mi sovviene una frase di Nietzsche, quando dice che “l’utile non è vero”, ossia che se una cosa è utile non è la verità. E a questa frase istantaneamente me ne si oppone un’altra. Ossia, che se anche l’utile non fosse il vero, potrebbe rimanere comunque “veramente utile”, che è come dire “necessario”, e quindi essere la verità.
    Ma anche nel caso, all’opposto, fosse “veramente inutile”, o “veramente nocivo”, non rimarrebbe in ogni caso “vero”, e quindi ancora necessario?

  4. md Says:

    @milena
    Potremmo metterla così: Spinoza ritiene naturale che ciascun ente persegua l’utile “proprio” (cioè la propria affermazione ed espansione, che nel caso dell’essere umano trova maggior potenza nella socialità e nella razionalità), ma siccome non esiste nessun piano prestabilito (né tantomeno “finale”) che provveda a contemperare le varie utilità (e contingenze), sembra anche raccomandare di provarci pure nonostante tutte le avversità, ma di fare in modo che alla fine il desiderio (il perseguimento dell’utile proprio) venga a coincidere con il piano della necessità. Arte quantomai improbabile e da equilibristi, ma chissà, forse possibile, ma che si riduce in ultima analisi alla fatale accettazione di quel che è, non piegabile a quel che si vorrebbe che fosse.
    Ma sul concetto di “utilità” intendo presto tornare in una futura “lezione” (che, ricordo, non è veramente tale, ma solo il frutto del mio tentativo di leggere il testo alla luce dei nodi della nostra epoca).

  5. Aldo Says:

    @Md
    non intendevo falsificare le riflessioni di Spinoza, ma solo mi chiedevo cosa salvare per l’oggi.
    Rigurdo all’utile/necessario direi questo: una cosa necessaria è sempre utile, mentre una cosa, quando è utile, non vuol dire che sia anche necessaria.
    Vivere secondo utilità (proprio tornaconto) è umano, vivere solo del necessario (stretto) è una limatura consapevole del superfluo ed ha a che fare con il concetto di “essenzialità”.

  6. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Aldo
    La percezione derivante dalle nostre sensazioni è in prima istanza globale. Solo l’apprendimento di una cultura individua entità molteplici in quell’unica visione globale primitivamente percepita. Insomma, in altre parole, solo chi conosce l’albero può vederlo su uno sfondo naturale.
    Quest’osservazione mi serve per dire che la visione panteista, la realtà come un tutt’uno, è quella spontanea. Sta a chi individua, a chi distingue, a chi concepisce la pluralità, l’onere dell’argomentazione, non a chi le nega.
    L’originalità di Spinoza sta anche in questo, in questo panteismo innestato su una tradizione individualista, tipica dell’occidente in cui egli visse (e in cui noi viviamo).

  7. milena Says:

    Grazie md, non credo ci possa essere risposta migliore, soprattutto vista la mia domanda contorta, anche se ogni cosa può essere perfettibile, come spesso ti ho sentito dire.
    Nello scorrere la lista sintetica delle “regole” spinoziane, mi ero subito imbattuta nel concetto di “utile”, attorno al quale, anche se hai intenzione di dedicarvi una successiva “lezione”, vorrei aggiungere ancora qualcosa.
    Sì, perché l’ho trovato un concetto alquanto scivoloso, sul quale è opportuno poggiare il piede con grande cautela.
    Premetto che accostandomi al pensiero di Spinoza, uomo del seicento, non posso farlo che dal mio luogo-tempo, se non persino dal mio orizzonte particolare di senso, dal quale non ci si può disfare come si smette un vestito. Riconosco la mia mancanza di studi freschi sull’epoca in qui Lui visse, ma è indiscutibile che il Suo pensiero per certi versi fosse innovativo e contro-corrente, eccetera.
    Ciò che però mi riesce difficile, è concepire il mio utile personale slegato da quello degli altri umani e dal totale, anche se rimane indubbio il fatto che sembra lo facciamo tutti quanti ogni giorno dell’anno. E questo non contraddice di una virgola l’asserzione “l’utilità propria è un supremo diritto di natura”, che comunque è un dato di fatto sempre attuale, anche se qualcuno direbbe che pure questa è un’interpretazione, una convinzione.
    Tralascio il concetto di “necessario”, per il momento, che può complicare le cose, e mi limito a considerare l’utile. E vedo che ciò che appare utile sul breve periodo, può risultare dannoso sul lungo periodo, e gli esempi si sprecano.
    Inoltre, all’interno di un insieme minimo di due sole unità, l’utile di un individuo può essere il danno dell’altro individuo, dove utile e danno appaiono di misura minima; mentre, se consideriamo il rapporto tra gruppi più ampi, il danno e l’utile rispettivi possono assumere dimensioni via via più estese. Quindi l’utile è decisamente relativo al tempo e al luogo e agli individui, o gruppi, a cui si riferisce.
    So di dire cose ovvie, ma poiché so che ciò che si da per scontato alla fin fine può risultare indiscutibile, ossia che non può essere messo in discussione e quindi accettato così come è, mi sono permessa di puntualizzare. E se lo faccio è perché il mio pensiero corre a fatti concreti e attuali. I leghisti che ritengono utile respingere le barche degli extracomunitari, per esempio, ma la lista è così lunga che si può scorrere in lungo e in largo il mondo intero senza riuscire a fermarsi. Se però si vuole pensare proprio in grande, un esempio calzante è quello di Hitler che riteneva “necessario” sterminare gli ebrei.
    Per questo ed altri motivi ritengo che il concetto di “utile” sia estremamente scivoloso, e quello di “necessario” anche di più.
    Ma senza andare a disturbare i grandi schemi, mi accorgo che nella vita di ogni uno, l’utile è difficile da individuare con certezza. L’utile, anche qui, oltre che relativo al tempo e alla condizione data, è un’ipotesi da verificare. Come ha così eccellentemente espresso md, “è arte da equilibristi”. Soprattutto per noi, uomini di quest’epoca, che (forse) abbiamo non poche difficoltà a distinguere fra utile e superfluo, vista la gran quantità di superfluo da cui siamo circondati. Ad ogni modo, ogni attimo si è costretti a decidere, scegliere fra varie possibilità; qualche volta dopo aver ben meditato, ma più spesso nell’immediato e ricalcando la consuetudine.
    (Tornando all’esempio di ieri, quando dicevo che “dare da mangiare” è più utile che “dare una carezza”, oggi dico “sembra” che sia più utile, perché mi sono ricordata di quella sindrome mortale che colpisce i bambini abbandonati che, lasciati soli e senza contatti fisici umani, pur ricevendo cibo si lasciano morire.)

    Però Spinoza dice anche molte altre cose. Tra le altre che “l’utilità massima per gli umani ha nome relazione, unità, amicizia”, vale a dire che si raggiunge il massimo dell’utile quando l’utile è comune a ogni uomo. Quando ogni uomo riconosce la relazione che unisce gli uni agli altri, in amicizia, attraverso “amore e generosità”. E che “l’eccellenza è l’educazione razionale”. Eccetera eccetera, così che mi avvedo che collegando una frase all’altra, nella summa Spinoza ha già indicato come risolvere molte questioni.
    E ve lo dico, si sta correndo il serio rischio che mi metta a scrivere un libro su ogni una di quelle frasi, se fosse utile farlo, perciò mi fermo qui e passo a voi la palla, non senza prima ringraziare chi nel momento del mio vacillare mi ha dato aiuto, anche involontario. E Spero di non aver fatto troppi danni.

  8. Quel che penso davvero in 19 tesi « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] che penso davvero in 19 tesi By md (Questa volta la summa è farina del mio sacco mentale – anche se le granaglie provengono da antiche e sparse […]

  9. Lezione spinozista 7 – Sintesi delle precedenti, prima dell’ultima « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] 5-6 A questo punto c’è il passaggio dal corpo individuale al corpo sociale. Come rendere la schiavitù degli affetti una forza? Indipendentemente dal livello di chiarezza (o adeguatezza) di quel che accade al nostro corpo (ed è riflesso attraverso “mappe ideali” nella nostra mente), vi è in ultima analisi in Spinoza una visione “schiavistica” e “passiva” delle passioni. Non ci sarebbe altrimenti stato alcun bisogno di titolare la quarta parte dell’opera La schiavitù umana, ossia le forze degli affetti. Sembrerebbe qui porsi dinanzi a Spinoza un problema piuttosto ingombrante, per non dire un macigno: se noi siamo natura in senso lato, cioè costituiti da spinte e forze oscillanti che ci sovradeterminano e il cui scopo unitario è quello di mantenerci in vita e di consentirci un’adeguata espansione sulla base delle nostre potenzialità – non c’è forse una contraddizione insanabile con l’intenzione di fondo, manifestata già nel titolo generale della ricerca, e cioè la costruzione  geometrica di un’Etica che abbia un fondamento ed una validità universale? La parola-chiave è l’utilità, il medium la ragione: operazione ardita e apparentemente paradossale, ma l’unica possibile e ragionevole. Fondare proprio sull’utilità (cioè sull’inaggirabile statuto naturale e materiale) l’etica, attraverso il grimaldello della ragione. Dal conatus alla socialità, dalla guerra hobbesiana al bene comune – passando attraverso i meccanismi individuali dell’utile e dell’autoaffermazione. Potenza individuale e potenza sociale (dynamis dell’ego e dynamis della comunità) non solo non sono in conflitto, ma anzi possono procedere di pari passo e rafforzarsi a vicenda, tanto più che esistono anche versanti sociali delle emozioni primarie. Quel che era cominciato con il marchio della schiavitù, finisce poi per rovesciarsi in una vera e propria apologia del godimento onnilaterale, che non contrasta affatto con la sua ricaduta sociale – purché entrambi concepiti “in giusta misura” e “armonicamente”. […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: